“Per sempre”, le parole dell’Amore

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“Per sempre”, le parole dell’Amore.
La vacanza dei nostri studenti sul monte Bondone (TN) dal 26/7 al 2/8

Convincere gli adolescenti del nostro tempo che le parole “eternità” e “per sempre” sono ancora possibili non è impresa semplice, perché la caducità del tempo, le ferite degli abbandoni, dei tradimenti e della morte sono parte delle loro giovani vite e cancellare il dolore che queste esperienze portano con sé non è possibile. Di certo, però, non ci vuole molto a far emergere il bisogno che hanno di un’infinita felicità e il loro cuore lo si sente vacillare nel momento in cui comprende che si possono riappropriare e possono tornare (o iniziare) a desiderare una totalità che abbraccia tutto e che non finisce.

È stato un bellissimo lavoro quello che ha scandito il tempo della settimana appena trascorsa (dal 26 luglio al 2 agosto), in cui i 130 ragazzi che abbiamo accompagnato a Vaneze (Monte Bondone, TN) si sono confrontati ed interrogati sul significato profondo dei loro desideri, del senso della loro vita e dei loro rapporti. E lo hanno fatto davvero in ogni momento, non solo durante la preghiera e la messa, ma anche nello stare insieme in un certo modo, con disponibilità ed accoglienza, nel preparare le serate e nel curare i momenti di gioco, collaborando nella gestione della casa, nel guardare un film sull’amicizia, oppure ancora durante le passeggiate (fatte nei pochi giorni senza pioggia). Qui una parentesi, forse scontata, è d’obbligo, perché queste semplici camminate hanno la capacità di mettere i giovani (spesso alla loro prima esperienza di montagna) di fronte ad una fatica “strana” perché sembra senza senso ed ingiustificata, e sono per questo una vera scuola di vita, capaci di dire molto su come è fatto il nostro vivere, sul bisogno che c’è di scoprire il bello che ci sta attorno anche quando le forze sembrano venire meno e su come si può quindi imparare ad affrontare un sacrificio con la certezza che il Signore saprà ricompensarci, mai rendendo vana quella fatica offerta e vissuta con Lui e con chi ci sta accanto.
Ma, indubbiamente, i momenti topici della vacanza sono stati i tre incontri che abbiamo voluto offrire a questi nostri ragazzi affinché potessero ascoltare e sperimentare, attraverso voci e sensibilità diverse, cos’è questo Per Sempre che ha dato il titolo alla nostra vacanza.
Luca Sighel ci ha aiutato a fare chiarezza, soprattutto attraverso l’arte contemporanea, ma non solo, chi è l’uomo di oggi, com’è percepito, quali sono le sue fragilità e quale grido di eternità si nasconde dietro a tante sofferenze e a tante maschere.
Invece gli amici della “Nuova Cordata” (comunità per disabili di Iseo dove alcuni ragazzi di Adro hanno fatto caritativa lungo l’anno appena trascorso) hanno trascorso una giornata insieme a noi e grazie a questo abbiamo proprio potuto toccare con mano chi sono i puri di cuori e cosa significhi avere voglia di vivere e di costruire cose grandi con chi ti sta accanto, pur con fatica e difficoltà che però non rappresentano mai l’ultima parola sulla nostra vita.
Infine, abbiamo avuto come ospite un poliziotto della Questura di Brescia, Domenico Geracitano, che ha dialogato coi ragazzi sul mondo insidioso di Internet e dei social network, provando a spiegar loro quanto l’ignoranza di questo mondo virtuale e la superficialità con cui spesso lo si utilizza possono dar vita a delle vere e proprie tragedie esistenziali. Da qui la necessità di costruire un mondo virtuale bello e sicuro, che però ha bisogno di noi, della nostra intelligenza, del nostro senso di legalità e della nostra voglia di condividere esperienze che facciano crescere gli altri e che siano soprattutto dei luoghi che arricchiscono il reale, piuttosto che dei rifugi in cui fuggire dall’altro. Purtroppo oggi le relazioni vere sono messe sempre più a rischio da una insolita facilità a dirsi cose importanti (nel bene e nel male) attraverso uno schermo, perdendo pian piano il coraggio di guardarsi negli occhi, con un conseguente aumento della solitudine e dell’infelicità.
Le risposte dei ragazzi a questa proposta di vacanza, che certamente va un po’ contro corrente per gli standard giovanili attuali, sono state più che positive e ci hanno allargato davvero il cuore, dandoci la certezza che qualcosa di grande sia accaduto.
Mi è rimasto impresso l’intervento di un ragazzo durante l’assemblea finale che, tra le altre cose, diceva che l’esperienza fatta in questa vacanza, accanto a quelle seguite nel MEC durante tutto l’anno, l’avrebbero fatto tornare a casa con una voglia maggiore di combattere per arrivare alla vera felicità, quella duratura, e che questo desiderio gli avrebbe fatto apparecchiare la tavola con il sorriso. Se questo è accaduto veramente e se continuerà ad accadere, penso che il Signore abbia davvero fatto cose grandi, perché c’è un bisogno estremo di “rendere carne” ciò che ci tocca. Per questo ora non dobbiamo permettere ai nostri ragazzi di annacquare in un blando sentimentalismo tutto questo “di più” che hanno ricevuto, ma tutti noi adulti abbiamo il compito di aiutarli affinché si faccia pressante in loro il desiderio di continuare a costruire questa storia così bella che in tanti hanno riconosciuto come il luogo in cui è stata fatta loro una promessa di eternità. E per aiutarci in questo lavoro, il proposito è allora quello di seguire le tre parole con cui ci siamo salutati: Fedeltà, Totalità, Appartenenza.
Monica – Responsabile Studenti Brescia e Adro
Solamente pochi giorni fa si è conclusa la vacanza di noi studenti in Trentino Alto Adige. E’ stata la mia seconda vacanza estiva e devo dire che sono molto contenta di aver ripetuto l’esperienza. È durata sette giorni, ma a mio parere sono stati molto intensi. Abbiamo avuto dei momenti di incontro e di riflessione tra i quali vorrei ricordare la visita dei ragazzi disabili della Nuova Cordata, una cooperativa di Iseo. I ragazzi, che proprio ragazzi non sono – le loro età infatti vanno dai 25 ai 50 anni circa –  sono stati con noi una intera giornata e, insieme a due dei loro responsabili, ci hanno mostrato le diverse attività che svolgono, sul piano lavorativo e sociale, e soprattutto non hanno esitato a esibire le loro splendide qualità, come Daniele che ci ha deliziato con la sua splendida voce. È stato un momento molto toccante perché abbiamo potuto toccare con mano una realtà, quale quella dei disabili, che può sembrare molto distante dalla nostra, ma che in realtà non lo è, anzi a mio parere dovrebbe essere rivalutata perché ognuno di noi è chiamato ad imparare tanto da questi ragazzi. Da parte mia, penso di avere imparato che nulla è scontato, la nostra esistenza, la nostra salute, e proprio per questo motivo dovremmo essere veramente grati di quello che abbiamo e lavorare per riscoprire quella gioia di vivere e quel sorriso costante che ho trovato nei ragazzi della Nuova Cordata.
Un altro momento significativo è stato l’incontro con il poliziotto Domenico Geracitano che ci ha esposto i rischi e le problematiche di internet.
Entrambi i momenti sono stati davvero toccanti ma ciò che mi ha davvero colpita di questa vacanza sono state le “passeggiate” in montagna. Scrivo la parola “passeggiate” tra virgolette perché per alcuni di noi quelle erano tutto tranne che passeggiate! In quelle mattinate dovevamo alzarci prima, e già quello era un prima sacrificio, e poi iniziava la fatica di percorrere dei sentieri più o meno difficoltosi. Uno dietro l’altro a stringere i denti, a chiedere in continuazione quanto mancasse, a lamentarci un po’, a tentare di corrompere i nostri responsabili per fare delle pause durante il tragitto e il tutto allietato dalle eleganti cadute di alcuni di noi (da sottolineare che io non sono mai caduta, e di questo ne vado fiera!). Alla fine però tutti arrivavamo in cima ed è lì, a 2100 m. di altezza, che non potevi fare altro che fermarti a guardare le meraviglie del Creato e pensare solamente: “Wao!”.
Forse la mattina quando mi alzavo presto o durante il tratto più duro dell’escursione non capivo il motivo per cui i nostri responsabili avevano deciso per noi quel tipo di programma  ma dopo, anche grazie all’aiuto di una persona, ho capito l’importanza. La montagna è come la vita di ognuno di noi, è una strada in salita, un sacrificio continuo fatto di momenti nei quali vorresti fermarti e gettare la spugna ma alla fine riesci ad arrivare in cima, riesci a raggiungere i tuoi obiettivi e lì puoi essere davvero fiero di te stesso. Il “vantaggio” di noi cristiani però è che durante questa scalata sappiamo di non essere soli, sappiamo che c’è accanto a noi qualcuno che ci aiuta sempre a superare le nostre difficoltà.
Per questo sono grata al Movimento, per avermi offerto esperienze di questo tipo, agli amici e alle amicizie che sono nate nel nostro gruppo le quali, pur non essendo alimentate da una continua presenza fisica, sappiamo con certezza che ci sono, perché sono delle amicizie vere e sincere, perché Lui è presente in mezzo a noi!
Giulia – Alcamo
Ho 18 anni e nonostante faccia parte del MEC da sempre questa per me è stata la mia prima vacanza estiva.
Devo ammettere che è stata una delle esperienze più belle che abbia mai vissuto. Prima di questa, infatti, agli altri incontri sono sempre stato un po’ asociale, parlavo con pochi e senza aprirmi mai veramente del tutto; ma grazie a esperienze importanti che mi hanno cambiato la vita sono riuscito a vivere a pieno la settimana in Bondone. La più significativa è successa circa 4/5 mesi fa, quando ho conosciuto Chiara Amirante fondatrice della comunità di Nuovi Orizzonti che era venuta a Trento a presentare il suo nuovo libro. In quell’occasione sono stato “bombardato” dalla gioia di Cristo che lei ci ha comunicato. Questa gioia da quel momento traboccava da me ed era impossibile da trattenere.
P. Claudio e P. Rosario in questi giorni ci hanno parlato dell’amicizia e ci hanno aiutato a scoprire il significato prezioso di questa parola e a capire il valore di un “per sempre”.
Io sono arrivato a questa conclusione: Amicizia è quando una persona sorride e comunica Amore ad un’altra e questa ricambia il sorriso donando ancora Amore gratuitamente. Non ho scritto a caso Amore con la “A” maiuscola, perché per me quell’Amore che c’è fra due persone e che è per sempre si chiama Dio.
Per continuare a vivere l’Amore che ho trovato in vacanza tutti i giorni voglio lasciare che Dio mi faccia rendere realtà la frase di S. Giovanni della Croce: “dove non c’è amore metti amore e troverai amore”.
Benedetto – Trento

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da | mec-carmel.org

Chiedi docilità: imparerai a vivere in un altro modo

Mi lascio guidare dagli altri? Accetto solo le correzioni delle persone che ammiro e rispetto?

da | Aleteia

© Milan Bruchter/SHUTTERSTOCK

L’atteggiamento del re Salomone davanti alla vita mi colpisce sempre. Dio gli domanda cosa intende chiedergli e Salomone fa una richiesta inaspettata: non chiede una vita lunga, né successo nelle sue imprese, né fecondità, né ricchezze, nemmeno pace nel suo regno. No, Salomone chiede docilità e saggezza per decidere come re.

Questo atteggiamento commuove Dio. Docilità per ascoltare la sua volontà e rendere i suoi desideri realtà. Cosa chiedo a Dio facendo un passo importante nella mia vita?

Salomone chiede un cuore per essere al servizio degli altri. Salomone vuole che Dio sia il criterio di decisione nella sua vita, in ogni passo del cammino. Docilità. Che bella parola! Quanto è difficile viverla!

Molte volte chiediamo a Dio di essere felici, pieni, di avere successo nella vita. Forse per questo ci sono tante frustrazioni nell’anima. Chiediamo quello che nessuno può assicurare. Ci ossessionano il denaro, il successo, la fama.

Ci prepariamo bene pensando a tutto ciò che possiamo raggiungere. Sogniamo gli stipendi migliori e l’ascesa più invidiata.

Ci piace suscitare ammirazione e che gli altri desiderino ciò che abbiamo. Un’impresa di successo che trionfi in tutto il mondo. Un’idea geniale che trovi la gloria. Esserci al momento opportuno. Saper scalare posizioni. Usare le persone nella misura in cui ci sono utili per raggiungere i nostri obiettivi. Chiediamo a Dio docilità e saggezza per la vita?

Chiedere docilità è imparare a vivere in un altro modo. Vorremmo essere docili per ascoltare ciò che ci chiede Dio, per accogliere altre opinioni, per essere disposti a imparare ogni giorno. Ma la verità è che la docilità non è una cosa così attraente.

Diciamo che qualcuno è troppo docile, che non ha forza di carattere, che si lascia trasportare dalle opinioni altrui, trascinare dalla marea. Presupponiamo che la docilità ci trasformi in persone inutili, dipendenti, influenzabili, senza carattere e capacità decisionale.

La parola “docilità” ci sembra un sinonimo di “debolezza”, ma non è così. Si tratta invece di una parola assai ricca di contenuto.

Quando desideriamo imparare qualcosa in qualche campo o riteniamo importante migliorare nella nostra vita personale, ci mettiamo volontariamente sotto la tutela di qualcuno che conosce e domina il tema, per progredire rapidamente e su una strada sicura.

La docilità è il valore che ci fa avere l’umiltà e la capacità sufficienti per tener conto dell’esperienza e delle conoscenze degli altri e trarne profitto.

La docilità ci aiuta ad essere più semplici, perché ci dispone ad ascoltare con calma e attenzione, a considerare i suggerimenti che ci vengono offerti e a prendere decisioni più serene e prudenti partendo dalle informazioni ricevute.

Non è facile, però, essere docili. Ci piace imporre i nostri criteri. Non ci piace sottometterci ai criteri altrui. Ci costa chiedere aiuto.

Guardiamo a Gesù. Egli è stato docile nel suo cammino terreno e ci insegna come vivere. L’atteggiamento interiore di Gesù è la docilità. È bambino, è figlio, è fedele a Dio nel suo cuore. Maria ha modellato il suo cuore. Gesù è stato docile nelle mani di Maria.

Si è fatto docile ai suoi desideri e ai desideri di suo Padre, al punto da affermare che il suo unico alimento era compiere la volontà di Dio. Gesù è obbediente, docile al Suo volere. Gesù ci insegna che l’atteggiamento interiore è quello che conta davvero.

Diceva padre José Kentenich: «Quando Gesù parla di azioni o opere esteriori, spezza lance con un certo minimalismo. Vale a dire che non pone tanto l’accento sulle azioni o sulle opere esteriori in sé, ma in quanto sono espressione di un sentimento o di un atteggiamento interiore. Ciò che conta è quindi la conversione del cuore. Sì, è dentro di noi che deve avvenire una trasformazione».

Le azioni in apparenza possono essere simili, ma la motivazione che ci porta a realizzarle può essere molto diversa. Chiediamo a Maria di insegnarci ad essere docili, ad avere i sentimenti di Cristo, ad essere come Lui.

Sono docile quando mi correggono? Mi lascio guidare dagli altri? Accetto solo le correzioni delle persone che ammiro e rispetto? Accetto che mi diano consigli validi anche in quei campi che credo di dominare? Mi lascio educare dagli altri? Sono domande difficili.

La vita ci mostra che molte volte non siamo affatto docili. Neanche con Dio. Non accettiamo le sue vie. Ci ribelliamo davanti ai suoi desideri. Ci spaventiamo pensando alla croce. Ci fa paura il suo fallimento sulla croce.

La docilità che ci porta a dare la vita ci sembra eccessiva e tremiamo. Vogliamo essere docili ma solo fino a un certo punto, in una certa misura, ma non in modo smisurato. L’amore di Gesù non ha misura, non conosce limiti, obbedisce fino alla fine.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

 

Non sai mai quanto sei forte, finché essere forte è l’unica scelta che hai

di Costanza Miriano

soffocare

di Costanza Miriano

Mezza cieca lo sono stata sempre (le ore sul Rocci, le nottate a scrivere e prima anche gli allattamenti non hanno certo aiutato), ma di solito dissimulo con una certa classe. A parte quando mi rompo un braccio e una gamba contemporaneamente andando a sbattere su un palo (a piedi).

Ma negli ultimi tempi mi aggiro per le strade strizzando gli occhi, cercando di leggere quello che dicono le magliette delle persone. A volte le pedino, ma è un po’ complicato, perché se le raggiungi da dietro comunque non riesci a leggere, dovresti superare di molto, poi girarti di scatto e sbirciare quando ce le hai di fronte. Voi direste, come mio marito, che se ne può anche fare a meno. Che non è necessario leggerle tutte. Che quella che raffigura tutti i possibili umori di Darth Vader non è imprescindibile (lo so, la faccia è quella, ma mi divertiva l’elenco degli stati d’animo, epperò certo non si può mica prendere la metro nel senso sbagliato per questo).

Comunque, qualche giorno fa su una maglietta ho letto: “Non sai mai quanto sei forte, finché essere forte è l’unica scelta che hai”, Chuck Palahniuk (che poi sarebbe quello di Fight Club). Forse stremata dallo sforzo della lettura telescopica camminata a coefficiente di difficoltà 5.0 (quattro figli e un nipote con cui conversare) non è che l’abbia capita tanto. Poi però, poche ore dopo, ascoltando la storia di una persona in crisi con il suo matrimonio, forse l’ho capita un po’ meglio.

Il momento in cui si vede quanta è la nostra forza, di che pasta siamo fatti, il momento in cui si parrà nostra nobilitate, è quando siamo messi davanti a una scelta. Lo so, ci sono anche delle fasi, in alcune vite più che in altre, in cui non si può fare altro che stare lì, e tenere duro, e resistere meglio che si può. Anche quello è eroismo. Penso per esempio a una malattia, a una menomazione. C’è chi la vive diventando santo, chi si divincola, ma insomma non è questione di scelta, in quel caso, o almeno non del tutto.

Penso piuttosto al momento di certe prove. Il momento in cui siamo messi davanti a una scelta. Possiamo decidere se stare lì o sistemarci un’altra situazione, magari anche umanamente ragionevole, e giustificatissima. Penso a quella signora di cui mi hanno raccontato giorni fa le ultime ore di vita, che è stata lasciata dal marito per un’altra donna, e che gli è rimasta fedele per tanti anni, fino alla fine. Penso a quel mio amico padre eroico che in una situazione simile ha scelto di non cercare un’altra compagna per non creare confusione nel cuore dei bambini. Penso a quella mamma a cui hanno detto che il figlio che doveva nascere molto probabilmente sarebbe stato malato, e che ha scelto di farlo nascere comunque (anzi, non ha neanche scelto, non si è proprio posta il problema se ucciderlo o meno). Penso a quella mamma meravigliosa accanto a un marito con gravi problemi psichici, che non solo sta con lui, ma ha deciso che va bene così, e non riesci a tirarle fuori una parola contro di lui neanche con le cannonate. Penso a quella che si è seriamente, profondamente, perdutamente, castamente innamorata di un altro uomo, e che ha deciso di amputarsi una parte del cuore, la più tenera, e di rimanere al suo posto. Penso a tanti di noi che rimangono ai propri posti con forza, riscegliendoli ogni giorno.

Sotto gli ombrelloni si sentono un sacco di trattati di sociologia, e buona parte vertono sullo sfascio generalizzato delle famiglie. È vero, è un’epidemia. Però io non credo che le famiglie siano così messe male. Ce ne sono di fantastiche, proprio perché oggi chi di noi sceglie di rimanere al proprio posto lo fa non perché sia costretto da una qualche fortissima pressione sociale, né dal timore di un giudizio. Quelli di noi che ce la fanno a restare non lo fanno perché non hanno scelta, ma perché riescono a vedere la bellezza nel quotidiano e la scelgono, e sono davvero forti, almeno a sentire Chuck Palahniuk. Sempre che io abbia letto bene, sennò mi salta tutto il post

Per sempre

il blog di Costanza Miriano

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di Juan Ávila Estrada
Ci sono insegnamenti di Gesù che provocano disagio perché li consideriamo troppo restrittivi e limitanti per la libertà e per il desiderio perenne di costruire la felicità. “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: Per questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo separi” (Mt 19,3 segg.)

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Osservazioni al limite dell’omofobia sulla “mappa dell’odio omofobico” pubblicata dall’Espresso

il blog di Costanza Miriano

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Il Correttore di Bozze   Tempi.it

Essendo ormai unanimemente additato come omofobo (e non abbisognando neanche di apposita legge per meritare cotale appellativo), il Correttore di bozze può modestamente permettersi di saltare senza scrupoli gli usuali preamboli politicamente corretti per concludere direttamente che la “mappa dell’odio omofobico” dell’Europa pubblicata ieri dal sito dell’Espresso è una ciofeca che non sta né in cielo né in terra.

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Quirico: io sconto il tempo della prigionia di p. Dall’Oglio

Padre Paolo Dall’Oglio

Preghiere e messe in diverse città del mondo a un anno dal rapimento in Siria di padre Paolo Dall’Oglio. Il 29 luglio dello scorso anno, il gesuita islamologo veniva sequestrato a Raqqa sotto il controllo dalle milizie islamiste dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, gruppo legato ad al-Qaeda. Da allora, non si è saputo più nulla del religioso. Molte le ipotesi che si sono susseguite, nessuna finora rivelatasi fondata. A oggi, oltre a padre Dall’Oglio, risultano scomparsi altri quattro religiosi: due vescovi ortodossi e due sacerdoti, un cattolico e un ortodosso, oltre a migliaia di civili. Ieri, la famiglia di padre Dall’Oglio ha lanciato un appello ai responsabili affinché rivelino la sorte del loro congiunto, mentre il nunzio mons. Zenari ai nostri microfoni invocava la pietà e invitava a non perdere la speranza. Quando padre Dall’Oglio veniva sequestrato, il giornalista del quotidiano “La Stampa”,  Domenico Quirico, era già stato rapito. Quirico, sempre in Siria, rimase nelle mani dei suoi sequestratori per cinque mesi, dal 9 aprile 2013 all’ 8 settembre.

Ascoltiamolo al microfono di Francesca Sabatinelli:

R. – E’ il terribile discorso del tempo! Io sono stato prigioniero 5 mesi e adesso, come dire, faccio il tremendo paragone tra il mio tempo, che pure per me è stato lunghissimo, e quello di padre Dall’Oglio, già un anno. Una delle conseguenze più terribili della mia vicenda è che ogniqualvolta che ripenso e mi vengono agli occhi o alla mente vicende come la mia, il tempo degli altri ridiventa tempo mio, la loro prigionia. E’ come se io scontassi su di me anche il tempo che loro sono costretti ancora a passare in quella condizione terribile di sequestro, di prigione, di separazione dagli altri, dal mondo, dagli affetti, dalla vita, da tutto! Questo è essere ostaggi: essere privati sostanzialmente di tutto ciò che la vita è e vale per essere vissuta. Questa è la terribile riflessione che mi viene ripensando alla vicenda di padre Dall’Oglio, alla vicenda di tanti altri che sono prigionieri: l’essere incatenati è un tempo vuoto! Questo è il vero dramma del sequestrato.

D. – Ricordavi che ci sono tante altre persone rapite, ci sono religiosi, insieme a tanti altri civili. Parlando di padre Dall’Oglio – ma lo possiamo estendere a tutte le persone che sono nelle mani dei sequestratori – mons. Zenari diceva che bisogna avere sempre la speranza, che non bisogna perderla mai…

R. – Questo è ciò che mi ha tenuto in vita per i cinque mesi in cui sono stato prigioniero. Gli esseri umani hanno una straordinaria forza di resistenza. Il destino ti gironzola attorno con un martello e picchia sul vaso della nostra esistenza per scoprire il punto debole. Eppure, anche in frantumi, ogni uomo in ogni frammento conserva la sua vitalità. Si ricostruisce, prosegue, ha coraggio. E poi la mia fede confrontata a quello di padre Dall’Oglio è niente e chi ha fede – come dico sempre – non è mai solo. Io sono certo che accanto a padre Dall’Oglio c’è una presenza immanente, perfetta, costante, che lo sorregge, che gli fa scavalcare i giorni, i mesi che sono passati e spero quel poco che gli resterà ancora per tornare libero, per tornare libero!

D. – Questa straordinaria resistenza degli esseri umani di cui parli, questa capacità di conservare la propria vitalità anche in situazioni drammatiche, tutto questo vorrei proiettarlo in Siria, un conflitto che in questo momento ha perso di luce. Quanto i siriani dovranno, anche loro, tirare fuori questa straordinaria resistenza di cui parlavi tu?

R. – E’ da quattro anni che si arrampicano, si legano a questa straordinaria resistenza per continuare a resistere, cristiani e non cristiani. La Siria ha perso un po’ di luce, perché noi non sappiamo vedere. In realtà, gli eventi che stanno maturando in quella parte del mondo – mi riferisco alla creazione del “Califfato” nella zona a cavallo tra la Siria e a tutto quello che in Iraq è accaduto in questi mesi e sta accadendo – non sono altro che la proiezione, l’allargamento di un seme terribile che in Siria è nato nella nostra indifferenza e nella nostra incapacità di capire. E’ un evento, il nascere di uno Stato territoriale, legato ad un fanatismo religioso, a una interpretazione fanatica e totalitaria della fede. E’ un evento di cui non possiamo, credo, intravedere l’onda d’urto che avrà non nella storia di quella parte del mondo, ma nella storia del mondo. E tutto questo non è nato in Iraq, come qualcuno ha scritto stupidamente: è nato in Siria! E’ il germinare del veleno siriano. Sono le conseguenze di tutto ciò che in Siria si è sviluppato in questi ultimi quattro anni. E’ il nostro non voler vedere e di cui la vicenda di padre Dall’Oglio è un aspetto drammatico. A poco a poco, questa tragedia ha avuto un processo di lievitazione. Da guerra interna tra i fautori di Bashar e i suoi nemici è diventata un’altra cosa: lievita, lievita, lievita e crescerà fino a soffocare i nostri ostinati e assurdi tentativi di non vedere, di voltarci dall’altra parte, di non capire.

da | Radio Vaticana

Moschettieri contro i falsi miti di progresso

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di Francesco Bellotti   per La Gazzeta della Spezia
Una giornalista televisiva, Costanza Miriano, un giornalista ex-deputato e tra i fondatori del Partito democratico, Mario Adinolfi, uno psicoterapeuta, Marco Scicchitano, e un sacerdote dell’oratorio di San Filippo, Padre Maurizio Botta. Sono loro i “quattro moschettieri” che lunedì sera a Lerici, nell’ambito della Festa di Avvenire, hanno tenuto l’incontro-dibattito “Contro i falsi miti di progresso”, che ha tenuto in Rotonda Vassallo fino a tarda ora, anche quando i tuoni minacciavano il temporale, un pubblico attento e partecipe, di oltre quattrocento persone, molti dei quali giovani e famiglie.
«Il titolo è provocatorio» – hanno spiegato don Federico Paganini, parroco di Lerici, e l’editorialista di Avvenire, Lucia Bellaspiga, nell’introduzione. Ma si è trattato di un incontro “per” testimoniare la bellezza e la verità della natura umana, che è oggi insidiata dai “falsi miti di progresso”, frutto di un’ideologia che non mette lo sviluppo a servizio dell’uomo, ma tende a slegare le persone da ogni legame e dipendenza dalla natura e dalle relazioni umane. E’ una sorta di delirio di onnipotenza, un’illusione, che non porta alla felicità duratura, ma all’isolamento e alla delusione. «Non siamo mai contro le persone» – ha premesso Padre Maurizio Botta. «Siamo contro le lobby del “pensiero unico”. Siamo qui per ragionare, riflettere e proporre». Bisogna accogliere chiunque, ma dire sempre la verità. Ogni bambino ha bisogno di un padre e di una madre. «Lo slogan “love is love” non basta. Perché nasca un figlio c’è bisogno di padre e madre. La “neo-lingua” parla di “donatore” e di “maternità surrogata”. In realtà, tali termini nascondono lo sfruttamento del più debole.
10514502_10204586778257258_884866307141819003_nI bambini devono sapere da dove vengono, dove sono le proprie radici». Padre Botta ha anche richiamato le parole di Papa Francesco, che, a proposito della diffusione dell’ideologia del “gender” nelle scuole ha parlato di “campi di rieducazione”. «Da cattolici, non possiamo mercanteggiare. La nostra fede è incompatibile con l’ideologia del gender». Il primo libro della bibbia, la Genesi, dice che “maschio e femmina Dio li creò”, «nessun altro attributo, pur importante, viene citato». Gli uomini sono fatti a immagine e somiglianza di Dio. E tale somiglianza prevede la mascolinità e la femminilità, una diversità che rivela l’essenzialità della relazione, come per il Dio trinitario. «Le donne sono discriminate, ma in quanto madri» – ha proseguito Costanza Miriano. «Il femminismo ha adottato le logiche maschili, ma è felice una donna che è uguale ad un maschio? La femminilità esalta l’accoglienza e la dolcezza. Le catechesi che fa il mondo (anche il mondo fa le sue catechesi) creano invece delle donne tigri». Manca ambizione e fantasia. «Bisogna lottare non per le quote rosa, ma per la tutela della famiglia». Bisogna affermare che è un valore che la mamma si possa fermare a casa fino ai tre anni del figlio. «Non dico che poi debba ritrovare la carriera, ma almeno la scrivania». Il femminismo ha cercato di liberare la donna dal condizionamento del proprio corpo. Ma così «si è passati dalla schiavitù del marito a quella del capo-ufficio».
Per una vera promozione della donna, non si può prescindere dalla sua natura. «Appena una donna concepisce un bambino, inizia tutta una serie di cambiamenti fisiologici» – ha spiegato Scicchitano, psicologo e ricercatore clinico. «Sviluppa un’aggressività di tipo protettivo, non si espone ai rischi. Tutti questi mutamenti sono volti ad accogliere il bambino, quando verrà al mondo. Cosa succede se, al termine della gravidanza, viene privata del proprio figlio, ad esempio perché, per poche rupie indiane, si è prestata alla pratica dell’utero in affitto?» Scicchitano ha commentato il documentario“Il paradosso norvegese“, di Harald Eia, che ha rivelato che anche nella nazione dove l’ideologia del gender è più diffusa permane tuttavia una divisone marcata dei sessi per i diversi tipi di lavori. «Siamo esseri sociali, ma la prima componente della nostra identità è la mascolinità o la femminilità». Dopo pochi mesi di vita i maschi sviluppano le strutture che regolano l’aggressività. Anche l’area del linguaggio a un certo punto smette di crescere, mentre nelle donne continua. Bisogna anche smontare il pregiudizio sui regali delle tutine rosa o azzurre. «C’è un dato biologico. Il sistema visivo maschile e femminile sono diversi. L’uomo e la donna sono sensibili a diversi tipi di colori e di oggetti e immagini. Una bambina reagisce più facilmente al pianto di un vicino di culla. Questi dati biologici sono visibili fin dal primo momento di vita e portano a due modi diversi di stare al mondo».
Lucia Bellaspiga ha ricordato la battaglia di Avvenire che ha portato al ritiro da parte del Ministero dell’istruzione dei libretti dell’UNAR. «Dietro l’espediente della lotta al bullismo – sulla quale siamo tutti d’accordo -, i libretti propagandavano l’ideologia del gender nelle scuole di ogni ordine e grado, fin dalle elementari». I problemi di matematica, secondo tali linee-guida per docenti, dovrebbero basarsi su esempi tipo: “Rosa e i suoi due papà comprano tre lattine di thè al bar. Ogni lattina costa X. Quanto spendono in tutto?”. Bisognerebbe anche smetterla con le antiche favole. Meglio che il principe si innamori dello scudiero. Altrimenti, da grande, lo scolaro rischierà di innamorarsi di una donna e magari anche di sposarla. La famiglia tradizionale non esiste, è solo un’invenzione pubblicitaria. «Trovo di una violenza pazzesca questa omologazione dei bambini al “pensiero unico” fin dalle elementari.
47649_10204372512781002_5978098661628360053_nLottiamo per la biodiversità e per il mais, ma siamo indifferenti, anzi promuoviamo la cancellazione della diversità umana che porta la vita», ha concluso Bellaspiga. «Io richiamo gli “haters”, gli odiatori di professione», ha esordito Mario Adinolfi, invitando il pubblico a controllare il suo profilo Twitter. «Sapete perché? Perché nel libro “Voglio la mamma” ho dichiarato in modo apodittico due cose: ogni figlio nasce da un uomo e una donna; e le persone non sono cose. Gli “haters” affermano invece che anche Pino e Ugo fanno nascere figli, e che questo è un “diritto incoercibile”, come sostiene la Corte Costituzionale. Secondo loro, noi siamo medievali. In realtà, si tratta solo di una compravendita, a vari strati. Perché la genitorialità viene frammentata. Prima serve l’ovulo, che si ottiene con bombardamenti ormonali. Poi si affitta l’utero, tipicamente da donne in paesi poveri o in via di sviluppo. Questo è sfruttamento dell’uomo sulla donna». E la giurisprudenza italiana ha già di fatto legittimato tale pratica. «Cosa c’è di più democratico, di rilevante per la democrazia che discutere sulla nascita e la vita degli essere umani? Invece il PD, di cui ero membro, pretende che questa esperienza diventi la norma, e chi si oppone è medievale. La legittimazione delle famiglie arcobaleno è un’emergenza? Vengono letteralmente fabbricati dati falsi. Secondo arcilesbica, i “figli” di coppie omoseseuali sono duecentomila. Secondo l’ISTAT, 475. Questa lobby, questo club si oppone al ragionamento di un popolo, sfruttando abilmente il mondo della comunicazione, dove è chiaro che Platinette sa asfaltare Giovanardi. Si sente dire: “che male c’è se quei due si vogliono bene?” Rispondo con le parole di Filumena Marturano, commedia di Peppino De Filippo, comunista, senatore a vita: “i figli non si pagano”. Quando ci dicono che siamo medievali perché ci rifacciamo al cristianesimo, rispondiamogli con un ragionamento laico. Il tempo in cui le persone erano cose era due millenni fa. C’era la schiavitù e l’imperatore, con il semplice giro di un pollice, decideva della vita e della morte delle persone. Sono loro i retrogradi. La lotta alla schiavitù la facciamo noi». Rispondendo ad una domanda del pubblico, Adinolfi ha citato il caso di Brendhan Eich, genio dell’informatica, che ha dovuto lasciare immediatamente la carica di amministratore delegato di Mozilla perchè sei anni prima aveva finanziato con 1000 dollari la campagna per un referendum, poi vinto, per inserire nella Costituzione della California la nozione dell’unicità del matrimonio tra un uomo e una donna. «Non c’è un vero interesse a fare una famiglia omosessuale, non si risponde ad un vero bisogno. E’ solo una rimodulazione di soldi e potere, un occupare degli spazi. Basti pensare ai deputati che diventano tali solo in quanto omosessuali. Le nozze gay sono legge solo in 16 paesi su 201, non in tutto il mondo. All’inizio c’è il boom dell’entusiasmo, poi il calo delle registrazioni. Non è un bisogno, è una lotta ideologica per soldi e potere. Ma, per ottenere questi, si minano le fondamenta della società. Cosa ci potrebbe essere di più violento?» Ha chiuso la serata Marco Tarquinio, direttore di “Avvenire”. «Il nocciolo della questione è che si vuole togliere dalla nascita di un figlio il fattore fondamentale dell’incontro tra due persone. Con la fecondazione artificiale, si passa presto dal bancone di un laboratorio a quello del mercato. Questo è il grande inganno. La nostra non è una battaglia né di destra né di sinistra. Ha le radici nel cristianesimo, ma vale per tutti. Molti fratelli dei bambini che nascono in laboratorio rimangono congelati. Sono le vittime di un’illusione per la quale la perfezione fisica è garanzia di felicità. Ma, anche ammesso che si possa realizzare il fisico perfetto, chi può dire se la sua psiche sarà perfetta? E se succede un incidente? Questa è la presunzione di mettersi al posto di Dio creatore o comunque dell’amore, che muove il mondo». «Spero che tutti capiscano che il problema è il mettere le mani sui bambini. Tra qualche anno sarà chiaro a tutti questo “neo-colonialismo” sul corpo della donna. Le donne fattrici. In India ci sono intere città fabbriche di uomini, a beneficio di coppie omosessuali ma anche etero, “per non rovinarsi la linea”. Dicono che siamo omofobi. Ma ci sono persone omosessuali che capiscono benissimo che intendiamo semplicemente difendere i più deboli e l’ “umano”. E continueremo a farlo».
da | costanzamiriano