Roma e le sue malattie spirituali

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di Sergio Ventura | 25 maggio 2018
Su alcuni spunti emersi dalla fase di ascolto nelle parrocchie lanciata dal papa Francesco e presentata durante il recente convegno diocesano

 

Un paio di settimane fa si è tenuto a Roma l’incontro di Papa Francesco con la sua diocesi per la prima parte del convegno diocesano annuale. Nei mesi precedenti le singole parrocchie, raccolte nelle prefetture, avevano meditato su quelle che il vescovo di Roma aveva definito, nel discorso dell’anno precedente, le malattie spirituali.

BQuello che è emerso da questo lavoro quaresimale di introspezione è stato presentato da don Paolo Asolan all’inizio dell’incontro e qui pubblicato. Se vogliamo prendere sul serio questi momenti di ascolto che Francesco sta chiedendo con insistenza e le parole che sintetizzano quanto ascoltato non possiamo non porre in evidenza almeno tre passaggi della relazione introduttiva di don Paolo.

Una delle malattie spirituali più segnalate è costituita dall’«eccessivo senso di appartenenza nei confronti della propria comunità e/o esperienza di fede». Con due conseguenze drammatiche: «la mancanza di comunione davvero preoccupante», ma soprattutto «la missione o la formazione cristiana (…) pensate come mera ripetizione della propria». Qui si poteva pensare – come di solito avviene – alle parrocchie e ai movimenti in modo generico, mentre invece si decide di riportare un caso specifico: «una prefettura segnala con una certa insistenza il problema costituito dal Cammino Neocatecumenale, a causa del quale questa frattura sembra essere particolarmente dolorosa».

Che significato ha uno ‘zoom’ sui neocatecumenali? Una prefettura a Roma non è territorio piccolo. Perché si è legato alla malattia spirituale più segnalata un movimento specifico di cui si è fatto nome e cognome? Un movimento che a Roma oramai gestisce direttamente o indirettamente la metà delle parrocchie? Un movimento ai cui appartenenti o a persone evidentemente provenienti dal suo ‘dialetto’ teologico sono stati affidati, negli anni precedenti, ampi spazi di evangelizzazione degli adulti e dei giovani? C’è un problema neocatecumenale presente sottotraccia anche altrove? Oppure l’esempio non è un exemplum (ma allora perché allora evidenziarlo)? Non ci sono modi interni al Cammino neocatecumenale per segnalare alle comunità della prefettura in questione la correzione di rotta necessaria? In ogni caso, si potrà discutere di tutto questo, come mi capita lietamente – e arricchendoci a vicenda – con quella metà della mia famiglia che appartiene al Cammino neocatecumenale o con quegli alunni che più o meno di nascosto mi riportano pregi e difetti di quel ‘dialetto’ teologico? Oppure si è condannati a vivere queste osservazioni come qualcosa che lascia il tempo che trova o come una scortesia per gli uni e un’assoluzione (probabilmente ingiustificata) per gli altri movimenti?

Il secondo aspetto che ritorna con forza, poi, è «l’esigenza della formazione di fede (…) sia come intelligenzadella fede stessa, sia di tutti quegli aspetti culturali e sociali che fanno l’ambiente umano nel quale viviamo e che appare respingere o ritenere inutile la fede e Gesù Cristo»: «c’è consapevolezza di non saper trarre dalla fede e dal Vangelo le risposte e gli orientamenti per la vita in un contesto come il nostro, fattosi plurale, indifferente e qualunquista». Anzi, addirittura sembra esserci «un approccio semplicistico (culturalmente debole) alla complessità nella quale siamo immersi». E di questo risente soprattutto la trasmissione della fede alle nuove generazioni, «consegnata ai più giovani, senza una vera conoscenza di chi essi siano e di che cosa abbiano bisogno, di quale sia il contesto nel quale ora si trovano». Spesso corredata – dal punto di vista emozionale – di “una paura inibente di incontrare realtà difficili (i giovani “lontani”, ad esempio)” e di “un certo analfabetismo affettivo, un’incapacità di offrire amicizia (specie ai giovani)”, per cui non può stupire la denuncia che «in alcune comunità la mancanza dei giovani è un problema grave».

Come è possibile, però, che nella città in cui ha operato per tre lustri con i pieni poteri il creatore del Progetto Culturale sia possibile bollare come malattia spirituale la carenza o l’autoreferenzialità di quella che una volta era chiamata la fede pensata o l’inculturazione della fede? Ciò dipende semplicemente dal fatto che non vi sono confini al sapere e al non-sapere, per cui ogni volta è necessario ricominciare dall’inizio? Oppure da qualche difetto – di profondità, di unidirezionalità – insito nel ventennio vissuto sotto il Progetto Culturale? O magari da quella fake-news relativa alla pastorale – non teologica! – della tenerezza che caratterizzerebbe il pontificato di Francesco? E volendo prescindere da tutto ciò, esiste o meno un problema culturale, sapienziale nella Chiesa di Roma? Come si pensa di affrontarlo? Con chi si pensa di provare a risolverlo? Si accolgono suggerimenti?

I due nodi, infatti, appaiono ancora più di difficile scioglimento se è stato ampiamente segnalato che «manca spesso un ricambio di responsabili delle attività: sia generazionale (…) che di durata (molte schede segnalano la radice delle malattie spirituali comunitarie nel fatto che alcuni laici siano da sempre responsabili di alcuni settori, e questo genera dei feudi – con tutte le rivalità del caso)». Per curare, se non guarire questa malattia spirituale, basterà cambiare le persone ai posti di comando? O, essendosi creato una sorta di feudo, bisognerà cambiare anche fino a qualche grado sottostante? Ed in ogni caso, attraverso questo spoils system ecclesiale, non si corre il rischio di riproporre identiche personalità, caratterialità – solo di segno opposto?

Forse il punto decisivo è prendere atto dell’«entusiasmo che gli incontri di verifica hanno suscitato in chi ci ha partecipato, quasi che l’esperienza (…) del parlarsi al di fuori del solito gruppo di appartenenza fosse il dono (o la realtà) cercata e non mai trovata». D’altronde, afferma Papa Francesco subito dopo la relazione di don Paolo, se «abbiamo in realtà trascurato o non fatto seriamente i conti con la vita delle persone che ci erano state affidate (…) in questo tempo così difficile da interpretare, in questo contesto così complesso e apparentemente lontano da Lui», allora «occorrerà (…) interpretare, alla luce della Parola di Dio, i fenomeni sociali e culturali nei quali siete immersi (…) imparando a discernere dove Lui è già presente, (…) incontrando e accompagnandovi sempre più con gente che (…) magari non fa catechismo, eppure ha saputo dare un senso di fede e di speranza (…) dentro quei problemi, quegli ambienti e quelle situazioni dalle quali la nostra pastorale ordinaria resta normalmente lontana».

Ciò significa, crediamo, che sia necessario, anzi prioritario, valorizzare e potenziare le situazioni costruttive del poliedro prospettato da Francesco, perché innanzitutto grazie ad esse si sapranno «offrire e generare relazioni nelle quali la nostra gente possa sentirsi conosciuta, riconosciuta, accolta, benvoluta, insomma: parte non anonima di un tutto». Nella convinzione che sarà proprio questa «qualità dei rapporti», questa «cura diffusa e moltiplicata delle relazioni (…) arricchita dalle sensibilità, dagli sguardi, delle storie di molti», a far emergere quasi naturalmente, a tempo debito, quei responsabili pocose non addirittura per nullacarrieristi ed autoreferenziali, in linea con quanto non solo Francesco chiede, ma già Benedetto XVI chiedeva.

Fonte: http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3038

Se Dio non ha paura di uscire…

8EAD9711-442E-4B0B-9B60-D03C03F9EB1CLA TRINITÀ ESTROVERSA

(480 ca., Albenga, Battistero di S. Giovanni)

di Gian Carlo Olcuire | 27 maggio 2018
…la Chiesa non dimentichi d’essere a sua immagine e somiglianza

Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo…» (Mt 28,16-20)

 

Non appena si prova a dare forma alla Trinità, si rischia di costruire un Frankenstein: un essere a metà tra il mostruoso e il ridicolo, del quale ci si affretta a cercare chiavi di lettura per appagare almeno la ragione, posto che non ha toccato il cuore né i sensi. E, se la nostra rappresentazione di Dio è fredda e cervellotica, si ripercuote sul nostro modo di somigliargli.

Però, fra i tentativi di resa simbolica della Trinità, questo di Albenga è uno dei più semplici e riusciti. Intanto non cade nella trappola di dare carne alle tre Persone, con la terza così poco omogenea alle prime due che spesso non si nota (come succede, a Firenze, nella Trinità di Masaccio). Il mosaico ligure lascia poi intuire, senza bisogno di spiegazioni, che il Figlio procede dal Padre e lo Spirito dal Padre e dal Figlio. Comunicando, alla fine, che il nostro non è un Dio fermo, pago di sé, che ama farsi celebrare. Ma, anzi, un Dio che esce da se stesso, che esplode dalla voglia di entrare in relazione.

Anche se la figura non fa vedere verso chi si stia irradiando e tanto meno fa capire il ruolo di ciascuna persona, è sufficiente a dare l’idea di uno (o di tre) a cui non piace stare né in casa né in chiesa.

L’espansione, a cerchi concentrici, ha il merito di rendere dinamica la Trinità, superando un legame limitato alle tre persone (che le farebbe sembrare ferme e, pur mostrandone la comunione, potrebbe dare la sensazione di un circolo chiuso). Inoltre aggiunge un quarto cerchio, quello formato dalle colombe, a ricordare la Chiesa fondata sugli apostoli.

È bello che ci si ricordi della Trinità nel luogo in cui si riceve il Battesimo, dove si è immersi nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo e si fa il proprio ingresso nella Chiesa. Essendo fatto a immagine e somiglianza di Dio, anche il suo popolo può cogliere che chi è inviato al mondo ha da essere più estroverso e meno timoroso.

Fonte: http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=3041

 

Le Carmelitane Scalze di Panama preparano ostie per la Giornata Mondiale della Gioventù

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Il 25 gennaio 2017 iniziava la vita nel Carmelo teresiano femminile di San Giuseppe e Santa Elisabetta della Trinità, nella diocesi panamense di Colón-Kuna Yala, con sei fondatrici provenienti dall’Ecuador.

Per la propria sussistenza le monache si dedicano principalmente, insieme alla produzione di pane, a quella delle ostie per la celebrazione della Santa Messa. Così, la prossima Giornata Mondiale della Gioventù che si terrà a Panama si presenta come un’ottima occasione per la vendita di ostie, che aiuterà le monache ad affrontare sia le spese quotidiane che i debiti contratti per i lavori realizzati nel monastero, come pure l’acquisto di macchine industriali per la produzione di ostie, ecc. Per la comunità sarà inoltre un bel modo di partecipare a un evento così importante.

Possiamo aiutare economicamente le monache tramite il conto corrente: Banco General de Panamá, Diócesis de Colón-Kuna Yala (Carmelitas Descalzas), numero di conto: 03-27-01-115350-3. Per altre informazioni, scrivere a: carmelitas.panama@gmail.com.

 

 

Gaudete et exsultate con Teresina!

Gaudete et exsultate con Teresina!

Segnaliamo con gioia ai nostri lettori la felice coincidenza della pubblicazione dell’ultima esortazione apostolica del Santo Padre Francesco, Gaudete et exsultate, con l’ingresso di S. Teresina nel Carmelo di Lisieux, il 9 aprile 1888: anche allora, come oggi, tale data coincideva con la Solennità dell’Annunciazione. E, come era facilmente prevedibile, la nostra santa (insieme a S. Teresa d’Avila e ad Edith Stein) è abbondantemente citata in questo documento sulla vocazione universale alla santità, verso la quale la piccola via di Teresina costituisce senza dubbio uno degli incoraggiamenti più entusiasmanti che un cristiano possa trovare.

Vogliamo inoltre ricordare il gioioso ed esultante ingresso di Teresina nel Carmelo con il seguente contributo di P. Giuseppe Furioni ocd, che ne riporta le testimonianze:

Il 9 aprile 1888, centotrent’anni fa, Teresa entrava nel monastero carmelitano di Lisieux. Era la festa rinviata dell’Annunciazione. Anche allora, come in quest’anno 2018, il 25 marzo coincideva con la festa delle Palme e il calendario liturgico aveva posticipato l’evento dell’Incarnazione al lunedì dopo la domenica in albis. Teresa – che aveva tanto desiderato di potere entrare in clausura nel giorno di Natale – scoprì nel ritardo un’ulteriore delicatezza del suo Dio Bambino: in quella festa infatti egli era «ancora più piccolo», perché appena concepito nel grembo della Vergine purissima. In monastero, Teresa amerà dipingere immagini sacre raffiguranti Gesù Bambino, commentate da questa espressione dialogata di san Bernardo: «Gesù, chi ti ha fatto così piccolo?» – «L’Amore!».

Teresa ricorda l’ultima sera trascorsa ai Buissonnets: «Per la mia entrata fu scelto il 9 aprile, giorno in cui il Carmelo celebrava la festa dell’Annunciazione, rimandata a causa della quaresima. La sera prima, tutta la famiglia era riunita attorno alla tavola alla quale io sedevo per l’ultima volta. Ah, come sono strazianti quelle riunioni intime!… proprio quando si vorrebbe vedersi dimenticati, le carezze, le parole più affettuose ci sono prodigate e ci fanno sentire il sacrificio della separazione. Il mio diletto Re non diceva quasi niente ma il suo sguardo si posava su di me con amore. La zia ogni tanto piangeva e lo zio mi faceva mille complimenti affettuosi. Anche Giovanna e Maria erano piene di gentilezze per me, soprattutto Maria che, prendendomi in disparte, mi chiese perdono dei dispiaceri che pensava di avermi dato. Infine la mia cara piccola Leonia, tornata dalla Visitazione da qualche mese, mi colmava ancora di più di baci e di carezze. È solo di Celina che non ho parlato: ma lei intuisce, Madre diletta, come passò l’ultima notte che abbiamo dormito insieme…» (Ms A, 68v°-69r°).

Non meno commovente è il racconto dell’ingresso, sempre dalla voce della protagonista: «La mattina del grande giorno, dopo aver dato un ultimo sguardo ai Buissonnets, nido grazioso della mia infanzia e che non avrei mai più rivisto, partii al braccio del mio diletto Re per salire la montagna del Carmelo. come la sera prima tutta la famiglia si riunì per ascoltare la Santa Messa e fare la comunione. Appena Gesù discese nel cuore dei miei cari, attorno a me udii solo singhiozzi; solo io non versai lacrime, ma mi sentii battere il cuore con una violenza tale che mi sembrò impossibile muovere un passo quando ci fecero cenno di recarci alla porta della clausura; tuttavia andai avanti, chiedendomi se non sarei morta tanto il cuore mi batteva forte… Ah, che momento, bisogna averlo passato per sapere cos’è!» (Ms A, 69r°).

Infine il congedo, è ancora Teresa che racconta, tutta bianca nella sua veste di sposa: «La mia emozione non trapelava all’esterno; dopo aver abbracciato tutti i membri della mia diletta famiglia, mi misi in ginocchio davanti al mio incomparabile Padre, chiedendogli la benedizione; per darmela si mise anche lui in ginocchio e mi benedisse piangendo… Era uno spettacolo che doveva far sorridere gli angeli quello di questo vegliardo che presentava al Signore sua figlia ancora nella primavera della vita!…» (Ms A, 69r°).

Un conoscente, che aveva assistito alla scena, disse poi al signor Martin che gli era sembrato di vedere Abramo in atto di sacrificare a Dio il figlio Isacco. Luigi, ascoltando, sorrise: «Ma – disse – se Dio mi avesse chiesto di sacrificare la mia bambina, io avrei alzato il coltello molto, molto lentamente, aspettando l’agnello».

Scrisse poi a un amico: «La mia reginetta è entrata ieri al Carmelo. Dio solo può chiedere un simile sacrificio. Egli mi aiuta così potentemente che, in mezzo alle lacrime, il mio cuore sovrabbonda di gioia».

Intanto Teresa varca la soglia della clausura: «Alcuni istanti dopo, le porte dell’arca santa si chiusero dietro di me e là ricevevo gli abbracci delle sorelle dilette che mi avevano fatto da mamme e che ormai prendevo come modelli delle mie azioni…» (Ms A, 69r°).

Nessuna allusione all’ammonimento del rev. Delatroëtte alla comunità, davanti al sig. Martin, con la porta della clausura tutta aperta. Lo riporta madre Agnese, ricordando che la comunità rimase di sasso: «Ebbene, mie Reverende Madri, voi potete cantare un Te Deum! Come delegato del Vescovo, vi presento questa bambina di quindici anni, di cui avete voluto l’entrata. Vi auguro che ella non deluda le vostre speranze, ma vi ricordo che se avverrà altrimenti, voi ne porterete da sole la responsabilità».

I presenti – gelati da quel freddo avvertimento – restarono colpiti proprio dal fatto che Teresa fosse l’unica a mostrarsi assolutamente serena, come se quelle parole non la riguardassero.

Appena entrata, come tutte le postulanti, fu condotta in coro: «Ciò che prima di tutto mi colpì furono gli occhi della nostra santa Madre Genoveffa che si posarono su di me; restai un attimo in ginocchio ai suoi piedi ringraziando il buon Dio della grazia che Egli mi concedeva di conoscere una santa».

Poi la priora, Madre Maria di Gonzaga, l’accompagnò nei diversi posti della comunità: «Tutto mi sembrava incantevole, credevo di essere trasportata in un deserto: soprattutto la nostra cella mi affascinava, ma la gioia che provavo era calma, nemmeno il più lieve zefiro faceva ondeggiare le acque tranquille sulle quali veleggiava la mia navicella, nessuna nuvola oscurava il mio cielo azzurro… ah, ero pienamente ricompensata di tutte le mie prove… Con che gioia profonda ripetevo queste parole: “Per sempre, sono qui per sempre!…”» (Ms A, 69v°).

Scrivendo, nel 1895, i suoi ricordi, ripensando alle fatiche passate per entrare in monastero, si esprimerà così: «Oggi, che godo della solitudine del Carmelo (riposandomi all’ombra di Colui che ho così ardentemente desiderato), penso di aver acquistato questa felicità a pochissimo prezzo, e sarei pronta a sopportare pene ben più grandi per conquistarla, se non l’avessi ancora» (Ms A, 53v°).

Carmelitani Scalzi della Provincia Veneta

La notte in cui ho superato i miei demoni

La notte in cui ho superato i miei demoni

La vita del dottor John Morrissey ha avuto un capitolo oscuro dal quale è uscito grazie al sacramento della confessione, secondo un suo racconto pubblicato dal britannico The Catholic Herald. Dopo essere arrivato alla depressione a causa del continuo contatto con la morte in un contesto di allontanamento da Dio, il medico ha ricordato la consolazione offerta dal sacramento e vi si è accostato urgentemente. “Il mio stato spirituale era quello di un allegro pagano, un Bacco in un camice bianco sporco e con un’aureola falsa”, ha ammesso il dottor Morrissey. “Nonostante una profonda esperienza religiosa due anni fa, la mia vita morale presentava ancora varie sfumature di nero, e la mia testa era piena di un sincretismo confuso, nonsenso del New Age”.

In questo stato affrontava ogni giorno una realtà drammatica: l’assistenza ai malati terminali di cancro nel suo ospedale, un lavoro che ha svolto per un anno. Dopo un anno senza praticare la propria fede, il suo ritorno incompleto si limitava ad alcune preghiere “chiedendo che i miei pazienti si riprendessero, o che io non fossi di turno quando avessero avuto bisogno di essere ricoverati”, ha ricordato. “Le mie preghiere non hanno ottenuto risposta. Le morti continuavano senza sosta. Una grande sensazione di mancanza di senso e di disperazione ha riempito il mio cuore”.

Il medico non solo attraversava una crisi spirituale e professionale, ma viveva in solitudine e non aveva amici, e quindi è caduto nell’alcool. “Il mio cuore batteva, ma io non ero vivo”, ha riassunto. Il momento più basso della sua crisi è stato raggiunto mentre rivedeva i dati relativi a un giovane paziente morto da poco e ha sentito di affondare nella depressione. Davanti alla sua espressione, una paziente gli ha chiesto se si sentiva bene. Con le lacrime agli occhi ha risposto: “Mi dispiace, sto lottando per vedere qualcosa di buono in questo posto. C’è troppa morte qui”.
Una sera, mentre beveva in un bar, ha sentito la necessità impellente di uscire dal locale. “Era come se vedessi quel luogo per la prima volta per com’era realmente”, ha confessato, riferendo che vedeva tutti i presenti come perdenti e che ciascuno dei loro sguardi sembrava essere macchiato di malizia. “Mi sono sentito molto solo, e ho iniziato a cercare una via d’uscita”. La sensazione è stata accompagnata dalla certezza della propria condanna e dalla necessità urgente di ricorrere alla confessione.

“Non ero estraneo al peccato, ma fino a quel momento non ero mai stato consapevole degli effetti della sua presa letale sulla mia anima”, ha dichiarato. Non appartenendo a una parrocchia, ha cercato sull’elenco telefonico e ha trovato una comunità gesuita che ha chiamato e alla quale si è diretto immediatamente in taxi. Al suo arrivo è stato accolto dai religiosi e ha atteso un sacerdote che ha dovuto svegliarsi nel cuore della notte per assisterlo. “Ha fatto capire chiaramente che era tutto irregolare, ma l’ho supplicato a tal punto di ascoltare la mia confessione che ha acconsentito con misericordia”, ha raccontato il dottor Morrissey.
Dopo più di 10 anni senza confessione, l’uomo è stato guidato dal sacerdote ed è riuscito a ricordare l’atto di dolore che aveva imparato nell’infanzia. “Con le parole finali di assoluzione, mentre stavo ad occhi chiusi, la paura è scomparsa completamente. Non sono mai stato tanto grato quanto in quel momento. Ho chiesto perdono per la mia incursione e ho lasciato quella casa in pace.
Nulla di ciò che era all’esterno era cambiato, ma ero cambiato io, ero stato riconciliato. Mi sono reso conto che solo i miei peccati potevano ferirmi davvero, e che se spezzavo i miei legami con loro avrei perso la paura della morte”. Nell’esercizio della sua professione, i pazienti continuavano a morire, ma questa volta pregava perché, come lui, potessero trovare la grazia della misericordia che egli stesso aveva sperimentato.

“Le moderne cure mediche possono solo modificare il tempo, il luogo e le modalità della morte fisica, non la sua ineluttabilità. Purtroppo, penso che molti pazienti e parenti non riescano a vedere questo limite, o addirittura non considerino affatto le loro vite spirituali. I malati di cancro sono molto consapevoli di essere stati invasi da una forza ostile intenta al loro annientamento. I cattolici vedono i peccati mortali in questa stessa luce. Sono un neoplasma letale, una condanna a morte per l’anima, che la separa per sempre da Dio che è l’unico vero riposo e dimora dell’anima. Il Vangelo parla della morte, di questa condanna a morte, e del sacrificio di Cristo che ha redento tutti una volta per sempre con il suo sacrificio sulla croce.

Il peggior cancro che si possa immaginare in teoria può essere curato con una dose di radiazioni erogata a tutto il corpo. Queste radiazioni uccidono non solo tutte le cellule tumorali ovunque siano diffuse, ma anche il midollo osseo vitale, fonte di immunità. Senza un trapianto di midollo, il paziente morirà rapidamente anche a causa di una lieve infezione come un comune raffreddore. Il midollo donato deve essere pienamente compatibile, oppure sussiste il rischio che possa iniziare ad attaccare i tessuti del paziente. Il trapianto che Gesù ci dona nell’Eucaristia è perfettamente compatibile e rivitalizzante per l’anima umana, poiché Egli è il donatore universale. Gesù Cristo insegna all’uomo a impiegare la sofferenza per la propria salvezza”.

Tutte queste ragioni portano Il dottor Morrissey a ringraziare ancor di più per la drammatica esperienza in cui ha percepito la necessità di chiedere perdono e di ricevere la misericordia di Dio.

Il dottor John Morrissey è un consulente del NHS specializzato nella cura dei malati critici. Sta scrivendo sotto uno pseudonimo.

Catholic Herald

 

CHI MI HA TOCCATO? LA SPERANZA CHE SALVA

Riflessioni sulla sofferenza

La sofferenza e la morte sono due realtà che fanno parte dell’essere creaturale dell’uomo e a cui non ci si può sottrarre. Ma, pur essendo comuni a tutti gli uomini, si presentano diversificate a seconda di chi le vive e come le vive: per carattere, ideologia, cultura.

Per il cristiano, la matrice è comune, come identico dovrebbe essere l’approccio quando l’una o l’altra bussano alla porta della nostra vita. E soprattutto quando la nostra speranza è veramente una speranza certa perché ancorata a Cristo risorto e ci permette di andare oltre il limite del tempo e della storia. Solo in questa ottica possiamo accostarci al mistero della sofferenza e della morte con serenità e pace.

Dicevamo all’inizio che la sofferenza fa parte dell’esistenza umana. Essa non è solo connaturata al nostro limite creaturale, ma deriva anche dalla massa di colpa che, nel corso della storia, si è accumulata e anche nel presente cresce in modo inarrestabile. È doveroso fare di tutto per superare la sofferenza, ma pensare di poterla eliminare totalmente dal mondo non sta nelle nostre possibilità perché nessuno di noi è in grado di eliminare il potere del male, della colpa che è continuamente fonte di sofferenza.

Possiamo cercare di limitarla, di lottare contro di essa, ma non possiamo eliminarla.

Dice Benedetto XVI nell’Enciclica ‘SPE SALVI’: “Proprio là dove gli uomini, nel tentativo di evitare ogni sofferenza, cercano di sottrarsi a tutto ciò che potrebbe significare patimento, là dove vogliono risparmiarsi la fatica e il dolore della verità, dell’amore, del bene, scivolano in una vita vuota, nella quale forse non esiste quasi più il dolore, ma si ha tanto maggiormente l’oscura sensazione della mancanza di senso e della solitudine”.

Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione ed in essa maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore.

La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza; in essa il cristiano riesce a trovare un senso, un cammino di purificazione e di maturazione, un cammino di speranza.

La fede cristiana ci dice che Dio stesso si è fatto uomo per poter com-patire con l’uomo, in modo reale, in carne e sangue, come ci viene dimostrato nel racconto della Passione di Gesù. Da lì in ogni sofferenza umana è entrato Uno che condivide la sofferenza e la sopportazione; da lì si diffonde in ogni sofferenza la “con-solatio”, la consolazione dell’amore partecipe di Dio e così sorge la stella della speranza. Questa capacità di soffrire, dipende dal genere e dalla misura della speranza che portiamo dentro di noi e sulla quale costruiamo.

I santi poterono percorrere il grande cammino dell’essere-uomo nel modo in cui Cristo lo ha percorso prima di noi, perché erano ricolmi della grande speranza.

Tutti questi pensieri mi hanno attraversato la mente quando mercoledì pomeriggio sono entrato nella stanza, completamente isolata, di Elena “la mia sorellona” come affettuosamente la chiamo perché è veramente la sorella che il Signore mi ha donato, facendomela incontrare. Lei è moglie e madre di cinque figli e con grande speranza combatte questa ennesima battaglia, la combatte nel segno della speranza che ho cercato di descrivere finora. Guardandola negli occhi non percepisci alcun segno di disperazione; la fatica e la sofferenza che provano il corpo non hanno assolutamente intaccato lo spirito, tenace più che mai a voler tornare nel campo di battaglia della vita. Non è eroismo: è la forza della fede che la rende ( e ci rende, se lo vogliamo) capaci di non maledire ciò che umanamente sarebbe nient’altro che una sorte dannata, una negazione inutile della libertà umana mentre nel suo volto fisso sul Cristo crocifisso che ha di fronte al suo letto, assume il senso più bello dell’Eternità, della nostra speranza certa perché già sperimentabile adesso.

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2018/05/chi-mi-ha-toccato-la-speranza-che-salva/#more-146881

Il Gesù storico

«I Vangeli? Una montatura. La storia di Gesù che si legge sulla Bibbia? Fantasie costruite ad arte anni dopo da chi “ha inventato” la Chiesa per farne strumento di potere». Sono alcune delle definizione che ateisti e non credenti danno dei racconti della vita di Gesù, per affermare che il Cristo non sia mai esistito ma solo una invenzione.

A parte le numerose scoperte archeologiche degli ultimi decenni che provano l’esistenza di luoghi descritti nei Vangeli, numerosi sono gli scritti di autori non cristiani, pagani ed ebrei, che descrivono l’esistenza di Gesù, spesso anche con intenti denigratori per combattere la crescente diffusione del cristianesimo nell’Impero, ma che comunque provano che Gesù visse veramente.

Una lettura di questi testi andrebbe consigliata a chi considera i Vangeli una ricostruzione fantasiosa. Il sito Aleteia riporta numerosi di questi scritti, eccone alcuni. Il primo di cui si ha conoscenza è dello storico ebraico Flavio Giuseppe, vissuto tra il 37 e il 100 dopo Cristo.

Nel 93 dopo Cristo scrisse una storia dell’ebraismo, “L’antichità degli ebrei”. Cita numerosi personaggi del Nuovo Testamento, compreso Gesù, Giovanni il Battista e un “fratello” di Gesù, Giacomo. Si noti che i vangeli furono scritti a partire all’incirca 70 anni dopo gli eventi, per cui Flavio non poteva esserne a conoscenza: “C’era in quel periodo un uomo saggio di nome Gesù, se è giusto considerarlo soltanto un uomo (…) Attirò a sé molti ebrei e molti Gentili. Era Cristo e quando Pilato, su richiesta di molti di loro, lo condannò alla morte su croce, coloro che lo amavano credettero in lui quando apparve loro risorto da morte il terzo giorno (…) e le tribù dei cristiani, chiamate così dal suo nome, ancora oggi risultano non estinte”. C’è poi il caso dello scrittore romano Tacito che nei suoi Annali parla della morte di Gesù per mano di Ponzio Pilato: “Cristo, da cui i cristiani hanno preso il nome, soffrì punizioni estreme durante il regno di Tiberio per mano di uno dei suoi procuratori, Ponzio Pilato (…) una immensa moltitudine di cristiani venne fatta arrestare da Nerono, non con l’accusa di aver incendiato la città, ma con l’accusa di odio contro l’umanità”. Luciano di Samosata, un autore satirico pagano, pur ridicolizzando i cristiani, ammette l’esistenza di Gesù: “I cristiani adorano ancora oggi quest’uomo. Queste creature fuorviate partono dalla generale convinzione di essere immortali per l’eternità, il che spiega il loro disprezzo per la morte e l’autodevozione volontaria così comuni fra loro”. Esistono poi testi rabbinici il cosiddetto Talmud di Babilonia in particolare, che contengono referenze a Gesù e ai suoi discepoli, descritti in numero di cinque, delle sue guarigioni e della sua morte su un pezzo di legno.

Paolo Vites

Il Sussidiario

La lezione di Alfie: oggi l’accanimento non è terapeutico, ma per la morte

Comunicato del Centro Studi Livatino

La lezione di Alfie: oggi l’accanimento non è terapeutico, ma per la morte. E non è un problema soltanto inglese

Alfie Evans, grave disabile di 23 mesi, in continuità con quanto da oltre 15 anni viene praticato in Belgio e in Olanda, ha raccontato oltre ogni dubbio che oggi il criterio decisivo nei confronti di chi soffre non è più nemmeno l’autonomia o l’autodeterminazione, bensì la convenienza sanitaria e sociale di sopprimere una vita qualificata come “inutile”. Dal suo lettino Alfie, pur non parlando, ha mostrato che il vero accanimento oggi esistente non è quello c.d. terapeutico, ma è quello per la morte, che passa per le aule di giustizia di ordinamenti formalmente democratici. E che il dibattito non è fra chi ha pietà e chi non ne ha: il dibattito è fra chi lascia l’individuo solo nelle mani dello Stato e chi sa che per vivere è necessaria la speranza, specie nelle prove, come hanno testimoniato i suoi genitori.

Non è un problema solo inglese: non trascuriamo che in Italia la legge 219/2017 riconosce, ai fini della permanenza in vita, “disposizioni” date “ora per allora”, qualifica cibo e acqua come trattamenti sanitari, se somministrati per via artificiale, contiene norme pericolose per i minori e per gli incapaci, nega l’obiezione di coscienza ai medici e obbliga anche le strutture non statali. Riprendendo peraltro quanto già affermato dalla giurisprudenza nel caso Englaro.

La speranza – dei pazienti, dei parenti, di chi li affianca con generosità – non la danno né lo Stato né i giudici né la legge: possono però oltraggiarla e schiacciarla, come è accaduto da ultimo a Liverpool. Il piccolo Alfie sollecita tutti a impedire che ciò avvenga.

E’ quanto sostiene il Centro Studi Rosario Livatino, formato da magistrati, docenti universitari e avvocati.

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(fonte: tempi.it)

SOTTO LE ALI DELL’ONNIPOTENTE

Sotto le ali dell’Onnipotente

Chi abita al riparo dell’Altissimo
passerà la notte all’ombra dell’Onnipotente.

Io dico al Signore: “Mio rifugio e mia fortezza,
mio Dio in cui confido”.

Egli ti libererà dal laccio del cacciatore,
dalla peste che distrugge.

Ti coprirà con le sue penne,
sotto le sue ali troverai rifugio;
la sua fedeltà ti sarà scudo e corazza.

Non temerai il terrore della notte
né la freccia che vola di giorno,
la peste che vaga nelle tenebre,
lo sterminio che devasta a mezzogiorno.

Mille cadranno al tuo fianco
e diecimila alla tua destra,
ma nulla ti potrà colpire.

Basterà che tu apra gli occhi
e vedrai la ricompensa dei malvagi!

“Sì, mio rifugio sei tu, o Signore!”.
Tu hai fatto dell’Altissimo la tua dimora:

non ti potrà colpire la sventura,
nessun colpo cadrà sulla tua tenda.

Egli per te darà ordine ai suoi angeli
di custodirti in tutte le tue vie.

Sulle mani essi ti porteranno,
perché il tuo piede non inciampi nella pietra.

Calpesterai leoni e vipere,
schiaccerai leoncelli e draghi.

“Lo libererò, perché a me si è legato,
lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome.

Mi invocherà e io gli darò risposta;
nell’angoscia io sarò con lui,
lo libererò e lo renderò glorioso.

Lo sazierò di lunghi giorni
e gli farò vedere la mia salvezza”. (Salmo 90)

 

Commento

Il salmista professa di trovare la sua forza e pace nel Signore, nel quale confida: “Io dico al Signore: <Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido>”.
Il salmo vuole infondere fiducia nel futuro, sicuramente positivo per chi confida nel Signore (Cf. Dt 6,14).
Il “laccio del cacciatore”, sono le trappole poste dai nemici per giungere a compromettere il giusto.
“Dalla peste che distrugge”; più giustamente secondo l’originale ebraico dovrebbe tradursi: “Dalla parola che distrugge”, cioè dalla parola calunniatrice.
“Il terrore della notte”, sono gli assalti dei briganti, le incursioni dei nemici.
“La freccia che vola di giorno”, sono gli attacchi in pieno giorno dei nemici: di notte le frecce non si usano.
“La peste che vaga nelle tenebre”, l’uomo non vede il propagarsi del contagio; per questo “nelle tenebre”.
“Lo sterminio che devasta a mezzogiorno”, è l’azione delle carestie.
Di fronte all’imperversare delle sventure: “Mille cadranno al tuo fianco e diecimila alla tua destra, ma nulla ti potrà colpire”.
Indubbiamente il salmo presenta una situazione del giusto non costantemente frequente, per cui va aperta ad una lettura in chiave figurata, dal momento che le sventure colpiscono anche i giusti. Le sventure non colpiscono il giusto nel senso che in tutte le circostanze avrà l’aiuto di Dio per non cadere nell’infedeltà a Dio ed essere felice della sua presenza: Dio è il più grande bene.
Gli angeli custodiranno il giusto in tutti i suoi passi, cioè nei suoi viaggi, nelle sue iniziative. Anzi, tutto sarà facilitato dagli angeli, la cui azione è presentata con l’immagine degli angeli che stendono le loro mani a formare la strada dove percorre il giusto, affinché non inciampi nella pietra il suo piede.
Il giusto assistito da Dio camminerà indenne
nei pericoli: “Calpesterai leoni e vipere, schiaccerai leoncelli e draghi”. I “draghi”, sono un’immagine tratta dalla mitologia cananea (Vedi il Leviatan; Cf. Ps 73).
Il salmista alla fine “passa la parola” a Dio: “Lo libererò, perché a me si è legato, lo porrò al sicuro, perché ha conosciuto il mio nome… lo libererò e lo renderò glorioso. Lo sazierò di lunghi giorni e gli farò vedere la mia salvezza”.

 

La sacramentalità del matrimonio: spunti di riflessione

della prof .ssa Valeria Trapani

In un’epoca storica in cui la stabilità della coppia è sempre più compromessa da fattori di natura sociale e culturale, che invitano il singolo ad affermarsi ed imporsi sulla vita a due lasciando prevalere i propri egoismi e le ambizioni personali sul bene comune, e in cui, qualunque assunzione di responsabilità viene vissuta come limitazione alla libertà personale, potrebbe apparire quanto mai desueta la scelta di contrarre matrimonio, e ancora di più nella forma religiosa cristiana.

Dati statistici ci dimostrano che è in crescita il numero dei matrimoni civili celebrati in Italia, a sfavore di quelli religiosi, e a questo decremento si contrappone il numero dei divorzi, quasi raddoppiato nell’ultimo decennio.

Inoltre il relativismo etico, a cui la nostra società è assoggettata, ha fatto sì che ogni forma di stabilità, sia essa di natura ideologica o relativa a consuetudini comportamentali, appaia quanto mai distante dalla forma mentis dell’uomo contemporaneo, che tende invece ad affermare la propria autonomia non in termini di autodeterminazione, quanto piuttosto di transitorietà di idee e progetti di vita, portandolo così a vivere nell’effimera sensazione di essere libero.

In questo panorama palesemente poco incoraggiante diventa allora utile rilanciare la dimensione sacramentale del matrimonio cristiano, che, come gli altri sacramenti si fonda sulla stessa volontà salvifica di Cristo, al cui Mistero Pasquale di morte e risurrezione, si fa risalire l’istituzione di tutti i sacramenti.

Il matrimonio, nella sua dimensione sacramentale tuttavia, ovvero come manifestazione visibile della grazia di Dio donata all’uomo, è contemplato già nel disegno originario voluto da Dio all’atto della creazione, che nel dettato di Gn 1,26 della creazione e conseguente unione tra uomo e donna, da origine all’istituto della famiglia.

Dunque la scelta delle nozze in Cristo, ovvero la celebrazione sacramentale del matrimonio, si pone come l’obbedienza al progetto salvifico di Dio, la risposta della creatura al suo Creatore, una via di santificazione attraverso cui riproporre nell’amore che lega i coniugi il modello di quella perfezione che caratterizza l’amore trinitario.

Il matrimonio è pertanto sacramento, perché si fa segno visibile di quell’unione e unità primordiale che caratterizza l’identità una e trina di Dio creatore.

Nel vincolo di amore terreno che lega gli sposi, inoltre, è resa manifesta, e dunque sacramentalmente svelata, quella categoria teologica fondamentale che è posta alla base della nostra fede: l’alleanza.

Nell’unione sponsale infatti, viene riproposta la dinamica deM’alleanza umano-divina, così come il testo paolino di Ef 5,22-32 ci indica, paragonando il legame d’amore di una coppia a quello che unisce Cristo alla sua Chiesa.

Va tuttavia precisato che il rapporto che intercorre tra l’amore inesauribile di Cristo per la Chiesa ed il dovere che questa ha di servire Cristo con tutta se stessa, è un rapporto di analogia.

Il che è da intendersi come una figura tipologica, ovvero un modello a cui tendere, in cui qualcosa è simile e qualcos’altro non lo è, e per il cui raggiungimento è appunto la via sacramentale del matrimonio il percorso più ovvio da seguire.

Nell’analogia tra unione sponsale e alleanza appare infine che il matrimonio cristiano è icona deN’amore che Dio riversa suN’uomo, che è un amore misericordioso, mai disposto a venir meno, frutto di una lunga e variegata storia di relazione, in cui la Parola donata e dunque il dono di sé costituisce l’alimento e il fondamento della relazione.

http://ocarm.org/it/content/ocarm/sacramentalita-matrimonio-spunti-riflessione