In dialogo con pazienza e prudenza

di Maria Teresa Pontara Pederiva | 30 maggio 2018

In montagna si parla (poco), senza gridare o agitarsi scomposti. E soprattutto si procede insieme adeguando il passo al gruppo per non lasciare indietro nessuno

Sì, non c’è dubbio che in questi otto anni sia cambiato il dibattito all’interno della Chiesa.

Ma per non fermarci a questo breve lasso di tempo si può dire che non è ancora tornata la libertà e lo spirito del dopo Concilio, anche se le finestre (e le porte!) si stanno riaprendo. Non esiste più quel senso quasi di oppressione che era avanzato strisciante dalla seconda metà degli anni ’80: per dirla con Xeres e Campanini, quasi “mancasse il respiro”. Spesso disatteso quel Vaticano II che aveva allargato, grazie allo Spirito, il respiro della Chiesa e dei cristiani. Molti non credenti, che avevano accettato un dialogo con i cattolici, avevano finito per non riconoscere loro neppure una presenza nello spazio democratico.

Certo in quegli anni lo Spirito ha continuato a soffiare. Tanti non si sono mai rassegnati e, pure in un contesto difficile (talvolta “molto” difficile), non si sono arresi. Molti anche i laici che non hanno avuto timore di continuare a riunirsi, studiare (quanti i giovani, anche coppie, che si sono iscritti a corsi teologici in parallelo agli studi laici), parlare e discutere, nonostante tutto, in nome della libertà dei figli di Dio. Soprattutto dopo che il Convegno della Chiesa italiana a Loreto (1985) aveva di fatto sancito la marginalizzazione dei laici e l’esclusione del concetto di corresponsabilità.

Non è mai venuto meno il «fuoco sotto la cenere» che invocava un ritorno alla freschezza del Vangelo. Quando nel 2012 papa Ratzinger inaugurava l’Anno della fede una delle motivazioni era quella di «ritrovare l’entusiasmo nel comunicare la fede», con l’aiuto dello Spirito. Forse sono stati troppi quelli che non hanno avvertito quel soffio per rifugiarsi – quasi sotto assedio – in una sterile nostalgia di un passato che non torna. E la voce era a senso unico.

Oggi il contesto è profondamente diverso: sembra molto attenuato il clima di autoreferenzialità complice l’introduzione di un linguaggio da iniziati, sempre più escludente, l'”ecclesialese” (è significativo che certi termini siano oggi del tutto scomparsi). Il contesto è più libero sì, ma dannatamente complesso. Anche per l’avvento dei social-media (dove tanti si nascondono nell’anonimato per far emergere rancori e conflitti irrisolti, prima di tutto personali). Anche perché molti non sono cresciuti nella libertà di parola, di dialogo, di critica e nella novità rischiano di scottarsi per attese troppo alte.

Occorrono pazienza e prudenza, le virtù di chi va in montagna: la grammatica della pazienza per impedire fughe in avanti (che rischiano di tagliare le gambe) e la prudenza che avanza con passo regolare e continuo, nonostante la fatica perché è solo così che si raggiunge la meta. Senza dimenticare che in montagna si parla (poco), senza gridare o agitarsi scomposti. E soprattutto si procede insieme adeguando il passo al gruppo per non lasciare indietro nessuno, aiutandosi l’un l’altro con un occhio speciale per i più piccoli o quanti sono in difficoltà.

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Fonte: http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3044

Pubblicato da

Giuseppe Bortoloso

laico-eremita urbano-wccmitalia, felicemente sposato con Clara, gioia della mia vita. Padre di tre figli e nonno di quattro nipoti. Ho collaborato con l’Ordine dei Carmelitani Scalzi nella redazione delle “Nuove Costituzioni OCDS”, partecipando a due Congressi Internazionali e al Capitolo di Avila nel 2003.