Martedì santo: “La Croce sulle tue spalle, con un sorriso”

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Quanto più sarai di Cristo, più grazia avrai per la tua efficacia sulla terra e per la felicità eterna. Ma devi deciderti a seguire la via della dedizione: la Croce sulle tue spalle, con un sorriso sulle labbra, con una luce nell’anima.. (Via Crucis, II. n. 3)
Senti dentro di te: “Come pesa il giogo che hai assunto liberamente!”… E la voce del diavolo; il fardello… della tua superbia.

Chiedi umiltà al Signore, e anche tu capirai quelle parole di Gesù: Iugum enim meum suave est, et onus meum leve (Mt 11, 30), che mi piace tradurre liberamente così: il mio, giogo è la libertà, il mio giogo è l’amore, il mio giogo è l’unità, il mio giogo è la vita, il mio giogo è l’efficacia. (Via Crucis, II. n. 4)

Nell’ambiente c’è una specie di paura della Croce, della Croce del Signore. Il fatto è che hanno incominciato a chi amare croci tutte le cose sgradevoli che accadono nella vita, e non sanno sopportarle con senso di figli di Dio, con visione soprannaturale. Tolgono persino le croci piantate dal nostri avi lungo le strade!

Nella Passione, la Croce ha cessato di essere simbolo di castigo, per divenire segno di vittoria. La Croce è l’emblema del Redentore: in quo est salus, vita et resurrectio nostra: lì è la nostra salvezza, la nostra vita, la nostra risurrezione. (Via Crucis, II. n. 5)

Navarro-Valls: Giovanni Paolo II santo anche per come comunicava Dio

Accanto a Giovanni Paolo II per oltre 20 anni, Joaquin Navarro-Valls sta vivendo con particolare emozione questi giorni che precedono la Canonizzazione di Karol Wojtyla. All’ex direttore della Sala Stampa vaticana, 

Alessandro Gisotti ha chiesto di “rileggere” la figura e la testimonianza del futuro Santo e di soffermarsi sull’eredità che Papa Wojtyla lascia al mondo della comunicazione: 

R. – Ricordo il nostro primo incontro con l’intuizione – perché ancora non era l’evidenza – di una pagina nuova per la storia del Pontificato. Giovanni Paolo II così giovane – come Papa – con quell’incisività, con quell’apertura, quell’allegria, quel carattere propositivo che aveva, lo vedevo certamente come una pagina nuova della storia del Pontificato. E oggi con il tempo questo viene confermato e moltiplicato per tutta una generazione. É stato un punto di riferimento con il quale confrontarsi, non solo per storia della Chiesa, ma per la storia dell’umanità a tutti i livelli, dagli intellettuali alla semplice gente della strada.

D. – C’è stato un momento nel suo lungo servizio accanto e per Giovanni Paolo II in cui ha incominciato a pensare: “Quest’uomo è un santo, non è solo un grande Papa. Quest’uomo è un santo”…

R. – Questo momento è stato molto precoce: già dai primi tempi, quando gli stavo vicino e lavoravo con lui e le prime volte che l’ho visto semplicemente pregare. In qui momenti ho avuto la certezza di questo: quest’uomo è un santo; ha un’intimità con Dio che è così evidente che questo corrisponde alla caratteristica della santità secondo i criteri della Chiesa cattolica.

D. – In questi nove anni dopo la morte cosa l’ha colpita nell’atteggiamento delle tante persone che ovviamente avrà incontrato, nei confronti di Karol Wojtyla?

R. – Direi la tenacia nel ricordare Karol Wojtyla come una persona viva. È curioso, dopo tanti anni, parlano del Papa non soltanto menzionando ricordi specifici, immagini, momenti, ma molto spesso dicono: “Guardi io gli ho chiesto questo nella mia vita”; cioè attualizzando questi ricordi con dei fatti personali riferiti a Giovanni Paolo II. Ancora mi fermano per strada dicendo: “Mi permetta di dirle questo…” Quindi continua ad essere molto presente, molto attivo nella vita delle persone.

D. – Giovanni Paolo II era un comunicatore naturale, straordinario. Secondo lei anche in questo suo carisma possiamo trovare degli elementi di santità?

R. – Certamente, l’espressione “il grande comunicatore” riferita a Giovanni Paolo II, è vera. È vera ma può trarre in inganno se ci fermiamo a pensare che era un grande comunicatore perché comunicava bene a livello formale. Quando la gente diceva “Lui ha ragione” non lo diceva per dare ragione ad una bella voce o ad un’espressività comunicativa magnifica; si dà ragione a una persona che dice il vero! In lui mi pare che il bello, il buono e il vero apparivano nella sua comunicazione così unite tra loro che si capiva chiaramente la qualità della comunicazione per il contenuto di quello che stava comunicando. Insomma, lui comunicava Dio, rendeva amabile la virtù, faceva delle proposizioni che potevano riempire un’esistenza. Penso che questa fosse la virtù della sua comunicabilità, non tanto l’aspetto puramente formale.

D. – Nell’ambito delle comunicazioni sociali quale pensa sia l’eredità più duratura per la Chiesa, della testimonianza santa di Giovanni Paolo II?

R. – Penso che sempre, non soltanto nella Chiesa, ma anche nella vita sociale, abbiamo sempre trovato delle persone che sembrano avere una chiarezza straordinaria nel dire che cosa non si deve fare e cosa non si dovrebbe essere, ma allo stesso tempo sembrano non avere la stessa chiarezza nel definire e nel comunicare che cosa si può essere o verso dove si dovrebbe camminare se si vuole essere migliori. Naturalmente questa etica al contrario, lascia nell’animo l’attrito dell’ambiguità, non entusiasma mai. Giovanni Paolo II era completamente diverso! Penso che questo sia rimasto come un modo di evangelizzare, di comunicare la verità cristiana. Questa affermazione della verità cristiana deve essere propositiva. Per esempio, Giovanni Paolo II parlava di più della bellezza dell’amore umano che dei rischi di una sessualità capricciosa. Non parlava quasi mai dell’egoismo e, invece, quasi sempre di come sarebbe stupendo un mondo fatto di generosità. Questo modo propositivo di comunicare le verità cristiane entusiasma, attira e io penso che questo rimane l’esempio, l’insegnamento di Giovanni Paolo II.

Radio Vaticana 

La famiglia fa la differenza

· Documento conclusivo della Settimana sociale dei cattolici italiani ·

È la famiglia che fa la differenza. All’indomani del duplice intervento della presidenza della Conferenza episcopale italiana (Cei) — sulla trascrizione a Grosseto di un matrimonio tra persone dello stesso sesso e sulla decisione della Corte costituzionale in materia di fecondazione eterologa medicalmente assistita — la Chiesa in Italia torna a far sentire la propria voce sulla famiglia che rappresenta «la differenza fondamentale» tra una società aperta e una società chiusa in un individualismo autosufficiente. La famiglia fa differenza. Per il futuro, per la città, per la politica è appunto l’articolato titolo del documento conclusivo della quarantasettesima Settimana sociale dei cattolici italiani, svoltasi a Torino nel settembre 2013 e che, come si ricorderà, ha avuto per tema proprio la famiglia, quale soggetto di «speranza» e di «futuro» per la società italiana.

Il documento, presentato questa mattina a Roma dal presidente del Comitato scientifico-organizzatore, Arrigo Miglio, arcivescovo di Cagliari, e dal vicepresidente, Luca Diotallevi, richiama nelle sue prime righe il messaggio che Papa Francesco volle inviare ai partecipanti alla Settimana sociale di Torino per esprimere vicinanza alla «sofferenza di tante famiglie» che, soprattutto in un contesto di crisi economica che per molti versi ricorda quella del dopoguerra, sperimentano il peso di povertà sociali e morali. «L’azione e il pensiero di Papa Francesco — ha chiarito introducendo l’incontro con la stampa monsignor Domenico Pompili, sottosegretario della Cei — stanno restituendo maggiore evidenza al principio per cui “tutto si tiene insieme” e non si può parlare di famiglia semplicemente a partire da una descrizione astratta e avulsa dal contesto storico-sociale, ma neanche lasciarsi schiacciare solo sui presunti dati di fatto, a cui sarebbe giocoforza conformarsi».

Misericordia e verità
«Il tema del processo sinodale, “Sfide pastorali sulla famiglia nel contesto della evangelizzazione”, indica con …
La Chiesa condanna ogni violazione della dignità e dei diritti dei minori
«La Chiesa, lungo i secoli, ha promosso la tutela della dignità e dei diritti dei …

osservatoreromano.va

La nota ~ Le oligarchie e il denaro

Dietro alla definizione delle attuali politiche monetarie si nasconde un interesse di classe?

Paul Krugman, 14 aprile 2014

Gli «econonerd» attendono sempre con trepidazione la nuova edizione del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale. Non tanto per le previsioni, quanto per i capitoli di analisi economica, sempre interessanti e stimolanti. Anche l’ultima edizione del rapporto non fa eccezione. In particolare, il terzo capitolo – pur se è presentato come un’analisi dei trend dei tassi di interesse reali (aggiustati per l’inflazione) – espone di fatto argomenti convincenti a favore dell’aumento degli obiettivi di inflazione al di sopra del 2%, il valore di riferimento attuale nei Paesi industrializzati.
È una conclusione coerente con le altre ricerche del Fondo. Il mese scorso, il blog dell’Fmi – ebbene sì, il Fmi ha un blog – ha discusso dei problemi creati dalla bassa inflazione, che è devastante quasi quanto una manifesta deflazione. Una delle precedenti edizioni del World Economic Outlook ha analizzato l’esperienza storica del debito elevato, rilevando che i Paesi disposti a lasciare che l’inflazione erodesse il loro debito (tra cui gli Stati Uniti) se la sono passata molto meglio di quelli che (ad esempio la Gran Bretagna dopo la prima guerra mondiale) si sono arroccati all’ortodossia monetaria e fiscale.
Tuttavia, risulta evidente che il Fondo non sente di poter affermare apertamente ciò che le sue analisi suggeriscono con chiarezza. Al contrario, il rapporto ricorre a eufemismi che preservano la possibilità di negare l’evidenza: l’analisi «potrebbe avere implicazioni per un appropriato quadro di politica monetaria».
Ma che cosa rende impronunciabile l’ovvio? Innanzitutto la potenza dell’opinione dominante. Ma poiché quest’ultima non viene dal nulla, sono sempre più convinto che la nostra incapacità di affrontare l’elevata disoccupazione abbia molto a che fare con gli interessi di classe.
Vediamo in primo luogo gli argomenti a favore di una maggiore inflazione.
Per molti non è difficile comprendere che un livello dei prezzi decrescente è una cosa negativa (nessuno vuole diventare come il Giappone, che ha combattuto con la deflazione sin dagli anni Novanta). Ciò che si fa più fatica a capire è che non esiste una linea rossa in corrispondenza dello zero: un’economia con un tasso di inflazione allo 0,5% avrà molti degli stessi problemi di un’economia con una deflazione dello 0,5%. È questo il senso dell’avvertimento del Fondo monetario internazionale: a causa della bassa inflazione l’Europa corre il rischio di una stagnazione sul modello di quella giapponese, anche se, letteralmente, non c’è (ancora) deflazione.
Un’inflazione moderata è utile a molti scopi. È positiva per i debitori – e quindi per l’economia nel suo complesso, quando lo stock esistente di debito frena la crescita e la creazione di posti di lavoro. Incoraggia le persone a spendere piuttosto che a tenere fermo il denaro – un’altra buona cosa in un’economia depressa. E può servire come una sorta di lubrificante economico, facilitando l’aggiustamento di prezzi e salari a fronte di una domanda variabile.
Ma qual è il tasso di inflazione adeguato? In Europa l’inflazione è inferiore all’1% – una percentuale chiaramente troppo bassa – e anche negli Stati Uniti non è molto più elevata. Ma sarebbe sufficiente tornare al 2%, l’obiettivo di inflazione ufficiale sia in Europa sia negli Stati Uniti? Quasi certamente no.
Gli esperti monetari conoscono da molto tempo gli argomenti a favore di un’inflazione moderata; tuttavia, negli anni Novanta, quando l’obiettivo del 2% si stava cristallizzando nell’ortodossia monetaria, pensavano che questa fosse una percentuale sufficiente a svolgere il compito. In particolare, la consideravano sufficiente a rendere assai rare le trappole della liquidità – periodi in cui un tasso di interesse pari a zero non è abbastanza basso per ripristinare il pieno impiego. L’America però si trova in una trappola della liquidità da più di cinque anni. È quindi chiaro che gli esperti avevano torto.
Inoltre, come mostra l’ultimo rapporto dell’Fmi, vi sono forti evidenze che dimostrano come le trasformazioni nell’economia mondiale abbiano rafforzato la tendenza degli investitori ad ammassare denaro piuttosto che a metterlo in circolazione, aumentando in questo modo il rischio di trappole della liquidità, a meno che non venga innalzato l’obiettivo di inflazione. E tuttavia, il rapporto non osa mai dirlo apertamente.
Ma allora perché non si può affermare l’ovvio? Una risposta possibile è che le persone serie amano dimostrare la loro serietà appellandosi a scelte difficili e sacrifici (da parte di altri, naturalmente). Non sopportano che vengano date loro risposte che non prevedano maggiori sofferenze.
Si può sospettare che dietro a questo comportamento vi sia un pregiudizio di classe. Quanto fatto in America dopo la seconda guerra mondiale – usare i bassi tassi di interesse e l’inflazione per erodere l’onere del debito – viene spesso raccolto sotto l’etichetta di «repressione finanziaria». Non è una gran bella espressione, ma chi piuttosto che la disoccupazione di massa non preferirebbe un’inflazione modesta e un minimo di erosione degli attivi finanziari? Ecco chi: lo 0,1%, che riceve «solo» il 4% delle retribuzioni ma detiene più del 20% della ricchezza totale. Un’inflazione moderatamente più elevata, poniamo il 4%, sarebbe positiva per una vasta maggioranza della popolazione, ma sarebbe negativa per le super élite. E indovinate chi è che alla fine definisce l’opinione dominante.
Ora, non penso che l’interesse di classe sia onnipotente. I buoni argomenti e le buone politiche a volte prevalgono, anche se vanno a discapito dello 0,1% – altrimenti non sarebbe mai stata varata la riforma della sanità. Ma dobbiamo avere chiaro ciò che sta succedendo: così facendo, infatti, potremo accorgerci che nelle politiche monetarie, così come in molti altri ambiti, il bene delle oligarchie non coincide con il bene dell’America.

[Traduzione italiana di Annalisa Pontieri. From «The New York Times», April 6, 2014. © 2014 The New York Times. All rights reserved. Used by permission and protected by the Copyright Laws of the United States. The printing, copying, redistribution, or retransmission of this Content without express written permission is prohibited.]

Rivista il Mulino

Commento su Giovanni 13,21-33.36-38 nessuno è perso, agli occhi di Dio

In Giovanni il racconto della cena è denso di stupore che si fa largo nella drammaticità del momento. Gesù salva Giuda dal suo tradimento e Pietro dalla sua supponenza. Il boccone (l’eucarestia!) dato a Giuda è l’ultimo tentativo del Maestro per manifestargli la misura del suo amore e il suo perdono. Giuda vede in quel gesto, che è un sacramento d’amore, un gesto di sfida. È notte profonda, nel suo cuore, buio fitto. È perso, Giuda, certo, ma non è venuto esattamente per chi è perduto, il Salvatore del mondo? Pietro, invece, accentua la distanza dagli altri, si tira fuori, pensa di essere il primo della classe. Ingenuo ed illuso: dovrà confrontarsi con la fragilità della propria fede per poter diventare, infine, il garante della fede dei fratelli. E fra questi due tradimenti Gesù afferma l’incredibile: il gesto che segna il momento più catastrofico della sua vicenda terrena diventa, per lui, l’occasione per manifestare lo straordinario progetto che Dio ha sul mondo, il suo volto autentico. In questa settimana sediamoci a meditare quanto è grande l’amore di Dio su ciascuno di noi. Nessuno è perso, agli occhi di Dio: siamo tutti oggetto della sua opera di salvezza.

Paolo Curtaz

Lunedì santo: “lo sono la luce del mondo”

I nostri peccati sono stati la causa della Passione: della tortura che deformava la fisionomia amabilissima di Gesù, perfectus Deus, perfectus homo. E sono ancora le nostre miserie a impedirci ora di contemplare il Signore, presentandoci opaca e contraffatta la sua figura. Quando la vista ci si intorbidisce, quando gli occhi si annebbiano, dobbiamo rivolgerci alla luce. E Cristo ha detto: Ego sum lux mundi! (Gv 8, 12) lo sono la luce del mondo. E aggiunge: chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma av…

…rà la luce della vita (Via Crucis, VI, n.1).

Questa settimana, tradizionalmente chiamata santa dal popolo cristiano, ci offre ancora una volta l’occasione di considerare — di rivivere — i momenti conclusivi della vita di Gesù. Tutti gli avvenimenti che le diverse espressioni della pietà richiamano in questi giorni alla memoria hanno come traguardo la Risurrezione che è il fondamento della nostra fede, come scrive san Paolo. Tuttavia non dobbiamo dirigerci troppo in fretta verso questa mèta; non dimentichiamo una verità elementare, ma che tanto spesso ci sfugge: noi non potremo partecipare alla Risurrezione del Signore se non ci uniamo alla sua Passione e alla sua Morte. Per essere con Cristo nella sua gloria, bisogna che prima aderiamo al suo olocausto per sentirci una sola cosa con Lui, morto sul Calvario (…).

Meditiamo su questo Signore, coperto di ferite per amor nostro. Usando un’espressione che si avvicina alla realtà, anche se non arriva a dire tutto, potremmo ripetere con un autore antico: « Il corpo di Gesù è un grande quadro di dolori ». La scena che ci presenta questo Cristo ridotto a uno straccio, un corpo martoriato e inerte deposto dalla croce e affidato a sua Madre, è come il ritratto di una disfatta. Dove sono le folle che lo seguivano? Dov’è il Regno di cui annunciava l’avvento? Ma non è una sconfitta; è una vittoria: ora Egli è più che mai vicino al momento della Risurrezione, della manifestazione della gloria che ha conquistato con la sua obbedienza. (È Gesù che passa, 95).

opusdei

Osservatorio settimanale Voglio la mamma – numero 2.2014 13 aprile 2014

EUTANASIA. Anne, 89 anni, inglese ha chiesto e ottenuto l’eutanasia presso la struttura svizzera Dignitas, specializzata in “dolce morte” a pagamento (ottomila euro il costo dell’operazione). La notizia è rimbalzata sui quotidiani italiani lunedì 7 aprile. Anne non aveva alcuna malattia invalidante, era perfettamente sana. La nipote Linda, 54 anni, che l’ha accompagnata in Svizzera ha raccontato che la signora ha chiesto l’eutanasia perché non non si trovava a suo agio in un mondo così dominato dalla tecnologia, dai computer e dalla televisione. Il medico Michael Irwin che ha sostenuto la decisione della signora mettendola in contatto con la Dignitas ha affermato che altre tre persone inglesi in condizioni simili a quelli della signora Anne hanno già avuto il medesimo destino. La nipote Linda, unica erede perché Anne non era mai stata sposata e non aveva figli, ha compilato i moduli di richiesta alla Dignitas, ha accompagnato come si è detto la signora in Svizzera, l’ha materialmente assistita nel suicidio verificando di persona la sua morte e pochi giorni dopo è entrata in possesso dell’appartamento di Anne descrivendolo in una lettera come “pieno degli elementi della personalità curiosa e interessata alla vita” della zia. Secondo dati recenti almeno tre italiani al mese privi di malattie invalidanti fanno ricorso all’eutanasia a pagamento offerta dalla Dignitas. Tra questi, recentemente, il politico Lucio Magri e il magistrato Pietro D’Amico. Il racconto della storia di Anne è stato fatto dai giornali di tutto il mondo parlando nelle titolazioni di “suicidio” della signora contro la tecnologia e internet, molto raramente nelle titolazioni troverete riferimenti al fatto che questo suicidio sia avvenuto attraverso l’eutanasia a pagamento.

LEGGE 40. La Corte costituzionale mercoledì 9 aprile ha cancellato dalla legge 40 sulla fecondazione assistita il divieto di fecondazione eterologa (cioè con gameti non appartenenti alla coppia). Il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin, ha dichiarato di essere intenzionata a portare in Parlamento la questione per evitare il riproporsi del far west procreativo che ha caratterizzato la fase precedente l’introduzione della legge 40, confermata democraticamente con la bocciatura dei referendum abrogativi proposti anche sul punto ora abrogato d’imperio dalla sentenza della Consulta.

UTERO IN AFFITTO. Una donna 54enne milanese è stata assolta con sentenza resa nota martedì 8 aprile dall’accusa di “alterazione di stato”, legittimando dunque l’acquisto da parte della stessa di un figlio in India concepito utilizzando un ovocita di una donna locale, fecondato dallo sperma del compagno della 54enne milanese e poi impiantato in un utero affittato di un altra donna indiana. Il gup milanese Gennaro Mastrangelo che ha emesso la sentenza ha affermato nelle motivazioni che “la definizione di maternità è ormai controversa” e il diritto di famiglia “è stato investito dalla dissociazione tra il dato naturale della procreazione e la contrattualizzazione delle forme di procreazione”. In Italia, con queste motivazioni, i figli possono essere oggetto di compravendita. Gli uteri, di locazione. Magari, all’italiana, stando accorti di fare le cose all’estero, tanto poi qui si chiude un occhio e si dichiara in sentenza che “il diritto si trova con le spalle al muro”.

MATRIMONIO GAY. Il tribunale di Grosseto con sentenza di mercoledì 9 aprile ha ordinato al Comune ”di trascrivere nei registri di stato civile il matrimonio fra due uomini, italiani, celebrato con rito civile nel dicembre 2012 a New York. Secondo il giudice, nel codice civile ”non è individuabile alcun riferimento al sesso in relazione alle condizioni necessarie al matrimonio”. La sentenza dà ragione delle richieste della coppia gay formata da Giuseppe Chigiotti e Stefano Bucci, rispettivamente architetto e giornalista del Corriere della Sera. Nel corso della visita al Salone del Mobile di Milano, due omosessuali hanno interrotto il premier Matteo Renzi nel corso della conferenza stampa chiedendo quando potranno celebrare il loro matrimonio. Renzi ha risposto con una battuta: “A Grosseto mi hanno detto che si fa presto”.

ABORTO. Una donna di 37 anni, già madre di un altro bambino, è morta mercoledì 9 aprile all’ospedale Martini di Torino dopo aver subito un aborto farmacologico via Ru486. Si tratta del ventiseiesimo caso di decesso a seguito di aborto farmacologico, il primo dopo 15mila somministrazioni censite in Italia fino al 2011. Negli Stati Uniti vi sono state 1.590.000 somministrazioni censite di Ru486 con 14 decessi. L’incidenza dei decessi può essere dunque calcolata in un rapporto di uno ogni centomila somministrazioni (dati peraltro confermati da uno studio del New England Journal of Medicine), che è dieci volte superiore a quello dell’aborto chirurgico. Gli abortisti insistono sulla validità della Ru486 per avvalorare l’idea di una possibile interruzione volontaria di gravidanza fai-da-te per via non chirurgica, anche se in Italia sarebbe obbligatorio il ricovero per tre giorni della paziente in una struttura ospedaliera per praticare l’aborto per via farmacologica. La pillola Ru486 viene utilizzata secondo gli ultimi dati (2011) nel 7% dei casi di interruzione volontaria di gravidanza.

OMOGENITORIALITA’. Fabrizio Marrazzo, portavoce di Gay Center, ha esultato sabato 12 aprile perché “una scuola paritaria cattolica” ha “accettato l’iscrizione di un bambino di una coppia omosessuale” in Toscana. Analoghe esultanze per il battesimo a Cordoba del “figlio di una coppia lesbica”. I figli delle coppie omosessuali non esistono, i figli sono sempre figli e inevitabilmente nati dall’unione di un uomo e di una donna e come tali vengono e vanno inevitabilmente trattati, in spirito di assoluta eguaglianza. In materia di famiglia è intervenuto con parole chiare venerdì 11 aprile papa Francesco: “”Occorre ribadire il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva. Continuando a maturare nella relazione, nel confronto con ciò che è la mascolinità e la femminilità di un padre e di una madre, e così preparando la maturità affettiva. Vorrei manifestare il mio rifiuto per ogni tipo di sperimentazione educativa con i bambini. Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio! Gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX non sono spariti; conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, con pretesa di modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del pensiero unico. Mi diceva, poco più di una settimana fa, un grande educatore: A volte, non si sa se con questi progetti – riferendosi a progetti concreti di educazione – si mandi un bambino a scuola o in un campo di rieducazione”.

TRANSESSUALITA’. Il Movimento identità sessuale (Mit) ha lanciato giovedì 10 aprile la campagna mediatica “Un altro genere è possibile” per chiedere che sia anagraficamente possibile cambiare sesso anche senza sottoporsi all’operazione chirurgica di trasformazione fisica dell’identità sessuale. La campagna del Mit fa seguito alla decisione dell’Alta Corte australiana di riconoscere l’esistenza di un terzo genere sessuale anagraficamente registrabile, il genere neutro, né maschile né femminile.

ABUSI SESSUALI SU MINORI. Un’inchiesta della procura di Catania ha portato all’arresto di 3 persone e a perquisizioni nelle abitazioni di altre 25, accusate di acquisizione e diffusione in peer-to-peer anche via Skype di materiale pedopornografico, con abusi sessuali nei confronti delle vittime in età infantile, spesso con vere e proprie torture nei confronti delle stesse. L’inchiesta, coadiuvata dalla polizia postale, coinvolge molte città italiane.

CRISTIANOFOBIA. Il gesuita olandese padre Francis Van Der Lugt, 72 anni, è stato ucciso a Homs. La notizia è stata diramata lunedì 7 aprile. Il missionario, che si era sempre rifiutato di lasciare la martoriata città siriana rimanendo come ultimo prete cattolico nella zona controllata dai ribelli islamisti, è stato prelevato da uomini armati e mascherati all’interno del monastero di Bustan al-Diwan, selvaggiamente picchiato e poi ucciso con due colpi alla testa.