Mercoledì 11 dicembre Meditazione Quotidiana J.Main osb

Una delle debolezze che abbiamo è che cerchiamo sempre di trovare una sistemazione stabile. Una delle sfide da affrontare nella vita cristiana è che dobbiamo imparare a essere pellegrini, a essere in cammino.  Cerchiamo sempre di accumulare cose, sia beni materiali, sia conoscenze, ma dobbiamo imparare a percorrere la via della spogliazione. Gesù descrive la via della salvezza come una strada stretta e pochi la trovano, proprio perché è relativamente poco battuta.
    Al pellegrino vengono richieste sostanzialmente due cose. Non deve cadere alla tentazione di fermarsi lungo la strada: “ho camminato abbastanza. Sono stanco e l’impresa sta diventando troppo ardua”; il pellegrino deve mettere da parte tutte queste emozioni. Forse la tentazione più insidiosa per il pellegrino consiste nel dirsi: ” Ho raggiunto una certa stabilità ed è un posto pieno di pace. Devo riposarmi qui per un po’. Se proseguiamo, scopriamo che la nostra dedizione al pellegrinaggio diventa qualcosa di assoluto e ciò accade per un motivo semplice: perché il viaggio, il pellegrinaggio, deriva dalla nostra devozione e a qualcuno che è infinitamente più grande di noi. Scopriamo che siamo chiamati a questo viaggio non solo per arrivare in qualche posto, non solo per avere una esperienza qualsiasi: la nostra è una chiamata all’unione con Dio, a partecipare della sua unità.
    La chiamata, la visione che Gesù annunciava, è una chiamata alla comunione assoluta e, da pellegrini, dobbiamo sempre tenere presente questa meta ultima, questo destino finale che ciascuno di noi ha chiaramente scritto nel proprio cuore. Nessuno di noi sa che cosa dovrà sopportare, quali pericoli dovrà affrontare. Sappiamo – e lo apprendiamo con sempre maggiore chiarezza – che la forza da superare tali prove ci viene data, e ci sarà data, e ci verrà data dalla sorgente della forza che ciascuno di noi è invitato a scoprire nel proprio cuore, la sorgente della forza che è Dio, che è amore.

La chiesa disse a Maria

È mezzogiorno. Vedo la chiesa aperta. Bisogna entrare.
Madre di Gesù Cristo, io non vengo a pregare.
Non ho nulla da offrire e niente da chiedere.
Vengo solamente, o Mamma, a guardarti.
Guardarti, piangere di felicità, sapere
che sono tuo figlio e che tu sei là.
Non dire nulla, guardare il tuo viso
e lasciar cantare il cuore col suo linguaggio.
Perché tu sei bella, perché tu sei immacolata,
la creatura come uscita da Dio
al mattino del suo splendore originale
perché tu sei la madre di Gesù Cristo,
che è la verità nelle tue braccia.

Paul Claudel

***

La chiesa disse a Maria:

Vieni, e andremo insieme

a pregare il Figlio del Signore

per i peccati del mondo.

Tu pregalo perché lo hai allattato,

e io lo pregherò perché

ha mescolato il suo sangue alle mie nozze.

Tu pregalo come Madre,

ed io come sposa;

egli ascolterà sua Madre

e risponderà alla sua Sposa.

Liturgia Caldea

I corvi

Svolazzando fra le case in cerca di cibo, un corvo trovò un bel pezzo di carne nel bidone della spazzatura di un ristorante. Lo afferrò con il becco e poi si alzò in volo con l’intenzione di cercare un angolo tranquillo per fare il suo pasto.

Con un frenetico gracchiare decine di corvi, intenzionati a portargli via la preda, gli piombarono addosso colpendolo con i becchi e le zampe.

Ne nacque un furibondo parapiglia volante. Ma il corvo non vi partecipò. Aprì il becco e abbandonò il pezzo di carne alla voracità dei suoi compagni.

Poi si alzò in volo e disse: “Ora finalmente il cielo è tutto mio”.

Santa Maria Maravillas di Gesù

«Verso sera, nell’orazione, senza che vi fosse nulla di speciale, ho provato una pace e una quiete grandissime. Stavo molto unita al Signore e l’ora è passata prestissimo. Non ho meditato nulla in particolare, soltanto sono stata lì con Lui è ho sentito l’anima colma di un amore intenso, ma silenzioso e pieno di pace» (S. Maria Maravillas di Gesù, dalla Lettera a P. Alfonso Tones, 3 agosto 1831).

Maria Maravillas di Pidal y Chico de Guzman nacque a Madrid il 4 novembre 1891 da una famiglia profondamente cristiana. I suoi genitori Cristina Chico de Guzman e Luis Pidal y Mon, che in quel periodo vivevano a Roma in quanto il padre era ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede, erano tornati a Madrid per la nascita della loro quarta figlia. La bimba fu battezzata il 12 novembre e i suoi padrini furono i nonni materni. La profonda fede e religiosità dei genitori, il loro amore alla Chiesa e al Papa, la rettitudine di vita costituirono il clima privilegiato dei primi anni di Maria Maravillas, che trovò anche nella nonna materna, presso la quale trascorse lunghi periodi e che amò teneramente, una preziosa testimonianza di vita cristiana. All’età di appena cinque anni decise di consacrare a Dio la sua verginità. Nella sua innocenza infantile credeva che un voto non potesse valere se non fatto davanti a testimoni; chiamò perciò in gran segreto una domestica della casa e presso un piccolo altare fatto da lei stessa, giurò di non voler mai altro sposo che Gesù.

Crescendo curò la propria formazione culturale senza tralasciare le opere di carità, rivolte soprattutto ai poveri ed agli emarginati. Ma fu attraverso la lettura degli scritti di Teresa d’Avila e di Giovanni della Croce che maturò la decisione di consacrarsi al Signore entrando il 12 ottobre 1919 nel monastero carmelitano di El Escorial a Madrid dove il 7 maggio 1921 pronunciò i voti temporanei. Nei primi anni della sua vita religiosa, vide realizzato il suo ardente desiderio di una vita umile e appartata; mai pensò alla fondazione di nuovi monasteri, ma il suo lavoro consisteva nel cucire, nel dipingere e nel confezionare scapolari. Così, serenamente, passarono gli anni del Noviziato, anche se ella stessa si accorgeva di avere ancora diversi difetti da correggere: si sentiva a volte spinta ad agire più forse per il desiderio di essere stimata , che di piacere veramente al Signore.

Un giorno, sulla soglia dei 30 anni, mentre intimamente godeva dell’apprezzamento di persone che ella stessa considerava molto, sentì in fondo al cuore queste parole: “E io fui considerato pazzo!” Da allora si sentì completamente libera da questi desideri e desiderosa di piacere solamente al Signore. Nel 1923 si sentì ispirata in diverse occasioni dal Signore a fondare un monastero carmelitano nel Cerro de los  Angeles (Getafe) luogo dove nel 1919 il re Alfonso XIII aveva inaugurato un monumento al Cuore di Gesù e aveva fatto la consacrazione della Spagna al Sacro Cuore di Gesù. Nella sua anima sente sempre più forte il desiderio di dare a Dio, nel Cerro de los Angeles, un Carmelo che, come una piccola lampada accesa davanti al Cuore Divino, si consumasse riparando e pregando per il mondo intero e in modo particolare per la Spagna.

A quel punto suor Maravillas, che non aveva ancora fatto la sua Professione Solenne, dovette sostenere nel suo intimo una dura lotta: da una parte la sua profondissima umiltà le faceva vedere la sua incapacità per una simile opera, dall’altra il timore di non corrispondere alla grazia che fortemente chiamava il suo cuore. Ma Dio, che conosceva l’importanza di questa decisione, manifestò in modo così chiaro la sua volontà che non fu più possibile resistergli. Così suor Maravillas il 19 maggio1924 lasciò il convento dell’Escorial ed il 30 maggio fece a Getafe la sua Professione Solenne. Poco tempo dopo Dio le chiese un nuovo sacrificio, forse il più grande di tutta la sua vita: il Vescovo di Madrid desiderava che fosse lei la priora della nuova fondazione. La domenica del 25 ottobre 1926, giorno in cui per la prima volta si celebrava nella chiesa universale la festa di Cristo Re, si inaugurò la fondazione e lasciando di Getafe la comunità si insediò al Cerro de los Angeles. Pur rispettando la clausura, visse la sua vita contemplativa interessandosi delle necessità dei bisognosi; grande fu il suo amore per la Croce, per penitenza dormì per più di 35 anni per sole tre ore al giorno, vestita e seduta per terra con la testa appoggiata al letto.

Nel 1933 otto sue suore fondarono un monastero di clausura a Kottayam in India dove avrebbe voluto recarsi lei stessa, ma ne venne impedita dai superiori. A causa della rivoluzione spagnola, con la persecuzione e l’odio contro chiunque avesse a che fare con la religione, madre Maria Maravillas, il 22 luglio 1936, fu costretta da alcune bande armate a lasciare il monastero con tutte le religiose. Esse vengono ricevute a braccia aperte dalle Orsoline di Getafe. Attraverso un abbaino, possono scorgere la Collina: con una gru, i miliziani gettano a terra la statua del Sacro Cuore,bestemmiando orribilmente. Il dolore delle religiose è profondo ma conservano la loro pace. Poiché la “guardia d’onore” delle Carmelitane presso il Monumento del Sacro Cuore non ha più ragione d’essere, esse nell’agosto seguente si rifugiarono a Madrid, trovando alloggio in un appartamento della sorella di una suora, dove furono spesso sottoposte a perquisizioni e minacce. Poi, attraverso Valencia, Barcellona, Port-Bou, Lourdes, rientrarono dall’altra parte della Spagna, stabilendosi nell’antico eremo dell’Ordine Carmelitano a Las Batuecas (Salamanca).

Nel maggio del 1939 venne riaperto il monastero del Cerro de los  Angeles e da lì partirono le suore da lei guidate, che grazie alla meravigliosa fioritura di vocazioni carmelitane, aprirono varie Case a Mancera (1944), Duruelo (Avila)nel 1947, Cabrera (1950), Arenas de San Pedro (1954), Cordova (1956), Aravaca – Madrid (1958), La Aldehuela (1961), Malaga(1964); infine madre Maria Maravillas restaurò e potenziò nel 1966 il monastero dell’Incarnazione di Avila e la casa di S. Teresa. Fece costruire un convento e una chiesa per i Carmelitani Scalzi in  provincia di Toledo; la gente la chiamava “la santa Teresa de Jesus del XX secolo”.

Maria Maravillas si ritirò nel 1961 nel convento di La Aldehuela (Madrid) da dove con grande povertà diresse con la sua parola materna ed il suo esempio la vita dei suoi monasteri; il 14 dicembre 1972 la Santa Sede approvò “l’Associazione di S. Teresa”, di cui venne eletta presidente, associazione impegnata in iniziative sociali. Madre Maravillas ben comprese quanto fosse vana la fede senza le opere, e come queste fossero una testimonianza più convincente di tanti bei discorsi. Scrisse dunque:”La carità verso Dio si misura dalla carità verso il prossimo e questa ruba il cuore del Signore…e anche quello delle creature”.

Fu secondo questo spirito che fondò nel 1967, a Ventorro, collegi per bambini poveri privi di scuole e nel 1969 poté consegnare 16 case prefabbricate ad altrettante famiglie di baraccati. Tra il 1972 ed il 1974 Madre Maravillas aiutò e sostenne la costruzione di un rione di 200 abitazioni, con la chiesa e le opere sociali, a Perales del Rio, collaborando con il parroco locale. Con la bontà di coloro che si fidavano di lei e della sua opera, acquistò a Pozuelo di Alarcon (Madrid) una casa per accogliere le monache bisognose di assistenza medica, e un terreno per la costruzione di una clinica per le stesse monache di clausura. Ma il suo zelo apostolico fu volto soprattutto a condurre anime a Dio: “Che tormento è vedere il nulla di tutto ciò che non è Dio e dall’altro lato vedere una gran moltitudine di anime che ciecamente va dietro a questo nulla”; “questa vita passa come un volo, e l’unica cosa che vale è ciò che facciamo per l’altra”. Innumerevoli le grazie purificatrici e unitive che Madre Maravillas visse nello stesso spirito di S. Giovanni della Croce reputandosi “un nulla, peccatrice” e, proprio per questo, gratuitamente amata da Dio.

Con S. Teresa d’Avila ribadì il primato dell’orazione nel condurre l’anima – attraverso il cammino di perfezione – all’intima unione con Dio: “Solo l’orazione ci può salvare, con la nostra fedeltà in tutto”. Come S. Teresa di Gesù Bambino affermò che” la santità è molto semplice: è stare con fiducia e amore fra le braccia di Dio, volendo e facendo ciò che crediamo essergli più gradito”.

Il Venerdì Santo del 1967 Madre Maravillas fu colpita da una polmonite e da allora andò sempre più indebolendosi, anche se non si risparmiava nella fedeltà alla Regola ed alle Costituzioni. Morì nel Carmelo di La Aldehuela l’11 dicembre 1974 ripetendo: “Che gioia morire carmelitana!”. Il suo corpo emanava una delicata fragranza di nardo. Molti, attratti dalla sua fama di santità, ne invocarono l’intercessione ottenendo innumerevoli grazie. Giovanni Paolo II la proclamò Beata il 10 maggio 1998, in piazza S. Pietro a Roma.

Solo due mesi dopo, il miracolo che, il 4 maggio 2003, ne ha permesso la Canonizzazione, a Madrid, da parte dello stesso pontefice: la prodigiosa guarigione del piccolo argentino Manuel Vidar, di soli 18 mesi, che in seguito ad una caduta in una piscina d’acqua stagnante, aveva subito gravi complicazioni cardio-circolatorie, entrando in coma profondo.

Madre Maravillas si distinse per la sua fedeltà nel compiere anche nei minimi dettagli la Regola e le Costituzioni delle Carmelitane Scalze. Lei, Figlia della Chiesa quanto lo era Santa Teresa, fu accusata ingiustamente di resistenza nell’attuare certi cambiamenti che voleva il Concilio Vaticano II. Non è vero: quello che fece fu chiedere con umiltà a Roma che si conservassero quanto più possibile le tradizioni Teresiane, cosa che ottenne e il buon esito le diede ragione.  Sopportò con pazienza e spirito di fede e amore le infermità. Seppe soprattutto scoprire Dio presente nelle minime azioni umane dei superiori e visse l’eroicità dell’obbedienza ad esse. La sua spiritualità si esprimeva nella preghiera continua, nell’eccezionale povertà sua e dei suoi monasteri, nella vita austera sostenuta dal lavoro, (migliaia furono le corone fatte di petali di rose che uscirono dai suoi conventi), che permetteva di mantenersi e di aiutare così anche grandi iniziative ecclesiali, sociali e benefiche che ancora parlano di lei.

L’amabilità di Madre Maravillas e la delicata carità con cui seppe correggere le consorelle secondo verità, fece sì che fosse”obbedita senza comandare”.Quanti la conobbero dicono che si vedeva Dio in lei. Molte anime religiose guardavano a lei come ad un sicuro faro che indica il cammino. La sua persona e la sua presenza irradiavano pace, sicurezza, coraggio e speranza in tanti cuori vacillanti. Grandissima fu la sua umiltà, come si rileva da un foglio scritto di suo pugno che si trovò a Duruelo dopo la sua partenza per Arenas e che le sue Figlie considerano come il suo Testamento. Dice così:

“Figlie mie carissime, nel caso il Signore volesse chiamarmi a Sé in qualunque momento, desidero farvi alcune preghiere con tutto il cuore. La prima, di perdonarmi il molto che dovete perdonarmi per amore di Cristo nostro Bene, non prendendo in niente esempio da quello che, per disgrazia, avete visto in me, che sono soltanto una cattiva monaca. La seconda, che mi raccomandiate al Signore perché ne avrò molto bisogno e che cerchiate di vivere come merita l’amore del nostro Dio con quella umiltà e carità che a Lui tanto piacciono, dimentiche totalmente di voi stesse. La terza, se volete farmi piacere e compiere i miei desideri, non venite meno alla verità parlando di me come, per esempio, nella lettera commemorativa. Per riuscire sincera, dovrebbe certamente presentare i cattivi esempi; ma almeno sia breve e dica che avevo grandi desideri”.

Dando un ultimo sguardo alla sua vita così ricca, possiamo dire che la sua missione principale è racchiusa nelle parole che ripeteva spesso alle sue figlie e nelle quali vedeva in sintesi tutta la vita di una carmelitana: Che cosa debbo fare in terra se non vivere una vita d’amore con il Re del Cielo?    

Martedì 11 dicembre Meditazione Quotidiana J.Main osb

Il mantra ci insegna l’attenzione, uno spirito di attenzione, una consapevolezza di ciò che è, non di quello che è stato o che potrebbe essere, ma di ciò che è. Il primo passo, pertanto, è la consapevolezza, l’attenzione. Il secondo passo – che assomiglia di più a un salto o a un tuffo nell’autentico fondamento di tutto  ciò che è – consiste nel comprendere che Dio è, che è presente, che è ora e, forse la cosa più meravigliosa di tutte, che è conscio di tutto.
         Quando iniziamo a meditare, spesso le persone si stupiscono che, nella pratica meditativa, vi sia un evidente divario tra la loro fede in Dio da un lato, e la recita, la recita perfetta del mantra dall’altro. Poiché ci viene detto che nella meditazione dobbiamo abbandonare tutti i pensieri, le idee e le immagini, all’inizio ci sembra di dover abbandonare Dio stesso, visto che mentre meditiamo non possiamo pensare a Lui, né farcene alcuna immagine o idea. Sostanzialmente, dobbiamo imparare a comprendere che tutte le nostre immagini, i nostri ricordi, sono fantasie.

Madeleine Delbrêl

Dal Diario dei primi mesi ad Ivry, 15.12.1933: «Lunga visita alla signora Le Loup. Per arrivarvi corsa attraverso un Plateau splendidamente bianco. Non è più il gelo ma la neve. Il gelo fa pensare a una purezza angelica, indurisce tutto a forza di scintillare. La neve al contrario avvolge. Fa pensare alla Vergine santa. Sotto di lei si ha caldo e il grano germoglia. Questa corsa nel freddo è di un’immensa dolcezza. Dappertutto dei “Betlemme” che si alzano nella neve. E’ Gesù che dappertutto attende. E in noi è Gesù che cammina».

Lunedì 10 Meditazione Quotidiana J. Main osb

I due pericoli che si devono evitare sono, prima di tutto, la distrazione, ovvero non lasciare che la mente si perda in quisquilie. In secondo luogo, non dovete stare nel nulla. Pregare non significa fluttuare nello spazio, ma entrare in modo pieno e interamente consapevole nella preghiera di Gesù; significa, di fatto, condividerne la mente, come afferma San Paolo: “Possediamo la mente di Cristo” (1Cor. 2,16). Uno dei temi più ricorrenti nelle Scritture buddiste è il monito rivolto all’umanità a non sprecare la vita, a non lasciare che l’esistenza scivoli tra le dita finché all’improvviso non ci si accorge che è tutto finito. La vita va vissuta; serve per giungere a una piena consapevolezza, a una piena illuminazione. Secondo san Paolo, noi permettiamo che la luce di Cristo splenda nel nostro cuore in tutto il suo fulgore.

La meditazione è la nostra accettazione del dono, il dono della vita, il dono di Gesù e l’offerta del suo Spirito. Poiché il dono è infinito, richiede piena attenzione e concentrazione assoluta. Non passiamo mezz’ora al mattino e mezz’ora alla sera a fare “un po’ di pratica religiosa” o a dedicarci alla spiritualità come se rientrasse in un programma salutistico. In queste mezz’ore cerchiamo di vivere il momento eterno. Cerchiamo di mettere da parte tutto ciò che è transeunte e di vivere nell’eternità di Dio.