LETTERE DAL DESERTO

Fratel Carlo Carretto

da atma-o-jibon.org
Sotto la  grande pietra

La pista, bianca di sole, si snodava dinanzi a me con tracciato incerto. I solchi nella sabbia, fatti dalle ruote delle grandi cisterne dei “petrolieri”, m’obbligavano ad una ginnastica continua per mantenere la direzione della jeep.
Il sole era alto e mi sentivo stanco. Solo il vento che soffiava sul muso della macchiana permetteva ancora alla jeep di procedere, benché la temperatura fosse infernale e l’acqua bollisse nel radiatore. Di tanto in tanto il mio sguardo si posava sull’orizzonte. Sapevo che nella zona c’erano grossi blocchi di granito emergenti dalla sabbia: ricercatissimi luoghi d’ombra per fare il campo e attendere la sera per proseguire il viaggio.
Difatti, verso mezzogiorno, trovai ciò che cercavo. Grosse rocce apparvero sulla sinistra della pista; ed io mi avvicinai, sicuro che avrei trovato un po’ d’ombra.
Non ne fui deluso. Sulla parete nord d’un gran macigno alto una decina di metri una lama d’ombra si proiettava sulla sabbia rossa. Misi la jeep contro vento per raffreddare il motore e scaricai il “ghess”, cioè l’indispensabile per fare il campo: una stuoia, il sacco dei viveri, due coperte e il treppiede per il fuoco.
Ma, avvicinandomi alla roccia in ombra, mi accorsi che c’erano già ospiti: due vipere se ne stavano raggomitolate nella sabbia calda e mi sorvegliavano senza muoversi. Feci un salto indietro, m’avvicinai alla jeep senza perder di vista i due serpenti; e presi il fucile, un vecchio aggeggio che un indigeno m’aveva prestato per aiutarlo a liquidare gli sciacalli che attaccavano i suoi greggi, spinti dalla fame e dalla siccità.
Misi una cartuccia con piombo medio; e mi allontanai, cercando di colpire le due vipere d’infilata per non sprecare un altro colpo. Tirai e vidi le due bestie saltare in aria tra un novolo di sabbia. Ripulendo la zona dal sangue e dai resti delle vipere, vidi che dal ventre squarciato di una di esse usciva un uccellino non ancora digerito.
Stesi la stuoia, che nel deserto è tutto: cappella, sala da pranzo, camera da letto, salotto di ricevimento; e mi sedetti.
Era l’ora sesta e presi il breviario.
Recitai qualche salmo, ma con un certo sforzo, data la stanchezza e la faccenda di quelle due vipere che di tanto in tanto mi saltavano a pezzi sui versetti. Una vampa calda veniva dal sud e la testa mi doleva. Mi alzai; calcolai l’acqua che mi rimaneva prima di giungere al pozzo di Tit, e decisi di sacrificarne un po’. Ne attinsi dalla “gherba” di pelle di capra una ciotola ddi un litro e me la versai sulla testa. L’acqua imbibì il turbante, mi scese sul collo e sui vestiti; ilvento fece il resto; e la temperatura, da 45 gradi, discese in pochi minuti a 27. Con quel senso di refrigerio mi stesi sulla sabbia per dormire, perché nel deserto la siesta precede il pranzo.
Per star più comodo, cercai una coperta per mettermela sotto il capo. Ne avevo due, e ben lo sapevo. Una coperta rimase accanto a me, inutilizzata e, guardandola, non mi sentivo tranquillo.
Ma se volete capire, dovete ascoltare la storia.
La sera prima ero passato da Irafok, un piccolo villaggio di negri, ex schiavi dei Tuareg. Come al solito, quando si giunge in un villaggio, la popolazione corre a far ressa attorno alla jeep, sia per curiosità, sia per quei piccoli servizi che si fanno da chi frequenta la pista del deserto: portare un po’ di tè, distribuire medicine, consegnare qualche lettera.
Quella sera avevo notato il vecchio Kadà che tremava dal freddo. Sembra strano parlare di freddo nel deserto, eppure è così; tanto che la definizione del Sahara è la seguente: “paese freddo dove fa molto caldo quando c’è il sole”. Ma il sole era tramontato; e Kadà tremava.
Mi venne l’impulso di dargli una delle due coperte che avevo con me e che formava il mio “ghess”; ma mi distrassi volentieri da quel pensiero. Pensavo alla notte, e sapevo che anch’io avrei tremato. Quel po’di carità ch’era in me tornò all’assalto, facendomi notare che la mia pelle non valeva più della sua e che avrei fatto bene a dargkiene una; e che, se anche avessi tremato un po’, era ben giusto per un piccolo fratello.
Quando partii, le due coperte erano ancora sulla jeep; ed ora erano là davanti a me e mi davano fastidio.
Cercai d’addormentarmi coi piedi appoggiati alla grande roccia, ma non ci riuscii. Mi venne in mente che un Tuareg un mese prima era stato schiacciato da un massoproprio mentre faceva la siesta. Mi alzai per assicurarmi della stabilità del masso: vidi che era piuttosto in bilico, ma non proprio da essere pericoloso.
Mi ricoricai sulla sabbia. Se vi dicessi che sognai, vi sembrerebbe strano. Ma il più strano è che sognai che dormivo sotto la grande pietra e che ad un certo punto… Non mi pareva affatto un sogno: vidi la pietra muoversi; e mi sentii venire addosso il masso. Che brutto momento!
Ero liquidato. Sentii scricchiolare le ossa e mi trovai morto. Mi stupivo che nessun osso mi dolesse: ero solo immobilizzato. Aprii gli occhi e vidi Kadà che tremava davanti a me a Irafok. Allora non esitai più a dargli la coperta, tanto più che era inutilizzata vicino a me, a un metro di distanza. Cercai di allungare la mano per offrirgliela; ma il masso che mi aveva immobilizzato mi impediva il più piccolo movimento. Capii che quello era il purgatorio e che la sofferenza dell’anima era di “non poter più fare ciò che prima si poteva e si sarebbe dovuto fare!”. Chissà per quanti anni avrei visto quella coperta vicino a me, in quella scomoda posizione, a testimoniare il mio egoismo e quindi la mia immaturità ad entrare nel Regno dell’Amore.
Provai a pensare quanto tempo sarei rimasto sotto il masso. La risposta me la suggerì il Catechismo: “Fin tanto che sarai capace di un atto di amore di amore perfetto!”. In quel momento non mi sentivo capace.
L’atto d’amore perfetto è l’atto di Gesù che sale il Calvario per morire per tutti noi. A me, membro del suo Corpo Mistico, si chiedeva se ero giunto a tanta maturità d’amore da desiderare di seguire il mio Maestro sul Calvario per la salvezza dei miei fratelli. La presenza della coperta negata a Kadà la sera prima mi diceva che avevo ancora molta strada da percorrere! Capace di vedere un fratello che trema e passar oltre, come sarei stato capace di morire per lui ad imitazione di quel Gesù che morì per tutti? Qui compresi che ero perduto; e che, se non fosse intervenuto Qualcuno ad aiutarmi, io avrei trascorso epoche ed epoche geologiche senza più potermi muovere.
Guardai altrove e mi accorsi che tutti quei grossi massi del deserto non erano altro che sepolcri di altri uomini. Anch’essi, giudicati nell’amore e trovati freddi, erano là ad attendere Colui che un giorno aveva detto: “Io vi risusciterò nell’ultimo giorno”.

(I edizione gennaio 1964 – LA SCUOLA EDITRICE, Brescia)

Pubblicato da

Giuseppe Bortoloso

laico-eremita urbano-wccmitalia, felicemente sposato con Clara, gioia della mia vita. Padre di tre figli e nonno di quattro nipoti. Ho collaborato con l’Ordine dei Carmelitani Scalzi nella redazione delle “Nuove Costituzioni OCDS”, partecipando a due Congressi Internazionali e al Capitolo di Avila nel 2003.