Una Chiesa formata solo da laici: così è nata la Chiesa della Corea

Un’appassionante retrospettiva storica mostra l’incredibile storia della nascita della Chiesa che Papa Francesco visiterà ad agosto

apa Francesco visiterà la Corea dal 14 al 18 agosto per incontrare la gioventù cattolica dell’Asia, riunita intorno al tema “Gioventù asiatica, svegliati! La gloria dei martiri risplende su di te”e per rafforzare nella fede la Chiesa coreana. Il 18 agosto celebrerà una Messa a Seul per la beatificazione di 124 martiri coreani assassinati per odio alla fede tra il 1791 e il 1888.

L’agenzia informativa delle Missioni Estere di Parigi Eglises d’Asie propone ai suoi lettori di immergersi nella storia della nascita della Chiesa in Corea per capire come questo Paese situato nel cuore dell’Asia nord-orientale sia diventato in parte cristiano. Oggi è cattolico più del 10% dei 50 milioni di sudcoreani, mentre i protestanti rappresentano il 20% della popolazione del Paese.

L’autore del testo è monsignor René Dupont, membro della Società delle Missioni Estere di Parigi dal 1953 e primo vescovo di Andong, diocesi eretta nel 1969.

Vescovo a 39 anni, ha diretto questa diocesi fino all’ottobre 1990, da quando le 16 diocesi della Corea del Sud (15 diocesi più una diocesi nell’esercito) sono state affidate a vescovi locali. Missionario attento alle realtà sociali e politiche del suo Paese di adozione, monsignor Dupong vive ad Andong. Ecco la sua testimonianza:

Persone coraggiose che accolgono la fede cristiana spontaneamente per se stessa! Una volta battezzati battezzano comunità, poi cercano sacerdoti perché se ne occupino! È questa l’incredibile e meravigliosa storia della nascita della Chiesa in Corea.

San Paolo non lo aveva previsto quando spiegava, nella sua lettera ai romani, che per credere alla Buona Novella era prima necessario averla ascoltata, e che non si poteva ascoltare se un missionario non era stato prima inviato a proclamarla.

Tutto è iniziato circa 220 anni fa, in un’epoca vicina a quella della Rivoluzione francese. La Corea era allora vassallo della Cina. Alla corte dell’imperatore cinese venivano accolti gli europei, esperti nelle scienze dell’epoca, ovvero nella geografia, nell’astronomia, nelle matematiche… e allo stesso tempo esperti di religione perché erano sacerdoti cattolici.

Mentre il governo coreano chiudeva ermeticamente tutte le porte all’esterno, giovani intellettuali coreani, ansiosi di idee nuove e desiderosi di servire il proprio Paese, si passavano segretamente libri cinesi, alcuni dei quali cristiani, come gli scritti di secoli prima di padre Matteo Ricci e dei suoi compagni gesuiti.

Un tale Hong Yu-han, che non ha mai ricevuto il Battesimo, ha letto vari libri cristiani e fin dall’inizio ne è rimasto conquistato, al punto di prendere, per conto proprio, abitudini di preghiera. Celebrava anche a suo modo una volta a settimana un “giorno del Signore” e metteva in pratica la carità condividendo generosamente i propri beni.

Sant’Andrea Kim, il primo sacerdote coreano, morto martire 70 anni dopo, disse di lui che fu “il primo coreano a praticare la religione cristiana”, il che non è del tutto esatto, perché due secoli prima, nelle camionette di un esercito giapponese invasore, vari missionari stranieri avevano battezzato dei coreani, ma ironia del destino – o piuttosto sorriso del buon Dio – questi primi cristiani scomparvero senza lasciare traccia!

Un altro, un tale Lee Byeok, andò oltre. Affascinato in qualche modo dal cristianesimo che aveva intravisto nei libri, volle saperne di più. Per fare questo, però, doveva andare in Cina, a Pechino, e incontrare lì qualcuno dei “saggi” occidentali.

Per raggiungere questo scopo bisognava far parte del gruppo di ambasciatori nominati dal re che andavano, alla fine di ogni anno lunare, a mostrare lealtà all’imperatore della Cina e a ricevere da lui il calendario dell’anno successivo.

Visto che non era possibile farsi nominare, ebbe l’idea di rivolgersi a un giovane amico della sua età che doveva accompagnare il padre, nominato segretario di ambasciata. Quell’amico si chiamava Lee Seung-hun e aveva 27 anni. Lee Byeok gli mostrò i libri che aveva e gli chiese di andare a cercarne altri a Pechino. Gli consigliò anche di farsi battezzare.

Lee Seung-hun, dopo un momento di esitazione, finì per accettare, e fu così che a Pechino incontrò tre gesuiti: un portoghese, padre D’Almeida, e due francesi, i padri Grammont e De Ventavon. Egli parlava coreano, loro cinese; imparò alcuni caratteri cinesi e si capivano solo per iscritto.

Chiese il Battesimo e fu padre Grammont a prendersi cura della sua istruzione, un insegnamento rudimentale che non durò più di tre settimane. Alla fine i due francesi lo sottoposero a un esame di catechismo che risultò soddisfacente. Chiesero allora il consenso a suo padre, che accettò. Lee Seung-hun venne battezzato da padre Grammont, che gli mise il nome Pietro perché fosse la pietra angolare della Chiesa coreana. Era uno degli ultimi giorni del gennaio 1784. Quando tornò in Corea, aveva le braccia piene di libri di astronomia, matematiche, geometria… e religione.

Lee Byeok era felicissimo. Insieme ai suoi amici si gettò a capofitto nello studio del cristianesimo, al punto che all’inizio dell’inverno 1784 Pietro Lee considerò che poteva battezzare i tre che stavano più avanti, tra i quali Lee Byeok.

Poco dopo un altro gruppo ricevette il Battesimo, e poi altri ancora. I primi battezzati amministravano il Battesimo ai catecumeni quando li ritenevano preparati, e li invitavano a formare quelle che oggi si chiamerebbero comunità di base.

I libri più importanti, molti dei quali libri di preghiera, vennero subito tradotti in coreano e si diffusero rapidamente, perché i nuovi cristiani avevano spirito missionario: con melodie tradizionali facevano passare il messaggio, e inventavano storie allegoriche per i piccoli.

Le comunità crescevano come funghi, senza la presenza di alcun missionario!

Con la stessa rapidità, però, si mormorava che elementi pericolosi si riunivano segretamente e potevano alterare l’ordine pubblico. La questione scoppiò un giorno quando alcuni poliziotti entrarono nella casa di un tale Thomas Kim, che riuniva i cristiani nel centro di Seul, sul luogo in cui sorge l’attuale cattedrale.

Avendo sentito dei rumori dall’esterno, i poliziotti credettero di trovarsi di fronte a una banda di trafficanti che giocava d’azzardo illegalmente. La cosa fece molto rumore: la comunità fu dispersa e Thomas Kim mandato in esilio. Pietro Lee (Lee Seung-hun) fece sapere l’accaduto a padre Grammont attraverso un altro amico che faceva parte dell’ambasciata successiva. Quest’ultimo tornò con ancora più libri, che vennero confiscati alla frontiera dalle autorità. I cristiani erano ormai indesiderabili e iniziarono le persecuzioni.

Nell’immagine, monsignor Gustave Mutel, la cui personalità segnò profondamente la Chiesa in Corea dal 1890 al 1933

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

da | Aleteia

L’importanza dei nonni nell’educazione dei figli

Per l’ignorante, la vecchiaia è l’inverno della vita, ma per il saggio è il momento del buon raccolto

Mio padre diceva che “la gioia del vecchio è essere nonno”. Oggi io sperimento questa verità. Com’è bello stare con i miei dieci nipoti, raccontando loro storie, sfidandoli a “Io vedo”, giocando a calcio, ai videogiochi, andando in bicicletta, dipingendo per loro, asciugando le loro lacrime infantili, giocando a nascondersi dalle loro mamme… Che cosa bellissima sono i nipoti!

In tutto questo, cerco di instillare nel loro cuore la fiamma della fede, l’amore per la virtù, il rispetto per i genitori e gli anziani, l’amore per Dio e la bellezza della vita che Dio ha dato loro.

Nell’Angelus del 26 luglio 2013, in occasione della Giornata Mondiale della Gioventù, papa Francesco ha affermato parlando dei nonni: “Quanto sono importanti nella vita della famiglia per comunicare quel patrimonio di umanità e di fede che è essenziale per ogni società! E come è importante l’incontro e il dialogo tra le generazioni, soprattutto all’interno della famiglia”.

Penso che in queste parole del pontefice si racchiuda l’importanza dei nonni nella vita dei nipoti. Portano con sé una lunga esperienza acquisita nella scuola della vita, sui libri, nelle lotte, nelle lacrime, nel dolore e nelle gioie.

Hanno già visto morire molte persone e hanno sofferto sulla propria carne le sconfitte e i fallimenti, e hanno dovuto ogni volta rialzarsi. Per questo, possono insegnare ai figli e ai nipoti ad evitare il pericolo. È molto meglio imparare dagli errori altrui che dai propri.

Il libro dei Proverbi dice che “vanto dei giovani è la loro forza, ornamento dei vecchi è la canizie” (Pr 20, 29). L’uomo moderno “ha conquistato l’universo, ma ha perso il dominio di sé”, ha detto Michel Quoist; per questo, ha affermato Giovanni Paolo II, “sembra essere sempre minacciato da ciò che produce, cioè dal risultato del lavoro delle sue mani ”.

Ciò accade perché gli manca la saggezza. E questa saggezza i nonni la portano nell’anima. Non bastano la scienza e la tecnica, è necessario coltivare i valori etici e morali. Per l’ignorante, la vecchiaia è l’inverno della vita, ma per il saggio è il momento del buon raccolto.

“Non sono gli anni che ci invecchiano, ma l’idea di diventare vecchi. Ci sono uomini che sono giovani a ottant’anni e altri che sono vecchi a quaranta”, ha detto padre Antonio Vieira (1608 – 1697).

Un anziano che ha saputo invecchiare come il vino, senza diventare aceto, saprà piacere ai nipoti e farli crescere in saggezza e santità.

In questo mondo tanto occupato in cui i padri e le madri si agitano in preda a molte attività, molti figli restano privi della loro presenza fondamentale. In questi casi, sono ancor più importanti bravi nonni che sappiano supplire a quell’assenza. È un vero apostolato della terza età.

I nonni possono essere oggi i primi catechisti dei nipoti, quando i genitori non possono esserlo, soprattutto in quei casi in cui nella vita del nipote manca uno dei genitori. Non è sicuramente una missione facile per via del peso degli anni, ma è un compito magnifico in un mondo in cui iniziano a scomparire i veri valori morali e spirituali.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

da | ALETEIA

È il numero uno della nuova curia, ma dice messa all’antica

di | Sandro Magister

Si svolgerà dal 23 al 25 ottobre prossimi il terzo pellegrinaggio a Roma organizzato dal “Coetus internationalis Summorum Pontificum“, la rete mondiale di associazioni, enti e realtà ecclesiali che nel proprio territorio sono impegnate nell’applicazione del motu proprio “Summorum Pontificum” con cui Benedetto XVI nel 2007 ha concesso piena cittadinanza al messale preconciliare promulgato da san Giovanni XXIII nel 1962.

Il programma provvisorio dell’evento prevede la partecipazione di due vescovi e di tre cardinali.

I vescovi sono il francese François Bacque, nunzio a riposo, e l’italiano Guido Pozzo, segretario della commissione vaticana “Ecclesia Dei” che segue le comunità legate a quella che è stata definita la forma “extraordinaria” del rito romano.

Quanto ai cardinali, è scontata la partecipazione di due porporati notoriamente vicini al mondo tradizionalista come l’americano Raymond L. Burke (che sabato 25 ottobre presiederà il pontificale in San Pietro) e il tedesco Walter Brandmüller (che domenica 26 celebrerà nella comunità benedettina di Norcia la solennità di Cristo Re).

Meno scontata ma non sorprendente sarà invece la partecipazione del terzo cardinale, l’australiano George Pell, che la sera di venerdì 24 presiederà il pontificale nella chiesa romana della SS. Trinità dei Pellegrini. Il cardinale Pell, infatti, è anche lui uno dei porporati storicamente più legati al mondo tradizionalista.

Durante il pontificato di Benedetto XVI Pell è stato in predicato due volte per un posto di altissimo rilievo nella curia romana.

Nel 2005 entrò nella terna dei candidati a prefetto della congregazione per la dottrina della fede (terzo dopo William J. Levada che in effetti venne nominato e Tarcisio Bertone che sarebbe invece diventato segretario di Stato).

E nel 2010 la sua nomina a prefetto della congregazione per i vescovi era praticamente fatta, ma il timore che potesse essere coinvolto in qualche storia di copertura di abusi sessuali compiuti da sacerdoti della sua diocesi di Sydney portò alla scelta del canadese Marc Ouellet.

Ma a promuovere per davvero a Roma il conservatore Pell ci ha pensato papa Francesco, certamente non sospettabile di simpatie tradizionaliste. A modo suo: affidandogli incarichi di grande importanza, ma dove Pell può esercitare più le sue capacità organizzative e il suo stile di comando diretto e sbrigativo piuttosto che le proprie sensibilità dottrinali o liturgiche.

Francesco lo ha scelto infatti tra i nove cardinali consiglieri per la riforma della curia e lo ha fatto diventare anche “zar” dell’apparato economico-finanziario vaticano, promuovendolo alla guida della neonata, potente segreteria per l’economia.

Pell comunque arrivando a Roma per il suo nuovo incarico vaticano non ha lasciato a casa le sue sensibilità liturgiche. Così ha pensato bene di scegliersi come segretario particolare un sacerdote australiano, don Mark Withoos di Melbourne, che lavorava nella commissione “Ecclesia Dei”.

E ha dato appunto la sua disponibilità a celebrare messa secondo l’antico rito nel prossimo pellegrinaggio promosso dal “Coetus Internationalis Summorum Pontificum”.

Pellegrinaggio che ha come delegato generale il magistrato Giuseppe Capoccia, sostituto procuratore a Lecce e promotore del Coordinamento “Summorum Pontificum” in Puglia, Campania e Basilicata. Mentre ne è cappellano il sacerdote francese Claude Barthe e segretario generale il laico francese Guillaume Ferluc.

Da | http://magister.blogautore.espresso.repubblica.it

LETTERE DAL DESERTO

Fratel Carlo Carretto

da atma-o-jibon.org
Sotto la  grande pietra

La pista, bianca di sole, si snodava dinanzi a me con tracciato incerto. I solchi nella sabbia, fatti dalle ruote delle grandi cisterne dei “petrolieri”, m’obbligavano ad una ginnastica continua per mantenere la direzione della jeep.
Il sole era alto e mi sentivo stanco. Solo il vento che soffiava sul muso della macchiana permetteva ancora alla jeep di procedere, benché la temperatura fosse infernale e l’acqua bollisse nel radiatore. Di tanto in tanto il mio sguardo si posava sull’orizzonte. Sapevo che nella zona c’erano grossi blocchi di granito emergenti dalla sabbia: ricercatissimi luoghi d’ombra per fare il campo e attendere la sera per proseguire il viaggio.
Difatti, verso mezzogiorno, trovai ciò che cercavo. Grosse rocce apparvero sulla sinistra della pista; ed io mi avvicinai, sicuro che avrei trovato un po’ d’ombra.
Non ne fui deluso. Sulla parete nord d’un gran macigno alto una decina di metri una lama d’ombra si proiettava sulla sabbia rossa. Misi la jeep contro vento per raffreddare il motore e scaricai il “ghess”, cioè l’indispensabile per fare il campo: una stuoia, il sacco dei viveri, due coperte e il treppiede per il fuoco.
Ma, avvicinandomi alla roccia in ombra, mi accorsi che c’erano già ospiti: due vipere se ne stavano raggomitolate nella sabbia calda e mi sorvegliavano senza muoversi. Feci un salto indietro, m’avvicinai alla jeep senza perder di vista i due serpenti; e presi il fucile, un vecchio aggeggio che un indigeno m’aveva prestato per aiutarlo a liquidare gli sciacalli che attaccavano i suoi greggi, spinti dalla fame e dalla siccità.
Misi una cartuccia con piombo medio; e mi allontanai, cercando di colpire le due vipere d’infilata per non sprecare un altro colpo. Tirai e vidi le due bestie saltare in aria tra un novolo di sabbia. Ripulendo la zona dal sangue e dai resti delle vipere, vidi che dal ventre squarciato di una di esse usciva un uccellino non ancora digerito.
Stesi la stuoia, che nel deserto è tutto: cappella, sala da pranzo, camera da letto, salotto di ricevimento; e mi sedetti.
Era l’ora sesta e presi il breviario.
Recitai qualche salmo, ma con un certo sforzo, data la stanchezza e la faccenda di quelle due vipere che di tanto in tanto mi saltavano a pezzi sui versetti. Una vampa calda veniva dal sud e la testa mi doleva. Mi alzai; calcolai l’acqua che mi rimaneva prima di giungere al pozzo di Tit, e decisi di sacrificarne un po’. Ne attinsi dalla “gherba” di pelle di capra una ciotola ddi un litro e me la versai sulla testa. L’acqua imbibì il turbante, mi scese sul collo e sui vestiti; ilvento fece il resto; e la temperatura, da 45 gradi, discese in pochi minuti a 27. Con quel senso di refrigerio mi stesi sulla sabbia per dormire, perché nel deserto la siesta precede il pranzo.
Per star più comodo, cercai una coperta per mettermela sotto il capo. Ne avevo due, e ben lo sapevo. Una coperta rimase accanto a me, inutilizzata e, guardandola, non mi sentivo tranquillo.
Ma se volete capire, dovete ascoltare la storia.
La sera prima ero passato da Irafok, un piccolo villaggio di negri, ex schiavi dei Tuareg. Come al solito, quando si giunge in un villaggio, la popolazione corre a far ressa attorno alla jeep, sia per curiosità, sia per quei piccoli servizi che si fanno da chi frequenta la pista del deserto: portare un po’ di tè, distribuire medicine, consegnare qualche lettera.
Quella sera avevo notato il vecchio Kadà che tremava dal freddo. Sembra strano parlare di freddo nel deserto, eppure è così; tanto che la definizione del Sahara è la seguente: “paese freddo dove fa molto caldo quando c’è il sole”. Ma il sole era tramontato; e Kadà tremava.
Mi venne l’impulso di dargli una delle due coperte che avevo con me e che formava il mio “ghess”; ma mi distrassi volentieri da quel pensiero. Pensavo alla notte, e sapevo che anch’io avrei tremato. Quel po’di carità ch’era in me tornò all’assalto, facendomi notare che la mia pelle non valeva più della sua e che avrei fatto bene a dargkiene una; e che, se anche avessi tremato un po’, era ben giusto per un piccolo fratello.
Quando partii, le due coperte erano ancora sulla jeep; ed ora erano là davanti a me e mi davano fastidio.
Cercai d’addormentarmi coi piedi appoggiati alla grande roccia, ma non ci riuscii. Mi venne in mente che un Tuareg un mese prima era stato schiacciato da un massoproprio mentre faceva la siesta. Mi alzai per assicurarmi della stabilità del masso: vidi che era piuttosto in bilico, ma non proprio da essere pericoloso.
Mi ricoricai sulla sabbia. Se vi dicessi che sognai, vi sembrerebbe strano. Ma il più strano è che sognai che dormivo sotto la grande pietra e che ad un certo punto… Non mi pareva affatto un sogno: vidi la pietra muoversi; e mi sentii venire addosso il masso. Che brutto momento!
Ero liquidato. Sentii scricchiolare le ossa e mi trovai morto. Mi stupivo che nessun osso mi dolesse: ero solo immobilizzato. Aprii gli occhi e vidi Kadà che tremava davanti a me a Irafok. Allora non esitai più a dargli la coperta, tanto più che era inutilizzata vicino a me, a un metro di distanza. Cercai di allungare la mano per offrirgliela; ma il masso che mi aveva immobilizzato mi impediva il più piccolo movimento. Capii che quello era il purgatorio e che la sofferenza dell’anima era di “non poter più fare ciò che prima si poteva e si sarebbe dovuto fare!”. Chissà per quanti anni avrei visto quella coperta vicino a me, in quella scomoda posizione, a testimoniare il mio egoismo e quindi la mia immaturità ad entrare nel Regno dell’Amore.
Provai a pensare quanto tempo sarei rimasto sotto il masso. La risposta me la suggerì il Catechismo: “Fin tanto che sarai capace di un atto di amore di amore perfetto!”. In quel momento non mi sentivo capace.
L’atto d’amore perfetto è l’atto di Gesù che sale il Calvario per morire per tutti noi. A me, membro del suo Corpo Mistico, si chiedeva se ero giunto a tanta maturità d’amore da desiderare di seguire il mio Maestro sul Calvario per la salvezza dei miei fratelli. La presenza della coperta negata a Kadà la sera prima mi diceva che avevo ancora molta strada da percorrere! Capace di vedere un fratello che trema e passar oltre, come sarei stato capace di morire per lui ad imitazione di quel Gesù che morì per tutti? Qui compresi che ero perduto; e che, se non fosse intervenuto Qualcuno ad aiutarmi, io avrei trascorso epoche ed epoche geologiche senza più potermi muovere.
Guardai altrove e mi accorsi che tutti quei grossi massi del deserto non erano altro che sepolcri di altri uomini. Anch’essi, giudicati nell’amore e trovati freddi, erano là ad attendere Colui che un giorno aveva detto: “Io vi risusciterò nell’ultimo giorno”.

(I edizione gennaio 1964 – LA SCUOLA EDITRICE, Brescia)

Il corteo funebre della Costa Concordia. E il testamento

Scritto da don Marco Pozza
da | sullastradadiemmaus

Dall’Isola del Giglio se ne parte ammaccata e dolente: come una vecchia anticaglia arrugginita ormai destinata ad essere smantellata, fin quasi – se solo si potesse rimettere mano a certe pagine di storia – ad essere cancellata dalla memoria collettiva. Eppure quella nave da crociera è già passata alla storia come l’immagine del disastro cercato, dell’inimmaginabile arditezza di un comandante, di dove possa giungere la voglia di compiacere dell’uomo. Lei, e lui, lo Schettino che è già divenuto un mezzo proverbio: il sinonimo di chi guarda a salvarsi la pellaccia, del capitano che abbandona la nave, della viltà che vince sulla missione. Ne più ne meno, però, di coloro che cavalcano una finanza sregolata per poi uscirsene con una buona uscita in tasca e una scialuppa abbandonata; di chi sulle strade guida bolidi impazziti mettendo a forte rischio l’incolumità di tante persone; di coloro che pilotano i fallimenti delle aziende incuranti delle famiglie che da quelle scelte usciranno senza più un tetto e una casa. Dall’Isola del Giglio al porto di Genova: è triste il rincasare di quella città galleggiante, ebbra di diatribe e appesantita dalla memoria di tutte quelle persone lasciate alle fauci della morte.
Cosa resterà di tutta quell’avventura? Ben poco, a pensarci bene: la rovina e la vergogna, il rimpianto e la follia, la negligenza e lo sfascio. Ma anche i loro esatti opposti: l’accoglienza (degli isolani) e la voglia di ripartire, la memoria e il suffragio, la ricostruzione e la ripartenza, la pena e l’arte della tecnologia navale. Una nave da crociera somiglia ad una donna dalla prepotente bellezza: è la perfezione che celebra le sue vette più ardite, è l’orgoglio della ricerca tecnica e ingegneristica dell’uomo. Eppure, in mezzo a cotanto splendore, la discriminante ultima rimane ancora l’uomo, nelle cui mani sta il timone della nave. Resta, dunque, la responsabilità più antica e più maestosa: quella dell’essere uomini fino in fondo. La sciagura del Giglio nasce – con un linguaggio tecnico col quale abbiamo purtroppo imparato a famigliarizzare – dall’aver “fatto l’inchino” all’Isola, ovvero dall’aver ceduto alla tentazione di farsi ammirare da coloro che stanno sulla riva. O di compiacere qualche bellezza nascosta nella pancia della nave. L’invito trattenuto nei Vangeli, invece, parla dell’esatto suo opposto a coloro che s’avventurano dentro il mistero dei mari: si tratta di “prendere il largo e di calare le reti” per la pesca (Lc 5). Prendere il largo è l’esatto opposto del far un inchino: è il non accondiscendere alle richieste altrui, il rimanere con la schiena diritta di fronte alle diavolerie della vita, il saper reggere l’onda senza demordere dalla sfida. E’ l’inestimabile ricchezza di chi, consolato nel cuore, non abbisogna dei compiacimenti altrui per sentirsi più uomo: l’uomo dei Vangeli è l’uomo che basta a se stesso.
Il naufragio della Concordia racconta di un disastro e di tante lacrime versate. Oggi, però, rimane anche un monito, ardito e urgente: quello di ritrovare la giusta misura delle cose. Il tempo ammorbidisce la durezza di ciò che accade senza, però, concedere il lusso della cancellazione. Cosicchè da una sciagura è forse emerso il vero volto dell’Italia odierna: a forza di inchini e di baciamani, di inutili reverenze e di fastidiose formalità, s’è incagliata la speranza di un’intera nazione, il sorriso che possiedono le cose semplici. Il conforto che rimane, in mezzo a tutte queste cicatrici, è quello che tramandano le vecchie sarte: la precisione delle cuciture è quella che regge la vita dei vestiti. Almeno questa è la speranza che rimane accesa contemplando quel relitto.

(da L’Altopiano, 19 luglio 2014)

LETTERE DAL DESERTO – Fratel Carlo Carretto

I edizione gennaio 1964 – LA SCUOLA EDITRICE, Brescia

INTRODUZIONE

La chiamata di Dio è cosa misteriosa, perché avviene nel buio della fede.
In più essa ha una voce sì tenue e sì discreta, che impegna tutto il silenzio interiore per essere captata.
Eppure nulla è così decisivo e sconvolgente per un uomo sulla terra, nulla più sicuro e più forte.
Tale chiamata è continua: Dio chiama sempre! Ma ci sono dei momenti caratteristici di questo appello divino, momenti che noi segnamo sul nostro taccuino e che non dimentichiamo più.
Tre volte nella mia vita intesi questa chiamata.
La prima determinò la mia conversione a 18 anni. Ero in un villaggio di campagna, maestro elementare.
Venne, in occasione della Quaresima, una missione per il popolo. Vi presi parte, e di essa mi rimase il ricordo di una predicazione antiquata e noiosa. Posso dire che non furono certo le parole a scuotere il mio stato d’indifferenza e di peccato. Ma quando mi inginocchiai dinanzi ad un vecchio missionario, di cui ricordo gli occhi chiari e semplici, per esporre la mia confessione, avvertii nel silenzio dell’anima il passaggio di Dio.
Da quel giorno mi sentii cristiano e constatai che la mia vita era cambiata.
La seconda volta fu a 23 anni. Pensavo a sposarmi; e nemmeno sapevo che poteva esistere qualche altra via per me.
Incontrai un medico che mi parlò della Chiesa e della bellezza di servirla con tutto il nostro essere, pur restando nel mondo. Non so che cosa avvenne in quei giorni e come avvenne; il fatto si è che, pregando in una chiesa deserta dov’ero entrato per sfogare il tumulto dei pensieri che agitavano la mia mente, sentii la stessa voce che avevo udito durante la confessione col vecchio missionario. “Tu non ti sposerai; tu mi offrirai la tua vita. Io sarò il tuo amore per sempre”.
Non fu difficile rinunciare al matrimonio e consacrarmi a Dio, perché tutto era cambiato in me; a me sarebbe parso strano innamorarmi di una ragazza, tanto Dio riempiva la mia vita.
Furono anni pieni di lavoro, di passioni, di incontri con anime, di grandi sogni. Gli stessi sbagli – e furono molti – erano dovuti alla violenza di ciò che bruciava dentro di me e che non era ancora purificato.
Passarono molti anni; e molte volte mi sorpresi in preghiera a domandare di risentire il suono di quella voce che tanta importanza aveva avuto per me.
Fu a 44 anni che ciò avvenne; e fu la chiamata più seria della mia vita: la chiamata alla vita contemplativa. Essa si determinò nel più profondo della fede, là dove il buio è assoluto e le forze umane non aiutano più.
Questa volta dovevo dire di sì senza nulla capire: “Lascia tutto, e vieni con me nel deserto. Non voglio più la tua azioni, voglio la tua preghiera, il tuo amore”.
Qualcuno, vedendomi partire per l’Africa, pensò ad una crisi di sconforto, di rinuncia. Nulla è più inesatto di ciò. Sono così ottimista per natura e ricco di speranza, che non conosco ciò che sia lo sconforto o la rinuncia alla lotta.
No; fu la chiamata decisiva. E mai la compresi come quella sera dei Vespri di S. Carlo del 1954, quando dissi di sì alla Voce.
“Vieni con me nel deserto”. C’è una cosa più grande della tua azione: la preghiera; c’è una forza più efficace della tua parola: l’amore!
E andai nel deserto.
Senza aver letto le Costituzioni dei Piccoli Fratelli di Gesù, entrai nella loro Congregazione; senza conoscere Charles de Foucauld mi misi alla sua sequela.
Mi bastava aver sentito la voce che mi aveva detto: “Questa è la tua strada”.
Fu camminando coi Piccoli Fratelli sulle piste del deserto che scoprii la bontà della via; fu seguendo il Padre de Foucauld che mi convinsi che proprio quella era la mia via.
Ma Dio me l’aveva già detto nella fede!
Ma faccio bene a scrivere queste cose?
Quando giunsi a El Abiod Sidi Seik per il noviziato, il mio maestro mi disse con la calma più perfetta d’un uomo che aveva vissuto vent’anni nel deserto: “Il faut faire une coupure, Carlo”.
Io capii cosa voleva dire quella frase e decisi di fare il taglio anche se doloroso.
Avevo nella mia sacca conservato un grosso quaderno su cui erano annotati gli indirizzi dei miei vecchi amici: ce n’erano migliaia.
Il Signore nella sua bontà non m’aveva mai lasciato mancare la gioia dell’amicizia e su un vero fiume d’amore aveva navigato la barca della mia vita.
Se restava in me una sofferenza nascosta era certamente quella di non poter – al momento della mia partenza per l’Africa – parlare a ciascheduno di loro, spiegare il motivo dell’abbandono, dire che obbedivo ad una chiamata chiara di Dio e che, anche se da un’altra trincea, avrei continuato a militare con loro nel campo dell’apostolato.
Ma bisognava fare la famosa “coupure”ed io la feci con coraggio e con una grande fiducia in Dio.
Presi l’indirizzario che era per me come l’ultimo legame al passato ed andai a bruciarlo dietro una duna durante una giornata di ritiro.
Rivedo ancora i resti anneriti del quaderno trasportati lontano dal vento del Sahara.
Ma bruciare un indirizzo non significa distruggere l’amicizia, né questo mi era richiesto; anzi…
Mai ho amato e pregato tanto per i miei vecchi amici come nella solitudine del deserto. Ne rivedevo i volti, ne sentivo i problemi, le sofferenze acuite dalla distanza.
Essi erano diventati per me come un gregge che mi sarebbe appartenuto per sempre e che io dovevo condurre con me ogni giorno alla fonte della preghiera.
Quasi fisicamente li sentivo attorno a me quando entravo nella chiesa di stile arabo a El Abiod o, più tardi negli eremitaggi famosi costruiti dallo stesso padre de Foucauld a Tamanrasset, all’Assekrem.
Pregare era diventato il mio maggiore impegno, la mia più dura fatica quotidiana e avevo per vocazione cosa significasse “portare gli altri” nella nostra preghiera.
Ebbene: a distanza di anni posso dire di aver mantenuto il mio impegno, mentre s’è fatta sempre più chiara la certezza che a pregare non si perde il proprio tempo e che non esiste forma più adatta per aiutare coloro che amiamo.
Rimane il problema dell’indirizzario che non posseggo più, ma questo non ha molta importanza perché esistono altri mezzi per raggiungere gli amici.
Ecco, vorrei dare a loro l’appuntamento in uno dei tanti angoli meravigliosi del Sahara verso la sera al calar del sole, e ritrovarci tutti come ci siamo trovati allora in quella sera famosa del settembre 1948 nella piazza di S. Pietro. Ricordate?
Qui non ci sarebbe bisogno di fiaccole, tanto il cielo è chiaro di stelle.
Ci sederemmo sulla sabbia e trascorreremmo la notte a raccontarci la vita di questi anni, le tappe compiute, le prove subite.
Penso che la stella del mattino ci troverebbe ancora a conversare.
Per conto mio, ho voluto annotare qui in queste “lettere dal deserto” le cose che direi, se mi fosse data una simile occasione, e che rappresentano certamente una parte di me stesso.
Niente di sistematico, niente di importante. Alcune idee maturate nella solitudine e gravitanti attorno ad un’attività che è stata senza alcun dubbio il più grande dono che mi ha fatto il Sahara: pregare.
Se ho fatto bene o male a scrivere, lo direte voi, i miei cari vecchi amici; ma sento che se non altro la cosa avrà servito a ripensare con esperienza nuova i problemi che sono stati alla base della nostra amicizia.
Vostro piccolo fratello

Carlo Carretto

da | atma-o-jibon.org

Chi sono io per giudicare?” Approfondimenti sul tema del “giudizio” secondo la fede cattolica.

 

Silvio Brachetta

da | Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân

Sembra quasi che, sulla questione del giudizio, dalla Sacra Scrittura provengano due richieste di Dio all’uomo, opposte tra loro. Nel Discorso della montagna, Gesù Cristo dissuade dall’appropriasi di un giudizio che appartiene solo a lui: «Non giudicate per non essere giudicati» (Mt 7, 1). E spiega anche il perché: poiché voi uomini – dice il Signore – «col giudizio con cui giudicate sarete giudicati, e con la misura con la quale misurate sarete misurati» (Mt 7, 2). Che il giudizio espresso nel Discorso della montagna appartenga solo a Dio, lo dice ancora Gesù, come riporta l’Evangelista San Giovanni: «Io sono venuto in questo mondo per un giudizio, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi» (Gv 9, 39). Anche San Paolo, nella lettera ai Romani (2, 1), ripete il medesimo concetto che Gesù espresse sulla montagna: «Perciò chiunque tu sia, o uomo che giudichi, non hai alcun motivo di scusa perché, mentre giudichi l’altro, condanni te stesso; tu che giudichi, infatti, fai le medesime cose».

Altrove, però, la Scrittura esorta l’uomo al giudizio. È il Signore stesso a richiederlo: «Non giudicate secondo le apparenze; giudicate con giusto giudizio!» (Gv 7, 24). Non solo, ma rimproverando i farisei, domanda loro: «Come mai questo tempo non sapete giudicarlo? E perché non giudicate da voi stessi ciò che è giusto?» (Lc 12, 56-57). Pure San Paolo, rivolto ai cristiani di Corinto, li ammonisce: «Non sapete voi che giudicheremo gli angeli? Quanto più possiamo giudicare delle cose di questa vita!» (1 Corinzi 6, 3). Come allora interpretare ciò che sembra un paradosso?

Se giudicare sia lecito all’uomo

San Tommaso d’Aquino affronta il tema del giudizio, in generale, nella seconda sezione della seconda parte della Summa Theologiae (quaestio n. 60). Il santo Dottore ricorda che il termine «giudice» deriva dal latino «ius dicens», intendendo colui che «dichiara il diritto». E da «giudice» derivò «giudizio». Però il giudizio – precisa San Tommaso – non si restringe all’ambito forense, ma investe ogni categoria morale, così che esso diviene la «determinazione retta di qualsiasi cosa, sia nell’ordine speculativo che nell’ordine pratico». Giudice è quindi il magistrato, ma anche ogni persona che giudica qualcosa o qualcuno. Molto importante, inoltre, è la disposizione di chi giudica, poiché il giudizio è giusto nella misura in cui una persona ha la virtù della carità e i doni soprannaturali della sapienza e della prudenza.

Il problema non è dunque il giudizio in sé stesso, ma se esso sia «un atto di giustizia» o non piuttosto un’ingiustizia. Per questo motivo, affinché il giudizio sia vera giustizia, si richiedono all’uomo tre cose: che il giudizio «derivi dall’abito della giustizia, che derivi dall’autorità di uno che comanda e che sia emanato secondo la retta norma della prudenza». San Tommaso, pertanto, ammette che sia lecito giudicare, ma lega la validità del giudizio a queste tre condizioni, che solo di rado sono rispettate. Quando, infatti, un peccatore giudica un altro peccatore, non lo fa come qualcuno che ha un’autorità sul peccato. Egli non è un giusto tra i peccatori, ma è un peccatore tra molti. In tal modo annulla la seconda condizione e il suo non è più un atto di giustizia, bensì è un «giudizio usurpato». Usurpato a Dio.

Quando invece abbiamo autorità in un certo ambito e siamo animati dalle virtù e dai doni dello Spirito Santo, non solo è lecito, ma è doveroso giudicare. È il caso dei genitori nei confronti dei figli, dell’esperto nei confronti dell’inesperto, del religioso nei confronti del laico, del principe nei confronti del popolo, del soggetto nei confronti della realtà oggettiva conosciuta, della creatura spirituale nei confronti delle creature temporali. Così l’uomo (e in particolare il cristiano) è chiamato a scrutare i segni dei tempi, ad ammonire i peccatori circa il peccato e a valutare ogni situazione della vita propria e altrui.

I cinque significati del giudizio

Sono dunque rintracciabili, in San Tommaso, cinque significati del giudizio. Primariamente c’è il giudizio che proviene dall’odio, ad esempio del peccatore che si reputa giusto, «come quando uno giudica di cose dubbie od occulte basandosi su delle semplici supposizioni». In questo caso il giudizio è «sospettoso» o «temerario», poiché l’uomo non può leggere nel cuore di un’altra persona, né darsi una ragione completa dei moventi dietro le azioni altrui. È importante non giudicare, a questo proposito, specialmente quando si tratta di un peccato pubblico, «poiché ne nascerebbe uno scandalo nella mente altrui». Il secondo senso del giudizio, simile al primo, è quello usurpativo, che l’uomo esercita su cose di cui non ha competenza: è di colui che si sostituisce a Dio o di chi giudica prima di avere un quadro completo delle circostanze. Perciò San Paolo afferma: «Non giudicate prima del tempo» (1 Cor 4, 5), ovvero prima di avere esaminato ogni aspetto della situazione.

C’è un terzo senso del giudizio, su cui l’uomo non si può e non si deve esprimere. Potremmo chiamarlo giudizio d’incompetenza ed è tipico di chi non ha l’autorità nei confronti del superiore. Sbaglia dunque il ragazzo che si ribella ai genitori, o l’imputato che disprezza il giudice, o l’ignorante che mette a tacere il sapiente, o il penitente che mortifica il confessore, o il popolo che rovescia un potere costituito. Ma il giudizio è invece legittimo in ordine a due significati ulteriori, già accennati in precedenza: nel caso il giudicante abbia l’autorità necessaria – ma anche legale e consentita – sugli uomini (quarto senso) e l’abbia sulla realtà oggettiva (quinto senso).

Giudizio della coscienza e giudizio magisteriale

Il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che, sebbene il Padre abbia «rimesso ogni giudizio al Figlio», questi «non è venuto per giudicare, ma per salvare» il mondo (n. 679). Così vi sarà un giudizio, per i vivi e per i morti, dove però sarà compiuta anche la misericordia verso il peccatore penitente. Quanto all’uomo, ogni sua azione morale deriva da un proprio «giudizio di coscienza», che può essere buono o cattivo. Questo è un giudizio legittimo, che precede ogni atto umano consapevole e che dipende dall’oggetto dell’azione, dall’intenzione soggettiva e dalle circostanze esterne (nn. 1749, 1750). È dunque chiaro che l’uomo esercita il giudizio senza interruzione, per tutto il corso della propria vita, relativamente alle azioni da compiere e alle scelte da effettuare. Vi è addirittura una salutare «sentenza del giudizio di coscienza» (n. 1781), mediante la quale possiamo individuare il nostro peccato, pentirci e salvarci. Certamente il giudizio umano può essere «retto», se in accordo alla ragione e alla legge divina, o «erroneo», se ostinato nella colpa. In ogni caso è un giudizio effettivo, personale.

Anche la Chiesa, sulla base del Magistero, contempla l’esercizio del giudizio: «È compito della Chiesa annunziare sempre e dovunque i principi morali anche circa l’ordine sociale, e così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtà umana, in quanto lo esigano i diritti fondamentali della persona umana o la salvezza delle anime» (Codice di Diritto canonico, can. 747).