Giovedi 17 gennaio Meditazione Quotidiana J.Main

Quando leggo Cassiano, mi viene subito in mente la preghiera che Gesù approva a quando ci riferisce del peccatore che, in piedi in fondo al tempio, pregava con un’unica espressione:”Signore, abbi pietà di me peccatore, Signore, abbi pietà di me peccatore”. Gesù afferma che egli andò a casa “giustificato”, a differenza del fariseo che, in prima fila, pregava ad alta voce con molte parole (Lc. 18-9-14). Tutto l’insegnamento di Cassiano sulla preghiera si basa sui vangeli:

Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate (Mt. 6,7-8).

Come suggeriva, pregare non significa parlare con Dio, ma ascoltarlo o essere con Lui: sulla base di questa semplice idea della preghiera, Cassiano raccomanda, qualora si voglia pregare o ascoltare, di rimanere silenti e immobili, recitando in continuazione un breve versetto. Cassiano aveva ereditato questo metodo da quella che ai suoi tempi era un’antica e consolidata tradizione ed è tuttora universale. Mille anni dopo Cassiano, l’autore inglese della Nube della non-conoscenza (cap. 39) raccomandava la ripetizione di una piccola parola: “Dobbiamo pregare nell’altezza e nella profondità, nella lunghezza e nella larghezza del nostro spirito [diceva] non con molte parole ma con una piccola parola”.

Insegnamenti settimanali – Gregorio di Nissa

Gregorio di Nissa

La filosofia indiana include fra le altre la dottrina di ‘advaita’ o non dualità. Noi non siamo uno con la realtà ultima, ma non siamo nemmeno solo dualisticamente collegati ad essa. Come capita con tutte le idee, anche questa ha prodotto diverse versioni. Ci sono forme di ‘advaita’ forti e forme deboli. Allo stesso modo la coscienza mistica cristiana – che non è in se stessa una questione di idee ma dà origine a nuove idee, le più rare delle creazioni – presenta forme deboli e forme forti di teologia apofatica. Questa teologia non rifugge dalla inconoscibilità del mistero di Dio, anzi caldamente l’accoglie. Rispetto al metodo apofatico Gregorio di Nissa (335-395) è il più convinto di tutti. Forse per questo, e per il fatto che non fu tradotto subito in latino, egli ha avuto minore influenza sulla teologia e sulla spiritualità occidentale di quanta non ebbe  sulla sua chiesa orientale. Ma il mondo contemporaneo occidentale, stanco di divisioni religiose, trae molti benefici dall’incontro con il suo pensiero.

Cresciuto come gentiluomo di campagna in quella che è oggi la Turchia, Gregorio è uno dei tre grandi Padri della Cappadocia. Suo fratello Basilio e l’amico di Basilio, Gregorio Nazianzeno, erano rispettivamente il politico-legislatore e il poeta-teologo del gruppo. Gregorio di Nissa divenne il filosofo mistico dopo una vita di uomo sposato e un turbolento e piuttosto inefficiente episcopato. Pare che solo dopo la morte di suo fratello abbia trovato la propria strada, sentendosi chiamato a portare avanti l’eredità di Basilio nel difendere il Concilio di Costantinopoli del 381. Per la chiesa delle origini questo fu un importante momento storico  nella resistenza all’Arianesimo, la dottrina che considera la divinità di Cristo inferiore a quella del Padre. Si potrebbe pensare che questa lunga battaglia contro un’eresia moderna ancora potente (eresia significa letteralmente un ‘punto di vista scelto’) sia stata una controversia meramente accademica. In realtà riguarda la nostra reale concezione del sé e del senso del potenziale umano. Quel che Gesù è, noi siamo. Si potrebbe pensare anche che la tradizione mistica non avesse molto da dire in questa colta discussione. In realtà nessuno dimostra meglio di Gregorio, nelle opere della seconda metà della sua vita, che la coscienza mistica  illumina il mondo delle idee da quella sorgente soprannaturale che plasma i nostri pensieri migliori. La logica dell’esperienza mistica si estende al regno del pensiero e dell’azione e richiede coerenza.

Gregorio segna un distanziamento della mistica cristiana dalla sua tradizione greca. Origene, una mente assolutamente greca, manifesta una forma debole di apofatismo. Egli ama pensare che quando avremo superato il percorso ad ostacoli ascetico e vinto le nostre passioni, vedremo quello che abbiamo desiderato vedere e sapremo quello che abbiamo desiderato sapere. L’idea greca di perfezione è l’innalzarsi al di sopra del mondo mutevole e della mutevole mente e arrivare al regno della divina immobilità. Da lì, seduti su un trono di coscienza, guardiamo giù al mondo mutevole. E’ una visione che ancora influenza la nostra idea di paradiso e di beatitudine.

Per Gregorio, nel suo trattato Sulla perfezione o nella sua Vita di Mosè, l’ascetica è il mezzo per superare la ‘guerra civile dentro noi stessi’. Dobbiamo combattere il ricordo rabbioso delle ferite sofferte, come i cittadini dell’Irlanda del Nord o dell’Iraq dovranno fare ancora per lungo tempo. Il desiderio deve essere allenato e trasformato per permetterci di vivere in modo consapevole. Possiamo migliorare. Ma la perfezione non è mai il traguardo finale. ‘Il divino è per sua natura infinito, non rinchiuso entro confini.’ Quando il desiderio è purificato nella preghiera non raggiunge una soddisfazione definitiva, ma si intensifica mano a mano che progrediamo. Non possiamo mai essere soddisfatti di quello che ci viene da Dio.

Per Jean Danielou, uno dei più grandi commentatori di Gregorio, questa linea di interpretazione rappresenta un avanzamento rispetto alla posizione di Origene. La incomprensibilità di Dio, la sua irraggiungibilità genera così la mistica  del buio o ‘agnosia’ – all’apparenza l’opposto di gnosis. Ci sono due tipi di oscurità, debole e forte. La prima è espressa in ciò che Gregorio disse del fratello a proposito dell’ombra in cui gli sembrò di sentire che lui stesse: “noi lo vedemmo entrare nel buio dove c’era Dio … egli comprese ciò che era invisibile agli altri.” Questa è un’oscurità accettabile. Siamo confusi ma poi capiamo,  ciechi e poi vediamo. Ma c’è un’oscurità più profonda: “la vera visione e la vera conoscenza di quel che cerchiamo consiste precisamente nel non vedere, nella consapevolezza che il nostro obiettivo trascende ogni conoscenza …”

Perfezione è continuo progresso. L’opinione dei greci circa il cambiamento come un limite viene superata dal continuo progredire del cambiamento in qualcosa di meglio, “da gloria a gloria”. Ogni fine è un nuovo inizio. L’orizzonte si allontana costantemente man mano che ci avviciniamo. La ‘perfezione’ consiste nel non smettere mai di crescere nel bene. Se accettiamo questo, dobbiamo affrontare serie conseguenze, a condizione che desideriamo davvero vivere secondo quel che crediamo. La trascendenza e il paradosso (‘movimento e stabilità sono la stessa cosa ’) diventano valori umani. La coscienza è un universo che si espande. La paura di esser condannati ad una insoddisfazione permanente – una conclusione naturale per chiunque sia cosciente dei cicli del desiderio naturale – diventa ebbrezza di inesauribile beatitudine. Il bene non sembra più monotono e Cristo non è oggetto di idolatria, ma la Via verso il Padre.

Conoscere Dio, nell’esperienza trascendente di sapere che non possiamo conoscere Dio, ci rimanda a noi stessi in un modo nuovo. In tutta la tradizione mistica un tema fondamentale è il legame tra conoscenza di se stessi e capacità di conoscere Dio. Gregorio colloca la sua antropologia cristiana nell’asserzione biblica che noi siamo ‘icone’ di Dio. Non esiste una divisione gnostica tra il naturale e il sovrannaturale. Gregorio non è attratto dal gioco metafisico tra immagine e somiglianza, come invece sono altri maestri mistici. E’ un sollievo essere logicamente e teologicamente convinti di essere essenzialmente buoni. La mortalità è la cura del peccato originale, non una punizione; e “la grazia della risurrezione è la reintegrazione dell’essere umano al suo stato originale” di beatitudine.

Gregorio ci somministra una forte dose di ‘agnosia’. All’inizio ha un sapore sgradevole, ma quando siamo riusciti a superarlo, sentiamo il suo effetto guaritore. Paradossalmente il regno umano e il creato si confermano  come tali perché non smettiamo di essere umani anche quando siamo in unione con Dio. La speranza è basata sull’idea che ogni fine è un inizio. Il peccato è un rifiuto ad andare avanti. Il termine usato da San Paolo “epektasis” (‘proteso’, Lettera ai Filippesi 3, 13) fornisce a Gregorio una autorevolezza scritturale. Tensione ed espansione, dimenticare cosa abbiamo alle spalle,  tendere verso il passo successivo.

Tutto questo influenza radicalmente la preghiera e approfondisce ulteriormente la nozione di Origene sulla purezza. Gregorio ci aiuta a capire perché possiamo smettere di pensare a Dio, e in effetti ne abbiamo bisogno, per poter entrare pienamente nella preghiera. “Qualunque rappresentazione è un ostacolo”, egli dice. Questo potrebbe essere visto come una limitazione della preghiera, ma in effetti è un’espansione della vita. “La persona che pensa che Dio si può conoscere non ha davvero una vita, poiché è  falsamente distratto dal vero Essere verso qualcosa di concepito dalla propria immaginazione.”

Eppure Gregorio non era un monaco eremita, ma un vescovo, un pastore e un maestro. Piuttosto che sminuire la vita sacramentale, la sua teologia mistica la rende vitale. In un sermone contro coloro che  differiscono il battesimo, egli dice che il potere del cristianesimo è duplice: “rigenerazione per fede” e “partecipazione ai simboli mistici e ai riti”. Il battesimo è un’iniziazione verso una terra che porta frutti di felicità e l’Eucarestia è medicina di immortalità; essa fa una differenza fisica per coloro che la celebrano. Come si potrebbe esprimere in modo più amabile la centralità dell’esperienza contemplativa nella Chiesa o il significato della vita come liturgia mistica?

 Laurence Freeman OSB

Lettura settimanale

Quando ci esorta a non preoccuparci, Gesù non intende negare la realtà dei problemi quotidiani. Ci invita ad abbandonare l’ansietà, non la realtà. Imparare a non preoccuparsi è arduo… [Eppure] nonostante il suo problema di deficit dell’attenzione, anche la mente moderna ha una sua naturale capacità di stare ferma e trascendere le sue fissazioni. Nella profondità, scopre la propria chiarezza, là dove è in pace, libera dall’ansia. Ognuno di noi ha circa una mezza dozzina di ansietà preferite, simili a caramelle amare che succhiamo in continuazione. Saremmo spaventati se ne restassimo privi. Gesù ci sfida a superare la paura di perdere l’ansietà, la paura che abbiamo della pace stessa. La pratica della meditazione è una via per mettere in atto i suoi insegnamenti sulla preghiera; essa dimostra, attraverso l’esperienza, che in effetti la mente umana può scegliere di non preoccuparsi.

[…] Scegliere di ripetere il mantra fedelmente e il ritornare ad esso ogni volta che le distrazioni arrivano, esercita la libertà che abbiamo di “porre attenzione”. Non è una scelta simile a quando prendiamo una marca invece che un’altra dagli scaffali di un supermercato. È la scelta di impegnarsi. La via del mantra è un atto di fede, non un movimento del potere dell’ego. In ogni atto di fede, c’è una dichiarazione di amore. La fede prepara il terreno perché il seme del mantra germogli nell’amore. Non creiamo noi il miracolo della vita e della crescita, ma siamo responsabili del suo svolgersi graduale. Arrivare alla pace della mente e del cuore — al silenzio, all’immobilità e alla semplicità — richiede non la volontà tipica di un arrivista, ma l’attenzione incondizionata, la fedeltà continua di un discepolo.

Brano tratto da  Laurence Freeman OSB, “Meditation,”

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Siamo infatti diventati partecipi di Cristo, a condizione di mantenere salda sino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall’inizio» (Eb 3, 14)

 

Come vivere questa Parola?

Questo brano contiene un ammonimento che sollecita a non farsi sedurre dalla paura, che impedisce il continuare a credere. La lunga citazione del salmo invitatorio 94 fa memoria dell’infedeltà e paura di Israele che furono punite: dopo i 40 anni nel deserto, molti non entrarono nel ‘riposo di Dio’. Lo stesso Mosè non vedrà la terra promessa!

Anche oggi l’insidia per la fede viene dalla paura di perdere qualcosa ma anche di essere troppo liberi e responsabili. Fiducia in Dio è adesione al suo disegno di salvezza che ci vede attivi prolungatori di questo mistero nella storia. Questa adesione è la modalità effettiva di vivere la partecipazione a Cristo. Partecipare di lui è condividere il suo essere figlio, il suo essere re, profeta e sacerdote.

Signore, mantienici saldi nella fiducia in te. Niente ci distragga da te, ma permettici di prendere parte in modo sempre più intimo, più reale alla tua vita, alla tua santità, nella tua beatitudine che diventa fame e sete di giustizia, povertà di spirito, mitezza, pacificazione e anche persecuzione.

La voce di un sacerdote

Siamo “partecipi”, cioè siamo stati immersi nel mistero del Figlio di Dio. In Gesù, siamo figli di Dio. Questa è la “vocazione celeste”, cioè l’elezione divina che proclama Gesù Figlio di Dio, alla quale noi pure siamo chiamati per la potenza del sacrificio d’amore di Gesù che ci ha donato la sua vita facendoci così partecipi di Lui. Questo è il dono della fede che dobbiamo custodire. 

Don Giovanni Nicolini

Commento di Sr Silvia Biglietti FMA

Madeleine Delbrêl e Santa Teresina

Il secolo XX, appena trascorso, si aprì con uno slogan molto triste: «Dio è morto», aveva lasciato detto Nietzsche, credendo di annunciare la nascita di un uomo finalmente «superiore». Ma, già nei primi vent’anni, due terribili sventure (la prima guerra mondiale che provocò nove milioni di morti e un’epidemia che ne uccise altri ventidue milioni) mostravano che era l’uomo che continuava a morire, e spesso in maniera assurda.

Nel 1921 Madeleine Delbrêl ha diciassette anni, e scrive un tema di un impressionante radicalismo che inizia così: «Dio è morto. Ma, se ciò è vero, bisogna avere la lucidità di non vivere più come se Dio esistesse ancora». La ragazza è spietata: se Dio è morto, allora a dominare è la morte e bisogna prenderne atto coraggiosamente. Scrive: «Io sono stupita dalla generale mancanza di buon senso». Secondo lei, i rivoluzionari «sono interessanti, ma hanno capito male il problema», perché vogliono un mondo nuovo senza pensare che, poi, bisogna comunque abbandonarlo. Gli scienziati «sono un po’ bambini», perché sperano, con le loro ricerche e i loro ritrovati, di riuscire a debellare la morte, e invece riescono ad uccidere soltanto alcuni modi di morire: «la morte, per quanto la riguarda, sta benissimo». I pacifisti «sono simpatici, ma sono deboli nel calcolo» perché, se anche fossero riusciti ad impedire la prima guerra mondiale del 1915-1918, tutti i morti allora risparmiati sarebbero poi deceduti infallibilmente entro il 1998.

La gente perbene «manca di modestia», perché vuol migliorare la vita senza accorgersi che «più la vita è buona, più diventa duro morire». Gli innamorati «sono radicalmente illogici e restii a ragionare»: si promettono amore eterno, ma diventano «sempre più infedeli» perché, ad ogni giorno che passa, si avvicinano sempre di più all’estremo abbandono. E annota: «Io non vorrei restare vicino, da vecchia, all’uomo che dovessi amare: vedrebbe cadere i miei denti, raggrinzirsi la mia pelle, e il mio corpo mutarsi in un’otre o in un fico secco». Le mamme poi «sarebbero pronte ad inventare la felicità», pur di assicurarla ai loro figli, i quali, però, se anche non diventeranno «carne da cannone», diventeranno pur sempre «carne da morte». Perciò conclude: «Io non voglio avere bambini. È già abbastanza che segua tutti i giorni in anticipo i funerali dei miei genitori».

Per Madeleine insomma le uniche persone serie sono gli artigiani e gli artisti, che fanno cose che durano come le sedie, i quadri, le poesie… Poi ci sono quelli «che ammazzano il tempo, aspettando che il tempo ammazzi loro…». «Io sono una di queste…», conclude. Così si presenta dunque Madeleine a diciassette anni: il componimento, che abbiamo dovuto sintetizzare, è scritto magnificamente: meriterebbe una lettura integrale, tanto è ricco di annotazioni geniali, di sorrisi addolorati, di lucida disperazione. S’intuisce una sconfinata voglia di vivere e una inesauribile voglia di amare, ma in un cuore che ha imparato di non dover attendere nulla, di non aver nemmeno il diritto di dire «addio!», dato che la parola contiene già quel Nome di un morto («Dio!») che ha trascinato via tutto con sé.

«Anche le parole Dio si è portato via», dice proclamando l’ultima evidenza, come se scoppiasse a piangere. E conclude il suo tema: «Si può dire a un morente, senza mancare di tatto, “buongiorno” o “buonasera”? Allora gli si dice: arrivederci” o “addio”, … finché non si sarà imparato a dire: “a non vederci più in alcun luogo…”, “al nulla assoluto”». Che ne sarà di una ragazza così? Madeleine ha una vitalità prorompente e non pensa certo a lasciarsi andare.

Con le amiche più care, in un bel giorno di primavera, sceglie «la sua vocazione»: «restare sempre giovani, qualunque cosa accada, per quanti anni passino!…». A diciott’anni s’innamora: lui, Jean, è alto, sportivo, serio, pieno di interessi, intellettualmente e politicamente impegnato ed evidentemente dotato di una profonda vita spirituale. Fanno coppia fissa e tutti dicono che sembrano nati l’uno per l’altra… Improvvisamente il ragazzo scompare: sconvolta, Madeleine viene a sapere che Jean è entrato nel noviziato dei domenicani, ed è una separazione assoluta. Non capisce. Il suo anticlericalismo si riaccende violento, e per di più anche in famiglia la sofferenza dilaga: il papà di Madeleine — ferroviere e poeta mancato — diventa cieco e va gridando la sua angoscia perfino per le strade, per le quali si trascina disperato come un barbone. «In quel momento», confessa, «avrei dato tutto l’universo, pur di sapere che cosa ci facevo dentro!». Il problema della fede si pone, ma non perché ella sia in cerca di conforto. Scrive: «Cento mondi, ancora più disperati di quello in cui vivevo, non mi avrebbero fatto vacillare, se mi avessero proposto la fede come consolazione».

A perseguitarla è, invece, il ricordo della bella umanità di Jean e di altri amici conosciuti in quel periodo felice: «Mi era accaduto l’incontro con parecchi cristiani né più vecchi, né più stupidi, né più idealisti di me, che vivevano la mia stessa vita, discutevano quanto me, danzavano quanto me. Anzi, avevano al loro attivo alcune superiorità: lavoravano più di me, avevano una formazione scientifica e tecnica che io non avevo, convinzioni politiche che io non avevo… Parlavano di tutto, ma anche di Dio che pareva essere a loro indispensabile come l’aria. Erano a loro agio con tutti, ma – con una impertinenza che arrivava fino a scusarsene – mescolavano in tutte le discussioni, nei progetti e nei ricordi, parole, idee, messe a punto di Gesù Cristo. Cristo avrebbero potuto invitarlo a sedersi, non sarebbe sembrato più vivo…». E tra tutti quei cristiani che l’hanno costretta a pensare, un posto di rilievo l’ha certamente quel Jean che ha considerato Dio talmente reale da lasciare lei.

La ragazza diciassettenne che aveva formulato in maniera durissima e consequenziale il suo ateismo è ora una ventenne costretta a compiere un percorso inaspettato. Prima guardava il mondo convinta che tutto dimostrasse la non esistenza di Dio e, se si faceva qualche domanda, essa suonava così: «Come si conferma l’inesistenza di Dio?»; ora la domanda diventa: «Dio potrebbe forse esistere?». Ma capisce di conseguenza che, se cambia la domanda, deve cambiare anche il suo atteggiamento interiore. Ricorda allora che «in occasione di un baccano qualsiasi, era stata ricordata Teresa d’Avila che consigliava di pensare in silenzio a Dio cinque minuti ogni giorno». Ed ecco la conclusione: «Scelsi quel che mi sembrava tradurre meglio il mio cambiamento di prospettiva: decisi di pregare!». Un simile racconto di conversione tocca delle notevoli profondità pedagogiche. Madeleine non prega perché si è convertita, prega perché quello è l’unico atteggiamento possibile ed onesto, una volta accettata l’ipotesi che Dio potrebbe esistere. Il suo sì non è il risultato di una convinzione acquisita (e quindi, in qualche modo, necessitato), ma il regalo anticipato a un Dio che, se esiste, è Tutto. Il Tutto merita tutto, anche se si ha soltanto il presentimento del suo esistere. E Madeleine non prega solo cinque minuti, ma affonda nella preghiera. E lo fa in ginocchio perché vuole essere sicura di farlo realmente, anche col corpo e non soltanto con le idee. Ecco la sua conversione: si è gettata di colpo nel centro della fede; ha abbracciato impetuosamente Dio e si è lasciata abbracciare, senza nemmeno esser certa che le braccia di Lui, nel buio, fossero protese. Si è gettata e si è trovata immersa nella luce, nel fuoco.

Più tardi userà volentieri il termine: «abbagliamento», e dirà: «poi, leggendo e riflettendo, ho trovato Dio; ma pregando “ho creduto” che Dio mi trovasse, e che Egli è la verità vivente che si può amare come si ama una persona». Quasi echeggiando sant’Agostino, dialogherà con l’Altissimo, colma di stupore: «Tu vivevi e io non ne sapevo niente. Avevi fatto il mio cuore a tua misura, la mia vita per durare quanto Te e, poiché non eri presente, il mondo intero mi appariva piccolo e stupido e il destino degli uomini insulso e cattivo. Ma, quando ho saputo che vivevi, t’ho ringraziato d’avermi fatto vivere, t’ho ringraziato per la vita del mondo intero». Dopo una simile esperienza, sembra esserci una sola vocazione possibile: vivere in modo che la preghiera diventi tutta la vita. E infatti Madeleine pensa subito di entrare al Carmelo. Ma si accorge che è lo stesso Dio a tenerla legata a una situazione familiare irrisolvibile, dato che il papà sprofonda sempre più nelle sue angosce e la mamma è al limite della resistenza. Ma se il Carmelo non è possibile, allora ne segue inevitabilmente che il mondo dovrà diventare il suo Carmelo, il suo monastero.

Comincia imbevendosi degli scritti di santa Teresa e di san Giovanni della Croce, poi frequenta la sua parrocchia come una cristiana qualsiasi, e qui le viene incontro, come un dono, un prete straordinario: Padre Lorenzo, «un prete che voleva essere soltanto prete» e che «insegnava a vivere il Vangelo dappertutto» facendolo diventare «una chiamata attuale, una chiamata personale» per ogni ascoltatore. Madeleine lo definiva: «il Buon Samaritano della Parola», perché la donava come guarigione e salvezza a tutti coloro che incontrava per strada. Si faceva compagno a tutti, ma poi li educava, uno per uno, a saper «restare soli col Signore Gesù» per lasciare Dio libero di agire a suo piacimento. In quei primi anni di “vita cristiana” ella è appassionata di letteratura: pubblica saggi e libri di poesie (ottenendo anche un prestigioso premio letterario), che hanno a tema ciò che è “umilmente doloroso”, ciò che si muove a fatica nelle strade desolate della città. Ma ecco che padre Lorenzo le propone di impegnarsi nel movimento scout, quanto di più lontano ella poteva immaginare dalle sue passate preoccupazioni intellettuali e artistiche.

Deve imparare giochi, canti, esercizi fisici per guidare la sua squadriglia e dimostra una vivacità instancabile e un’intelligenza pedagogica così sicura che ben presto le affidano l’educazione delle ragazze più grandi, destinate ad essere responsabili, e la sua parola d’ordine è «gioia».

Dallo scoutismo, con una ventina di ragazze, passa poi a formare un gruppo detto «Carità», nel ricordo dell’impresa di san Vincenzo de’ Paoli che aveva dato questo nome alle comunità di donne che si prendevano cura dei malati e degli emarginati.

Ha un solo progetto chiaro: «Essere volontariamente di Dio, quanto una creatura umana può volere appartenere a colui che ama. Essere volontariamente proprietà di Dio, nella stessa maniera totale, esclusiva, definitiva, pubblica con cui lo diviene una religiosa che si consacra a Dio». In altre parole: ciò che di più profondo c’è nel sacramento del matrimonio e ciò che di più totale c’è nella vocazione religiosa, ella vuole viverlo nel mondo.

A tale scopo, la scelta della verginità è indiscutibile (e ciò rende necessario anche un orientamento contemplativo), ma ella vivrà tutto ciò senza allontanarsi dal mondo. Il suo progetto è di «far calare i consigli evangelici nella vita laica». Siamo in un tempo in cui l’accostamento di questi termini sembra ancora strano; non esistono ancora i moderni «istituti secolari» e non si immagina nemmeno la possibilità di una vita comune tra cristiani laici. Madeleine sceglie perciò un lavoro che la possa tenere a stretto contatto con i poveri, assoggettandosi agli studi necessari per divenire assistente sociale. Nel 1930 ciò significa essere destinate ai bassifondi delle città dove si ammassano poveri e operai, il vero proletariato, soggetto a sfruttamento, che pone nel marxismo le proprie speranze di riscatto. Così una decina di ragazze – senza voti religiosi, senza abito particolare e senza difese istituzionali – decidono di partire per la periferia di Parigi con l’intento di vivere assieme, lavorando in mezzo alla gente più povera, mettendo tutto in comune, senza avere alcuna proprietà (né personalmente né assieme). Formano una comunità «casta, povera e obbediente» che ha come unica regola l’approfondimento comunitario del Vangelo, e come unica struttura stabile il riferimento ad una responsabile. Secondo Madeleine, il gruppo deve essere così semplice e umile, nel normale tessuto della Chiesa, che quasi non bisognerebbe nemmeno vederlo.

Con un paragone dolcissimo, scrive: «Il mio sogno è che il nostro gruppo sia nella Chiesa come il filo di un vestito. Il filo tiene assieme i pezzi e nessuno lo vede, se non il sarto che ce l’ha messo. Se il filo si vede, allora il vestito è riuscito male». Prima che si riesca a realizzare l’impresa, il gruppetto si assottiglia molto: di dieci ragazze, ne restano tre. A Ivry (una cittadina vicino Parigi) offrono loro un «Centro di azione sociale» e le tre coraggiose fissano la loro partenza per il 15 ottobre 1933. La festa di santa Teresa d’Avila è stata scelta appositamente, perché è un monastero «nuovo» quello che vanno a fondare: è una vita contemplativa «nuova» quella che le attende. Partono con poche suppellettili e una statua della Madonna tra le braccia. Certi resoconti sulla situazione a Ivry, risalenti a quegli anni, ci fanno capire bene a cosa vanno incontro. Gli operai lavorano circa dodici ore al giorno, privi di ogni sicurezza sociale e sanitaria, oltreché di ogni previdenza; sono mal pagati, ammassati in alloggi fatiscenti. Le donne sono costrette anch’esse ad andare in fabbrica perché la famiglia possa sopravvivere. La salute è un lusso. Negli anni ’40, nel quartiere più industrializzato della città, su quindicimila abitanti, se ne conteranno ancora 2000 ammalati di tubercolosi. L’alcoolismo diffuso è assieme una piaga e un rifugio. La Chiesa serve solo agli anziani; gli altri la frequentano soltanto per battesimi, matrimoni e funerali.

Di fatto Ivry è diventata “la capitale politica del Partito Comunista Francese”, sede del segretario generale del partito. Sugli edifici pubblici non c’è il tricolore, ma la bandiera rossa. I muri sono tappezzati di manifesti che invitano a film sovietici, conferenze ideologiche, battesimi civili, pasque rosse, e simili. L’amministrazione comunale – in fatto di alloggi e impieghi – privilegia gli iscritti al partito. Ci si saluta col pugno alzato, e i preti non si meravigliano troppo se per strada i monelli li prendono a sassate. Perfino i ragazzi nel gioco o nelle sassaiole – per marcare con chiarezza il solito antagonismo di squadra – attribuiscono agli avversari il nome di «preti», mentre tutti vorrebbero appartenere alla squadra dei «compagni». Madeleine è talmente estranea a un tale ambiente da ignorare perfino il significato della bandiera rossa. L’unica cosa che sa è che ha, davanti a sé, persone «non credenti e povere». Ciò che le tre ragazze desiderano – nella loro estrema e volontaria povertà – è «vivere gomito a gomito» con la gente, senza dissociarsi in nulla, se non nell’amore e nella fede. Rinunciano alla loro divisa da scout, quando s’accorgono che infastidisce e allontana gli altri, e poi fanno ciò che sanno fare.

Madeleine è assistente sociale (o meglio: sta ancora studiando per diventarlo), una delle due compagne è infermiera, l’altra è maestra d’asilo. Cominciano a partecipare alle attività parrocchiali, ma s’accorgono che questo le emargina. Perciò vanno in mezzo alla gente, sfidando le ostilità. Fanno quello che possono, ma con fantasia tutta femminile. Un giorno che una famiglia povera le ha restituito in malo modo il pacco-dono (di scarso valore, del resto), Madeleine, per farsi perdonare, si presenta con un mazzo di rose e lo mette in braccio a una povera donna che non ne ha mai ricevute in vita sua… E il capo famiglia, arrabbiato militante comunista, le dice commosso: «Se la carità è questa, allora voglio proprio parlare di carità…”. Ed ecco che padre Lorenzo viene fortunatamente nominato parroco a Ivry e i cristiani, prima asserragliati in difesa, si mobilitano.

La questione dei rapporti tra cattolici e comunisti non è teorizzata o discussa da Madeleine, ma risolta di schianto in base a un semplicissimo principio: «Dio non ha mai detto: Amerai il prossimo tuo come te stesso, eccetto i comunisti», perciò c’è solo da accogliere l’evidenza: i comunisti sono di fatto «il suo prossimo» più immediato. Perciò non li evita, come raccomandano i benpensanti, ed è pronta a riconoscere quel che c’è di buono – come aspirazione alla giustizia e dedizione reciproca – in quei rudi militanti della prima ora. E perfino pronta a un dialogo con loro quando si tratta di assistere i disoccupati. Si ferma soltanto quando si scontra col problema della violenza. I comunisti le spiegano che ci sono violenze così terribili e solidificate che non possono essere estirpate se non passando attraverso una violenza di segno contrario. Il Vangelo invece le dice di amare ogni uomo e tutti gli uomini senza alcuna eccezione. Madeleine legge e rilegge il Vangelo, e la contraddizione le appare sempre più evidente e irrisolvibile, ma è solo il primo colpo assestato alla sua istintiva generosità e voglia di giustizia. L’altro colpo è ancora più grave: i testi-guida del partito – che ella legge attentamente – insegnano che l’ateismo è essenziale alla lotta operaia, e che inculcarlo nelle anime dei giovani è lo scopo primario dell’educazione. «In quel tempo», racconta, «sussultai di paura per Dio, mio bene».

E fu così che tra lei e il marxismo si scavò «un abisso incolmabile»: con il marxismo, non con i marxisti. La tentazione di cedere anche all’ideologia era stata però fortissima, perché le si era presentata ammantata d’amore per gli uomini. Ma il suo cuore, votato in profondità all’amore per Dio, aveva subito intuito l’inganno e aveva reagito. Con questi travagli, l’identità del gruppo si precisa. Nel 1938 Madeleine scrive un testo programmatico che resterà celebre (e che ella pubblica significativamente sulla rivista «Etudes Carmélitaines»). È intitolato: «Noi, gente della strada» e proclama che ci sono cristiani per i quali «la strada» – cioè: il pezzo di mondo in cui Dio, di volta in volta, li manda – «è il luogo della santità», come lo è il monastero per le persone consacrate. E’ la vocazione specifica della «gente qualunque», in un «luogo qualunque», che svolge «un lavoro qualunque», assieme ad altri «uomini qualunque» e che, tuttavia, «si tuffa in Dio» con lo stesso movimento con cui «si immerge nel mondo». Ma dove trovare il silenzio che le claustrali custodiscono nei loro monasteri? Madeleine spiega che nel mondo non è certo difficile trovare «ammassi umani dove l’odio, la cupidigia, l’alcool segnano il peccato», ma proprio qui diventa possibile esperimentare «un silenzio di deserto nel quale il nostro cuore si raccoglie con facilità estrema». E dove trovare la solitudine? Risponde: «La nostra solitudine non è essere soli… La nostra solitudine è incontrare Dio dovunque». Insomma, a Madeleine Gesù non dice soltanto: «Seguimi!», ma: «Seguimi in strada!», e le chiede di camminare con Lui, a fianco di tutti i poveri della terra, soprattutto di quelli che non sanno più dove portino i sentieri dell’esistenza. Se, dunque, il monastero è per lei semplicemente il mondo – senza distinzione tra spazi sacri e profani -, nemmeno la preghiera deve più distinguersi dall’azione, non perché si dimentichino i tempi dell’orazione, ma perché anche l’azione diventi preghiera.

A chi le obietta, secondo una mentalità assai diffusa, che non è possibile essere tutti di Dio quando si è chiamati a vivere da laici, in mezzo al mondo, Madeleine ribatte: «Non è concepibile che un Dio onnipotente, mentre vuole essere amato, dia ai suoi figli una vita nella quale non possano amarLo». Ritrovando i più begli insegnamenti di santa Teresa di Lisieux, ma compresi da laica, scrive: «Ogni piccola azione è un avvenimento immenso in cui ci è dato il paradiso e in cui possiamo dare il paradiso. Parlare o tacere, rammendare o fare una conferenza, curare un malato o battere a macchina. Tutto questo non è che la scorza di una realtà splendida: l’incontro dell’anima con Dio, incontro ogni minuto rinnovato, ogni minuto che diventa, nella grazia, sempre più bello per il proprio Dio. Suonano? Presto, andiamo ad aprire: è Dio che viene ad amarci. Una informazione?… Eccola: è Dio che viene ad amarci. È l’ora di mettersi a tavola? Andiamoci: è Dio che viene ad amarci. Lasciamolo fare». Anche Madeleine era affascinata dalla vocazione missionaria. Ma alla tradizionale descrizione del missionario vestito di bianco che sbarca su rive lontane e contempla la lunga distesa delle «terre non ancora battezzate», ella sostituisce un’altra immagine: “Il missionario, in abito o giacca o in impermeabile, dall’alto di una scalinata del metrò, vede di gradino in gradino, nell’ora di punta, una distesa di teste, distesa che freme aspettando l’apertura dei cancelli: una distesa di baschi, berretti, cappelli, copricapo di tutti i colori.

Centinaia di teste, centinaia di anime. E noi lì in alto. E, più in alto, dappertutto, Dio…». E quando diceva che si poteva pregare ed essere missionari anche accalcati nel metrò, intendeva questo: «Signore, i miei occhi, le mie mani, la mia bocca sono tuoi. / Questa donna così triste davanti a me: ecco la mia bocca perché tu le sorrida. / Questo bambino quasi grigio, tanto è pallido: ecco i miei occhi perché tu lo guardi. / Quest’uomo così stanco: ecco tutto il mio corpo perché tu gli lasci il mio posto, ed ecco la mia bocca perché tu gli dica dolcemente: “Sedetevi”. / Questo ragazzo così fatuo, così sciocco, così duro, ecco il mio cuore perché tu lo ami, più di quanto non lo sia mai stato…». E, citando san Giovanni della Croce, spiegava: «Si semina Dio all’interno del mondo, sicuri che germoglierà da qualche parte, perché: “Dove non c’è amore, mettete amore e raccoglierete amore ».

E venne il tempo della lotta, quando la Francia dovette reagire all’aggressione nazista e subire poi la sconfitta e l’occupazione…: la nazione sembrava distrutta e le città sembravano sfaldarsi. Perfino le più naturali appartenenze, sociali e familiari, sembravano essersi dissolte. Già nel corso della guerra, Madeleine diventa, a Ivry, un punto naturale di aggregazione nella lotta contro la miseria e il disfacimento, tanto che la città si tramuta in un geniale laboratorio di ricostruzione (soprattutto a favore delle famiglie) al quale si guarda da tutta la Francia. Perfino il «Soccorso Nazionale» guarda alla Delbrêl e alla sua équipe, e le chiede di preparare personale ausiliario per le assistenti sociali. Ella accetta, ma chiede di educare le giovani “sul campo”, cioè mettendole al lavoro. Si tratta di una “Veglia d’Armi” – così intitola un testo destinato alla loro formazione – in cui spiega che si tratta di imparare ad avvicinare «gente che è stata scorticata viva» e che perciò soffre solo a sfiorarla; gente che dev’essere incontrata «con dolcezza». Ma che cos’è la dolcezza? Spiega: «È ciò che riesce a toccare senza ferire», e vuole che le sue assistenti siano «esseri dolci che passano senza scalfire». Quando manda le sue giovani a «visitare le famiglie», le avverte che queste non hanno bisogno di essere visitate «come si ispeziona una valigia alla dogana»: bisogna andare a loro come genitori che visitano i figli, e fratelli che visitano i fratelli. È un lavoro stressante che esige coraggio a ritmo continuo (di coraggio «se ne consuma in un’ora quanto in altri tempi ne bastava per un anno») e che dura ininterrottamente fino alla Liberazione, che per altro non impedisce l’ultima atrocità: il bombardamento di Ivry accade dopo che le truppe tedesche sono già partite.

Quando i comunisti tornano al potere, Madeleine spiega loro che è disposta a lavorare ancora, ma che il suo programma non cambierà, anche perché esso è assolutamente semplice e completo: «Quel che mi propongo è la diminuzione delle sofferenze e un accrescimento di felicità». Dopo due anni, lascia tuttavia il servizio sociale in municipio, sorprendendo tutti. Si è accorta che la sua piccola comunità risente della sua eccessiva attività. Ella conosce bene le urgenze sociali che premono da ogni lato e sente salire, da ogni parte, l’invocazione dei poveri… Ma la comunità – quella comunità ormai composta di una decina di donne che guardano a lei come a una guida e a una madre – è per lei «un sacramento della Presenza di Gesù». Il mondo non deve guardare a lei e alla sua personale bravura, ma alla piccola comunità di Cristo. Riconsegnandosi alla sua comunità, Madeleine vuole garantirsi di obbedire al Signore Gesù e non ai propri successi. La comunità vive in rue Raspail ed è «un enigma scientifico», come dice un’amica di passaggio. L’unica regola e l’unico ideale è la carità fraterna, come segno dell’amore di ciascuna a Cristo: ognuna poi lavora nel quartiere accanto ai più poveri, e la casa è un porto di mare perché la porta è sempre aperta ad ogni incontro, ad ogni dialogo, disponibile per ogni sostegno. E c’è perfino chi si aggiusta per riuscire a vivere nei dintorni di quella casa straordinaria: nel giardino, ad esempio, o nell’appartamentino vicino, o in una mansarda.

Così la comunità si allarga a una congrega variopinta di «amici» e di «fratelli» che chiedono e danno solidarietà nei campi più disparati. Madeleine considera quella casa come una persona viva. La chiama «il signor Raspail» (dal nome della via) e la descrive così: «Il signor Raspail è un personaggio assai difficile da presentare… è un uomo di mezza età, né bene né male, piuttosto simpatico, piuttosto malvestito, dall’aria soddisfatta della sua sorte. Le persone lo giudicano rivoluzionario, i pettegoli pensano che sia un ex seminarista, i maldicenti suppongono che abbia costumi equivoci… Tanta gente va da lui e cerca la sua compagnia…». In tale strana compagnia, il compito proprio di Madeleine sembra quello di far sentire a ciascuno/a d’essere preferito/a: ella, infatti, sembra possedere una inesauribile tenerezza per tutti. «Madeleine è il solo essere al mondo che mi abbia amato in speranza», spiegava un ragazzo disadattato dopo averla incontrata, e illustrava così la sua splendida formula: «Lei ha indovinato il mio vero io, sfigurato per tutti, sconosciuto perfino a me stesso, un io che io stesso odiavo perché mi sentivo incatenato… Grazie a lei io sono esistito, prima di esistere nella mia coscienza, quando ancora tutti gli altri mi ignoravano…». Non c’è nulla che Madeleine trascuri: può inventare un regalo, o una canzone o una scenetta comica, se ciò serve agli amici. Può immergersi nella preghiera, scrivere un articolo o una poesia, o dare una conferenza, o battersi per i diritti di qualche perseguitato politico: il tutto con la stessa foga e la stessa lucida intelligenza; il tutto con l’evidente «gioia di credere». Intanto la Francia ha un doloroso sussulto: scopre di essere diventata «una terra di missione» e il cardinale di Parigi pensa di affrontare il problema della scristianizzazione delle masse operaie come lo si affronta nei paesi di missione.

Così a Lisieux viene aperto un seminario particolare – posto sotto la protezione di santa Teresa – che dovrà preparare un nuovo tipo di prete, capace di andare là dove la fede sembra non solo scomparsa, ma divenuta impossibile: nelle periferie più abbandonate, nei quartieri operai, nelle fabbriche. Madeleine esulta perché sembra che la sua originaria intuizione stia quasi per diventare un progetto che la Chiesa assume in proprio. La nuova esperienza si dilata, cresce vertiginosamente e dà origine al fenomeno dei preti che tentano di portare il Vangelo nelle fabbriche, facendosi essi stessi operai, condividendo le pene, le fatiche, le lotte dei lavoratori.

Ma non è facile farlo senza schierarsi, senza condividere le lotte sociali e politiche, senza aderire al partito che rappresenta i lavoratori, senza cedere prima o poi all’ideologia marxista che impera, senza accettare la logica dello scontro e della violenza… Madeleine vede molti preti – ministri di quel Cristo che ella ama con tutta se stessa – cedere alla tentazione che ella ben conosce per averla già subita: quella di mettere a rischio la loro stessa vocazione, lasciandosi trascinare dagli «ingranaggi accecanti» della lotta di classe. Roma interviene e, con pronunciamenti successivi, sconfessa l’esperienza dei preti-operai, così come veniva allora condotta. Madeleine soffre fino in fondo all’anima: da un lato vorrebbe che quello sforzo generoso di preti generosi – che ella conosce personalmente ed ammira – venisse compreso e valorizzato, e non accetta i giudizi superficiali dei troppi benpensanti; dall’altro comprende ancor più le preoccupazioni della Chiesa che vede ideologizzato e reso di parte il suo ministero sacerdotale, e teme ormai per la fede dei suoi preti. Per conto suo ella ha maturato una convinzione: a quella esperienza straordinaria è mancato il sostegno della preghiera di tutti i cristiani. L’errore è stato di esporre così i preti, nella trincea più avanzata, senza che tutti i cristiani si stringessero assieme in una preghiera corale e intensissima per sostenerli.

E un altro problema ancora ella vede: troppo scarso è l’amore alla Chiesa. Troppo poco gli uomini capiscono che «la Chiesa li ama» – anche la Chiesa considerata nei suoi aspetti istituzionali e gerarchici – e troppo poco questa Chiesa si preoccupa di far capire il suo amore per gli uomini. Nel 1952, sorprendendo tutti, Madeleine decide un viaggio lampo a Roma che per lei è «una specie di sacramento di Cristo-Chiesa». E’ un vero pellegrinaggio, volutamente faticoso, che ella intraprende perché «certe grazie non si chiedono né si ottengono, per la Chiesa, se non a Roma». Due giorni e due notti in treno, tra andata e ritorno, per fermarsi nella città eterna dodici ore soltanto: le passa quasi tutte a san Pietro, pregando «a perdita di cuore». Racconterà poi: «Mi è apparso fino a che punto occorrerebbe che la Chiesa gerarchica fosse riconosciuta da tutti gli uomini come colei che li ama. Pietro: una pietra alla quale è chiesto di amare. Ho compreso quanto amore bisognerebbe far passare nei segni della Chiesa». Quando torna a Ivry viene a sapere che un amico prete, residente a Roma, venuto a conoscenza del suo viaggio, le aveva addirittura ottenuto una udienza dal papa, ma poi non era riuscito a contattarla e il papa aveva atteso invano. L’attaccamento di Madeleine alla Chiesa è indistruttibile. Ella ne parla sempre come del «Cristo-di-ora». Nel corpo della Chiesa si deve essere soltanto «cellule viventi e amanti».

«Quando si hanno ragioni per non capire», scrive, «bisogna pregare due volte, riflettere due volte, scusare due volte quel che non si capisce. Dove la nostra carità è messa in tentazione, bisogna volere due volte la carità». L’anno successivo, la tempesta si aggrava ancora; ella torna a Roma e questa volta può parlare al papa per qualche minuto. Nella breve risposta, il papa le ripete per tre volte la parola: «Apostolato». e Madeleine se ne torna via molto colpita da quella strana parola. In Francia la parola d’ordine è «missione», nessuno usa più il termine «apostolato», e Madeleine intuisce che c’è qualcosa di profetico nell’insistenza del pontefice. Si accorge che nel progetto di «missione», a cui anch’ella si è appassionata, c’è in primo piano l’annuncio della Buona Novella e la preoccupazione della salvezza degli uomini, ma che ne è della preoccupazione «per la gloria di Dio»? Che ne è della preoccupazione perché Dio sia adorato e amato, perché Dio «cessi di essere morto» per i marxisti? Capisce così che una vera missione, condotta alla maniera degli apostoli, dovrà muoversi su due direttive: risvegliare in sé e nei credenti il senso dell’adorazione di Dio che vuole essere conosciuto e amato come una persona viva, e poi testimoniare questo attaccamento a Lui, occupandosi della salvezza del prossimo. In fondo si tratta ancora dell’essenziale unità dei due più grandi comandamenti e delle necessarie priorità nell’amore. Per Madeleine è come scoprire in sé lo stesso amore di prima ai fratelli più poveri e a quelli che lottano – e agli stessi marxisti – ma rigenerato da una nuova maternità ecclesiale. In un suo celebre testo intitolato: «Città marxista, terra di missione», arriva a scrivere: «Se ti amo, comunista, non è malgrado la Chiesa, è grazie a lei e in lei!». Intanto il suo gruppo, la sua piccola comunità, è alla ricerca di una identità: tutti cominciano a chiedersi quale sia il «posto» che essa occupa nella Chiesa. C’è chi vorrebbe che Madeleine aggregasse la sua comunità a qualche ordine religioso già esistente o a qualche organizzazione ecclesiale. Come si può lasciare una comunità di vergini, protese all’amore di Cristo e al servizio ecclesiale, senza nessuna regola e nessuna salvaguardia giuridica? Per fortuna, a Roma, un monsignore francese che ha una qualche influenza protegge la comunità con la sua amicizia e la sua guida. Si chiama mons. Veuillot. In seguito diventerà Cardinale Segretario di Stato di Paolo VI.

Nel 1956 costui pone a Madeleine la domanda decisiva: che cosa pensa «lei stessa, per lei stessa?». Di getto Madeleine scrive un testo in cui le frasi si susseguono tutte ritmate da un appassionato: «Avrei voluto…». «Avrei voluto unicamente, appartenere interamente ed esclusivamente a Gesù, Nostro Signore e nostro Dio; avrei voluto provare a vivere il suo Vangelo, essere completamente disponibile alla sua volontà, nel più intimo della Chiesa e per la salvezza dell’uomo… Avrei voluto che ciò bastasse a spiegare tutto». Senza saperlo, però, Madeleine non sta soltanto offrendo alla Chiesa un fedele in più che prende sul serio la vocazione alla santità: sta descrivendo un «nuovo tipo di cristiano» tutto appartenente a Gesù e tutto innestato nel mondo. Oggi, perfino i Dizionari di Teologia già citano tale nuova «tipologia» offerta da Madeleine e sintetizzano il suo insegnamento in questo testo: «Quando teniamo il Vangelo tra le mani, dobbiamo pensare che lì abiti il Verbo che vuole farsi carne in noi, impadronirsi di noi, perché con il Suo cuore innestato nel nostro cuore e con il Suo Spirito comunicante col nostro spirito, noi diamo nuovo inizio alla Sua vita in un altro luogo, in un altro tempo, in un’altra società». E fu vivendo in prima persona questo ideale che ella divenne una maestra di preghiera: di una preghiera che poteva essere fatta dovunque e che poteva accompagnare il credente in ogni attimo della giornata Hans Urs von Balthasar – uno tra i più grandi teologi del nostro tempo – diceva che la personalità e gli scritti della Delbrêl manifestano qualità contrastanti e paradossali: da un lato una profonda serietà e dall’altro uno humour sorridente; da un lato un infantile «sapersi di Dio» e dall’altro uno forte realismo nelle analisi sociali e psicologiche; da un lato l’appartenenza ecclesiale vissuta fin nel midollo delle ossa e dall’altro un’assoluta libertà dai consueti clichés ecclesiastici. Ma spiegava che ella riusciva a tener uniti questi aspetti contrastanti in forza della qualità straordinaria della sua preghiera. Quando qualcuno domandava un colloquio a Madeleine, l’incontro cominciava sempre con qualche minuto di silenzio, il tempo che le occorreva per accendersi accuratamente una sigaretta. Solo i più intimi sapevano che quello era il tempo che ella si concedeva per pregare per la persona che aveva di fronte, prima di cominciare il dialogo. E se l’episodio fa sorridere, esso appartiene – dal vivo – allo stesso mondo che Madeleine ha descritto in un libretto di massime da lei attribuite ad Alcide, piccolo monaco che scopre ogni giorno l’incredibile saggezza che si acquista quando si vive in familiarità con Dio. «Per chi cerca Dio come lo cercava Mosè», spiega Alcide, «anche una scala può trasformarsi in Monte Sinai».

E il fatto di poter trovare Dio sempre, anche fumando una sigaretta, dipendeva dalla certezza che il piccolo monaco esprimeva così: «Se credi davvero che il Signore vive con te, dovunque hai un posto per vivere, hai un posto per pregare». L’importante era saper vincere l’errore più strano che noi commettiamo, quello che lo stesso Alcide indicava con la invocazione-domanda: «Mio Dio, se tu sei dappertutto, come mai io sono così spesso altrove?». Madeleine non voleva «essere altrove», nemmeno quando fumava una sigaretta. Negli ultimi anni di vita, ella ebbe la gioia di intravedere i tempi nuovi, anche se la questione dei «preti operai» – che si concludeva in quegli anni con la definitiva interdizione dell’esperienza – la faceva nuovamente soffrire. Dapprima la rallegrò l’avvento di papa Giovanni XXIII, così caritatevole e semplice che la faceva sentire – disse – «come una analfabeta del Vangelo». Poi la riempì d’entusiasmo la celebrazione del Concilio Vaticano II, riflettendo sul quale trova una delle sue espressioni più belle: «Il cristiano è “in stato di Chiesa” come è “in stato di grazia”».

Aveva solo sessant’anni e già si sentiva stanca, ma continuava a provare un’estrema ripugnanza al pensiero della morte. Diceva, sentendosi un po’ in colpa: «Probabilmente sono stata battezzata a metà…», ma si consolava al pensiero che «anche Gesù provava una specie di indignazione ogni volta che si trovava davanti alla morte». Ma la sua capacità di immedesimazione amorosa negli altri era intatta. Una foto del luglio 1964 (tre mesi prima della morte) la mostra accoccolata a terra di fronte a una bambinetta, e tra loro c’è una trottola che gira. Il 13 ottobre 1964, a Roma – per la prima volta nella storia della Chiesa – un laico prendeva la parola nell’aula conciliare, per parlare a tutti i Vescovi del mondo sul tema dell’Apostolato dei laici… In quello stesso pomeriggio, a Ivry, Madeleine si accasciava sul suo tavolo da lavoro: se ne era andata senza disturbare nessuno… Nel suo messale, le compagne trovarono alcune parole risalenti a dieci anni prima, e da lei scritte per commemorare il trentesimo anniversario della propria “conversione”.

Per segnare il proprio radicale abbandono a Dio, maturato in quegli anni, aveva scritto: “Io voglio ciò che tu vuoi/senza chiedermi se lo posso/senza chiedermi se lo desidero/senza chiedermi se lo voglio”. Il programma che lasciava alle sue figlie e a innumerevoli amici – per giungere a tanta assolutezza – poteva essere espresso con una frase soltanto: “Leggere il vangelo – tenuto dalle mani della Chiesa – come si mangia il pane”.

Padre Antonio Maria Sicari, Il sesto libro dei ritratti di santi, Jaca Book, Milano, 2000, pp. 127-145.

L’umiltà di Dio

Io credo di poter dire: Dio è umile. Quando io prego, mi rivolgo a uno più umile di me. Quando io confesso il mio peccato, è a uno più umile di me che chiedo perdono. Se Dio non fosse umile, io esiterei a dirlo infinitamente amante. Questo aspetto del mistero è quello che mi persuade della verità della rivelazione.

François Varillon L’umiltà di Dio  

Mercoledì 16 gennaio Meditazione Quotidiana J.Main

Non dimenticare la purezza del cuore implicita nella recita del mantra. La fedeltà al mantra dall’inizio alla fine di ogni meditazione ci conduce a tale semplicità e innocenza poiché ci permette di abbandonare l’ego. La fiducia di proclamare Cristo, discernimento necessario per capire come dovremmo farlo al giorno d’oggi, e il coraggio di rendergli testimonianza a partire dalla esperienza che abbiamo fatto di Lui derivano dalla nostra fedeltà alla meditazione quotidiana e al mantra.

Non vi è nulla che risplende maggiormente nel nostro cuore della gloria di Cristo, che non è trionfalistica, ma trionfa sui cuori induriti dalle ferite della vita. La povertà, la purezza, la semplicità sono armi inusuali per menti abituate a immagini e a valori incentrati sulla violenza. Ma la nostra sopravvivenza, spirituale e anche fisica, dipende da una rinnovata consapevolezza del potere salvifico di queste qualità umane. Questa è la via del mantra.

Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù. E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo (2 Cor. 4,5-6).