LA CAMOMILLA

La camomilla è il fiore che rappresenta la forza nelle avversità e a tal proposito si narra una storia che molti nonni raccontano ai loro nipotini, sulla Sacra famiglia e la fuga verso l’Egitto, al tempo di Erode. Fuggivano attraverso il deserto che dalla Palestina conduce in Egitto, dove non vi era un solo albero a vista d’occhio, che potesse sollevare Maria dalla naturale calura, finché non giunsero in una minuscola oasi, dove c’erano solo una pozza d’acqua e qualche specie di margheritine, che non erano in grado di fare ombra. Maria si accingeva a bere l’acqua dalla pozza, quando il piccolo bambino Gesù girò il suo capino verso le margheritine. Quelle obbedienti si staccarono dal gambo per depositarsi nella ciotola dove Maria stava bevendo. La bevanda calmò e corroborò la Madonna, allora il Bambino benedì la pianticella e le disse: “Da ora in poi sarai la pianticella che placherà le mamme quando sono nervose e non riescono ad addormentarsi, e sarai chiamata l’erba del buon sonno”.

Luca Bettosini

Berta, la Grande

Veramente avrebbe dovuto esser chiamata “Berta la piccola”, perché il suo nome era Berthe Petit (petit = piccolo). Era nata in Belgio nel 1870, al tempo della guerra tra Francia e Prussia e dello scatenamento delle forze massoniche in Europa. Ella intuiva e sapeva, fin dai primi anni della sua vita, che ad essere attaccato prima di tutto era il Sacerdozio cattolico che le “sette” miravano a corrompere a ogni costo.

Fin da quando aveva 15 anni, e già andava a Messa e alla Comunione tutti i giorni, ella pregava a ogni Messa per il celebrante: «Mio Gesù, fa’ che il tuo sacerdote non ti rechi mai dispiacere». Nel 1887, appena 17enne, i suoi genitori benestanti persero tutto il loro patrimonio, proprio quando ella aveva deciso di entrare in monastero, per essere tutta di Gesù e offrirsi a Dio per la santificazione dei sacerdoti.

L’8 dicembre 1888, solennità dell’Immacolata, il suo direttore spirituale le disse che la sua vocazione non era di farsi monaca, ma di restare a casa e occuparsi dei suoi genitori molto poveri e afflitti. A malincuore, tuttavia certa di compiere la Volontà di Dio, Berta accettò, ma chiese alla Madonna di chiamare al suo posto un sacerdote zelante e santo.

Il direttore spirituale, al quale aveva confidato la sua richiesta, la rassicurò: «Lei sarà esaudita. La Madonna le darà questo sacerdote».

Il 25 dicembre 1888, solennità di Natale, sedici giorni dopo la richiesta di Berta, senza che ella lo potesse sapere, un giovane brillante avvocato di 22 anni, il dottor Louis Decorsant, pregava davanti all’immagine della Madonna e le chiedeva luce per il suo futuro. All’improvviso, Louis ebbe la certezza mai avuta prima che la via da seguire nella vita non era quella di esercitare la professione di notaio cui aspirava, né di sposare la ragazza che già amava. Una Voce interiore gli diceva in modo chiaro, insistente, perentorio: «Tu sarai sacerdote, e lo sarai presto!». Con l’anima inondata di luce, ma sconvolta da questa inattesa illuminazione, Louis non indugiò neppure un attimo. Lasciò tutto, entrò in Seminario a Roma, conseguì il dottorato in Teologia, e nel giugno 1893 fu ordinato sacerdote. Berta Petit aveva 22 anni e che cosa c’entrava lei? Sì, lei c’entrava, anche se per il momento non ne sapeva nulla. Solo continuava a offrire se stessa e a pregare.

Il 25 dicembre 1893, di nuovo Natale del Signore, Don Louis Decorsant celebrava la Messa solenne di mezzanotte in un’altra chiesa della capitale francese. Ricevuta la Comunione, ella promise solennemente: «Gesù, voglio essere un olocausto per i tuoi sacerdoti, per tutti i sacerdoti, ma in special modo per il sacerdote che ti ho chiesto, quando ho capito che non potevo entrare in monastero».

Al termine della Messa, fu esposto solennemente Gesù Eucaristico e molti si fermarono ad adorarlo. All’improvviso Berta vide una grande Croce e sopra Gesù inchiodato e ai suoi piedi la Madonna e l’Apostolo San Giovanni, il prediletto. Berta sentì le parole della Madonna: «Il tuo sacrificio è stato accettato, la tua supplica è stata esaudita. Ecco il tuo sacerdote… Un giorno lo conoscerai».

In quel momento, il volto dell’apostolo Giovanni si trasformò nel volto di un sacerdote a lei sconosciuto: era appunto Don Louis Decorsant. Ma lo avrebbe incontrato solo 15 anni dopo, nel 1908, e di lui avrebbe così riconosciuto il volto. Passeranno gli anni, carichi di preghiera e di sacrificio per Berta; ferventi di apostolato per Don Decorsant.

Nel 1908, ella andò in pellegrinaggio a Lourdes, dove era solita recarsi spesso. Quella volta la Madonna le confermò: «Tra pochi giorni, vedrai il sacerdote che hai chiesto 20 anni fa. Accadrà tra poco». Qualche tempo dopo, ella si trovava in treno alla stazione di Austerlitz presso Parigi, quando un sacerdote di mezza età salì nello scompartimento alla ricerca di un posto per un’ammalata. Berta si rese conto che quello era il prete che ella aveva visto ai piedi della Croce, quando Giovanni, l’apostolo prediletto di Gesù, aveva preso proprio i suoi lineamenti. Seguì lo scambio di qualche parola tra Berta e Don Louis e nulla d’altro: ognuno si tenne per sé le Voci interiori che pure venivano loro dall’Alto. Un mese dopo, Don Decorsant, andato a Lourdes per affidare alla Madonna ancora una volta la sua vocazione-missione sacerdotale, rivide Berta e la invitò alla sua Messa. Berta ci andò; all’elevazione dell’Ostia santa, Gesù le disse: «Non temere più. Questo è il sacerdote per il quale io ho accettato il tuo sacrificio». Alla fine della Santa Messa, saputo che Don Decorsant alloggiava nella stessa pensione per il pellegrinaggio a Lourdes, Berta gli rivelò la sua vita spirituale, dal giorno della sua offerta a Dio fino a quei giorni, in cui molto le era stato aperto. Don Decorsant comprese che aveva ricevuto grazie su grazie da Dio per la preghiera e la silenziosa immolazione a Dio da parte di quell’anima che non aveva mai conosciuto e che ora Dio stesso le affidava.

L’obbedienza ai suoi superiori lo portò inaspettatamente in Belgio dove diventò la guida spirituale di tante anime belle – anche di Berta Petit – e il sostegno infaticabile per la realizzazione della sua missione rivolta alla santificazione dei sacerdoti.

Fino a quando Berta morì nel 1940, anche e soprattutto nelle ore del dolore, immancabili a chi si offre vittima con Gesù crocifisso per una grande singolare missione, Don Louis Decorsant la condusse alla vetta dell’olocausto e della santità.

Solo Dio sa quante anime – quanti sacerdoti – Berta Petit abbia salvato e condotto soltanto con l’offerta di se stessa, che però è tutto, all’intimità con Dio. Pagine che solo Dio conosce ma che testimoniano la solidarietà, la socialità, anzi la carità più alta, la carità più sublime di chi si offre anche nel silenzio e nel nascondimento, spesso nel dolore, per la più alta missione. Pertanto sembra giusto chiamarla, nonostante il suo cognome disadorno (“petit-piccolo”), “Berta la grande”.

Fonte: http://www.santateresaverona.it/?p=17484

Per un’agenda cristiana comune

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Conferenza internazionale della fondazione Centesimus annus

Oggi stiamo affrontando una grave crisi e le sue conseguenze sociali a livello globale. Consideriamo questa crisi mondiale come una “crisi di solidarietà”, un processo costante di “desolidarizzazione”, che mette a rischio il futuro stesso dell’umanità. È nostra profonda convinzione che il futuro dell’umanità sia collegato alla resistenza contro questa crisi e all’istituzione di una cultura di solidarietà.

Come si è prodotta, allora, questa crisi di solidarietà? E quali sono i suoi parametri e gli ambiti della società in cui appare? Per rispondere a tali domande, faremo ora riferimento a tre campi in cui si verifica.

Il campo dell’economia e dell’ecologia; il campo della scienza e della tecnologia; il campo della società e della politica. […]

È impossibile per le nostre Chiese mantenere un atteggiamento di indifferenza quando si trovano di fronte allo scientismo, che tramuta l’essere umano in un oggetto misurabile. Le Chiese sottolineano che la persona umana racchiude dimensioni inarrivabili per la scienza. Pertanto, le nostre Chiese esprimono la loro preoccupazione per questa autonomizzazione della scienza e della tecnologia rispetto alle esigenze vitali dell’essere umano, per le dipendenze che vengono create e per i pericoli che ne conseguono.

Nel titolo del nostro intervento, «Un’agenda cristiana comune per il bene comune», troviamo due volte la parola “comune”. Di fatto, la Chiesa è il luogo del “comune”: salvezza “comune”, libertà “comune”, bene “comune” , ethos “comune” e obbedienza “comune”. La vita nella Chiesa è un’anticipazione e un’attesa della “resurrezione comune” e del “regno comune”. Non siamo una somma di individui, ma una comunità di persone, una comunità di amore.

Nella comunione della Chiesa, la mente e il cuore, la fede e la conoscenza, la libertà e l’amore, l’individuo e la società, l’essere umano e l’intero creato vengono tutti riconciliati. È per questa ragione che la Chiesa si oppone alle forze di divisione, individualismo e totalitarismo, oppressione e sfruttamento, economismo e consumismo, scientismo e deificazione della tecnologia, come anche alla distruzione dell’ambiente naturale e all’antropomonismo. La risposta alle divisioni e alle impasse della libertà umana è il Logos di Dio incarnato.

di Bartolomeo

Fonte: http://www.osservatoreromano.va/it/news/unagenda-cristiana-comune

 

 

Roma e le sue malattie spirituali

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di Sergio Ventura | 25 maggio 2018
Su alcuni spunti emersi dalla fase di ascolto nelle parrocchie lanciata dal papa Francesco e presentata durante il recente convegno diocesano

 

Un paio di settimane fa si è tenuto a Roma l’incontro di Papa Francesco con la sua diocesi per la prima parte del convegno diocesano annuale. Nei mesi precedenti le singole parrocchie, raccolte nelle prefetture, avevano meditato su quelle che il vescovo di Roma aveva definito, nel discorso dell’anno precedente, le malattie spirituali.

BQuello che è emerso da questo lavoro quaresimale di introspezione è stato presentato da don Paolo Asolan all’inizio dell’incontro e qui pubblicato. Se vogliamo prendere sul serio questi momenti di ascolto che Francesco sta chiedendo con insistenza e le parole che sintetizzano quanto ascoltato non possiamo non porre in evidenza almeno tre passaggi della relazione introduttiva di don Paolo.

Una delle malattie spirituali più segnalate è costituita dall’«eccessivo senso di appartenenza nei confronti della propria comunità e/o esperienza di fede». Con due conseguenze drammatiche: «la mancanza di comunione davvero preoccupante», ma soprattutto «la missione o la formazione cristiana (…) pensate come mera ripetizione della propria». Qui si poteva pensare – come di solito avviene – alle parrocchie e ai movimenti in modo generico, mentre invece si decide di riportare un caso specifico: «una prefettura segnala con una certa insistenza il problema costituito dal Cammino Neocatecumenale, a causa del quale questa frattura sembra essere particolarmente dolorosa».

Che significato ha uno ‘zoom’ sui neocatecumenali? Una prefettura a Roma non è territorio piccolo. Perché si è legato alla malattia spirituale più segnalata un movimento specifico di cui si è fatto nome e cognome? Un movimento che a Roma oramai gestisce direttamente o indirettamente la metà delle parrocchie? Un movimento ai cui appartenenti o a persone evidentemente provenienti dal suo ‘dialetto’ teologico sono stati affidati, negli anni precedenti, ampi spazi di evangelizzazione degli adulti e dei giovani? C’è un problema neocatecumenale presente sottotraccia anche altrove? Oppure l’esempio non è un exemplum (ma allora perché allora evidenziarlo)? Non ci sono modi interni al Cammino neocatecumenale per segnalare alle comunità della prefettura in questione la correzione di rotta necessaria? In ogni caso, si potrà discutere di tutto questo, come mi capita lietamente – e arricchendoci a vicenda – con quella metà della mia famiglia che appartiene al Cammino neocatecumenale o con quegli alunni che più o meno di nascosto mi riportano pregi e difetti di quel ‘dialetto’ teologico? Oppure si è condannati a vivere queste osservazioni come qualcosa che lascia il tempo che trova o come una scortesia per gli uni e un’assoluzione (probabilmente ingiustificata) per gli altri movimenti?

Il secondo aspetto che ritorna con forza, poi, è «l’esigenza della formazione di fede (…) sia come intelligenzadella fede stessa, sia di tutti quegli aspetti culturali e sociali che fanno l’ambiente umano nel quale viviamo e che appare respingere o ritenere inutile la fede e Gesù Cristo»: «c’è consapevolezza di non saper trarre dalla fede e dal Vangelo le risposte e gli orientamenti per la vita in un contesto come il nostro, fattosi plurale, indifferente e qualunquista». Anzi, addirittura sembra esserci «un approccio semplicistico (culturalmente debole) alla complessità nella quale siamo immersi». E di questo risente soprattutto la trasmissione della fede alle nuove generazioni, «consegnata ai più giovani, senza una vera conoscenza di chi essi siano e di che cosa abbiano bisogno, di quale sia il contesto nel quale ora si trovano». Spesso corredata – dal punto di vista emozionale – di “una paura inibente di incontrare realtà difficili (i giovani “lontani”, ad esempio)” e di “un certo analfabetismo affettivo, un’incapacità di offrire amicizia (specie ai giovani)”, per cui non può stupire la denuncia che «in alcune comunità la mancanza dei giovani è un problema grave».

Come è possibile, però, che nella città in cui ha operato per tre lustri con i pieni poteri il creatore del Progetto Culturale sia possibile bollare come malattia spirituale la carenza o l’autoreferenzialità di quella che una volta era chiamata la fede pensata o l’inculturazione della fede? Ciò dipende semplicemente dal fatto che non vi sono confini al sapere e al non-sapere, per cui ogni volta è necessario ricominciare dall’inizio? Oppure da qualche difetto – di profondità, di unidirezionalità – insito nel ventennio vissuto sotto il Progetto Culturale? O magari da quella fake-news relativa alla pastorale – non teologica! – della tenerezza che caratterizzerebbe il pontificato di Francesco? E volendo prescindere da tutto ciò, esiste o meno un problema culturale, sapienziale nella Chiesa di Roma? Come si pensa di affrontarlo? Con chi si pensa di provare a risolverlo? Si accolgono suggerimenti?

I due nodi, infatti, appaiono ancora più di difficile scioglimento se è stato ampiamente segnalato che «manca spesso un ricambio di responsabili delle attività: sia generazionale (…) che di durata (molte schede segnalano la radice delle malattie spirituali comunitarie nel fatto che alcuni laici siano da sempre responsabili di alcuni settori, e questo genera dei feudi – con tutte le rivalità del caso)». Per curare, se non guarire questa malattia spirituale, basterà cambiare le persone ai posti di comando? O, essendosi creato una sorta di feudo, bisognerà cambiare anche fino a qualche grado sottostante? Ed in ogni caso, attraverso questo spoils system ecclesiale, non si corre il rischio di riproporre identiche personalità, caratterialità – solo di segno opposto?

Forse il punto decisivo è prendere atto dell’«entusiasmo che gli incontri di verifica hanno suscitato in chi ci ha partecipato, quasi che l’esperienza (…) del parlarsi al di fuori del solito gruppo di appartenenza fosse il dono (o la realtà) cercata e non mai trovata». D’altronde, afferma Papa Francesco subito dopo la relazione di don Paolo, se «abbiamo in realtà trascurato o non fatto seriamente i conti con la vita delle persone che ci erano state affidate (…) in questo tempo così difficile da interpretare, in questo contesto così complesso e apparentemente lontano da Lui», allora «occorrerà (…) interpretare, alla luce della Parola di Dio, i fenomeni sociali e culturali nei quali siete immersi (…) imparando a discernere dove Lui è già presente, (…) incontrando e accompagnandovi sempre più con gente che (…) magari non fa catechismo, eppure ha saputo dare un senso di fede e di speranza (…) dentro quei problemi, quegli ambienti e quelle situazioni dalle quali la nostra pastorale ordinaria resta normalmente lontana».

Ciò significa, crediamo, che sia necessario, anzi prioritario, valorizzare e potenziare le situazioni costruttive del poliedro prospettato da Francesco, perché innanzitutto grazie ad esse si sapranno «offrire e generare relazioni nelle quali la nostra gente possa sentirsi conosciuta, riconosciuta, accolta, benvoluta, insomma: parte non anonima di un tutto». Nella convinzione che sarà proprio questa «qualità dei rapporti», questa «cura diffusa e moltiplicata delle relazioni (…) arricchita dalle sensibilità, dagli sguardi, delle storie di molti», a far emergere quasi naturalmente, a tempo debito, quei responsabili pocose non addirittura per nullacarrieristi ed autoreferenziali, in linea con quanto non solo Francesco chiede, ma già Benedetto XVI chiedeva.

Fonte: http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3038

Se Dio non ha paura di uscire…

8EAD9711-442E-4B0B-9B60-D03C03F9EB1CLA TRINITÀ ESTROVERSA

(480 ca., Albenga, Battistero di S. Giovanni)

di Gian Carlo Olcuire | 27 maggio 2018
…la Chiesa non dimentichi d’essere a sua immagine e somiglianza

Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…» (Mt 28,16-20)

 

Non appena si prova a dare forma alla Trinità, si rischia di costruire un Frankenstein: un essere a metà tra il mostruoso e il ridicolo, del quale ci si affretta a cercare chiavi di lettura per appagare almeno la ragione, posto che non ha toccato il cuore né i sensi. E, se la nostra rappresentazione di Dio è fredda e cervellotica, si ripercuote sul nostro modo di somigliargli.

Però, fra i tentativi di resa simbolica della Trinità, questo di Albenga è uno dei più semplici e riusciti. Intanto non cade nella trappola di dare carne alle tre Persone, con la terza così poco omogenea alle prime due che spesso non si nota (come succede, a Firenze, nella Trinità di Masaccio). Il mosaico ligure lascia poi intuire, senza bisogno di spiegazioni, che il Figlio procede dal Padre e lo Spirito dal Padre e dal Figlio. Comunicando, alla fine, che il nostro non è un Dio fermo, pago di sé, che ama farsi celebrare. Ma, anzi, un Dio che esce da se stesso, che esplode dalla voglia di entrare in relazione.

Anche se la figura non fa vedere verso chi si stia irradiando e tanto meno fa capire il ruolo di ciascuna persona, è sufficiente a dare l’idea di uno (o di tre) a cui non piace stare né in casa né in chiesa.

L’espansione, a cerchi concentrici, ha il merito di rendere dinamica la Trinità, superando un legame limitato alle tre persone (che le farebbe sembrare ferme e, pur mostrandone la comunione, potrebbe dare la sensazione di un circolo chiuso). Inoltre aggiunge un quarto cerchio, quello formato dalle colombe, a ricordare la Chiesa fondata sugli apostoli.

È bello che ci si ricordi della Trinità nel luogo in cui si riceve il Battesimo, dove si è immersi nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo e si fa il proprio ingresso nella Chiesa. Essendo fatto a immagine e somiglianza di Dio, anche il suo popolo può cogliere che chi è inviato al mondo ha da essere più estroverso e meno timoroso.

Fonte: http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3041

 

Le Carmelitane Scalze di Panama preparano ostie per la Giornata Mondiale della Gioventù

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Il 25 gennaio 2017 iniziava la vita nel Carmelo teresiano femminile di San Giuseppe e Santa Elisabetta della Trinità, nella diocesi panamense di Colón-Kuna Yala, con sei fondatrici provenienti dall’Ecuador.

Per la propria sussistenza le monache si dedicano principalmente, insieme alla produzione di pane, a quella delle ostie per la celebrazione della Santa Messa. Così, la prossima Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Panama si presenta come un’ottima occasione per la vendita di ostie, che aiuterà le monache ad affrontare sia le spese quotidiane che i debiti contratti per i lavori realizzati nel monastero, come pure l’acquisto di macchine industriali per la produzione di ostie, ecc. Per la comunità sarà inoltre un bel modo di partecipare a un evento così importante.

Possiamo aiutare economicamente le monache tramite il conto corrente: Banco General de Panamá, Diócesis de Colón-Kuna Yala (Carmelitas Descalzas), numero di conto: 03-27-01-115350-3. Per altre informazioni, scrivere a: carmelitas.panama@gmail.com.

 

 

Gaudete et exsultate con Teresina!

Gaudete et exsultate con Teresina!

Segnaliamo con gioia ai nostri lettori la felice coincidenza della pubblicazione dell’ultima esortazione apostolica del Santo Padre Francesco, Gaudete et exsultate, con l’ingresso di S. Teresina nel Carmelo di Lisieux, il 9 aprile 1888: anche allora, come oggi, tale data coincideva con la Solennità dell’Annunciazione. E, come era facilmente prevedibile, la nostra santa (insieme a S. Teresa d’Avila e ad Edith Stein) è abbondantemente citata in questo documento sulla vocazione universale alla santità, verso la quale la piccola via di Teresina costituisce senza dubbio uno degli incoraggiamenti più entusiasmanti che un cristiano possa trovare.

Vogliamo inoltre ricordare il gioioso ed esultante ingresso di Teresina nel Carmelo con il seguente contributo di P. Giuseppe Furioni ocd, che ne riporta le testimonianze:

Il 9 aprile 1888, centotrent’anni fa, Teresa entrava nel monastero carmelitano di Lisieux. Era la festa rinviata dell’Annunciazione. Anche allora, come in quest’anno 2018, il 25 marzo coincideva con la festa delle Palme e il calendario liturgico aveva posticipato l’evento dell’Incarnazione al lunedì dopo la domenica in albis. Teresa – che aveva tanto desiderato di potere entrare in clausura nel giorno di Natale – scoprì nel ritardo un’ulteriore delicatezza del suo Dio Bambino: in quella festa infatti egli era «ancora più piccolo», perché appena concepito nel grembo della Vergine purissima. In monastero, Teresa amerà dipingere immagini sacre raffiguranti Gesù Bambino, commentate da questa espressione dialogata di san Bernardo: «Gesù, chi ti ha fatto così piccolo?» – «L’Amore!».

Teresa ricorda l’ultima sera trascorsa ai Buissonnets: «Per la mia entrata fu scelto il 9 aprile, giorno in cui il Carmelo celebrava la festa dell’Annunciazione, rimandata a causa della quaresima. La sera prima, tutta la famiglia era riunita attorno alla tavola alla quale io sedevo per l’ultima volta. Ah, come sono strazianti quelle riunioni intime!… proprio quando si vorrebbe vedersi dimenticati, le carezze, le parole più affettuose ci sono prodigate e ci fanno sentire il sacrificio della separazione. Il mio diletto Re non diceva quasi niente ma il suo sguardo si posava su di me con amore. La zia ogni tanto piangeva e lo zio mi faceva mille complimenti affettuosi. Anche Giovanna e Maria erano piene di gentilezze per me, soprattutto Maria che, prendendomi in disparte, mi chiese perdono dei dispiaceri che pensava di avermi dato. Infine la mia cara piccola Leonia, tornata dalla Visitazione da qualche mese, mi colmava ancora di più di baci e di carezze. È solo di Celina che non ho parlato: ma lei intuisce, Madre diletta, come passò l’ultima notte che abbiamo dormito insieme…» (Ms A, 68v°-69r°).

Non meno commovente è il racconto dell’ingresso, sempre dalla voce della protagonista: «La mattina del grande giorno, dopo aver dato un ultimo sguardo ai Buissonnets, nido grazioso della mia infanzia e che non avrei mai più rivisto, partii al braccio del mio diletto Re per salire la montagna del Carmelo. come la sera prima tutta la famiglia si riunì per ascoltare la Santa Messa e fare la comunione. Appena Gesù discese nel cuore dei miei cari, attorno a me udii solo singhiozzi; solo io non versai lacrime, ma mi sentii battere il cuore con una violenza tale che mi sembrò impossibile muovere un passo quando ci fecero cenno di recarci alla porta della clausura; tuttavia andai avanti, chiedendomi se non sarei morta tanto il cuore mi batteva forte… Ah, che momento, bisogna averlo passato per sapere cos’è!» (Ms A, 69r°).

Infine il congedo, è ancora Teresa che racconta, tutta bianca nella sua veste di sposa: «La mia emozione non trapelava all’esterno; dopo aver abbracciato tutti i membri della mia diletta famiglia, mi misi in ginocchio davanti al mio incomparabile Padre, chiedendogli la benedizione; per darmela si mise anche lui in ginocchio e mi benedisse piangendo… Era uno spettacolo che doveva far sorridere gli angeli quello di questo vegliardo che presentava al Signore sua figlia ancora nella primavera della vita!…» (Ms A, 69r°).

Un conoscente, che aveva assistito alla scena, disse poi al signor Martin che gli era sembrato di vedere Abramo in atto di sacrificare a Dio il figlio Isacco. Luigi, ascoltando, sorrise: «Ma – disse – se Dio mi avesse chiesto di sacrificare la mia bambina, io avrei alzato il coltello molto, molto lentamente, aspettando l’agnello».

Scrisse poi a un amico: «La mia reginetta è entrata ieri al Carmelo. Dio solo può chiedere un simile sacrificio. Egli mi aiuta così potentemente che, in mezzo alle lacrime, il mio cuore sovrabbonda di gioia».

Intanto Teresa varca la soglia della clausura: «Alcuni istanti dopo, le porte dell’arca santa si chiusero dietro di me e là ricevevo gli abbracci delle sorelle dilette che mi avevano fatto da mamme e che ormai prendevo come modelli delle mie azioni…» (Ms A, 69r°).

Nessuna allusione all’ammonimento del rev. Delatroëtte alla comunità, davanti al sig. Martin, con la porta della clausura tutta aperta. Lo riporta madre Agnese, ricordando che la comunità rimase di sasso: «Ebbene, mie Reverende Madri, voi potete cantare un Te Deum! Come delegato del Vescovo, vi presento questa bambina di quindici anni, di cui avete voluto l’entrata. Vi auguro che ella non deluda le vostre speranze, ma vi ricordo che se avverrà altrimenti, voi ne porterete da sole la responsabilità».

I presenti – gelati da quel freddo avvertimento – restarono colpiti proprio dal fatto che Teresa fosse l’unica a mostrarsi assolutamente serena, come se quelle parole non la riguardassero.

Appena entrata, come tutte le postulanti, fu condotta in coro: «Ciò che prima di tutto mi colpì furono gli occhi della nostra santa Madre Genoveffa che si posarono su di me; restai un attimo in ginocchio ai suoi piedi ringraziando il buon Dio della grazia che Egli mi concedeva di conoscere una santa».

Poi la priora, Madre Maria di Gonzaga, l’accompagnò nei diversi posti della comunità: «Tutto mi sembrava incantevole, credevo di essere trasportata in un deserto: soprattutto la nostra cella mi affascinava, ma la gioia che provavo era calma, nemmeno il più lieve zefiro faceva ondeggiare le acque tranquille sulle quali veleggiava la mia navicella, nessuna nuvola oscurava il mio cielo azzurro… ah, ero pienamente ricompensata di tutte le mie prove… Con che gioia profonda ripetevo queste parole: “Per sempre, sono qui per sempre!…”» (Ms A, 69v°).

Scrivendo, nel 1895, i suoi ricordi, ripensando alle fatiche passate per entrare in monastero, si esprimerà così: «Oggi, che godo della solitudine del Carmelo (riposandomi all’ombra di Colui che ho così ardentemente desiderato), penso di aver acquistato questa felicità a pochissimo prezzo, e sarei pronta a sopportare pene ben più grandi per conquistarla, se non l’avessi ancora» (Ms A, 53v°).

Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta