Il Sillabo, il Vaticano II, Joseph Ratzinger

Autore: Fontana, Stefano Curatore: Oliosi, Don Gino
Fonte: CulturaCattolica.it
mercoledì 9 aprile 2014

Libertà di religione e doveri politici verso la religione vera

Si tratta di una serie di incontri, nella Parrocchia di San Pietro Apostolo Verona, oggi non politicamente corretti ma dottrinalmente corretti: Cultura politica cattolica. Questo tema che pubblichiamo è stato tenuto dal dott. Stefano Fontana l’8 aprile 2014.
Premessa

Nell’esaminare il tema della libertà religiosa mi interessano soprattutto due questioni.

La prima: lungo tutto l’Ottocento i Sommi Pontefici avevano negato il diritto alla libertà di religione, come per esempio nell’enciclica Quanta cura e nel Sillabo (1864) di Pio IX. Invece, la dichiarazione Dignitatis humanae del Vaticano II parla di un diritto alla libertà di religione.

La seconda: appartiene alla dottrina della Chiesa il principio della regalità di Cristo sulle società temporali. Come si può conciliare questo principio con il riconoscimento della libertà di religione? In un contesto di democrazia politica e di pluralismo religioso viene meno il principio della regalità di Cristo?

Come viene intesa oggi la libertà di religione

Oggi la libertà di religione viene intesa nel seguente modo. L’uomo si trova davanti alle varie religioni, compresi l’agnosticismo o l’ateismo, e può scegliere l’una e l’altra. Il potere politico deve garantire questa sua libertà di scelta e questo lo può fare rimanendo indifferente a quale scelta venga fatta. L’individuo ha un libero arbitrio che precede la scelta di una religione o di un’altra e questo libero arbitrio è quanto la legge e il potere politico devono garantire. Non si garantisce una scelta ma la libertà di scegliere. La libertà di religione è intesa come possibilità di scegliere, e poi di professare, liberamente la religione scelta.

Perché questa concezione è sbagliata

Questa concezione è sbagliata. In questo modo, la libertà di scelta è indifferente al contenuto di verità delle varie religioni. Se viene pubblicamente riconosciuta all’individuo la possibilità di scegliere ogni religione, vuol dire che non c’è una religione più vera di altre né una religione che contenga degli errori pericolosi per l’uomo e per la società. Ognuna potrebbe essere sia vera che falsa. Potrebbero essere anche tutte vere, oppure tutte false. Questa indifferenza alla verità delle religioni è propria sia del singolo individuo a cui viene riconosciuta questa libertà, sia del potere politico che gliela riconosce. L’individuo sa che la propria scelta viene fatta per motivi che comunque non riguardano la questione della verità della religione scelta. Dato che la sua libertà precede la scelta, è anche indifferente alla verità della scelta. Non c’è una scelta sbagliata, perché non c’è una scelta vera. C’è solo la scelta, né vera né falsa. Questo, come dicevo, vale anche per il potere politico che riconosce all’individuo la libertà di religione. Esso ritiene che non esista una religione più vera di un’altra. Il potere politico rispetta lo scegliere, non la scelta, verso la quale rimane indifferente. Garantisce l’esercizio di una libertà separata dalla verità circa quello che viene scelto. Garantisce la separazione tra libertà e verità.

Così facendo, sia il singolo che il potere politico accettano di non avere dei criteri razionali di verità per valutare le religioni. Questo significa che o le religioni non sono soggette a criteri di verità o che l’individuo e il potere politico pensano che la ragione sia così debole da non capire se una religione è più vera di un’altra. E’ evidente che, in ambedue i casi, c’è una separazione tra ragione e religione.

Ecco allora perché questa versione della libertà di religione non può essere accettata. Essa implica la separazione tra libertà e verità (delle religioni) e tra ragione e religione. Una simile separazione non può essere accettata né dalla ragione né dalla religione (cattolica).

Libertà e verità

Concentriamoci ora sulla concezione di libertà che sta alla base della visione della libertà religiosa che abbiamo appena visto. Si deve distinguere tra libero arbitrio e libertà. Il primo è la pura capacità di scegliere, la seconda è l’esercizio della scelta secondo il bene. Fare il male comporta la perdita della propria libertà. Il libero arbitrio è una pura capacità di scelta e, quindi, è moralmente non significativo e assolutamente astratto. La libertà vera si ha nella scelta fatta secondo il bene; la schiavitù vera consiste nella scelta del male. San Paolo e Socrate in carcere erano liberi, un terrorista o uno stupratore fuori del carcere non sono liberi. L’esistenza di una libertà precedente il bene e il male è l’idea della modernità, ma non l’idea cristiana. Si tratta di una libertà astratta, vuota e assoluta, che diventa essa stessa giudizio del bene e del male. Se una cosa non è scelta liberamente è male, una cosa scelta liberamente è bene solo per il fatto di essere scelta liberamente. In questo caso Maria Santissima non sarebbe stata libera, dato che la sua libertà era già un tutt’uno con la verità. Non può quindi esistere una libertà di scelta indifferente alla verità di quanto viene scelto. Ciò avviene anche nel caso della scelta della religione. Quando si sceglie una religione si compie un atto di libertà connesso fin da subito con il problema della verità. La verità delle religioni che si scelgono assume così un’importanza fondamentale per la vera libertà della scelta. La verità vi farà liberi.

Libertà di religione e legge morale naturale

Una evidente dimostrazione di questo è la possibilità di scegliere religioni che contraddicono principi di legge morale naturale. Una religione che richiedesse di sacrificare esseri umani agli dèi, l’uccisione degli infedeli, le mutilazioni sessuali, oppure che impedisse le trasfusioni di sangue per motivi di salute, o subordinasse la donna all’uomo, che prevedesse il diritto del marito di stuprare la moglie, che imponesse forme di governo teocratiche, che prevedesse la prostituzione sacra oppure il plagio delle menti degli adepti, oppure i matrimoni combinati tra bambine e bambini, oppure la poligamia o la poliandria o che ritenesse lecita l’omosessualità, oppure che prevedesse percorsi di spersonalizzazione o che avesse una visione della persona come illusione… non rispetterebbe la legge morale naturale. Queste religioni conterebbero elementi di falsità e non di verità, di male e non di bene. Chi le scegliesse perderebbe (liberamente) la propria libertà.
Il potere politico non può porsi allora come indifferente rispetto alle varie religioni, ma deve esaminarle alla luce della ragione pubblica e dell’autentico bene comune. Non può allora ammettere un indiscriminato diritto alla libertà di religione. Ci sono religioni – oppure aspetti di alcune religioni – che non hanno diritto ad essere professate in pubblico. Certo che, per fare questo, bisognerebbe che il potere politico non avesse rinunciato, come purtroppo ha fatto, all’idea che la ragione politica possa conoscere il bene comune. L’indiscriminata tolleranza per tutte le religioni è figlia della debolezza della ragione in generale e della ragione politica in particolare. Ma non si creda che ciò non dipenda anche dall’aver smesso di pensare pubblicamente che possa esistere una religione vera. La politica è incapace di concepire un bene comune che faccia da criterio di valutazione delle religioni perché ha perso di vista il suo rapporto con la religione vera. Questo è un punto su cui torneremo: il rapporto con la religione vera permette alla ragione di valutare razionalmente la verità delle religioni.

La visione preconciliare

Si capisce da quanto detto che la visione preconciliare del Sillabo aveva le sue legittime motivazioni. Il bene comune della società umana implicava il rispetto della legge naturale. Elementi di legge morale naturale ci sono più o meno in tutte le religioni ma solo la religione cattolica le garantisce completamente. Inoltre la legge morale naturale, che in linea di principio è accessibile anche alla retta ragione, di fatto ha bisogno della religione cattolica sia per essere adeguatamente conosciuta sia per essere adeguatamente rispettata. Per questo fa parte del bene comune non solo la legge morale naturale ma anche la religione cattolica, senza della quale anche i vincoli della legge morale naturale vengono meno. Papa Francesco ha scritto nella Evangelii Gaudium che c’è un diritto a conoscere il Vangelo. Dogmi cattolici hanno fatto la storia e le eresie avrebbero distrutto la società. Ecco perché lo Stato riteneva di dover proteggere la religione cattolica e impedire o (solo tollerare) le altre religioni.

I ragionamenti ora visti sono stati condotti dal punto di vista della ragione politica. Dal punto di vista della religione cristiana si deve aggiungere che la vita sociale e politica non è indifferente alla salvezza eterna delle anime. Certamente lo Stato non è la Chiesa e anche san Tommaso diceva che non si devono impedire per legge se non i peccati più gravi. Ma è evidente che l’organizzazione della vita terrena può impedire gravemente la salvezza delle anime. Tale vita umana non ha solo un significato strumentale verso quella eterna, ha anche una sua propria dignità dovuta alla creazione, eppure, dentro l’unicità della vocazione alla salvezza, gioca un ruolo fondamentale per la salvezza o la perdizione.

Faccio notare che tutti i contenuti ora visti sono perfettamente nel magistero successivo e odierno: che esista una legge morale naturale, che tale legge morale naturale abbia bisogno della religione cristiana, che non esista un ordine naturale completamente autonomo rispetto a Dio, che la religione cristiana abbia la pretesa di essere la religione vera, che del bene comune faccia parte la religione vera, che le persone e la società (per gli Stati vedremo poi) abbiano dei doveri verso l’unica vera religione è considerato dottrina anche oggi. In altre parole la regalità sociale di Cristo è tuttora dottrina della Chiesa. Cosa è cambiato, allora, rispetto a Pio IX?

Il Vaticano II

La dichiarazione Dignitatis humanae del Vaticano II ha parlato di diritto alla libertà di religione. Essa fonda le sue nuove affermazioni sulla dignità della persona umana, che va sempre rispettata anche quando sbaglia, sul principio che nessuno può essere costretto a credere, né quindi impedito nell’esercizio della sua libertà di religione, in quanto la coazione in questo campo sarebbe irrispettosa dell’unico modo con cui si può accedere alla verità della fede: l’attrazione della verità. Ciò non vuol dire, afferma la dichiarazione conciliare, che il diritto alla libertà religiosa sia un diritto assoluto, in quanto da un lato è subordinato al dovere di cercare la verità e dall’altro ha come limiti il rispetto dell’ordine civile.

Il testo della dichiarazione non chiarisce però la questione. Fondare la libertà della religione sulla dignità della persona umana è impreciso e insufficiente, perché la dignità della persona umana non si fonda da sola, si fonda in Dio. Non si può fondare e difendere la dignità della persona umana senza il Dio vero (“non un qualsiasi dio, ma quel Dio che possiede un volto umano e che ci ha amati sino alla fine: ogni singolo e l’umanità nel suo insieme. Il suo regno non è un aldilà immaginario, posto in un futuro che non arriva mai; il suo regno è presente là dove Egli è amato e dove il suo amore ci raggiunge. Solo il suo amore ci dà la possibilità di perseverare con ogni sobrietà giorno per giorno, senza perdere lo slancio della speranza, in un mondo che, per sua natura, è imperfetto. E il suo amore, allo stesso tempo, è per noi garanzia che esiste ciò che solo vagamente intuiamo e, tuttavia, nell’intimo aspettiamo: la vita che è “veramente” vita” (Spe salvi, n. 31). Anche il concetto di ordine civile da rispettare da parte delle religioni è impreciso: sarebbe stato meglio parlare di bene comune. Nel qual caso però ci risiamo: non è possibile un bene comune che escluda il Dio vero dal suo orizzonte.

La Dignitatis humanae non toglie nessun elemento dalla dottrina di sempre, solo vi aggiunge che la religione non può essere imposta con la forza. Rifiuta quindi la dottrina dello Stato confessionale, ma non rifiuta la regalità di Cristo. Benedetto XVI ha detto che questa dichiarazione non segna una rottura con il passato, ma una discontinuità non di principio ma di fatto. Secondo me, la continuità di principio è data dal perdurare della dottrina della regalità di Cristo e la discontinuità di fatto è data dall’abbandono della figura dello Stato confessionale. Ma questo non comporta che non esista tuttora un dovere delle società e dello Stato verso l’unica vera religione di Cristo. La fine della forma di Stato confessionale non impedisce che i laici, come dice la Lumen gentium, si impegnino per ordinare a Dio le cose temporali o, come chiedeva Giovanni Paolo II, che si aprissero a Cristo le porte degli Stati e dei sistemi economici e politici. (Nell’allocuzione che Benedetto XVI avrebbe dovuto tenere alla “Sapienza” il 15 gennaio 2008, ha detto: “Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore della Chiesa e in base alla natura di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro”).

Prima e dopo Costantino

Il recente centenario costantiniano ha dato occasione ad alcuni pensatori di sostenere la seguente tesi: prima di Costantino i padri della chiesa si erano dichiarati contrari ad una religione di Stato. Con l’editto di Tessalonica di Teodosio (380) invece il cristianesimo sarebbe diventato religione di Stato con la conseguente persecuzione delle altre religioni. Ciò sarebbe durato fino al Vaticano II che, con la Dignitatis humanae, sarebbe tornato alla chiesa delle origini, contrario alla religione di Stato. Però questa tesi non risponde a nessuna delle questioni da me sollevate prima. E quindi non può essere una soluzione.
Sant’Agostino è ritenuto sostenitore della protezione da parte dello Stato della religione cristiana in alcune opere, da cui in seguito si sarebbe distaccato per scegliere invece, soprattutto nel De Civitate Dei, per la libertà religiosa. Però, Gilson dice di lui: “Quel che resta vero nel modo più rigido ed assoluto è che in nessun caso la città terrena, e meno ancora la città di Dio, possono essere confuse con una forma di Stato qualsiasi ma che lo Stato possa e debba perfino essere eventualmente utilizzato per i fini propri della Chiesa e, mediante essa, per la Città di Dio, è una questione totalmente diversa ed un punto sul quale Agostino non avrebbe nulla da obiettare”. In altre parole la fine dello Stato confessionale non comporta che la politica abbia perso i propri doveri verso la religione vera” (dott. Stefano Fontana e in più alcune mie aggiunte segnate da parentesi).

Ma cosa significa a riguardo della libertà religiosa l’affermazione di Benedetto XVI Discontinuità non di principio ma di fatto?
In piena sintonia con l’insegnamento di Gesù la Chiesa dei martiri pregava per gli imperatori che la perseguitavano ma rifiutava di adorarli, di porre la politica al di sopra di ogni persona centro di tutti e di tutto, respingendo la religione di Stato e quindi affermando la libertà religiosa, il connubio tra fede religiosa e verità che rende liberi nel libero arbitrio di ogni uomo nella scelta della verità che lo rende libero.
Ben prima della nascita di Cristo la critica dei miti religiosi compiuta dalla filosofia greca – critica che nella prima prolusione accademica del 1959 all’università di Bonn il prof. Ratzinger sul tema “Il Dio della fede e il Dio dei filosofi”, e poi nel discorso all’Università di Regensburg definisce come l’illuminismo dell’antichità – ha trovato un corrispettivo nella critica degli dei falsi condotta dai profeti di Israele (in particolare Il Deutero-Isaia) in nome del monoteismo jahvistico, e poi l’incontro tra fede giudaica e filosofia nell’Antico Testamento dei “Settanta”, che è più di una semplice traduzione e rappresenta uno specifico importante passo della storia della Rivelazione.
Pertanto l’affermazione “In principio era il Logos”, con cui inizia il prologo del Vangelo di Giovanni, costituisce la parola conclusiva sul concetto biblico di Dio, la parola in cui tutte le vie spesso faticose e tortuose della fede biblica raggiungono la loro meta, trovano la loro sintesi.
Nella stessa linea si è mossa la patristica, come emerge dalla frase audace e incisiva di Tertulliano “Cristo ha affermato di essere la verità, non la consuetudine” e della netta scelta di Agostino che rifacendosi alle tre forme di religione individuate dall’autore pagano Terenzio Varrone, colloca risolutamente il cristianesimo nell’ambito della “teologia fisica”, cioè della razionalità filosofica, e non in quello della “teologia mitica” dei profeti, o della “teologia civile” della religione di Stato, dei politici.
Costantino nel 313 con Silvestro I non colloca la religione cristiana come religione di Stato perché non sarebbe più cristianesimo ma toglie ogni impedimento pubblico perché nel confronto con tutte le religioni la fede cristiana possa attrarre come verità. Ben diverso l’editto di Tessalonica di Teodosio (380) rifiutato da sant’Ambrogio.
Ottone I, Ottone II sono come Teodosio, ma non così Ottone III con papa Silvestro II e sant’Adalberto, morto martire per testimoniare che alla fede si attrae come verità fino al martirio, ma non può essere imposta con la forza. E questa continuità di principio non è mai venuta meno nella Tradizione.
Di fatto poi c’è una discontinuità nella fase radicale della rivoluzione francese: venne diffusa un’immagine dello Stato e dell’uomo che alla Chiesa e alla fede come verità e quindi di diritto nello spazio pubblico non voleva più concedere alcuno spazio. Lo scontro della fede della Chiesa con un liberalismo radicale ed anche con scienze naturali che pretendevano abbracciare con le loro conoscenze tutta la realtà fino ai suoi confini, proponendosi caparbiamente di rendere superflua a livello pubblico l’“ipotesi di Dio”, aveva provocato, sotto Pio IX, da parte della Chiesa aspre e radicali condanne di tale spirito dell’età moderna invocando una protezione confessionale da parte dello Stato contro tale spirito dell’età moderna. Questa la posizione storicamente di fatto e non di principio contro la libertà religiosa come il liberalismo radicale proponeva sia il concetto di libertà e sia di religione. Il dott. Fontana ha messo in luce il senso della Dignitatis humanae e il grave problema oggi rappresentato dal secolarismo sia dal ridurre la libertà a libero arbitrio di scelta senza verità che rende liberi e sia dalla ragione debole che non riesce a cogliere nessuna verità e quindi nemmeno delle religioni.

NEL SEGNO DELLA CROCE

Nel segno della croce. La croce realizzata con il legno dei barconi carichi di migranti sbarcati a Lampedusa. La croce che è nel simbolo del Patriarcato latino di Gerusalemme, rappresentato stamani da cinquanta giovani «appassionati di Bibbia». La croce con al suo centro l’ostensorio che sarà collocato nella cappella per l’adorazione della portaerei Cavour della Marina militare italiana. La croce che stanno portando, nelle loro stesse vite, i tantissimi malati e disabili che Papa Francesco ha salutato a uno a uno.E l’udienza di stamani è iniziata proprio nel segno della croce. Prima di entrare in piazza San Pietro, dove c’erano ottantamila persone ad attenderlo, il Pontefice ha baciato e benedetto, all’Arco delle campane, la croce costruita con due assi di legno prese dai barconi arrivati a Lampedusa «con il loro carico di dolore e speranza», dice Emanuele Vai, presidente della fondazione Casa dello spirito e delle arti, che ha promosso l’iniziativa.

La croce dei migranti di Lampedusa «ora girerà per tutta l’Italia, accolta da chi ne farà richiesta, in una grande staffetta spirituale». Punto di arrivo sarà la chiesa di Santo Stefano a Milano, «riferimento delle persone straniere che vivono nella città». Arnoldo Mosca Mondadori, fondatore della Casa dello spirito e delle arti, rimarca proprio «l’importanza di questo passare di mano in mano della croce come segno di fraternità». E poi, aggiunge, «potremo anche insieme riscoprire la croce come simbolo del dolore umano e ritrovarne bellezza e valore che, con la risurrezione, comunica vita e non morte».
Accanto alla croce dei migranti, sempre all’Arco delle campane, il Pontefice ha benedetto anche il tradizionale carro di grano realizzato dalla gente della parrocchia di San Marco Evangelista, a San Marco dei Cavoti, nel Beneventano. Per la processione della Madonna del Carmine, spiega il parroco Francesco Melito, «vengono costruiti quindici carri, secondo una tradizione che va avanti da oltre un secolo e nata come offerta del grano alla Madre di Dio». Dai covoni si è passati a carri artistici che vedono all’opera tantissime persone, anziani e bambini. Quello presentato al Papa misura tre metri per due e raffigura la parabola del seminatore.
Il vicario patriarcale e vescovo ausiliare di Gerusalemme dei latini, monsignor Giacinto-Boulos Marcuzzo, ha presentato al Pontefice i cinquanta giovani vincitori del concorso biblico che, spiega, «ha rinnovato la Chiesa in Terra Santa con la riscoperta della parola di Dio». Per il vescovo «è stata una delle più belle e costruttive esperienze pastorali che abbiano coinvolto tutte le nostre comunità cristiane». E al Papa i giovani hanno detto «arrivederci a presto», assicurandogli che si preparano ad accoglierlo per il suo pellegrinaggio in Terra Santa.
La fondazione Banco farmaceutico ha donato un voucher per mille medicinali destinati alle attività della Caritas di Cassano all’Ionio, dove il Papa si recherà il 21 giugno. Lo scorso anno i farmaci, destinati soprattutto ai bambini, vennero offerti alle suore di madre Teresa che prestano il loro servizio nella casa Dono di Maria in Vaticano. La scelta di Cassano all’Ionio, spiegano i responsabili del Banco farmaceutico, è legata a un riscatto di carità e di speranza «dopo l’uccisione di don Lazzaro Longobardi e del piccolo Nicola Campolongo».
Tra i presenti, il giornalista Raffaele Luise ha presentato al Pontefice il suo libro Con le periferie nel cuore. E Frei Betto, che ha donato due suoi libri (Quell’uomo chiamato Gesù e Battesimo di sangue) e ha poi ringraziato il Papa «da brasiliano per il suo viaggio tra i giovani a Rio de Janeiro e anche per il suo messaggio al tredicesimo incontro delle comunità ecclesiali di base in Brasile».

Omofobia, il governo manda Scalfarotto

di Gianfranco Amato
 
E’ cominciato in anticipo il dibattito in Commissione Giustizia del Senato sugli emendamenti al disegno di legge Scalfarotto in tema di omofobia. La decisione di anticipare i tempi ha creato le prime scintille. Il senatore Carlo Giovanardi, infatti, ha esordito contestando tale decisione, in quanto nella riunione dell’Ufficio di Presidenza per la programmazione dei lavori si era convenuto di destinare alla votazione di tali proposte la seduta già convocata per mercoledì, 9 aprile. Lo stesso Giovanardi, poi, pur apprezzando la presenza del sottosegretario Scalfarotto, ha lamentato l’assenza di un sottosegretario o Viceministro che potesse esprimere l’orientamento del Dicastero della giustizia, ed ha, infine, precisato di essere consapevole che il provvedimento in esame non deve e non può essere considerato solo dalla prospettiva delle implicazioni di politica giudiziaria, giacché esso implica questioni di particolare rilievo, che sempre si pongono quando si tenta di introdurre reati di opinione nel sistema della repressione penale. 
Si è, poi, passati alla votazione delle proposte emendative, riferite all’articolo 1 del disegno di legge, sulle quali erano già stati espressi i pareri da parte del relatore e del rappresentante del Governo. Quest’ultimo, in particolare, ha ribadito di rimettersi alla Commissione su tutte le proposte emendative. Ed ecco il resoconto della seduta:
“Per dichiarazione di voto sull’emendamento 1.1 prende la parola il senatore Giovanardi, il quale rileva a nome del proprio Gruppo che l’emendamento  è volto a introdurre definizioni di omofobia e transfobia tanto vaghe da rendere  quanto mai evidente l’inopportunità di proseguire nell’esame di un disegno di legge che, se approvato, si risolverebbe nell’introduzione di una tutela penale rafforzata e particolarmente odiosa contro l’espressione di alcuni orientamenti di pensiero. Dal momento che l’emendamento 1.1 svolge l’implicita funzione di porre in piena luce le contraddizioni insite del disegno di legge nel suo complesso, lo stesso senatore Giovanardi  annuncia il proprio orientamento contrario. Verificata la presenza del numero legale, l’emendamento 1.1 è posto in votazione e risulta non approvato. 
Sulle identiche proposte emendative 1.2, 1.3 e 1.4 interviene in dichiarazione di voto la senatrice leghista Erika Stefani la quale chiarisce che l’intento di sopprimere l’articolo 1 del disegno di legge rende manifesto l’orientamento del suo Gruppo, contrario alla scelta di fondo di rafforzare la tutela penale contro le mere espressioni di orientamento del pensiero, anche se queste si risolvono in contenuti non condivisibili o finiscono per favorire la propalazione di messaggi omofobi o transfobici. Aggiunge, poi, che il ricorso alle modifiche della legge n. 654 del 1975 non possono incontrare il favore della sua parte politica che anche in altre occasioni  ha manifestato la propria contrarietà contro l’impianto generale delle cosiddette leggi Reale e Mancino. Gli identici emendamenti 1.2, 1.3 e 1.4, in seguito ad un’unica votazione, risultano respinti.
Sull’emendamento 1.5 interviene il senatore Giovanardi dichiarando il proprio voto favorevole, ma chiedendo di apporre una correzione al testo della proposta emendativa, sopprimendo il riferimento contenuto nelle lettere a), b) e  c) agli orientamenti pedofili; si tratta infatti di un errore di formulazione che, tuttavia, non sottrae valore all’emendamento volto a migliorare e rendere più coerente la disciplina di tutela della legge Mancino e della legge Reale come risultanti dall’estensione della tutela penale contro la transfobia e l’omofobia. Anche in questo caso, lo stesso senatore Giovanardi rileva che  il disegno di legge così come formulato nel testo proveniente dalla Camera dei deputati presenta incongruenze logiche e determina paradossali effetti discriminatori a rovescio che sono il tipico effetto dell’introduzione, non sufficientemente meditata, di nuovi delitti di opinione solo sulla base di passeggeri e amplificati allarmi sociali. 
Per dichiarazione di voto interviene il senatore Ciro Falanga di Forza Italia, il quale annuncia il suo orientamento contrario sulla proposta emendativa della quale non può condividere la formulazione incerta che potrebbe condurre ad esiti applicativi discordi e non prevedibili. L’emendamento 1.5 (testo 2), come riformulato dal proponente, non è approvato.
Per dichiarazioni di voto sugli emendamenti 1.6 e 1.8, interviene il senatore Sergio Lo Giudice del PD, che oltre ad annunciare il proprio orientamento contrario ne stigmatizza la formulazione, laddove si parla di orientamenti pedofili, il che implica o un grave errore di formulazione o un’imperdonabile tolleranza di condotte penalmente sanzionate. Sugli  emendamenti 1.6, 1.7 e 1.8 interviene il senatore Giovanardi  per dichiarare che il proprio Gruppo intende, con tali proposte di modifica, porre rimedio alle particolari distorsioni applicative che deriverebbero dall’entrata in vigore dell’articolo 1 del disegno di legge così come approvato dalla Camera dei deputati. In particolare, annuncia di voler ritirare l’emendamento 1.8 e dichiara di ritirare la propria sottoscrizione all’emendamento 1.7, sulla cui votazione annuncia di volersi astenere.  Infine, precisa che in nessun caso il testo delle proposte emendative da lui sottoscritte può essere interpretato come tolleranza verso condotte criminali e riprovevoli che ricadono sotto il reato di pedofilia.
La senatrice Laura Bianconi (NCD) interviene per dichiarare il voto favorevole del proprio Gruppo sull’emendamento 1.7, del quale dichiara l’intento di porre rimedio alla particolare incongruenza dell’articolo 1 del disegno di legge, inserendo dei riferimenti alla concreta offensività delle condotte che si intende punire. La stessa senatrice non manca di ribadire, tuttavia, che il disegno di legge nel suo complesso rimane viziato dall’adesione a orientamenti ideologici massimalistici e a una non condivisibile propensione al proliferare delle norme incriminatrici dell’espressione del pensiero. 
Con riguardo all’emendamento 1.7 il senatore Giacomo Caliendo di Forza Italia annuncia il proprio orientamento di astensione, giacché esso sortirebbe l’incongruo effetto di amplificare eccessivamente la qualificazione da parte dei giudici di condotte sfuggenti e non è conforme in alcun modo ai principi di tassatività e determinatezza alle fattispecie penali. Posto in votazione l’emendamento 1.6, esso risulta respinto. Del pari non è approvato l’emendamento 1.7, mentre l’emendamento 1.8 è ritirato. 
Sugli emendamenti 1.9, 1.10 e 1.11 intervengono in dichiarazione di voto la senatrice Erika Stefani della Lega Nord, che ne chiarisce la portata volta ad introdurre un sistema di circostanze aggravanti specifiche piuttosto che a prevedere autonome fattispecie di reato, e il senatore Giovanardi che annuncia l’astensione del proprio Gruppo. Gli emendamenti 1.9, 1.10 e 1.11, posti separatamente in votazione, non sono approvati.
Previa dichiarazione di voto del senatore Giovanardi in senso favorevole agli emendamenti, vengono poste in votazione le proposte emendative 1.12 e 1.13 che sono entrambe respinte. Sull’emendamento 1.14 interviene il senatore Lucio Malan di Forza Italia che dichiara il proprio orientamento favorevole sul testo della proposta; questa tende a punire la condotta di chi esplicitamente istiga a commettere o commette violenza o atti di provocazione alla violenza per motivi etnici, nazionali, religiosi o di discriminazione basata sul sesso. Si tratta, secondo Malan, di una proposta capace di meglio calibrare la condotta incriminata e di far uscire il testo dell’articolo 1 del disegno di legge dall’orbita dei reati di opinione, peraltro di dubbia compatibilità con l’articolo 21 della Costituzione.
Previa dichiarazione di voto favorevole del senatore Giovanardi, l’emendamento 1.14, posto ai voti, non è approvato. Con riguardo all’emendamento 1.15, il senatore Giovanardi annuncia di voler sopprimere la lettera a) prevista nel testo della proposta emendativa e dichiara il proprio voto favorevole sul testo così riformulato; è sua opinione che questo intervento normativo sarebbe in grado di ridurre il danno recato dal provvedimento in esame evitando di prevedere l’incriminazione di condotte ambigue e indefinibili quale l’incitamento alla discriminazione. Posto ai voti l’emendamento 1.15 (testo 2) risulta respinto. Il presidente Nitto Francesco Palma di Forza Italia riformula l’emendamento a sua firma 1.25. Il seguito dell’esame congiunto è quindi rinviato”.

IL MERCOLEDÌ NERO DELLA FAMIGLIA E DELLA VITA

di Alfredo Mantovano

Mercoledì 9 aprile, Camera dei deputati. All’ordine del giorno della Commissione Giustizia ci sono, fra gli altri, due provvedimenti: a. la conversione del decreto-legge sulla droga, reso necessario dalla sentenza della Corte costituzionale che ha reintrodotto la distinzione fra droghe “leggere” e “pesanti”; b. un insieme di proposte di legge che puntano a restringere ulteriormente il tempo necessario per chiedere una sentenza di divorzio. Il primo, contro ogni evidenza scientifica e di esperienza, riduce già da subito le sanzioni per chi traffica cannabis e derivati, e rischia di andare oltre – nei tempi rapidi della conversione – fino a una legalizzazione esplicita o strisciante di questo tipo di sostanze; il secondo si commenta da sé, accontentandosi di un anno fra la presentazione dell’istanza di separazione – dai tre anni attuali – e la richiesta di divorzio, o a nove mesi in assenza di figli minori.  
Mercoledì 9 aprile, Senato della Repubblica. Anche lì in Commissione Giustizia si segnalano due provvedimenti: il disegno di legge, già approvato alla Camera, sull’omofobia, e quello sulle unioni civili, che ha accorpato le proposte sul matrimonio fra persone dello stesso sesso. Anch’essi hanno ripreso a marciare spediti: il primo, che vede il governo rappresentato dal sottosegretario Scalfarotto – mai era accaduto nella prassi parlamentare che il presentatore di una proposta di legge dapprima ne fosse relatore in un ramo del Parlamento e poi esprimesse di esso il parere dell’esecutivo nell’altro ramo –, con la bocciatura degli emendamenti di buon senso presentati da senatori di esperienza come Giovanardi, Bianconi e Malan, e con la possibile approvazione di emendamenti peggiorativi presentati da esponenti di Pd, Sel e M5S; il secondo, col deposito di un testo-base prossimo quanto a impostazione alla civil partnership: per avere un’idea della equiparazione sostanziale che tale testo opera con il matrimonio, basta pensare che ammette la disposizione di una quota corrispondente alla legittima nella successione ereditaria e, a determinate condizioni, la pensione di reversibilità.
Mercoledì 9 aprile, Corte costituzionale. Proseguendo un’opera di demolizione della legge sulla fecondazione artificiale, che in passato aveva già eliminato il divieto di crioconservazione e aveva reso possibile la selezione genetica degli embrioni, la Consulta – con una sentenza di cui si attendono le motivazioni – apre alla fecondazione c.d. eterologa, dichiarando illegittime le norme che la precludevano e quelle che la sanzionavano. Radicali e libertari hanno di che gioire: la Corte fa oggi quello che loro avevano provato – senza riuscirci – nel 2005: il quesito n. 4 del referendum da loro presentato, bocciato dagli italiani, è invece accolto dai 15 giudici costituzionali. Il ministro della salute Lorenzin ha ragione nel definire complessa l’attuazione di questa pronuncia, dal momento che la fecondazione artificiale eterologa presenta difficoltà irrisolvibili: intanto il conflitto fra il diritto all’anonimato del donatore/donatrice di gameti e il diritto dei figli a conoscere i loro genitori biologici; poi i rischi per la salute del figlio, derivanti dall’anonimato del donatore, e quindi l’impossibilità di una anamnesi completa; ancora, la difficile “neutralità” della madre surrogata nel caso di affitto di utero (pardon: “gestazione di sostegno”, come impongono le linee-guida Unar per i giornalisti), soprattutto nei casi in cui questa “madre” fosse anche la donatrice di gameti.
Che tutto ciò avvenga nello stesso giorno non è un caso. Un filo rosso ideologico lega la facilità di scomporre la famiglia fondata sul matrimonio fra un uomo e una donna – il divorzio sprint – con la sostanziale equiparazione al matrimonio, per come finora è stato disciplinato, dei diritti e dei doveri derivanti dall’unione civile, anche fra persone dello stesso sesso. Col ricorso all’eterologa, la rivendicazione del sottosegretario Scalfarotto nell’intervista di qualche sera fa a Invasioni barbariche – “possiamo avere figli”, proclamava riferito a sé stesso e al proprio compagno – sarà una realtà; è vero infatti che nella legge 40 la fecondazione artificiale è ammessa per coppie sposate o conviventi da almeno tre anni: ma, sommando la disciplina delle unioni civili in discussione con gli effetti della sentenza costituzionale, è fatta! E se qualcuno ha qualcosa da obiettare ecco – nuove di zecca – le sanzioni penali, con tanto di carcere e di pene accessorie, della legge omofobia: pronte a colpire chi ardisca sostenere che la crescita e l’educazione di un bambino riescono meglio potendo contare su un padre e su una madre, e non su due persone del medesimo sesso; o chi osi richiamare lo squilibrio familiare causato dall’eterologa, sulla base dell’esperienza di altre Nazioni (il senso di estraneità facile a crearsi nel genitore non biologico ha portato negli USA, dove l’eterologa è ammessa, al divieto di disconoscimento di paternità, a causa dell’alto numero di richieste di questo tipo da parte dei padri unicamente “sociali”).
È tutto? Non ancora. Commentando in modo entusiastico la sentenza della Consulta, l’Associazione Luca Coscioni ha indicato il passaggio successivo: “smantellare il divieto di ricerca sugli embrioni”, ovviamente “per la libertà di ricerca scientifica”; è un obiettivo che alla “cultura dello scarto” non può mancare, ovviamente lasciando in piedi l’obiezione di coscienza nei casi di sperimentazione sugli animali!
Chi in Parlamento guarda con orrore all’avanzare congiunto di queste leggi ha una quantità di compagni di strada incomparabilmente inferiore rispetto al passato. Chi nel mondo giudiziario o in quello accademico è ancora convinto che il diritto debba fondarsi su una sana antropologia si ritrova sempre più isolato. Eppure tutto questo accade a pochi anni di distanza dalla vittoria referendaria del 2005, dell’approvazione della legge 40 nel 2004 e di un’ottima riforma sulla droga nel 2006, e dalla riaffermazione delle ragioni della famiglia col Family day del 2007. Eppure è stato sufficiente che, con mezzi prossimi allo zero, gruppi di giovani allestissero le Sentinelle in piedi in un po’ di piazze, alternandosi con la Manif italiana, e che Comitati come Sì alla famiglia esponessero, non da soli, le ragioni naturali della comunità familiare, per frenare il vari dei provvedimenti che – tutti insieme – hanno ripreso il percorso parlamentare, affiancati dalle spallate libertarie della Consulta. Queste realtà svolgono una funzione importante, ma non possono arrestare la concentrazione istituzionale, mediatica e lobbistica delle forze del fronte avverso; è necessario che torni in piazza il popolo del Family day e che tutti coloro che hanno voce in capitolo, nelle chiese, nelle università o nelle aule giudiziarie, dismettano i panni della rassegnazione e della convinzione che non c’è molto da fare. Attendere ancora, con i pretesti più svariati, non significa necessariamente condividere, ma certamente equivale ad accettare quel filo rosso ideologico che sempre più procede “da (prima della) culla a (dopo) la bara”.
kairostezomillennio

Non vado da Fazio, meglio Radio Maria. Di Mario Adinolfi

7 aprile 2014

LE PAROLE SPESE PER VOGLIO LA MAMMA
di Mario Adinolfi

I media non scrivono di un libro fastidio come Voglio la mamma ma lo avevo messo in conto. A venti giorni dall’uscita del volume, solo Avvenire tra i quotidiani nazionali ha dedicato un articolo al racconto di quel che ho scritto, proprio il primo giorno in cui la copertina rossa è arrivata nelle librerie il 19 marzo. Nonostante questo silenzio, la prima edizione di Voglio la mamma è andata a ruba, molte librerie lo hanno esaurito e siamo in ristampa. Come è potuto accadere? Perché con gentilezza molte testate del web hanno dedicato al volume attenzione, perché su Youtube trovate i video delle presentazioni di Roma e Lecce (arriva un tour di 20 date entro fine maggio, tour de force insomma), perché internet è diventata la vera casa di Voglio la mamma e infatti in tanti ordinano la loro copia a adinolfivogliolamamma@gmail.com per averla in pochissimi giorni e non su Amazon.it e Ibs che ci mettono due settimane a consegnare. Questo post è per ringraziare tutti coloro che sul web hanno speso parole per il mio libro, qui qualche link alla rinfusa:

http://www.zenit.org/it/articles/un-libretto-rosso-a-difesa-della-vita-e-della-famiglia-naturale

http://www.aleteia.org/it/societa/interviste/adinolfi-a-sinistra-oggi-difendere-il-debole-crea-turbamento-5888544144883712

http://www.romasette.it/modules/news/article.php?storyid=12515

https://www.youtube.com/watch?v=tNsjELu10vM (videopuntata di Linea d’Arte di Mirko Bonocore sulla presentazione di Roma con padre Maurizio Botta)

https://www.youtube.com/watch?v=9REokHIR3nk (integrale della presentazione di Lecce)

http://www.zenit.org/it/articles/chi-e-il-piu-debole

http://www.uominibeta.org/articoli/voglio-la-mamma-ma-forse-anche-il-papa/

http://www.campariedemaistre.com/2014/03/se-un-cattolico-di-sinistra-vuole-la.html

http://www.notizieprovita.it/filosofia-e-morale/un-libro-di-mario-adinolfi-deputato-pd-voglio-la-mamma-da-sinistra-contro-i-falsi-miti-di-progresso/

http://fontanavivace.blogspot.it/2014/03/mario-adinolfi-presenta-il-libro-voglio.html

http://www.intelligonews.it/roma-sentinelle-in-piedi-al-pantheon-con-mario-adinolfi-contestazioni/

http://lellamonella.blogspot.it/2014/04/voglio-la-mamma-mario-adinolfi.html

http://www.rossoporpora.org/rubriche/italia/361-roma-pantheon-200-sentinelle-per-la-liberta-d-espressione.html

http://www.ilportaledellafamiglia.org/pls/famigliapiu/v3_s2ew_consultazione.mostra_pagina?id_pagina=658

http://costanzamiriano.com/2013/12/23/voglio-la-mamma/

http://www.libertaepersona.org/wordpress/2014/02/un-libro-di-mario-adinolfi-deputato-pd-voglio-la-mamma-da-sinistra-contro-i-falsi-miti-di-progresso/

http://www.lamanifpourtous.it/sitehome/in-evidenza/mario-adinolfi-voglio-la-mamma-da-sinistra-contro-falsi-miti-di-progresso/

Non è poca cosa tutto questo e davvero ringrazio i molti che si sono dedicati al racconto di Voglio la mamma. La rete batte la comunicazione mainstream. Essere invitati da Fazio e dalla Bignardi non era pensabile comunque sono stato lieto di essere ospite di Morigi a Radio Maria, farcela così regala anche una soddisfazione maggiore. E allora grazie a voi. Ce n’est qu’un début, continuons le combat.

In piedi contro il ddl Scalfarotto

METTI UN POMERIGGIO DA SENTINELLA AL PANTHEON
di Mario Adinolfi

Devo dire che verso il cinquantunesimo minuto in piedi fermo su un sampietrino del Pantheon dei rumorii alle ginocchia mi hanno fatto pensare: “Era proprio necessaria questa formula?”. Poi mi sono guardato i cinque-sei tristissimi contestatori venuti non ho capito a far cosa con i loro triangolini rosa, le barbette d’ordinanza, i sorrisini irridenti tutti identici e ho capito che era proprio questa formula a essere perfetta. Noi, in centinaia, silenziosi, a leggere. Loro, in pochissimi, spiazzati e privi di argomenti per rispondere. Perché noi eravamo là in piedi anche per loro, per la loro libertà.

Le Sentinelle in Piedi – Roma hanno avuto un grande successo, non vedo l’ora di vedere le foto perché con il Pantheon alle spalle la veglia di libertà deve essere stata anche bellissima. Perché eravamo lì? Perché è già stata approvata dalla Camera e ora potrebbe essere approvata dal Senato una legge voluta dal partito di cui sono stato parlamentare fino a un anno fa e scritta da una persona non stupida, Ivan Scalfarotto, che però avrebbe come inevitabile conseguenza la fine della libertà di opinione in Italia in materia di famiglia e di temi etici. Io mi sono affrettato a scrivere un libro su questi temi perché se lo avessi fatto tra qualche mese avrei rischiato la galera e lo stigma sociale. Già due volte per le mie opinioni nel Pd sono stato deferito ai probiviri con l’accusa di omofobia. Se diventasse legge il ddl voluto da Scalfarotto, certamente un magistrato zelante sotto denuncia di qualche gay ostile alle mie idee in tema di famiglia si potrebbe inventare un “incitamento all’odio” omofobico, equipararmi a razzisti e antisemiti, additarmi al pubblico ludibrio, mandarmi in carcere per un anno e mezzo. Non è una chiacchiera. Ho scritto in questi giorni della vicenda di Brendan Eich, ho incontrato ieri Costanza Miriano e mi ha raccontato di come in Spagna sia stata minacciata di arresto e i suoi libri bruciati in piazza. In Italia vorrei veder salvaguardata la libertà d’espressione e la libertà di educazione dei figli. Per questo ho fatto la Sentinella a Roma con Silvia e Clara.

La piazza era belle, piena di giovani, di donne, di libri importanti. Clara leggeva Peppa Pig, testo modello di famiglia naturale. Io un più complesso Gente non comune, di Eric Hobsbawm, uno storico marxista. L’ho portato perché racconta le lotte controvento di molti “uomini ai margini”, dai calzolai radicali ai maestri del jazz. Gente non comune, che non si conforma al mainstream: tutti cigni neri. E poi io, che marxista non sono e non sono mai stato, ho voluto dire che quella piazza è di tutti: cattolici, laici, persone di destra e di sinistra; c’erano preti santi e incalliti peccatori, tipo me. Tutti dobbiamo metterci in piedi, fare le sentinelle, per difendere la libertà di espressione. Anche di quelli che ci contestavano. Lo spiegava bene Brecht.

Tra le centinaia di libri che le Sentinelle leggevano ho riconosciuto qualche copertina rossa di Voglio la mamma e mi avete scaldato il cuore. La cosa deve aver fatto bene anche alle ginocchia e sono arrivato in fondo alla prova. La lotta per la libertà costa fatica: mescolare la fatica fisica a quella dell’incomprensione di molti è stato utile. Ci saranno altre veglie in tutta Italia. Non perdetevele, avvistate le Sentinelle nella vostra città. E’ una esperienza di gioia e di riflessione non comune. Grazie, ragazzi.

Dalla Cina una storia di perdono cristiano

Padre Matteo Koo, ordinato clandestinamente durante il regime maoista, racconta la sua drammatica esperienza nei campi di rieducazione

Roma, 08 Aprile 2014 (Zenit.org) Luca Marcolivio | 84 hits

Oggi sacerdote nella diocesi di Shanghai, padre Matteo Koo si è recentemente recato a Roma, dove ha raccontato alla stampa il suo dramma di prigioniero nei campi di rieducazione maoisti. La sua colpa era una sola: essere cattolico.

Tutto inizia nel 1955, quando Koo è un giovane seminarista. L’8 settembre, giorno della festa della natività della Vergine Maria, vengono arrestati decine di sacerdoti, religiosi, seminaristi ed insegnanti di scuole cattoliche.

“Il mio crimine era quello di essere membro della Legione di Maria”, ha raccontato padre Koo, che fu condannato a cinque anni di carcere, senza poter avvalersi di un avvocato e senza una vera sentenza giudiziale.

La Legione di Maria è un movimento fondato in Irlanda nel 1921, per iniziativa di un laico, Frank Duff, che ben presto estese la sua missione in Cina, diventando di fatto uno dei gruppi cattolici più diffusi nel paese.

Con l’avvento del regime di Mao Tse-Tung, inizia una delle più feroci campagne anticlericali della storia, con centinaia di tragici e violenti rastrellamenti di cui fu vittima anche la Legione, considerata dai gerarchi del Partito Comunista Cinese, un movimento “imperialista”, vista la sua inclinazione a non scendere a compromessi con il potere.

Dopo alcuni anni di lavori forzati in un laogai, a Matteo Koo fu prolungata la detenzione soltanto per il fatto di “negato di essere un controrivoluzionario”. Viene quindi condannato a rimanere rinchiuso nel campo di lavoro per altri tre anni a fabbricare mattoni, a piantare buchi in terra e a svolgere altre mansioni di fatica.

Clandestinamente Koo continuava a recitare il rosario assieme ad un altro seminarista. Un giorno i due vengono sorpresi a pregare per il Papa e Koo si ritrova condannato ad altri sette anni di lavori forzati.

Il peggio, però, doveva ancora venire: quando la prigionia di Koo dura ormai da dieci anni, il seminarista viene trasferito in un altro laogai a Qinghai, nel gelido Tibet.

Non abituato alle rigide temperature, Koo patisce al punto di temere seriamente di poter morire di freddo o di fame. La mattina gli mancano le forze non solo per solo per lavorare ma persino per reggersi in piedi. Superato il momento critico, il prigioniero viene condannato a triturare cereali per altri dieci anni.

Tra prigionia e semilibertà, Koo ha trascorso complessivamente trent’anni nei campi di lavoro. Nell’ultima fase della prigionia era nominalmente tornato un cittadino libero, condannato però a lavorare nel medesimo laogai, percependo una simbolica paga.

In quegli ultimi anni, tuttavia, avvenne un incontro importantissimo nella vita di Matteo Koo: quello con il vescovo Fan di Shanghai, anche lui condannato per sovversione controrivoluzionaria, che un giorno lo ordina sacerdote clandestinamente.

Oggi padre Matteo può esercitare il suo ministero sacerdotale a Shanghai, seppure con molte restrizioni. Ha raccontato ad esempio, quanto avvenuto lo scorso anno, quando un altro sacerdote si era recato a celebrare messa in una fabbrica.

La polizia è intervenuta a sospendere la funzione e ad allontanare il celebrante, tuttavia “nessuno è stato arrestato”. Un piccolo ma significativo progresso rispetto a 30 anni fa: “siamo contenti, possiamo parlare con i funzionari”, ha commentato padre Koo.

Purtroppo continuano a verificarsi casi come quello del vescovo ausiliare di Shanghai, Ma Daqin, che, dopo aver lasciato l’associazione patriottica dei cattolici compromessi con il regime, è entrato in piena comunione con la Chiesa di Roma.

Per questa ragione, un paio di anni fa, lo stesso giorno della sua ordinazione episcopale, monsignor Daqin è stato arrestato e costretto agli arresti domiciliari. È quindi impossibilitato a parlare con i suoi sacerdoti, tra cui c’è anche padre Koo.

Mentre negli ultimi giorni si sono riaccese le speranze per una possibile liberazione di Daqin, padre Koo, attende con trepidazione la data dell’8 settembre 2015: quel giorno sarà il 60° anniversario del suo arresto e il sacerdote conta di poter organizzare un meeting tra tutti coloro che condivisero la sua terribile esperienza. Per invocare la libertà religiosa e, soprattutto, per testimoniare il perdono per gli aguzzini del passato.

[Fonte: http://www.religionenlibertad.com/articulo.asp?idarticulo=34892]
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