Viaggio nella Chiesa – Antologia di testi

Viaggio nella Chiesa – Antologia di testi – 1
a cura di  P. Aldino CAZZAGO ocd

PAOLO VI: VIVERE E MORIRE  PER LA CHIESA

1.    La «mia prossima morte un dono d’amore alla Chiesa»

Prego pertanto il Signore che mi dia la forza di fare della mia prossima morte dono d’amore alla Chiesa. Potrei dire che sempre l’ho amata; fu il suo amore che mi trasse fuori dal mio gretto e selvatico egoismo e mi avviò al suo servizio; e che per essa, non per altro, mi pare di aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all’estremo momento della vita si ha il coraggio di fare. Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Corpo mistico di Cristo. Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e sacerdote cha la assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla. Anche perché non la lascio, non esco da lei, ma più e meglio con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso nella comunione dei Santi.

Qui è da ricordare la preghiera finale di Gesù (Gv 17). Il Padre e i miei; questi sono tutti uno; nel confronto col male ch’è sulla terra e nella possibilità della loro salvezza; nella coscienza suprema ch’era mia missione chiamarli, rivelare loro la verità, farli figli di Dio e fratelli fra loro: amarli con l’Amore ch’è in Dio, e che da Dio, mediante Cristo, è venuto nell’umanità e dal ministero della Chiesa, a me affidato, è ad essa comunicato. O uomini, comprendetemi; tutti vi amo nell’effusione dello Spirito Santo, ch’io ministro, dovevo a voi partecipare. Così vi guardo, così vi saluto, così vi benedico. Tutti. E voi, a me più vicini, più cordialmente. La pace sia con tutti voi. 
E alla Chiesa, a cui tutto devo e che fu mia, che dirò? Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo. Amen. Il Signore viene. Amen. [Pensiero alla morte – 1965]. 

2.    La Chiesa «alla quale abbiamo dato il cuore e la vita»

La Chiesa! Quale dono ci ha fatto il Signore con la sua Chiesa! «È umile e maestosa. Professa di integrare ogni cultura e di assumere in sé ogni valore, e vuol essere nel medesimo tempo il focolare dei piccoli, dei poveri, della moltitudine semplice e miserabile. Non cessa un istante . . . di contemplare Colui che è insieme il Crocifisso e il Risorto, l’uomo del dolore e il Signore della gloria – il Vinto dal Mondo e il Salvatore del Mondo»? (H. de Lubac, Meditazione sulla Chiesa, in La Teologia dopo il Vaticano II, Brescia 1967, p. 327). 
La Chiesa! È questo l’anelito profondo di tutta la nostra vita, il sospiro incessante, intrecciato di passione e di preghiera, di questi anni di Pontificato, da quando il Signore ha voluto affidarci la cura degli agnelli e delle pecore, in pegno di un amore misterioso di cui scopriremo il filo segreto solo in Cielo, e che a nostra volta ci obbliga giorno per giorno a una risposta d’amore: Tu scis, quid amo te (Io. 21, 15-17). Questo amore per Cristo e per la Chiesa ci ha spinti a conservarne e a garantirne in questi anni l’unità, la piena concordia. La grazia di Dio ci ha dato aiuto: ma dobbiamo far di tutto, insieme con i Fratelli nell’episcopato, con i sacerdoti, con i laici, affinché questa unità, che è frutto consolantissimo e segno di riconoscimento per il mondo (Cfr. Io. 17, 21-23), rimanga, si raffermi, ingigantisca. È il comando estremo del Cristo, dall’altare dell’ultima Cena: Ut omnes unum sint! (Io. 17, 21) Ut sint consummati in unum (Ibid. 17, 23). Tale comando, come continuerà a muovere e a sorreggere, con la franca collaborazione dei nostri fratelli separati, l’azione ecumenica finora svolta con tanta speranza e con sicuro progresso, così deve sostenere il cammino della Chiesa, alla quale abbiamo dato il cuore e la vita. Ad essa il nostro comune amore, i nostri pensieri, il nostro servizio, perché è il disegno visibile dell’amore di Dio per l’umanità, il sacramento della salvezza: Madre dei Santi, immagine / della città superna; / del Sangue incorruttibile / conservatrice eterna . . . / campo di quei che sperano, / Chiesa del Dio vivente! (A. Manzoni, Inni Sacri, «La Pentecoste») Sono parole profonde di un genio della letteratura, di cui celebriamo in questo 1973 il centenario della morte, Alessandro Manzoni. Ma, per esprimere il nostro amore alla Chiesa, diremo, con un genio della santità, che anche quest’anno abbiamo commemorato, Suor Teresa di Gesù Bambino: Io amo la Chiesa, mia madre! (Cfr. Manuscrits autobiographiques de sainte Thérèse de l’Enfant Jésus, Lisieux 1957, p. 229). [Discorso al Sacro Collegio, venerdì, 22 giugno 1973].

3.    Dal «senso della Chiesa» al «gusto della Chiesa»

Il credente, colui ch’è riuscito a incontrare, sia pure nell’incognito del nostro pellegrinaggio terreno (Cfr. Luc. 24, 32) Cristo risorto, dovrebbe avere sempre dentro di sé il carisma del gaudio. Il gaudio, con la pace, è il primo frutto dello Spirito (Gal. 5, 22). E noi sappiamo che nel disegno divino della salvezza esiste un rapporto (che ora non precisiamo) fra lo Spirito e la Chiesa; ci basti ripetere la sentenza scultorea di S. Agostino: quantum quisque amat Ecclesiam, tantum habet Spiritum Sanctum, quanto uno ama la Chiesa, tanto possiede lo Spirito Santo (In Io. 32, 8; PL 35, 1635-1646). Per godere del carisma gaudioso dello Spirito, bisogna amare la Chiesa. Si è parlato del «senso della Chiesa»; noi vorremmo spingere più avanti questo fenomeno interiore, ed esortarvi ad avere «il gusto della Chiesa», che oggi, purtroppo, sembra venir meno in tanti che pur della Chiesa si atteggiano a riformatori: hanno gusto della contestazione, della critica, della emancipazione, della arbitraria concezione, e spesso della sua disgregazione e demolizione. No, non possono avere il «gusto della Chiesa», e fors’anche nemmeno l’amore. Una comprensione vera di ciò che è, di ciò che deve essere (Cfr. S. Aug., De moribus Ecclesiae, 1, 30; PL 32, 1336) noi non vediamo come codesti figli inquieti possono davvero in se stessi sperimentare. [Udienza generale, 25 aprile 1970].

4.    «Non sappiamo parlare d’altro che della Chiesa»

In questi incontri settimanali, che sono queste udienze generali, Noi non sappiamo d’altro parlare che della Chiesa: il Concilio ce ne offre materia e quasi ce ne fa obbligo, per l’abbondanza e per l’autorità della dottrina circa la Chiesa medesima, che esso ci ha illustrata; e la vostra visita Ci offre opportunità di fare qualche accenno a tale dottrina, senza pretesa di trattarla o di esporla adeguatamente, ma solo col proposito, e quasi col piacere, di rilevarne fugacemente qualche aspetto degno di particolare considerazione. [Udienza generale, 18 maggio 1966].

La grande sfida di Davos

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Lunedì 27 Gennaio 2014
Nuove generazioni di leader e nuove generazioni escluse: confronto o scontro su sviluppo e giustizia sociale?
Paolo Bustaffa

“Ciò che mi interessa in modo particolare è la maniera in cui l’economia cambia la vita delle nuove generazioni. Questa è la grande sfida di Davos”. È il commento di monsignor Diarmuid Martin, arcivescovo di Dublino, in margine dei lavori del 44° World Economic Forum che si è appena concluso nella località svizzera. “Alcuni di questi giovani – aggiunge l’arcivescovo irlandese presente all’incontro – saranno la forza trainante della nuova economia . Possiedono la conoscenza tecnologica necessaria . Nello stesso tempo altri giovani sono esclusi dal sistema”.
Parole che sono indubbiamente arrivate al Forum of Young Global Leaders che, rappresentato a Davos, raccoglie più di 900 giovani “eccellenze” nell’economia e nell’imprenditoria mondiali. Un organismo che dichiara di avere come primo obiettivo la ricerca di “soluzioni lungimiranti e innovative ai problemi che sono di fronte all’umanità”.
Mons. Martin rilancia il tema della responsabilità delle nuove generazioni protagoniste sulla scena economica mondiale nei confronti delle nuove generazioni escluse perfino dalle più elementari occasioni e opportunità di crescita e di sviluppo. Sapranno davvero questi giovani riuniti a Davos a prendere le distanze da un’economia che nel mondo ha tradito diritti e speranze di moltissimi loro coetanei?
Sapranno costruire un’economia alternativa, un’economia che non divida ulteriormente e più gravemente le nuove generazioni?
Mons. Martin è fiducioso ma anche preoccupato per il ruolo degli adulti. Così dice ai “grandi” che l’educazione da loro proposta ai giovani leader “non deve essere solamente la trasmissione di tecnologie e di informazioni ma deve permettere loro di porsi le questioni fondamentali che riguardano la vita. La posta in gioco è ridefinire il ruolo del business nel progresso sociale delle nazioni”.
La questione è molto seria e lo stesso Papa Francesco nel messaggio a Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum, richiama la Evangelii gaudium per ribadire che “la vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita”.
Parole importanti anche per un giovane che compie una scelta professionale forse un po’ troppo trascurata dall’opinione pubblica. Anche nella riflessione dei cattolici sul tema dell’impegno politico, la realtà dei giovani economisti e dei giovani imprenditori merita più attenzione considerato che nel nostro Paese, nonostante le grandi difficoltà, è presente e in alcuni settori è vivace.
Si potrà sempre dire che di fronte a previsioni economiche negative e a drammatiche situazioni di povertà, l’ attenzione alle nuove generazioni di leader è un po’ periferica.
Eppure anche essi fanno parte di quella “comunità imprenditoriale” che, afferma Papa Francesco, “può contare su molti uomini e donne di grande onestà e
integrità personale, il cui lavoro è ispirato e guidato da alti ideali di giustizia, generosità e preoccupazione per l’autentico sviluppo della famiglia umana”.
E di questa famiglia umana fanno parte anche moltissimi giovani senza lavoro, senza opportunità, senza prospettive. Confronto o scontro con la loro rabbia e con le loro rivendicazioni?
Di questo dramma non può non essere consapevole il Forum of Young Global Leaders i cui membri sono scelti dopo rigorose selezioni tra coloro che “hanno già dimostrato il loro impegno al servizio della società in generale”.
Non c’è forse qualcosa che pone in collegamento questo impegno con quelli richiamati dalla dottrina sociale della Chiesa?
La risposta esige prudenza e verifica ma non meno fiducia e speranza.

agensir

Mai soli davanti alla morte

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I vescovi francesi e il dibattito sull’eutanasia.

(Giovanni Zavatta) L’esperienza della morte è un momento della vita che deve restare, fino alla fine, inserito in un legame sociale, solidale, con altri esseri umani. Legiferare in materia deve salvaguardare tale obiettivo. È per questo che «dobbiamo abbandonare l’idea di una risposta tecnica da dare a un problema “da risolvere”. Una legge non eviterà — il contrario sarebbe drammatico per la condizione umana — il dibattito morale fra il personale curante, o la sofferenza dei familiari. Il confronto con la morte è, in ogni caso, una sofferenza, per il paziente ma anche per chi lo accompagna.
Dobbiamo quindi provare a guardare in faccia una dolorosa verità: quelle che siano le misure prese per accelerare la morte o per alleviare l’agonia, non possiamo sbarazzarci della sofferenza del morire, che non è solo costituito dal dolore fisico ma anche da questo lutto interiore e dal rapporto con l’altro che tutti noi dobbiamo vivere». Si sofferma in particolare sul «dovere di accompagnare», fino all’ultimo dei loro giorni, «i più vulnerabili», rappresentati in questo caso dai malati terminali, la riflessione che il Consiglio famiglia e società della Conferenza episcopale francese ha diffuso nei giorni scorsi come contributo al dibattito sull’eutanasia, al centro di un controverso disegno di legge che vorrebbe introdurre una forma di suicidio assistito per alleviare le sofferenze del malato. Il documento, intitolato Notre regard sur la fin de vie e firmato dal presidente del Consiglio famiglia e società, Jean-Luc Brunin, vescovo di Le Havre, si conclude con le parole usate dall’arcivescovo presidente della Conferenza episcopale, Georges Pontier, nel discorso di apertura dell’ultima assemblea plenaria, il 5 novembre 2013 a Lourdes. Parole che in qualche modo sintetizzano l’intera riflessione: «Prima di legiferare ancora, ci si chieda se ciò sarebbe per dare un segno più grande di rispetto per la persona umana, di solidarietà con essa, o piuttosto di un nuovo cedimento della nostra solidarietà familiare e sociale, a volte esigente ma sempre portatrice di frutti».
Da un punto di vista cristiano, la sofferenza della morte non può essere negata ma va affrontata con gli altri «nel quadro di un concetto dell’essere umano fondamentalmente in relazione e la cui dignità resta inalienabile. Tale visione dell’uomo è radicata, per i cristiani, nel cambiamento di prospettiva che la morte e la risurrezione di Cristo hanno apportato al senso stesso della morte umana». Attraverso essa può giungere un aiuto reale a coloro che soffrono e a una società che «ha difficoltà a considerare la fine della vita come un fatto concernente in primo luogo la solidarietà umana con tutti». Del resto lo stesso Rapport Sicard, elaborato dalla Missione presidenziale di riflessione sul fine vita istituita per decreto da François Hollande il 17 luglio 2012, nelle sue conclusioni sottolinea che «sarebbe illusorio pensare che il futuro dell’umanità si riassuma con l’affermazione senza limiti di una libertà individuale, dimenticando che la persona umana vive e immagina se stessa solo collegata ad altri e dipendente da altri. Un vero accompagnamento del fine vita ha senso soltanto nell’ambito di una società solidale che non si sostituisce all’individuo ma gli testimonia ascolto e rispetto al termine della sua esistenza».
Notre regard sur la fin de vie è stato pubblicato il 17 gennaio, il giorno dopo una dichiarazione (Fin de vie: pour un engagement de solidarité et de fraternité) diffusa dal Consiglio permanente, quasi a voler dedicare una più approfondita analisi a questioni complesse che interrogano i cattolici, in particolare quelli impegnati nel settore della sanità, oltre ai malati e loro familiari. I vescovi, pur non dichiarandolo esplicitamente, si mostrano contrari a una modifica della legge Leonetti del 22 aprile 2005, che in Francia regola la materia attraverso cinque principi generali: divieto assoluto di dare deliberatamente la morte; no all’accanimento terapeutico; rispetto del parere del paziente (in grado di esprimere la propria volontà) riguardo il carattere «non ragionevole» di determinate cure; obbligo per il medico di alleviare il dolore, rispettare la dignità del paziente e accompagnare i suoi familiari, e di dispensare in caso di necessità le cure palliative; protezione dei differenti attori attraverso la tracciabilità delle procedure seguite.
Nel 2012 una serie di sondaggi ha mostrato come un certo numero di francesi fosse favorevole alla possibilità di chiedere al medico “un aiuto a morire” in caso di stato terminale giudicato insopportabile. Da allora la questione dell’eutanasia è tornata prepotentemente alla ribalta, grazie anche a una martellante presentazione mediatica di alcuni tragici casi: «Ogni volta — scrive il Consiglio famiglia e società — la gravità della situazione e la sofferenza dell’individuo suscitano un’emozione collettiva, spesso scientemente orchestrata, che sembra non potersi tradurre che con una nuova richiesta di legalizzare l’eutanasia».
Da una parte i sostenitori della “buona morte” (con l’assistenza medica al suicidio), dall’altra i difensori delle cure palliative. Si scontrano due mondi, due maniere di intendere il rispetto della dignità umana. Il Consiglio episcopale separa la richiesta di eutanasia da parte della società (una società che «prova un sentimento di impotenza e di rivolta davanti al dolore» e che «non riesce più a porsi di fronte alla sofferenza») da quella proveniente dal paziente e dai suoi familiari. Nel secondo caso «esiste spesso un’interazione complessa fra il malato, la sua famiglia e il personale curante», caratterizzata da «sentimenti contraddittori».
In questo periodo doloroso del fine vita, anche i medici e gli infermieri si sentono spesso soli, «di fronte ai limiti dell’ipertecnicità del sostegno e alla forte pressione di una medicina che potrebbe tutto». E anch’essi «hanno bisogno di essere sostenuti nelle decisioni da prendere per accompagnare» il morente.
I vescovi citano Immanuel Kant e la sua Metafisica dei costumi quando ricordano la massima «Agisci in modo da trattare l’umanità, nella tua come nell’altrui persona, sempre come fine, mai come semplice mezzo», concludendo che reclamare l’assistenza al suicidio «coinvolgerebbe l’altro in una decisione che è per se stessi. La libertà altrui sarebbe così direttamente implicata in una solidarietà per la morte e non in una solidarietà per la cura». Onorare la dignità assoluta della persona umana significa, invece, dedicarvi attenzione, creare le condizioni affinché tale principio sia rispettato. Fino alla fine.

L’Osservatore Romano

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Nota dei presuli belgi. Il divieto di uccidere è il fondamento della società

Nuovo appello dei vescovi belgi contro l’eutanasia. In una nota, i presuli sottolineano di sentirsi «fortemente interpellati» dalla proposta di legge in discussione alla Camera, relativa all’eutanasia sui minori. Un progetto che mira a estendere — sulla scia della strada intrapresa dai Paesi Bassi — il quadro legale per autorizzare l’eutanasia sui minori previo il parere di uno psicologo che attesti la capacità di discernimento del ragazzo.
Solo i minori che vivono sofferenze fisiche insopportabili e non curabili, in fase terminale, potranno ricorrere all’eutanasia, sotto la supervisione di un team di medici e con il consenso dei genitori. Ma perché «legiferare in una materia così delicata?», si domandano i presuli, che sollevano una serie di obiezioni. La prima riguarda «il divieto di uccidere, uno dei fondamenti della società». Infatti, «aprire la porta all’eutanasia sui minori significa correre il rischio di estenderla ai disabili, ai malati mentali, a coloro che sono stanchi di vivere». In pratica, significa «trasformare il senso della vita umana e accordare il valore di umanità solo a coloro che sono in grado di riconoscere la dignità della propria vita». Un’altra osservazione riguarda la pratica medica. «Ci si dimentica il ruolo della sedazione per calmare il dolore e l’importanza delle cure palliative», notano i vescovi, ricordando la necessità di una riflessione sulla morte, affinché non sia «un tabù», ma si possa raggiungere «con dignità, rispettando il valore della vita».

L’Osservatore Romano

Pio XII e gli ebrei. Esercizi di memoria

 ebrei

di Sandro Magister

 26 gen

Fa discutere il servizio di http://www.chiesa su “Le migliaia di ebrei salvati in chiese e conventi” (nella foto alcuni rifugiati nel palazzo pontificio di Castel Gandolfo negli anni della guerra).

Ci ha scritto in proposito il professor Roberto Pertici, docente di storia contemporanea all’Università di Bergamo e firma di spicco de “L’Osservatore Romano”:

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Gentile Magister,

è studioso di storia anche lei e si renderà conto di come l’attesa del documento “risolutore” sia un mito, specialmente per operazioni, come il salvataggio degli ebrei perseguitati, che si fanno più in base a disposizioni informali, del tipo “tu fa’ pure, anzi è bene che tu faccia, ma noi non ne sappiamo nulla”, che per ordini e coordinamenti scritti: c’era pur sempre l’occupazione tedesca.

Il libro di Enzo Forcella sulla ”Resistenza in convento” aveva colto felicemente questa ambiguità di fondo. Il problema resterà sempre, quindi, un problema di valutazione storica, con interrogativi come i seguenti:

– In quella situazione ci si poteva muovere diversamente?
– In altro modo era possibile ottenere risultati più consistenti?
– Un atteggiamento “profetico” da parte di Pio XII avrebbe salvato un numero maggiore di ebrei?
– Quali conseguenze avrebbe avuto per le masse cattoliche?
– Una comparazione col comportamento delle potenze vincitrici e delle altre confessioni religiose sulla questione ebraica permette di rilevare particolari deficit in quello della Santa Sede?
– Non sarà necessaria un’analisi differenziata dell’azione dei diversi nunzi e dei diversi episcopati dei paesi occupati dai tedeschi?
– E quale il loro rapporto con Roma?

Ora tale valutazione storica resterà a lungo inficiata da pregiudizi ideologici da una parte, apologetici dall’altra.

È una partita molto delicata, che travalica la vicenda dell’Olocausto. Ne deriva una valutazione sostanziale del ruolo della Chiesa nella storia contemporanea e il tentativo di ascriverla tout court fra le forze del mondo di ieri, condannate dalle vicende del secondo conflitto mondiale, a meno che non faccia un radicale repulisti del suo passato.

Con stima,
Roberto Pertici

P. S. – I volumi che lei cita sono molto ricchi, ma non li utilizza quasi nessuno: anche questo è significativo.

*

I “volumi” a cui Pertici fa riferimento sono gli “Actes et Documents du Saint Siège relatifs à la Seconde Guerre Mondiale“, consultabili integralmente anche nel sito web del Vaticano, che hanno reso pubblici con forte anticipo fin dagli anni Sessanta, per volere di Paolo VI, numerosissimi documenti relativi al pontificato di Pio XII.

Un esempio tra tanti è nel decimo di questi volumi la nota della segreteria di Stato dell’8 giugno 1944 in cui si legge che “un gruppo di ebrei si è fatto promotore di una manifestazione di gratitudine verso il Santo Padre”, con la “proposta di apporre sulle mura della Sinagoga una lapide in suo onore”.

E in una nota di monsignor Giovanni Battista Montini del 18 luglio successivo si legge:

“Il dott. Zolli, capo rabbino della comunità ebraica di Roma, terrà domenica 23 c.m. nella Sinagoga una funzione speciale durante la quale egli ringrazierà il Santo Padre e il Presidente Roosevelt per quanto stato fatto a favore degli ebrei. Il discorso sarà radiodiffuso. Il capo rabbino ha espresso il desiderio di poter avere, assieme ad alcuni suoi immediati collaboratori, l’onore di un’udienza dal Santo Padre, o nello stesso giorno 23, oppure in uno dei giorni successivi. Scopo dell’udienza è di esprimere in forma ufficiale al Santo Padre il ringraziamento degli ebrei di Roma per quanto è stato fatto in loro”.

In effetti il rabbino Israel Zolli fu ricevuto da Pio XII il 25 luglio 1944. Se poi su di lui la comunità ebraica ha fatto cadere l’oblio è a motivo della sua conversione al cattolicesimo, con il nome di Eugenio, lo stesso di papa Pacelli. Vedi in proposito:

Gli ebrei di Roma, i nazisti e Pio XII. Anna Foa solleva il velo

 

Anna Foa, ebrea, docente di storia contemporanea all’Università di Roma, ha tenuto il 28 ottobre una relazione all’Accademia Galileiana di Padova su ciò che accadde ai vertici della comunità ebraica di Roma nel periodo del blitz tedesco nel ghetto del 16 ottobre 1943 e della successiva deportazione.

Il rabbino capo di allora, Israel Zolli, non fu creduto quando invitò tutti alla clandestinità, per scampare alla cattura. Fino all’ultimo gli altri capi ebrei dell’epoca si illusero di essere risparmiati. Lui fuggì, e quando dopo la guerra si convertì al cattolicesimo fu considerato un traditore e la sua memoria cancellata.

Anna Foa, nel ricostruire la vicenda, aggiunge delle notazioni molto dirompenti sullo stato d’animo e le convinzioni diffuse tra gli ebrei di Roma dell’epoca.

Ecco qui di seguito alcune di queste notazioni. Altre parti della sua relazione si possono leggere su “L’Osservatore Romano” del 29 ottobre:

*

… I dirigenti comunitari si oppongono con decisione a quello che vedono come un allarmismo eccessivo [di Zolli], frutto di paure personali, che rischiava di peggiorare i rapporti con l’esterno, cioè con le autorità fasciste e naziste. Essi continuano a confidare, fino alla mattina del 16 ottobre 1943, nella rete di amicizie e relazioni consolidate con il regime negli anni precedenti e mai davvero rimesse in discussione nemmeno dalle leggi [razziali] del 1938, senza rendersi conto della frattura qualitativa introdotta dall’occupazione della città a opera dei nazisti…

… L’idea che gli ebrei romani fossero sotto la protezione del papa e che quindi i nazisti non avrebbero potuto toccarli era un’altra [loro] illusione, dura a morire. Wachsberger racconta che anche nella deportazione, quando si trovava con altri prigionieri a spalare le rovine del ghetto di Varsavia, la vista in lontananza di una veste talare suscitava negli italiani la speranza che si trattasse di un messo del Vaticano che si calava nell’inferno per liberarli. Per quanto mi riguarda, trovo storicamente convincente il quadro dell’assistenza agli ebrei di Roma tracciato da Andrea Riccardi nel suo libro “L’inverno più lungo”. Un’assistenza che non poteva non essere concordata con il papa. Del resto, che gli ebrei romani si siano rivolti direttamente ai conventi nell’ora del pericolo immediato (la prima richiesta accolta precede il 16 ottobre, poi le porte si spalancano) è provato da mille testimonianze. Non toccherò il problema dibattuto e tuttora aperto di Pio XII perché esula da questo quadro. Quello che è interessante è che la percezione degli ebrei romani fosse quella di un cordone ombelicale non reciso con la Chiesa…

… È ora, credo, il tempo di ricostruire e distinguere, insomma fare storia. Ma ho la sensazione che questa vicenda, sostanzialmente la consegna di mille ebrei romani alla morte da parte della dirigenza comunitaria e dell’Unione, sia ancora un nodo irrisolto della memoria della comunità di Roma, tale da continuare a suscitare intorno a sé rimozioni, accuse, proiezioni, e da erigere a tutt’oggi una invalicabile barriera difensiva.

 

Auschwitz e la Giornata della Memoria

Vigile attenzione

 

 

“È fuor di dubbio – scrive Cristiana Dobner – che Auschwitz è una sorta di monumento, nel senso che raccoglie e testimonia l’efferatezza nazista e il dolore patito da Israele e da chi con Israele condivise il destino di non essere nazista o di essersi opposto al regime dominante. Però se fosse solo così, sarebbe ancora troppo poco, le ceneri sarebbero inerti. Auschwitz è ben di più, è memoria attiva, zikkaron, fertile, è cenere calda che trasmette vita. Non nel paradosso poetico che da morte dona vita, ma nella concezione biblica che conosce per esperienza che il Creatore vigila come sentinella e non dimentica il suo popolo. La sua è una memoria sempre attuale”. 
E se l’interrogativo immediato è “dov’era questo Creatore quando Israele subiva lo sterminio nazista?”, esso però nella sua angoscia risulta monco, perché carente di una seconda parte: “Io, dov’ero, quando Israele subiva lo sterminio nazista?”. Io non c’ero è risposta fasulla, perché il mio legame con tutta la storia mi interpella e mi pone su di un terreno che richiede risposta. Io, oggi, dove sono? Da che parte sto? Abito Auschwitz e mi proietto sulla storia oppure lo lascio al suo passato e così dono fertilizzante ai pregiudizi che hanno lastricato la strada che conduce ad Auschwitz? Ecco allora la necessità della memoria viva, palpitante. Uno zikkaron che attivi richiami e generi sempre rapporti chiari, liberi, di autentico apprezzamento.

L’Osservatore Romano

Il sacramento del diavolo

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“Il sacramento del diavolo”, di Don Marcello Stanzione e Carlo Di Pietro, un libro per capire e combattere le perversioni dell’omosessualismo.
La medicina per curare la peste sodomitica, vero e proprio sa­cramento del diavolo, è sì la Divina Misericordia, che è però in­nanzitutto chiarezza dottrinale per non rischiare di lasciare i pec­catori nella morte del peccato con dottrine ambigue quando non false.
di Giovanni Zenone
L’editrice Fede e Cultura di Verona ha pubblicato un testo sull’omosessualismo, la sodomia e il Cattolicesimo opera di don Marcello Stanzione e Carlo Di Pietro intitolata “Il sacramento del diavolo”.
Quando ero ragazzino, ricordo che un sacerdote in prima linea nella lotta alla piaga degli stupefacenti e nel recupero dei tossicodipendenti definì la droga sacramento del diavolo. Furono parole molto forti che mi colpirono e che – insieme al sano terrore di avere a che fare con la droga indottomi dai genitori – mi tennero lontano da esperienze sbagliate e da vie senza ritorno. La prima volta che vidi fisicamente la droga ero insegnante, e mi trovavo in gita scolastica. Capii che alcuni miei studenti avevano quella spazzatura e la requisii, con il bel risultato di essere incolpato dai colleghi “per aver violato la privacy dei ragazzi”. Al ritorno dalla gita consegnai al preside il pezzetto di hashish e non seppi che fine poi fece. Nessun provvedimento disciplinare fu applicato a quei poveri sciagurati. Questa è la scuola italiana!
Di acqua ne è passata sotto i ponti e la dissoluzione ha preso dimensioni e profondità sempre maggiori. Oggi che la droga sta per diventare un diritto civile fondamentale per legge, grazie all’abile lavoro di decenni dei radicali e a complicità di ogni parte politica, la nuova frontiera della putrefazione sociale e morale – in realtà ormai lasciata alle spalle – riguarda l’essere umano nella sua dimensione più intima. La rivoluzione attiene la sessualità che è diventata transeunte, opinabile, modificabile, inventabile a proprio capriccio. Noi cristiani sappiamo quale sia la causa e il fine di questa rivoluzione che si riempie la bocca di grandi ideali di tolleranza per creare però generazioni di disadattati, infelici, depressi, suicidi e forse poi di dannati. Il progetto di questo abominio è nel profondo dell’inferno, laddove si complotta da prima della creazione del mondo per spodestare il Cielo.
Poiché tuttavia il Cielo non può essere spodestato, al cornuto e ai suoi maledetti seguaci non resta che accanirsi contro l’immagine di Dio sulla terra, cioè l’uomo. La teologia tradizionale definisce il demonio come scimmia Dei, la scimmia di Dio, colui che scimmiotta Dio senza tuttavia poterlo eguagliare, ma riuscendo solo ridicolo. Non potendo competere in altezza con Dio, si dedica alla bassezza. L’inversione diventa così la cifra di satana che oggi vediamo trionfante. Gli invertiti sono portati in palmo di mano e diventano fanatici e violenti persecutori dei sani, il male diventa prima un diritto (droga, aborto, omosessualità, transessualità, pedofilia, perversioni) poi un dovere (divieto dell’obiezione di coscienza per medici e docenti, divieto di esprimere quale sia il progetto di Dio in accordo con la Bibbia, carcere per i disobbedienti, rieducazione, come già avvie­ne nei Paesi più avanzati dell’Europa e come si progetta di fare, con il disegno di legge Scalfarotto in Italia). Il peccato diventa virtù e la virtù diventa peccato. In quest’ottica la pratica omosessuale – in particolare quella maschile che è la più diffusa – è quasi diventata la condizione del successo mondano.
Non si può tuttavia comprendere appieno perché l’asse portante della rivoluzione si sia spostato dall’economia al sesso, in particolare quello invertito, se non si fa una lettura teologica della sua pratica. Capisco che solo pensare agli atti sodomitici ingeneri schifo nelle persone sane, ma lo studio presente in questo libro deve andare a fondo col bisturi anche nel peggio per trovare una via di salvezza da questa corruzione.
Ogni atto umano ha un significato, e in particolare lo hanno gli atti che riguardano la sfera più intima. L’atto coniugale è un Sacramento all’interno del Matrimonio, e lo è, in grado minore, anche su un piano naturale (in teologia tradizionale si parla di Matrimonio naturale, che ha i suoi doveri e diritti in modo analogo anche se non perfettamente coincidente con il Matrimonio come Sacramento). Questo Sacramento parla dell’unione sponsale di Cristo e la Chiesa e della sua costante apertura alla Vita, sia natu­rale che soprannaturale, con la generazione e rigenerazione di nuovi figli di Dio. L’unione di Cristo alla Chiesa è sempre feconda, genera figli, non è mai fine a se stessa. Così – come insegna l’Enciclica Humanae Vitae – l’uomo non può e non deve spezzare quel legame che c’è fra dimensione unitiva e procreativa insite nella copula. Quest’unione inscindibile, come inscindibile è il legame matrimoniale, rende vivo e gioioso il rapporto d’amore, lo arricchisce, lo fa sempre nuovo e latore di grandi beni per gli sposi e per la società. La spaccatura di quest’unione produce morte, corruzione, putrefazione. Perché la morte è lo spezzarsi dei legami.
Tutta questa visione positiva e vitale dell’amore coniugale viene invertita nel processo storico di satanizzazione del mondo che cerca di scimmiottare la cristificazione o deificazione dell’umanità del progetto redentivo. L’unione vitale e feconda diventa congiungimento artificiale e sterile. Non è vera unione, ma solo sordido congiungimento nel quale non c’è comunione. Non c’è infatti rapporto vis a vis nell’atto sodomitico, ma un uso more ferino dell’altro. Non c’è parità e complementarietà. L’altro è solo uno strumento di piacere come potrebbe esserlo – e lo diventa – chiunque o qualunque cosa o animale siano capaci di dar piacere. Ma non è questo il peggio. Il peggio è il senso teologico e metafisico, oltre che psicologico dell’atto sodomitico.
Mentre l’atto coniugale è unione sacra, l’atto naturale che è più vicino, sul piano naturale, al divino, perché in esso l’uomo è potenzialmente procreatore e lo è nell’atto dell’amore, nell’atto sodomitico la gestualità è e significa la massima profanazione di quanto ci sia di più sacro, cioè dello sperma che unendosi all’ovulo genera vita umana. Lo sperma procreatore viene iniettato e unito alle feci, alla deiezione, alla materia impura per definizione. L’inizio della vita, ciò che è prezioso e santo, è unito forzosamente a ciò che è lo scarto della vita, all’impuro, al repellente. L’atto unitivo diventa così atto disgiuntivo, passando da datore di vita a datore di morte, da santo a profanatore, da bello a schifoso, da pulito a sporco, da divino a satanico. La simbologia qui è davvero parasacramentale, e da qui il titolo di questo libro.
Si capisce quindi perché la sodomia è il vero e proprio sacramento invertito del diavolo, la celebrazione della falsa vittoria del male sul bene, dell’uso strumentale sull’amore.Ora si capisce quindi perché, in un crescendo spasmodico e forsennato, l’ideologia omosessuale voglia imporsi con la violenza al modo intero, perché le sette che governano il modo esigano nei propri riti la sodomia, che non disdegna le più orripilanti degenerazioni con uomini, donne, bambini, oggetti e animali, ma che sempre preferisce la sodomia maschile perché è quella che realizza più in pienezza simbolicamente l’inversione come criterio di rigenerazione, o meglio, di degenerazione del mondo. Nell’atto sodomitico l’uomo distrugge la vita, distrugge l’atto con quale ha ricevuto la vita, nega la dimensione femminile, la umilia ponendola su di un piano inferiore alle feci, compie un gesto nel quale cerca simbolicamente, anche se inconsapevolmente, di suicidarsi, di negare cioè la fonte vitale da cui egli stesso proviene.
Finché non si capisce questo che potremmo definire “teologia dell’omosessualità” si rischierà di lasciarsi ingannare dalla martellante ideologia di genere che ha contaminato anche parte di uomini di Chiesa. Non solo perché – come lo stesso Papa Francesco ha detto – nella Chiesa c’è operante una lobby gay, ma soprattutto perché per ignoranza o superficialità il buonismo, la misericordia da saldi di fine stagione viene spacciata a basso prezzo anche dai pulpiti. Quando infatti si confonde la misericordia per il peccatore con la misericordia per il peccato si tradisce nella maniera più orrida e profanatrice l’atto d’amore più grande di Dio, cioè la Redenzione. La Croce salvifica di Cristo, la sua Divina Misericordia divengono il pretesto per accettare e propagare il peccato. Questo è esattamente il capolavoro del demonio! La Chiesa diventa così da luogo di salvezza luogo di perdizione. Perché la caricatura dell’amore di Dio si configura infatti come il secondo e il quinto peccato contro lo Spirito Santo, cioè la presunzione di salvarsi senza merito e l’ostinazione nel peccato, come insegna l’insuperato Catechismo della Dottrina Cristiana di Papa san Pio X.
La medicina per curare la peste sodomitica, vero e proprio sacramento del diavolo, è sì la Divina Misericordia, che è però innanzitutto chiarezza dottrinale per non rischiare di lasciare i peccatori nella morte del peccato con dottrine ambigue quando non false. Il presente volume ha le caratteristiche per fare chiarezza e offrire la verità in questa nostra epoca così refrattaria alla verità ma proprio perciò così bisognosa di essa. La Misericordia di Dio è quella che dice, al peccatore pentito e perdonato: “Ecco che sei guarito; non peccare più, perché non ti abbia ad accadere qualcosa di peggio” (Gv 5,14) e “Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più” (Gv 8,11). Delle altre “misericordie” il Vangelo ci insegna a diffidare.

AUSCHWITZ E IL VALORE DEL RICORDO OGGI.

Nel Giorno della Memoria: 27 gennaio.Vigile attenzione

(Cristiana Dobner) Le scelte con cui una persona deve confrontarsi nel corso della propria esistenza sono molteplici e di diverso peso, anche se tutte contribuiscono a creare la struttura della vita. Tutti però conosciamo, direttamente, il peso delle rimozioni, del voler vivere come struzzi con il capo sotto la sabbia quando intorno infuria la tempesta.
Per molti è stato così, nell’intento di salvare la propria vita, perdendo però quella altrui, durante il fosco periodo nazista. Carlo Maria Martini lo sintetizza in poche frasi. «La Shoah, concepita dai capi della Germania nazista come annientamento sistematico e totale degli ebrei, fu attuata in Europa tra il 1939 e il 1945: questo crimine orrendo fu perpetrato tra le Nazioni che si ritenevano le più civili dell’umanità, per storia, cultura, tradizioni religiose, progresso scientifico. Nonostante i tentativi ricorrenti di deprecabili revisionismi, oggi ci sembra ovvio indicare tra i luoghi del genocidio quello che pare riassumere tutti gli aspetti di male e di negatività: Auschwitz».
Si potrebbe obiettare che, per tutti i nati nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale, si tratta di una realtà indubbiamente avvenuta ma da relegarsi nel libro di storia o in un qualche museo. Lo struzzo in questo caso sarebbe imbalsamato. La rimozione è sempre implacabile e si palesa con vesti non proprie, tale da rendere impossibile una diagnosi precisa: così avviene con l’antisemitismo, sia esso serpeggiante o dimostrato sfacciatamente. 
Riconsiderare il secolo buio, oscuro, può essere salutare quando non diventa solo una visita cimiteriale, per quanto pia e concentrata. L’autentica memoria non si nutre di rimembranze o almeno non solo di queste. È una molla che, poggiando sulla realtà storica che sconcerta e offende qualsiasi persona che abbia conservato dignità, sospinge simultaneamente in avanti, sia nel presente, sia nel futuro.
La distruzione di ogni sentire che fece posto a un’animalità scatenata, sorretta da un’ideologia perversa, se visitata non produce cambiamento di mentalità, non mette in atto pensieri e azioni diversi. Le macerie restano sempre macerie e per poter costruire o ricostruire bisogna ripulire, cercare materiale nuovo. Allora la memoria non rimane un dato scontato ma una tessera viva e vivente, che sempre più si avvicina alla memoria biblica, allo zikkaron della rivelazione dell’Altissimo a Israele e donata a tutti i popoli.
I monumenti nella loro staticità fissano nello spazio e nel tempo un evento che non si vuole lasciar cadere nell’oblio ma riportare sempre sotto lo sguardo. Con la loro forza espressiva dovrebbero magnetizzare, costringere a pensare.
È fuor di dubbio che Auschwitz è una sorta di monumento, una sorta di museo, nel senso che raccoglie e testimonia l’efferatezza nazista e il dolore patito da Israele e da chi con Israele condivise il destino di non essere nazista o di essersi opposto al regime dominante. Se fosse solo così, sarebbe ancora troppo poco. Le ceneri sarebbero inerti, come quelle di un fuoco spento e inutilizzato. Ceneri morte, inutili. Proprio questo è il lato di una memoria passiva, in sé sterile, puro ricordo di tempi passati.
Auschwitz è ben di più, è memoria attiva, zikkaron, fertile, è cenere calda che trasmette vita. Non nel paradosso poetico che da morte dona vita, ma nella concezione biblica che conosce per esperienza che il Creatore vigila come sentinella e non dimentica il suo popolo. La sua è una memoria sempre attuale.
L’obiezione che prende forma nell’interrogativo: «Dov’era questo Creatore quando Israele subiva lo sterminio nazista?», nella sua angoscia risulta monca. Perché carente di una seconda parte: «Dov’era la persona singola, l’umanità intera» quando Israele subiva lo sterminio nazista? Espresso ancora più direttamente: Io, dov’ero, quando Israele subiva lo sterminio nazista?
Io non c’ero è risposta fasulla, metallo che suona falso. Perché il mio legame con tutta la storia mi interpella e mi pone su di un terreno che richiede risposta. Io, oggi, dove sono? Da che parte sto?
Abito Auschwitz e mi proietto sulla storia oppure lo lascio al suo passato e così dono fertilizzante ai pregiudizi che hanno lastricato la strada che conduce ad Auschwitz? Ecco allora la necessità della memoria viva, palpitante. Uno zikkaron che attivi richiami e generi sempre rapporti chiari, liberi, di autentico apprezzamento. Non solo tristezze per sciagure passate che, fortunatamente, non mi toccano. Non solo deprecazioni per le viltà, per gli abomini. Tutti questi moti dell’animo rimandano ancora solo al passato, senza cucire e intessere nel presente.
Israele, e tutta la sua tradizione, non può essere considerato una commemorazione ma una promessa di redenzione e, come tale Israele non solo è stato vivo ma è vivente, perciò si deve rimanere in ascolto di Israele: ‘am Israel haj, il popolo di Israele è vivo.
Solo allora Auschwitz, come simbolo di un’immane sofferenza che trapassa gli anni e gli animi, non è relegato alla stregua di un’antica battaglia o al prodotto di uno dei tanti regimi infestanti la nostra civiltà. Non si smetterà mai di far conoscere, di far percepire l’abisso di nefandezza che può produrre una nazione dominata da un’ideologia e le cicatrici che, una volta inferte, difficilmente sono guaribili, se non subentra una positività, uno sguardo nuovo.
Da Auschwitz, sul filo di una memoria nutrita di zikkaron, è possibile raccogliere l’invito di Carlo Maria Martini: «Bisogna amare la cultura ebraica di oggi, la loro musica, la loro letteratura, la loro storia, il loro modo di pregare, il loro modo di fare festa. Solo un amore così permette il superamento dei timori e delle difficoltà e dà al dialogo quella gioia e quella umanità che si addice all’incontro tra amici».
L’unico modo per non consegnare Auschwitz alla voluta dimenticanza ma per renderlo tensione di autentica memoria, viene sottolineato da Papa Francesco: «Mantenere sempre vigile la nostra attenzione affinché non riprendano vita, sotto nessun pretesto, forme di intolleranza e di antisemitismo».

L’Osservatore Romano

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Nel Giorno della Memoria, 27 gennaio. Le testimonianze di chi è tornato dai campi di sterminio nazisti

Foa risponde a Loewenthal. Ha ancora senso la giornata della memoria? «Dietro il titolo volutamente dissacrante dell’ultimo libro di Elena Loewenthal (Contro il giorno della memoria), troviamo un testo appassionato e fitto di domande, polemico e diretto», scrive Anna Foa su «Avvenire» del 24 gennaio e sul numero di febbraio di «Pagine Ebraiche». «Un vero e proprio atto d’accusa contro il modo in cui la memoria della Shoah viene celebrata nel Giorno della Memoria». Pur condividendo alcune posizioni di Loewenthal, la storica ebrea si chiede se «non varrebbe la pena, invece di tirarcene fuori in nome di quello che dovrebbe essere, di riconoscere ciò che è: che il peso simbolico della Shoah è ormai ricaduto sugli ebrei che già ne sono state vittime, imponendo loro, come a tutti i simboli, un compito. Che è anche quello di aiutare i non ebrei a fare propria l’opera della memoria, di indirizzarli verso un buon uso di questa memoria, di lavorare affinché essa diventi un imperativo etico aperto al mondo e non chiuso al solo passato degli ebrei. Insomma, ci dice forse questo libro, possiamo benissimo essere contrari alla giornata della memoria, ma non alla memoria. E questo vale tanto per gli ebrei che per i non ebrei. Perché — conclude Anna Foa — i loro due mondi non sono, io credo, poi tanto distinti».
Aggrappati alla fantasia (Gaetano Vallini)
Testimonianze, biografie, saggi: è come sempre vasta la pubblicistica in occasione della giornata della memoria delle vittime della Shoah. Una produzione che alimenta il ricordo della tragedia di un intero popolo ma anche del baratro di orrore in cui venne precipitata l’Europa dalla barbarie del nazifascismo. E niente è più efficace dei ricordi di chi allora era bambino per raccontare ciò che per gli adulti era indicibile, e che è rimasto tale per decenni, tanto appariva inverosimile all’ascoltatore.
Helga ha la stessa età di Anna. Entrambe sono ebree e vivono nell’Europa occupata dalle truppe del del Terzo Reich: l’una vive a Praga, l’altra in Olanda. Così un parallelo tra Il diario di Anna Frank — richiamato da Mirjam Pressler in Io voglio vivere. La vera storia di Anne Frank (Casale Monferrato, Sonda, 2013, pagine 148, euro 14) — e Il diario di Helga (Torino, Einaudi, 2014, pagine 211, euro 19) appare inevitabile. Anna non sopravvisse, Helga sì. Si salvò dall’internamento nel ghetto di Terezin e poi dall’orrore di Auschwitz, tenacemente aggrappata alla propria fantasia, al potere salvifico che talora può celarsi nella parola e nelle immagini. Da adulta è diventata pittrice. Non ha mai dimenticato. E come avrebbe potuto?
Come Boris Cyrulnik che, tuttavia, in un campo di concentramento non c’è mai stato. Ma porta ugualmente nel cuore i segni della dolorosa esperienza che ha segnato l’intera sua esistenza. Da bambino, rimasto senza genitori perché arrestati, è scampato in modo miracoloso e rocambolesco alla deportazione. Affermato psichiatra, oggi racconta ne La vita dopo Auschwitz. Come sono sopravvissuto alla scomparsa dei miei genitori dopo la Shoah (Milano, Mondadori, 2014, pagine 205, euro 18) la sua infanzia da orfano in fuga, in una Francia dilaniata dalla terribile divisione tra collaborazionisti e resistenti.
E sono ancora i ricordi di un ragazzino al centro del libro di Leon Leyson, Il bambino di Schindler (Milano, Mondadori, 2014, pagine 189, euro 14). Scomparso lo scorso febbraio, l’autore era il più piccolo tra i salvati grazie alla famosa lista. A soli tredici anni, Leon riuscì infatti a farsi assumere nella fabbrica di Oskar Schindler e scampare così, con coraggio e un po’ di fortuna, ai treni della morte.
Anche Michael Emge — bambino prodigio costretto ad abbandonare il suo violino nel campo di concentramento nel quale era stato deportato con la famiglia — si salvò perché era in quella lista. La sua storia, riemersa oggi per merito di Judith, una ragazzina tedesca di undici anni, è raccontata da Angela Krumpen ne Il violinista di Schindler (Milano, Paoline, 2013, pagine 190, euro 9,90). Judith, grazie alla sua passione per il violino e all’amicizia con Emge, comincia a esplorare questo capitolo oscuro della storia tedesca. Insieme all’ex musicista, si reca ad Auschwitz. Qui l’anziano viene sopraffatto dai ricordi.
Le memorie di Alina Margolis-Edelman, raccolte in Una giovinezza nel ghetto di Varsavia (Firenze, Giuntina, 2014, pagine 224, euro 14), ci portano da Łódź, sua città natale, a Varsavia dentro e fuori le mura del ghetto, parlandoci del tragico eroismo quotidiano di uomini e donne destinati alla più crudele delle morti e che lei, con il suo racconto, contribuisce a salvare dall’oblio.
In Rumkowski e gli orfani di Lodz (Venezia, Marsilio, 2014, pagine 128, euro 14) Lucille Eichengreen ripercorre le vicende dell’ex direttore dell’orfanotrofio cittadino, nominato poi “ebreo anziano” del ghetto dai nazisti. Per alcuni fu un eroe capace di guidare con determinazione la sua comunità nel momento più buio. Ma questo libro mostra come nella cruda realtà quotidiana Chaim Rumkowki sia stato tutt’altro che un eroe. Eichengreen racconta infatti i crimini commessi da un ebreo verso altri ebrei, la propria umiliazione e gli orrori dei quali fu vittima, svelando come Rumkowski tradì il proprio ruolo di “anziano” di Łódź collaborando con il nemico, con la corruzione e con l’abuso dei bambini.
In Ballando ad Auschwitz (Milano, Bompiani, 2014, pagine 320, euro 18) Paul Glaser racconta invece la cronaca di una indagine e di una scoperta che cambiano la sua vita, ma traccia anche il ritratto di una donna straordinaria. Cresciuto in una famiglia cattolica nei Paesi Bassi, Paul Glaser, già adulto, scopre di avere in realtà origini ebraiche. Profondamente turbato, cerca di comprendere cosa è successo alla sua famiglia durante la seconda guerra mondiale, il perché di un silenzio così lungo sulla sua identità. S’imbatte così nella figura della zia Rosie, sorella del padre. Ebrea non praticante, Rosie è una donna esuberante, astuta, innamorata del ballo, che non si intimorisce neppure quando i nazisti prendono il potere; anzi apre una scuola di danza, ovviamente illegale. Tradita, finisce ad Auschwitz, ma è determinata a sopravvivere utilizzando tutti i mezzi a sua disposizione, anche la sua passione per il ballo, e una capacità seduttiva pur messa a dura prova dagli stenti. Ci riuscirà: sarà una delle otto persone, delle milleduecento arrivate con lei ad Auschwitz, a sopravvivere.
Berlinese di nascita, anch’essa deportata ad Auschwitz, poi ebrea errante tra Palestina, Stati Uniti e Italia, Carola Cohn, con l’autobiografia Le mie nove vite (Roma, Castelvecchi, 2014, pagine 336, euro 18,50), ci offre il racconto affascinante e drammatico di un’esperienza individuale e culturale che attraversa l’Europa e l’America dagli anni Trenta del Novecento a oggi. Il mondo ebraico e le diverse forme di antisemitismo diventano occasioni per fare i conti con il passato familiare e sottolineare, allo stesso tempo, il pericoloso permanere di atteggiamenti, comportamenti e linguaggi che furono i prodromi della catastrofe.
Agli anni che precedettero tale catastrofe, e a una singolare circostanza, è invece dedicato il libro di Edgar Feuchtwanger Hitler, il mio vicino. Ricordi di un’infanzia ebrea (Milano, Rizzoli, 2014, pagine 259, euro 17). Nel 1929, Edgar è un bambino che vive in Grillparzer Strasse, a Monaco: la madre è pianista, il padre editore, e la sua casa è abitualmente frequentata da Thomas Mann, Carl Schmitt, Richard Strauss. Dall’altro lato della strada vive un uomo il cui volto comincia a fare la sua comparsa sui giornali. Senza troppa attenzione, il bambino lo osserva salire e scendere da una grande auto nera. Fino al 1933, quando quel vicino, nominato cancelliere del Reich, trasformerà in un incubo la vita degli ebrei tedeschi, come i Feuchtwanger, che però fortunatamente nel 1939 riuscirono a fuggire a Londra.
Il popolo che disse no di Bo Lidegaard (Milano, Garzanti, 2014, pagine 341, euro 28) è invece dedicato alla Danimarca, che durante l’occupazione nazista riuscì a fare ciò che altri Paesi occidentali neppure abbozzarono. Venuti a conoscenza dei piani di un imminente rastrellamento dell’intera comunità ebraica, i danesi si opposero eroicamente e per quattordici giorni — dal 26 settembre al 9 ottobre 1943 — assistettero e nascosero i loro compatrioti ebrei aiutandoli a fuggire in Svezia con ogni tipo di imbarcazione. Così, seimilacinquecento ebrei su settemila riuscirono a salvarsi dai campi di concentramento e quindi dalla morte. Il libro ricostruisce la storia di queste due settimane e di un esodo straordinario.
Valentina Pisanty nel volume L’irritante questione delle camere a gas. Logica del negazionismo (Milano, Bompiani, 1998) affronta un tema che purtroppo periodicamente si ripresenta alle cronache. Sembra un fatto ormai inconfutabile, eppure, nonostante testimonianze e prove, qualcuno ha sostenuto e ancora sostiene che gli ebrei uccisi nei lager nazisti non furono sei milioni ma molti meno. Altri ancora ritengono che le camere a gas siano solo un dettaglio della storia e che quindi non bisognerebbe occuparsene più di tanto. C’è addirittura chi afferma che la Shoah sia un’invenzione della propaganda alleata, sostenuta dall’internazionale ebraica, e che «ad Auschwitz sono state gassate solo le pulci». Di fronte ai negazionisti si può scegliere di relegarli, senza analizzarli, nella categoria delle aberrazioni della psiche umana; oppure, come fa l’autrice, ci si può soffermare sulle strategie argomentative da essi adottate a sostegno delle loro tesi, per smascherarle.
Da segnalare, infine, il provocatorio saggio di Elena Loewenthal Contro il giorno della memoria (Torino, Add, 2014, pagine 93, euro 10) nel quale l’autrice s’interroga su cosa stia diventando il 27 gennaio. Loewenthal parla di cerimonia stanca, contenitore vuoto, momento di finta riflessione che parte da premesse sbagliate per approdare a uno sterile rituale in cui le vittime della Shoah finiscono per essere esibite con un intento apparentemente di commiserazione, in una sorta di risarcimento che però si mostra del tutto inadeguato. Per contro, l’autrice sostiene che la memoria brandita in questa data non appartiene solo agli ebrei, ma all’Europa intera, e da questa dovrebbe venire elaborata e fatta propria, oltre la retorica e l’errore di chi per un giorno soltanto prova ad alleviare il peso che grava sulla coscienza civile, per alleggerirne l’insopportabile senso di colpa.

L’Osservatore Romano