Il primo tabernacolo

“E Maria diede alla luce il suo figliuolo e lo fasciò e lo pose a giacere in una greppia”.

La stalla fu la prima chiesa e la greppia il primo tabernacolo, dopo il seno purissimo di Maria. Ogni cosa può diventare un ostensorio del suo amore. Anzi, le più umili, le più spregiate ne rispettano meglio il mistero, lasciandone trasparire e conservandone il divino incanto.

(don Primo Mazzolari, Il Vangelo del reduce, 1945)

Imparare per vivere

Tu vivi. Un giorno sei nato.

Nessuno ti ha chiesto di vivere.

Ma ora vivi.

Talvolta è bello. Talvolta sei triste.

Molte cose ancora non le comprendi.

Vivi, ma perché?

Non è un caso che tu vivi.

Ti ha dato mani, occhi, intelletto.

Altrimenti non potresti avere tutto ciò.

Vuole avere te.

Con le tue mani tu devi collaborare

a ordinare il mondo.

Con il tuo intelletto

devi cercare di distinguere

il bene dal male.

Con il tuo cuore devi amare gli uomini

e aiutarli quandi puoi.

Sono tanti i compiti che ti attendono.

Che attendono le tue mani e i tuoi occhi,

il tuo intelletto e il tuo cuore.

(Hans May)

Sabato 11 Meditazione Quotidiana J. Main

Il silenzio di Maria possiede una creatività e una consapevolezza luminose, poiché è evidente che si tratta del silenzio positivo, assertivo, di chi è centrato nell’altro. Maria non si ritrae dalla realtà per rifugiarsi in un aldilà privato, ma attende che emerga il progetto grandioso della sua vita, nonché la piena rivelazione del suo significato. L’amore di una madre per il suo bambino, immagine archetipica di colui che è centrato nell’altro, si manifesta come trascendenza di sé ; questa relazione aveva colpito l’immaginazione giudaica, in quanto espressione sia dell’inesauribile amore di Dio per gli uomini, sia della loro dipendenza da Lui. La realtà di una siffatta relazione si rivela solo nel silenzio. Ed è solo nel silenzio, per mezzo del silenzio, che possiamo interiorizzare ciò che va oltre la nostra comprensione e cogliere la potenza di un disegno più grande di noi: è lo strumento della trascendenza.

Cielo sulla terra

 

5 – Per occhi si intendono i raggi e le verità divine che la fede ci propone nascoste e informi nei suoi articoli.

E così è come se dicesse: Oh! volesse il cielo che come chiede il mio desiderio, tu finissi di darmi chiaramente e formatamente svelate nei tuoi articoli quelle verità che in maniera informe e oscura mi mostri nascoste negli articoli della fede!

Dà il nome di occhi a queste verità, perché vi percepisce grandemente la presenza dell’Amato, che le sembra stia sempre a guardarla.

Per questo dice:

che tengo nel mio interno disegnati.

6 – L’anima afferma di averli nel suo interno disegnati vale a dire in sé secondo l’intelletto e la volontà.

Infatti secondo l’intelletto, ella possiede queste verità infuse per fede.

Poiché la loro cognizione non è perfetta, afferma che sono disegnate: come il disegno non è una pittura perfetta, cosi la cognizione della fede non è conoscenza perfetta.

Pertanto le verità infuse della fede stanno nell’anima come in un disegno, mentre quando saranno poste in visione chiara, staranno in lei come in una pittura perfetta e rifinita, secondo quanto dice l’Apostolo: Cum autem venerit quod perfectum est, evacuabitur quod ex parte est ( 1 Cor 13,10 ), che vuol dire: Quando verrà ciò che è perfetto, cioè la chiara visione, finirà ciò che è in parte, ossia la conoscenza per mezzo della fede.

7 – Ma nell’anima di chi ama, oltre a quello della fede, vi è un altro disegno, quello dell’amore, secondo la volontà, in cui quando si è raggiunta l’unione, l’immagine dell’Amato viene riprodotta in maniera cosi viva e perfetta da poter dire con verità che l’Amato vive nell’amante e questi in quello.

È tanta la somiglianza che l’amore produce nella trasformazione delle persone amate, che si può affermare che l’uno è l’altro e ambedue sono una cosa sola.

La ragione va ricercata nel fatto che nell’unione e nella trasformazione di amore l’uno si dà in possesso e si muta nell’altro e cosi ciascuno vive nell’altro, l’uno è l’altro, e tutti e due sono una cosa sola per trasformazione di amore.

A ciò allude S. Paolo quando afferma: Vivo autem, iam non ego, vivit vero in me Christus ( Gal 2,20 ) vale a dire: Vivo io, ma non sono io; è Cristo che vive in me.

Dicendo « vivo io, ma non sono io » vuole far comprendere come, pur vivendo, la vita non era più sua, poiché era trasformato in Cristo e quindi la sua vita era più divina che umana.

Perciò afferma che non era più lui, ma Cristo che viveva in lui.

Secondo questa somiglianza di trasformazione possiamo dunque affermare che la vita di S. Paolo e quella di Cristo, per l’unione di amore, erano un’unica cosa.

8 – Ciò si compirà perfettamente nella vita divina in cielo in tutti coloro che meriteranno di vedersi in Dio: trasformati in Lui vivranno non la propria, ma la vita divina, anche se parrà il contrario, perché la vita di Dio sarà vita loro.

Allora diranno con verità: « Viviamo noi, ma non siamo noi è Dio che vive in noi ».

Anche se ciò può avvenire in questa vita come accadde a S. Paolo, tuttavia non si verifica in maniera perfetta e completa, quantunque anima pervenga a quella trasformazione di amore, quale è il matrimonio spirituale, che è lo stato più sublime che si può raggiungere in terra.

Infatti tutto ciò si può considerare un abbozzo in confronto con l’immagine perfetta della trasformazione gloriosa.

La sorte di chi in vita raggiunge questo abbozzo di trasformazione è veramente felice, perché rallegra grandemente l’Amato.

Perciò, desiderando di essere posto come un disegno nell’anima, il Signore dice alla sposa dei Cantici: Mettimi come segno sul tuo cuore, come segno sul tuo braccio ( Ct 8,6 ).

Il « cuore » è simbolo dell’anima in cui Dio qui in terra si trova come un segno di un disegno di fede; il « braccio » simboleggia la volontà forte nella quale Egli sta come un segno di un disegno dell’amore.

9 – Non voglio tralasciare di parlare almeno brevemente di ciò che avviene all’anima in questo tempo, benché sia tale da non potersi esprimere a parole.

Le sembra che la sostanza corporea e spirituale le si dissecchi per la sete dell’acqua che sgorga dalla fonte viva di Dio, sete simile a quella sofferta da David quando dice:

Come il cervo desidera la sorgente dell’acqua, così l’anima mia desidera te, Dio mio.

La mia anima è assetata di Dio, fonte viva: quando verrò e apparirò dinanzi alla faccia del Signore? ( Sal 42,2-3 ).

Essa è tanto angustiata da questa sete che, come fecero i forti di David, non si permetterebbe di irrompere in mezzo ai Filistei per riempire di acqua il suo vaso nelle cisterne di Bethlehem ( 1 Cr 11,18 ), cioè di Cristo.

Infatti sarebbe pronta a disprezzare tutte le difficoltà del mondo, le furie del demonio e le pene dell’inferno pur di immergersi in questa fonte abissale di amore.

A tale proposito si legge nel Cantico: L’amore è forte come la morte e la sua tenacia è dura come l’inferno ( Ct 8,6 ).

Non si può credere quanto siano veementi le pene ansiose che l’anima soffre quando si vede prossima a gustare quel bene che invece le viene negato.

Infatti quanto più si accorge di essere vicina e, per dire cosi, vede alla porta ciò che desidera, che invece le viene negato, tanto maggior pena e tormento prova.

A tal proposito in senso spirituale Giobbe dice: Prima di mangiare, sospiro e il ruggito dell’anima mia è come la piena delle acque ( Gb 3,24 ), a causa dell’avidità del cibo, per il quale qui si intende Dio, poiché la pena per un cibo è proporzionale all’avidità e alla conoscenza che se ne ha.

San Giovanni della Croce (Cantico Spirituale)

Dio è il mio cielo sulla terra. Vivo con Lui e, anche andando a spasso, ambedue conversia­mo senza che alcuno ci sorprenda ne possa interromperci. Se tu Lo conoscessi abbastanza, Lo ameresti! Se riuscissi a passare con Lui un’ora di orazione, potresti sapere che cosa sia il Cielo sulla terra!

S. Teresa di Los Andes

Venerdì 10 maggio Meditazione Quotidiana J.Main

Quando iniziate a meditare dovete essere motivati. Dovete avere un obiettivo che vi induca ad andare, una spinta, per così dire, a mettervi in cammino. Il conseguimento di questo stato di armonia interiore ed esteriore è il miglior incentivo; la pace è una meta nobile, unitiva. In molte scritture sacre delle tradizioni sia orientali, sia occidentali, questo fine è descritto come uno stato di beatitudine, di gloria, di salvezza o semplicemente di vita.

La sensazione è di essere pienamente, umanamente vivi; perciò, se volete una motivazione per meditare, non ve n’è una migliore di questa. Ma una volta che iniziate a meditare ogni giorno con regolarità, comincerete a capire che ben presto la meditazione funziona secondo una propria dinamica.

Vi renderete conto, inoltre, che vi accostate ad essa con sempre meno pretese e senza cercare alcun tornaconto. Meditiamo semplicemente perché non possiamo trovare una strada più sicura di questa per condurci al senso di pienezza, di unità, che non riusciamo a controllare né a possedere, e di cui possiamo godere solamente nel momento in cui lo accettiamo come dono. Nella meditazione scopriamo che la vita ci è stata data proprio per raccogliere questo dono, per essere integri, per essere uno, e in tal modo realizzare tutto il potenziale di vita, di felicità e di essere che possediamo gratuitamente. La meditazione è per lo spirito ciò che la respirazione è per il corpo.

Qualcosa di prezioso ma piccolo

Allora il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo. Cinque di esse erano stolte e cinque sagge; le stolte presero le loro lampade, ma non presero con sé l’olio; le sagge invece, insieme alle loro lampade, presero anche l’olio in piccoli vasi. Poiché lo sposo tardava, si assopirono tutte e si addormentarono. A mezzanotte si alzò un grido: «Ecco lo sposo! Andategli incontro!».  Allora tutte quelle vergini si destarono e prepararono le loro lampade. Le stolte dissero alle sagge: «Dateci un po’ del vostro olio, perché le nostre lampade si spengono». Le sagge risposero: «No, perché non venga a mancare a noi e a voi; andate piuttosto dai venditori e compratevene». Ora, mentre quelle andavano a comprare l’olio, arrivò lo sposo e le vergini che erano pronte entrarono con lui alle nozze, e la porta fu chiusa. Più tardi arrivarono anche le altre vergini e incominciarono a dire: «Signore, signore, aprici!». Ma egli rispose: «In verità io vi dico: non vi conosco». Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora. Matteo 25, 1-13

«A volte mi carico l’animo, il cuore, la testa, la vita, di sentimenti, desideri, propositi, volontà, troppo grandi, troppo pesanti.

E allora comincio a non farcela.

Comincio ad abbandonarli.

A non prenderli.

E me ne vado in giro, mi metto a vivere, con quello che ho.

Con la speranza che basti.

Ma non basta mai.

E quando arrivi tu, che sei il nome della mia vita, il mio sposo, io non sono pronta.

Sono esaurita.

Sono spenta.

Insegnami la saggezza delle vergini sagge.

La saggezza dell’olio in piccoli vasi.

La saggezza di chi sa caricarsi il cuore e l’animo, la mente, la vita.

Solo di ciò che può portare.

Qualcosa di prezioso ma piccolo.

A piccole dosi.

Insegnami la saggezza delle vergini sagge.

La saggezza di chi aspetta non contando su quello che ha ma su quello che ha messo da parte. In più.

Per essere pronta.

C’è un tempo preciso per riempire il mio cuore piccolo del tuo olio.

Sei l’unico olio che mi fa ardere tutta la notte.

C’è un tempo preciso per fare scorta di te nel mio piccolo cuore.

Quando arriverà la stanchezza.

Mi addormenterò.

Cederò.

E la stanchezza arriverà di sicuro.

E io mi addormenterò e cederò di sicuro.

C’è un tempo preciso per fare scorta di te.

E ora riposo tranquilla.

Perché so che ho tutto pronto per il tuo arrivo.

Sarà un dolce risveglio.

Il mio amore arderà.

La tua porta si chiuderà».

Don Mauro Leonardi

Giovedì 9 maggio Meditazione Quotidiana J.Main

La nostra tradizione ci insegna che, quando ci accostiamo a questa rivelazione di Dio, non dobbiamo pensare, analizzare o ragionare, ma imparare ad essere come bambini, imparare l’umiltà. Ciò avviene ripetendo la nostra parola, con semplicità e costanza. Per meditare, dunque, è necessario sedersi immobili e con la schiena dritta. All’inizio vorrete grattarvi il naso o l’orecchio, ma dovete resistere: limitatevi a sedere immobili. Poi dovete imparare a ripetere la parola.

Man mano che andate avanti, scoprirete che se da una parte potete ripetere il mantra, dall’altra tanti pensieri continuano a turbinare. Ignorateli tutti e ripetete il mantra. Ecco in che cosa consiste l’arte della meditazione: ripetere la parola nell’occhio quieto del ciclone.

Il mantra, che somiglia all’armonico risuonare di Dio nel cuore, vi porta a sperimentare un’unione immobile, a fare un’esperienza di unità – in voi stessi, come corpo e spirito, e con la creazione. Quando vi sedete a meditare, occupate il vostro posto nell’universo e la meditazione vi fa capire, per esperienza personale, che Dio ne costituisce il centro. Ecco a che cosa vi porterà, con grande dolcezza, la pratica quotidiana – la quotidianità è essenziale.

Non potete imparare a meditare leggendo libri o ascoltando discorsi sulla meditazione, ma solo meditando, ogni giorno, ogni mattina e ogni sera, senza farvi scoraggiare. All’inizio vedrete che salterete una mattina o una sera (oppure un giorno, una settimana o un mese). Ma se avete capito, seppur in modo vago, che cosa implica la pratica meditativa, vi ritornerete per imparare quanto sia fondamentale entrare in quella profondità dello spirito ogni singolo giorno della vostra vita. La meditazione riguarda la libertà, la libertà e l’espansione dello spirito. Per noi, oggi si tratta di una via sorprendente, poiché è una via di disciplina.