La rondine e la piuma

Certo, sia la rondine sia la piuma si librano nell’aria, ma la differenza è netta: la rondine sceglie la traiettoria, naviga contro il vento opponendogli il suo petto carenato; la piuma, invece, è sospinta da ogni corrente d’aria, è succube a ogni soffio. Una domanda s’impone: e noi come siamo? Siamo rondini libere e sicure o piume agitate da ogni brezza e variabilità?

Gianfranco Ravasi

Dipende

Un pallone da Basket nelle mie mani vale 20 Euro.
Nelle mani di Michael Jordan vale circa 30 milioni di Euro.
Dipende dalle mani in cui si trova.
Una palla da baseball nelle mie mani vale 4 Euro.
Nelle mani di Mark McGuire vale circa 17 milioni di Euro.
Dipende dalle mani in cui si trova.
Una racchetta da Tennis nelle mie mani è praticamente inutile.
Nelle mani di Venus Williams, è la vittoria in un torneo.
Dipende dalle mani in cui si trova.
Un bastone nelle mie mani tiene lontano un animale selvatico.
Un bastone, nelle mani di Mosè divide il Mar Rosso.
Dipende dalle mani in cui si trova.
Una fionda nelle mie mani è un giocattolo per bambini.
Una fionda nelle mani di Davide è un’arma straordinaria.
Dipende dalle mani in cui si trova.
Due pesci e cinque panini nelle mie mani sono una buona merenda.
Due pesci e cinque panini nelle mie mani di Dio sfamano le moltitudini.
Dipende dalle mani in cui si trovano.
I chiodi nelle mie mani possono produrre una cuccia per cani.
Nelle mani di Gesù Cristo producono salvezza per il mondo intero.
Dipende dalle mani in cui si trovano.
Come vedi, tutto dipende dalle mani in cui gli oggetti si trovano.
Allora, metti i tuoi ragionamenti, le tue preoccupazioni, le tue paure
le tue speranze, i tuoi sogni, la tua famiglia e i tuoi rapporti con
gli altri nelle mani di Dio, perché…
…dipende dalle mani in cui si trovano.
Le nostre mani  
Le nostre mani sono un prodigio.
Impugnano un pennello e nasce la pittura.
Afferrano uno scalpello e abbiamo la scultura.
Manipolano pietre, ferro, calce e sorgono i monumenti dell’architettura.
Sfiorano le corde di un’arpa,
battono i tasti di un pianoforte ed è la magia nella musica.
Intrecciano con grazia il lino e il cotone e ammiriamo l’arte del ricamo.
Le nostre mani, per la gentilezza con le quali salutano,
per la tenerezza con le quali accarezzano,
per la forza che sprigionano nel lavoro,
per la premura con cui intervengono diventano e sono veicolo d’amore.
L’amore è il perno su cui ruota l’universo.
E’ per l’amore che splende la primavera.
E’ per l’amore che nascono i fiori.
Se non ci fosse l’amore la terra sarebbe un deserto,
la vita si spegnerebbe,
gli uccelli non farebbero il nido,
l’uomo rimarrebbe nella solitudine.
Usiamo le nostre mani per spandere gesti d’amore.

Con te

Sono con te, Signore,
che sei la vita.
Con te non ho più età,
con te non ho più amarezze,
ma solo l’amore tuo
che conforta questa mia sera.

Se nei miei giorni passati
non sempre vi è stato
quanto è dovuto a te,
nella tua misericordia vi è sempre
quanto può giovare a me.

Che la mia vita sia luce
per ogni persona che ho incontrato,
per ogni figlio che ho amato,
per ogni opera che ho realizzato.

Sono con te che mi ami,
mi perdoni, mi attendi.
Sono con te, Signore.

ERCOLE GEROSA

Martin, il calzolaio che aspettava Gesù

Martin, avvicinandosi il Natale desiderava preparare qualcosa per Gesù. Gli preparò un paio di scarpe, una torta, e mise da parte dei risparmi che potevano servire a Gesù per i suoi poveri.

Quando era tutto pronto si mise ad aspettarlo. Improvvisamente qualcuno fuori gridò: “Al ladro, al ladro…”. Una donna afferrava un bambino che le aveva rubato una mela. Martin, si addolorò e pensò: “Adesso, se arriva la polizia o lo prende, come passerà il Natale?”. Prese i risparmi che aveva messo da parte per Gesù e li diede alla donna, pregandola di lasciar andare il bambino.

Nuovamente incominciò ad aspettare Gesù e per la finestra si accorse di un paio di piedi che camminavano scalzi sulla neve. “Chi sarà?”, si domandò. E uscì a cercare il proprietario di quei piedi. Era un giovane: “Vieni, entra in casa mia, riscaldati un poco”, gli disse. Afferrò le scarpe che aveva fatto per Gesù e gliele diede. Si disse felice: “Per Gesù mi rimane ancora la torta”. Già il sole tramontava e vide un anziano che camminava curvo sulla strada. “Povero vecchietto, forse non avrà mangiato niente tutto il giorno”. Lo invitò ad entrare nella sua casa, non gli restava che la torta, pazienza, pensò tra sè, offrendo la torta al povero, accoglierò Gesù un’altra volta. Dopo che anche l’anziano se ne andò, il povero Martin, si sentiva felice e nello stesso tempo triste, aveva preparato tutto per Gesù, ma lui non era arrivato: pazienza!

Durante la notte fece un sogno: nel sogno gli si presentò Gesù e gli disse:
“Martin, mi stavi aspettando?”.
“Sì, ti ho atteso tutto il giorno…”
“Ma io sono venuto a visitarti per ben tre volte. Grazie dei tuoi regali!”

E Martin vide che Gesù aveva nelle sue mani i risparmi e la torta, ai suoi piedi le scarpe. Si svegliò felice: Gesù era venuto a visitarlo.

Comunità missionaria Villaregia

La sete

Un giovane si presentò a un sacerdote e gli disse: “Cerco Dio”.
Il reverendo gli propinò una bella predica. Concluso la predica, il giovane se ne andò triste in cerca del vescovo. “Cerco Dio”. Monsignore gli lesse una sua lettera pastorale. Terminata la lettura, il giovane, sempre più triste, si recò dal papa. “Cerco Dio”.
Sua santità cominciò a riassumergli la sua ultima enciclica, ma il giovane scoppiò in singhiozzi.
“Perché piangi?”, gli chiese il papa del tutto sconcertato.
Cerco Dio e mi offrono parole.
Quella notte il sacerdote, il vescovo e il papa fecero un medesimo sogno. Sognarono che morivano di sete e che qualcuno cercava di dar loro sollievo con un lungo discorso sull’acqua
“Che cos’è Dio?” domanda un bambino.
La madre lo stringe tra le braccia e gli chiede: “Cosa provi?”.
“Ti voglio bene” risponde il bambino.
“Ecco, Dio è questo”.

(Krzysztof Kieslowski)

ASIA/BANGLADESH – L’Arcivescovo Costa: “Papa Francesco porta le periferie al centro del mondo”

Dacca (Agenzia Fides) – “Con la sua visita a Dacca, Papa Francesco prosegue nella missione di riportate le periferie al centro del mondo”. Con queste parole l’Arcivescovo di Chittagong, Moses M. Costa, commenta all’Agenzia Fides la visita di Papa Bergoglio, arrivato oggi in Bangladesh. “Con la nostra comunità ci stiamo preparando da due mesi, soprattutto spiritualmente. Per noi è una benedizione, un incoraggiamento e anche un riconoscimento del lavoro svolto finora”, prosegue l’Arcivescovo all’interno del suo ufficio di Chittagong, città portuale del Bangladesh da cinque milioni di abitanti. Nel paese, a maggioranza islamica, i cattolici sono una minoranza: secondo le stime governative, 384.000 su una popolazione totale di 170 milioni. Percentuali simili si registrano anche nel distretto di Chittagong, che copre cinquemila chilometri quadrati di superficie: “Abbiamo 35 preti, circa 50 suore, una quindicina di fratelli, per una popolazione molto ampia. Siamo una comunità piccola, ma molto attiva. Soprattutto nel campo dell’educazione, con le diverse scuole che gestiamo, il cui valore è riconosciuto da tutti, ma anche nel settore dello sviluppo e dell’aiuto ai più bisognosi, attraverso i progetti realizzati dalla Caritas. Si tratta di una comunità decentralizzata, sparsa sul territorio, che sa arrivare fino agli ultimi, comprese le popolazioni indigene che abitano sulle colline, spesso prive di riconoscimento da parte del governo”. La visita di Papa Bergoglio, sostiene l’Arcivescovo Moses M. Costa, è “un modo per far conoscere meglio al paese e al resto del mondo la nostra presenza, minoritaria ma fondamentale”, che va preservata con attenzione. “Negli ultimi anni è cresciuto il fondamentalismo islamico. Non siamo preoccupati, ma seguiamo attentamente il corso degli eventi”. Affinché non si perda la tradizione di convivenza interreligiosa che contraddistingue il Bangladesh: “Qui le diverse fedi hanno convissuto pacificamente in passato. Non vogliamo perdere questa eredità. La visita del Santo Padre rafforzerà lo spirito di tolleranza e riconciliazione, pace e armonia”. Un’armonia che, secondo l’Arcivescovo Costa, riguarda anche le questioni sociali: “L’armonia va ritrovata non solo tra le religioni, ma anche tra le classi sociali, tra i ricchi e i poveri, tra i privilegiati e gli svantaggiati. La giustizia sociale è il tema centrale del mondo contemporaneo, nelle periferie come nel presunto centro del mondo. Il Santo Padre ce lo ricorda continuamente. E, soprattutto qui in Bangladesh, consideriamo le sue parole come profetiche”. L’Arcivescovo Moses M. Costa dichiara all’Agenzia Fides: “Papa Francesco saprà trovare le parole giuste, al momento giusto” anche per affrontare la delicata questione dei Rohingya, la minoranza musulmana costretta a fuggire dalle persecuzioni subite in Myanmar. “La Chiesa ha bisogno di meno diplomazia, e di più fede. E la fede passa per la verità, di cui non bisogna mai aver paura”. (GB) (Agenzia Fides 30/11/2017)

Senza finestre

L’argomento

SENZA FINESTRE

In queste stanze buie dove passo /giornate soffocanti, io brancolo / in cerca di finestre – se mai una si aprisse / a mia consolazione -. Ma non ci sono finestre / o sarò io che non le so trovare. /Meglio così, forse. Può darsi/che la luce mi porti altro tormento. / E poi chissà mai quante cose nuove ci rivelerebbero!

Konstantinos Kavafis

La riflessione

Nella sua patria d’origine fu sempre tenuto sotto «sorveglianza» sociale e culturale, sia per la sua nascita e residenza ad Alessandria d’Egitto, sia per la sua omosessualità dichiarata, sia per la scarsità della sua produzione, centellinata quasi a fatica. Eppure, Konstantinos Kavafis (1863-1933), con le sue 154 poesie, è uno dei massimi poeti neoellenici contemporanei, al quale abbiamo attinto con questa citazione desunta dalla raccolta 55 poesie. Le stanze buie dell’alloggio alessandrino, in cui il poeta trascorre le sue giornate solitarie, si trasformano in un simbolo esistenziale austero e fin drammatico.

A tentoni egli tocca le pareti alla ricerca di una finestra che si apra sulla luce e sulle novità del mondo. Mai però le sue mani riescono a scoprire un’apertura, e forse è meglio così. Perché la luce può abbagliare oppure costringerlo a vedere la sua miseria, aumentando il tormento interiore, o ancora spingerlo a scoprire aspetti e proposte nuove della vita che là, fuori, si muovono e si offrono. È, questa, una parabola della vicenda personale di molti, chiusi nel loro bozzolo, prigionieri di una sorta di autismo spirituale. Non vogliono finestre, anche se sembrano cercarle, perché esse col loro fascio di luce costringerebbero a mutar vita, a impegnarsi, ad affacciarsi e, così, a intrecciare il difficile eppur necessario dialogo della comunione, del confronto, dell’amore.

(Testo tratto da: G. Ravasi, Breviario laico, Mondadori)