Venerdì 8 Meditazione Quotidiana J.Main

Una delle cose che dobbiamo comprendere bene è che la meditazione, questa ricerca di saggezza e amore, deve avvenire in modo del tutto ordinario e naturale. La meditazione si deve inserire nel tessuto della nostra vita quotidiana. Dobbiamo imparare a vedere tutta la nostra vita permeata dal divino, e anche capire che entrare in questa armonia divina, essere in armonia con Dio è il nostro destino. Non è il tentativo di far stare un po’ di spiritualità nelle nostre vite: la ricerca spirituale, la ricorrente chiamata alla spiritualità consiste nel portare la nostra esistenza, noi stessi, a concentrarsi sempre sulla verità e sulla bontà assolute, e non con l’arroganza o l’abuso, ma in modo molto semplice e innocente, rimanendo immobili, attenti e presenti a Colui che ci ama.

Per essere idonei alle grandi missioni della vita, dobbiamo imparare la costanza nei compiti umili. La meditazione è un pellegrinaggio molto semplice e molto umile che ci prepara a concentrarci sul centro divino. La nostra vita è nutrita dalla linfa spirituale, l’energia che scaturisce dalla radice di ogni essere. Tutti abbiamo ricevuto l’invito a capire chi siamo, a scoprire il nostro destino, a superare i limiti dei nostri sé separati e a unirci a Colui che è tutto in tutto. Nel trascenderci, troviamo noi stessi e la nostra illimitata capacità di crescita, di libertà e di amore.

Anche se…

Anche se Cristo nascesse mille e diecimila volte a Betlemme, a nulla ti gioverà se non nasce almeno una volta nel tuo cuore. Eppure questo miracolo nuovo non è impossibile purché sia desiderato e aspettato. Il giorno nel quale non sentirai una punta di amarezza e di gelo­sia dinanzi alla gioia del nemico o dell’amico, rallegra­ti perché è segno che quella nascita è prossima. Il gior­no nel quale non sentirai una segreta onda di piacere dinanzi alla sventura e alla caduta altrui, consolati per­ché la nascita è vicina. Il giorno nel quale sentirai il bisogno di portare un po’ di letizia a chi è triste e l’im­pulso di alleggerire il dolore o la miseria anche di una sola creatura, sii lieto perché l’arrivo di Dio è imminen­te. E se un giorno sarai percosso e perseguitato dalla sventura e perderai salute e forza, figli e amici e dovrai sopportare l’ottusità, la malignità e la gelidità dei vicini e dei lontani, ma nonostante tutto non ti abbandonerai a lamenti né a bestemmie e accetterai con animo sereno il tuo destino, esulta e trionfa perché il portento che pare­va impossibile è avvenuto e il Salvatore è già nato nel tuo cuore. Non sei più solo, non sarai più solo. Il buio della tua notte fiammeggerà come se mille stelle chio­mate giungessero da ogni punto del cielo a festeggiare l’incontro della tua breve giornata umana con la divina eternità.

Giovanni Papini

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Ah, se il tuo cuore potesse diventare un mangiatoia, Dio si farebbe ancora bambino su questa terra”

Angelo Silesio

Dom Ludolfo di Sassonia ed una preghiera per Natale

Dom Ludolfo di Sassonia

Cari amici lettori, in questo periodo che precede il Santo Natale, ecco per voi una meravigliosa preghiera scritta da Dom Ludolfo di Sassonia. L’ascetico certosino autore della “Vitae Christi”, traccia una similitudine tra la nascita di Gesù e la rinascita della vita monastica. Deliziosa!!!

“Caro Dio, per la tua ineffabile Natività, fammi trovare una nuova nascita in una vita santa”

“Dolce Gesù, che, avendo ricevuto dal tuo umile servitore una umile nascita, voleva essere avvolto in abiti felpati e giace in una vile mangiatoia, Signore misericordioso, con la tua ineffabile Natività, fammi trovare una nuova nascita in una vita santa; e che, nascosto sotto il povero abito della mia professione religiosa, come se fossi avvolto in fasce, e che resti rigido negli esercizi di regolare disciplina, come se fossi sdraiato in una mangiatoia, fa che io possa raggiungere la perfezione della vera umiltà. E tu che ti sei degnato di diventare un partecipante della nostra umanità e della nostra mortalità, concedimi di diventare un partecipante della tua Divinità e della tua Eternità. Così sia.”

Venerdì 30 novembre Meditazione Quotidiana J.Main osb

    Imparare a meditare è un processo e, come ogni processo, richiede tempo. Dobbiamo imparare ad essere molto pazienti e umili. Dopo tanto studio e tanta pratica è davvero una grande sfida imparare unicamente a ripetere la nostra parola. Dobbiamo avere grande pazienza con la nostra lentezza e con la nostra incapacità a perseverare. Penso che tutti noi, quando cominciamo a meditare, iniziamo, ci fermiamo e poi ricominciamo e abbiamo tutti bisogno di coraggio e incitamento. Il coraggio e umiltà servono per continuare a tornare alla nostra meditazione. I coraggiosi e gli umili sono coloro che ricominciano da capo: anzi, ogni volta che meditiamo, ogni volta che ci sediamo in meditazione, stiamo ricominciando. Non desta meraviglia, pertanto, che la perseveranza ci porti ad avere un’opinione migliore di noi stessi e ci faccia sentire meglio.
      Imparando a recitare il mantra (Maranatha), impariamo a lasciar andare tutte le idee, i progetti, i processi mentali e, ad un certo punto, persino la coscienza di noi stessi. Li lasciamo andare perché sappiamo che dobbiamo entrare nel silenzio assoluto.

S. TERESA DI GESÙ BAMBINO, VERGINE E DOTTORE DELLA CHIESA

Nacque ad Alençon in Francia, il giorno 2 gennaio 1873, da Louis Martin e Zélie Guérin. Dopo la morte della madre, avvenuta nel 1877, Teresa si trasferisce con tutta la famiglia a Lisieux. Verso la fine del 1879 si accosta per la prima volta al sacramento della penitenza. Educata dalle Benedettine di Lisieux, riceve la prima comunione l’8 maggio 1884 e poche settimane più tardi, il 14 giugno, riceve il sacramento della cresima.

Desiderosa di abbracciare la vita contemplativa, come le sue sorelle Paolina e Maria nel Carmelo di Lisieux, ma impedita per la sua giovane età, durante un pellegrinaggio a Roma, nell’udienza concessa dal Papa ai fedeli della diocesi di Lisieux, il 20 novembre 1887, con filiale audacia chiede a Leone XIII di poter entrare nel Carmelo all’età di 15 anni.

Il 9 aprile 1888 Teresa conseguì infine di realizzare il suo sogno, ricevendo il 10 gennaio dell’anno seguente l’abito carmelitano ed emise la sua professione l’8 settembre 1890. Si esercitò in modo particolare nelle piccole cose della vita quotidiana, con umiltà, semplicità evangelica e confidenza in Dio e procurò d’inculcare, con l’esempio e la parola, queste virtù nelle sue consorelle, specialmente nelle novizie. Scoperto il suo posto nel cuore della Chiesa, offrì la sua vita per la salvezza delle anime e per l’edificazione della Chiesa.

Il 3 aprile 1896, durante la notte fra il giovedì ed il venerdì santo, ha una prima manifestazione della malattia che la condurrà alla morte e che lei accoglie come la misteriosa visita dello Sposo divino. L’8 luglio 1897 viene trasferita in infermeria, mentre i dolori e le prove, sopportati con pazienza, si intensificano. Morì in un’estasi d’amore il 30 settembre 1897. Le sue ultime parole “Dio mio, io ti amo” sono il sigillo della sua esistenza, che all’età di 24 anni si spegne sulla terra per entrare, secondo il suo desiderio, in una nuova fase di presenza apostolica in favore delle anime, nella comunione dei Santi, per spargere una pioggia di rose sul mondo.

Fu canonizzata da Pio XI nel 1925 e da lui proclamata, con San Francesco Saverio, Patrona delle Missioni nel 1927. Il 19 ottobre 1997, Giovanni Paolo II l’ha dichiarata Dottore della Chiesa. Notissimi sono i manoscritti autobiografici di Teresa nei quali ci ha lasciato non solo i ricordi dell’infanzia e dell’adolescenza, ma anche il ritratto della sua anima e le sue esperienze più intime.

Essenzialità

l filosofo Diogene non solo era contrario ad ogni lusso, ma evitava di utilizzare e di possedere tutto ciò che non era strettamente necessario. Fedele ai suoi principi, egli viveva in una botte ed unico suo utensile era una ciotola di legno con la quale prendeva l’acqua per bere.

Un giorno, mentre passeggiava per la città, vide un bambino che, per bere, prendeva acqua da una fontana utilizzando solo le mani. Così, ritenendola un inutile lusso, Diogene gettò via la sua ciotola.

La santità