Governi tecnici, è ora di dire basta!

di Paolo Pillitteri
Dopo averlo visto dalla Gruber, chiudendo una lunga, troppo lunga fase di silenzio e di sparizione dagli schermi, Enrico Letta non è cambiato. Diciamoci la verità: l’ultimo Letta, come del resto il penultimo, ha dato l’impressione del Premier asettico, incapace di soffrire, di ridere, di piangere, insomma un tecnico. Questa impressione, ridiciamocelo, è a dir poco deludente. Sia perché Letta era un politico allevato alla scuola della Dc di Andreatta, sia perché, prima di salire al trono di Palazzo Chigi, era il vicesegretario di Bersani, ricopriva cioè un ruolo assolutamente politico.

Appena sedutovi, ecco che è cominciata la mutazione genetica e, in breve, da politico il Governo Letta, nonostante condanne, scissioni da larghe a piccole intese, leggi di stabilità e ripresine – tutti snodi politici – da Esecutivo politico si è tramutato in Governo tecnico. I perché sono diversi, fra cui la forzata necessità di distinguersi dall’accorrente e incombente Renzi, le cui Primarie hanno segnato la maggioranza e, secondo molti, il destino dello stesso Letta per via dell’Opa irresistibile lanciata sul Governo. E da cui Letta ha cercato di salvarsi diversificando il proprio ruolo, cioè mutandolo.

Ma il passaggio è stato peggiore del male da curare: i tecnici al Governo sono diventati così un Governo dei tecnici, nell’illusione di difendersi dalle bordate della politica. Col risultato che queste ultime hanno mostrato, se ce ne fosse ancora bisogno, che un governo tecnico è sempre (dicesi sempre) inferiore all’ultimo dei governi politici, a parte i momenti di emergenza che, tuttavia, sono stati sempre (dicesi sempre) di brevissima durata. Il problema italiano è che da anni, cioè dal 2011, abbiamo i tecnici al potere, da Mario Monti a Enrico Letta, un tempo troppo lungo – già quello di Monti ci parve infinito – per non svelare il loro duplice vulnus: alla democrazia tout court e alla politica.

In realtà hanno avuto tutto il tempo di dimostrare che non sono all’altezza della situazione e delle attese. Lasciamo stare gli errori montiani che avrebbero dovuto insegnare qualcosa al successore. Quelli di costui non solo hanno il torto di essere venuti dopo, ma di aver insistito negli sbagli ovvero nelle delusioni che furono allora della Fornero e che sono oggi dei vari Giovannini, Moavero e, soprattutto, del supertecnico Saccomanni, del quale si ricorderanno per sempre (dicesi per sempre) le figuracce (per non dire delle altre) su Imu, Tares e relative code infinite di cittadini disperati per via della confusione creatasi per la disattenzione del responsabile.

Che però si difende o viene difeso perché grande tecnico: di Bankitalia, grande protetto di Draghi nonché del Premier se non del Colle. Di certo è un bravissimo tecnico, ma che c’entra con la politica? E gli altri, il Giovannini, che pure è stato un ottimo presidente dell’Istat, che ha realizzato salvo proposte vaghe o generiche? Nulla. Dopodiché ha avuto e ha buon gioco Renzi a fremere contro questo Governo del nulla, contribuendo a consolidare nella gente normale che, se tanto mi dà tanto, è meglio (molto meglio) un Governo politico, chiunque ne sia il capo, meglio se lui, a sentirlo (e si capisce…).

Peraltro, i limiti di Letta, che pure ha delle qualità indubbie ma non in questo ruolo, sono emerse proprio nell’ultimo talk a La7, laddove si è lamentato nei confronti di Renzi e del suo accordo (di ferro) con gli altri due, su due questioni: quella delle preferenze e la legge, da fare adesso(!) sul conflitto d’interessi. Due argomenti che l’accordo fra Renzi, Berlusconi e Alfano ha volutamente escluso. Perché parlare delle due vicende, soprattutto di conflitto d’interesse hic et nunc, è un grave errore politico.

E anche per le stesse preferenze, che, a quanto pare, Alfano vorrebbe reintrodurre insieme ad altri minori e minoranze. Ma ne siamo così certi? Siamo cioè proprio sicuri che ad Alfano come ai due capi partito interessino le preferenze? Io non ci giurerei. Perché Alfano, per non dire degli altri due, è un segretario politico (che dentro di sé preferisce nominare…) che fa politica. Letta, invece, il tecnico. E si vede.

L’Opinione

Fu vera formazione? Ai posteri l’ardua sentenza

da Maddalena Negri
In contemporanea con l’annuncio della disoccupazione giovanile al 42% (si sfiora cioè il dato di un giovane disoccupato su due!), si moltiplicano i risultati positivi dei tanti “cervelli” italiani che hanno scelto l’estero per fare fortuna, molti dei quali sono diventati un riferimento nel campo della medicina (ricercatori, scienziati oppure chirurghi).
È molto più di un luogo comune, si tratta ormai di un dato di fatto: tanti giovani italiani che si sono visti chiudere tante porte in faccia in Italia, sono riusciti a fare carriera all’estero, superando la concorrenza dei colleghi autoctoni, con tutte le complicazioni del caso a loro carico (prima fra tutte, la necessità di imparare a psdroneggiare con sufficiente dimestichezza una lingua che non è la loro lingua madre, al contrario di quanto è per i colleghi del posto e potenziali “rivali” per l’acquisizione dell’agognato posto di lavoro). Se dunque i laureati riescono ad avere rilievo all’estero, dove la meritocrazia è generalmente più riconosciuta che in Italia, viene da pensare che non manchino di valore, spirito d’iniziativa, abnegazione, come qualcuno asserisce (o: vuole convincerci?) al riguardo.
Forse una prima risposta arriva dall’incapacità formativa della scuola, troppo spesso un luogo adibito ad inculcare nozioni, come se si trattasse di “sacchi da riempire” e non di “fuochi da accendere”; immagine molto eloquente per descrivere una certa mentalità, talvolta prevalente, che vede l’educazione non come “questione del cuore e cura integrale per la persona”, ma unicamente come trasmissione a senso unico di conoscenze. Visione (per altro) non errata, tuttavia certamente riduttiva rispetto all’effettiva potenzialità dell’istruzione, dall’elementare fino alla superiore.
Questa mentalità è forse uno dei motivi principali che tende ad allontanare la scuola dall’esperienza lavorativa, nella quale, volenti o nolenti, se l’esperienza è una ricchezza inestimabile, la freschezza è garanzia di libertà d’iniziativa e voglia di sperimentare: motivo per il quale, anche di fronte ad un rapporto apparentemente “verticale” superiore – subordinato, l’apprendimento non si rivela mai completamente a senso unico, ma, se c’è disponibilità da ambo le parti, l’arricchimento è sempre reciproco.
Se c’è un elemento comune tra università e mondo del lavoro, questo è la gerontocrazia imperante che, dall’università raggiunge gli ospedali, ma spesso anche aziende e fabbriche. L’apprendistato, che non è mancato persino a grandi artisti come Giotto o Leonardo (e che dovrebbe essere indispensabile in ogni campo), è oggi, quanto mai, latitante. La proposta che va per la maggiore è lo stage gratuito, da offrire al neodiplomato o neolaureato, per la durata generalmente di sei mesi o poco più, nei quali è sfruttato nelle mansioni più umili, ma, soprattutto scarsamente professionalizzanti, fino all’epilogo più scontato: il licenziamento dello stesso, alla fine di tale periodo, in favore di un altro “pollo” da spremere a piacimento, vale a dire un altro neolaureato o neodiplomato che accetta condizioni lavorative poco valorizzanti, seguendo la chimera che gli fa sperare in un avvenire migliroato dall’avere questa esperienza in più.

Inutile dire che, spesso, non è affatto così. Di sfruttamento in sfruttamento, il rischio palpabile, per tanti giovani è quello di accumulare una montagna di esperienze pressoché vane di stage gratuiti o semigratuiti in cui l’attività maggiormente formativa e qualificante si rivela il fare fotocopie per un non ben precisato superiore…
Esemplificativa la vicenda del chirurgo trentaquattrenne, che ha trovato in Inghilterra ciò che non è riuscito a trovare in Italia. Sopratutto grazie a quel lateral thinking tanto straniero in Italia, dove in medicina più che in altri campi, si fa pesare l’età, a discapito della ricchezza del lavoro in team e del confronto tra competenze tra loro diverse, nel raggiungimento di un medesimo obiettivo (nel caso specifico, dovrebbe essere una buona diagnosi, atta a ristabilire la salute del paziente).
L’incapacità di consentire ai giovane di sperimentare in prima persona, di prendersi le proprie responsabilità avviene nel lavoro come specchio di una società che tenta furiosamente di deresponsabilizzarli, nel malcelato tentativo di esercitare su di loro un controllo perpetuo. Perché questo significa, in definitiva, impedire loro libera iniziativa, con le annesse responsabilità del caso.
Naturalmente, sarebbe riduttivo pensare che le colpe siano da imputare, solo ed esclusivamente alla cosiddetta “vecchia classe dirigente”. Appunto perché è giusto e doveroso che tutti e ciascuno giovani compresi, si prendano le proprie responsabilità e abbiano il coraggio dell’iniziativa indipendente e di buon senso, nessuno può permettersi di rassegnarsi allo “stato delle cose” e, sorofondando sul divano, s’aspetti che qualcuno (qualche istituzione o chissà che altro) cali dall’alto le soluzioni ai problemi attuali. Del resto, mi domando: se proprio le istituzioni precostitutite sono, tanto spesso, la fonte principale dei guai attuali, potrà mai venire da loro la soluzione a ciò? Personalmente ne dubito.
Quali le soluzioni, allora? Espatriare potrebbe essere una, ma non certo la sola possibile. Formarsi in autonomia, valorizzare l’inventiva e la creatività.
La crisi non può e non deve essere solamente un motivo di abbattimento, ma deve (è necessario, per non finirne schiacciati!) diventare occasione propizia per trarre da ciascuno di noi quel «meglio» che la facilità del “vivere bene senza fatica” tende a mantenere celata, abituandoci ad avere ogni nostra “voglia” soddisfatta, senza bisogno di fare alcun sacrificio.
Non esiste mai una sola strada. Tante sono le difficoltà che affrontiamo quotidianamente e pochi quelli in grado di darci una mano. Ma magari potremmo essere noi i primi a poterlo fare, se riusciamo a credere che, se non ci arrendiamo di fronte alle avversità, potremmo scoprire nuove possibilità, per noi e per gli altri.

sullastradadiemmaus

Fonti:
Borse di studio Ue ai ricercatori italiani, ma la metà di loro è all’estero (Fanpage)
Fuga cervelli, scuola e lavoro in Italia? Mondi separati. E chi se ne va non torna (Il fatto quotidiano)
Giulia Biffi, ricercatrice in UK, scopre la quadrupla elica del DNA (Blitz)
Chirurgo in Uk, in Italia sarebbe precario (Il fatto quotidiano)

Mentre vanno sul camion verso il cimitero, li udiamo gridare “Viva Cristo Re!”

E’ disponibile il DVD del film “Un Dios prohibido” (sottotitoli anche in italiano) che narra la gloriosa vicenda dei 51 martiri clarettiani di Barbastro, Spagna. Informazioni: QUI. Di seguito una breve sintesi dei fatti e il trailer del film.

I Martiri Clarettiani di Barbastro

I 51 nomi di giovani clarettiani assassinati a Barbastro, in Spagna, durante il tragico evento della guerra civile del 1936, sono una parte degli 273 missionari che in quell’occasione diedero la vita.

I Fatti

Il 20 luglio del 1936, durante la guerra civile spagnola, circa sessanta uomini della milizia irruppero, armati, nel seminario clarettiano di Barbastro. Catturarono e incarcerarono tutta la comunità missionaria e senza giudizio la condannarono a morte per il solo motivo che i suoi membri erano religiosi. Fu proposta loro la libertà in cambio della rinuncia alla fede. Tutti preferirono rimanere fedeli anche se sapevano che questa scelta sarebbe costata la vita. Furono rinchiusi in un locale e per molti giorni sopportarono pazientemente, a volte fino alla gioia, ingiurie, maltrattamenti, privazioni, il caldo e la sete, tentazioni e proposte. Furono un corpo solo e questo li sorresse. Insieme vissero come dono l’offerta del martirio. Insieme si prepararono alla morte pregando incessantemente; ricevettero con fervore la comunione e la riconciliazione. Trascorsero i giorni incoraggiandosi mutuamente nella fiducia verso Dio. Perdonarono, come Gesù, i carnefici e pregarono per loro. Baciarono le corde inzuppate del sangue di coloro che li avevano preceduti nel martirio. Andarono alla morte cantando. I 51 Clarettiani furono uccisi in cinque gruppi nei giorni 2, 12, 13, 15, 18 del mese di agosto.

La Testimonianza

Poche ore prima dell’esecuzione Faustino Perez, uno dei 51 martiri, scrive una testimonianza preziosa che è giunta fino a noi e che raccoglie il clima di quel martirio:

«Amata Congregazione: l’altro ieri, giorno 11, sono morti con la generosità con la quale muoiono i martiri sei dei nostri fratelli; oggi, giorno 13, hanno ottenuto la palma della vittoria 20 fratelli e domani, 14, attendiamo di meritare i restanti 21. Gloria a Dio! E con quale nobiltà ed eroicità si stanno comportando i tuoi figli, amata Congregazione! Trascorriamo il giorno incoraggiandoci per il martirio e pregando per i nostri nemici e per il nostro amato Istituto; quando giunge il momento di scegliere le vittime vi è in tutti una santa serenità e l’ansia di sentire il proprio nome, farsi avanti e mettersi nelle file degli eletti. Attendiamo questo momento con generosa impazienza, e quando è giunto abbiamo visto alcuni baciare le corde con cui erano legati, altri rivolgere parole di perdono alla folla armata.

Mentre vanno sul camion verso il cimitero, li udiamo gridare “Viva Cristo Re!” Risponde la plebaglia rabbiosa “Muoia! A morte!” Ma nulla li intimidisce. Sono tuoi figli, amata Congregazione, questi che in mezzo a pistole e fucili osano gridare sereni mentre vanno al cimitero “Viva Cristo Re”. Domani andremo i rimanenti e abbiamo preso l’impegno, anche se esplodessero gli spari, di acclamare al Cuore della nostra Madre, a Cristo Re, alla Chiesa Cattolica e a te, madre comune di tutti noi.

I miei compagni mi chiedono che sia io ad iniziare gli evviva! ed essi risponderanno. Io griderò con tutta la forza dei miei polmoni e nelle nostre grida entusiaste tu, amata Congregazione, cerca di intuire l’amore che abbiamo per te, poichè portiamo il tuo ricordo fino a queste regioni di dolore e di morte.

Moriamo tutti contenti senza che nessuno provi scoraggiamento e pentimento; moriamo pregando tutti Dio perchè il sangue che uscirà dalle nostre ferite non sia un sangue vendicatore, ma un sangue che entrando rosso e vivo nelle tue vene, provochi il tuo sviluppo e la tua espansione in tutto il mondo.

Addio, amata Congregazione! I tuoi figli, Martiri di Barbastro, ti salutano dal carcere e ti offrono le loro sofferenze e angosce come olocausto espiatorio per le nostre deficienze e come testimonianza del nostro amore fedele, generoso e perpetuo. I Martiri di domani 14 agosto, ricordano che muoiono alla vigilia dell’Assunzione; che regalo è questo! Moriamo perché portiamo la sottana e moriremo proprio lo stesso giorno che l’abbiamo vestita. I Martiri di Barbastro e, a nome di tutti, il più indegno di tutti, Faustino Pérez.» (fonte: http://www.sansergio.net/emer/Clarettiani.htm )

Elenco dei Martiri

P. MUNARRIZ FELIPE, 61 anni, sacerdote

AMOROS JOSE’, 23 anni, studente seminarista

BADIA JOSE’, 23 anni, studente seminarista

BAIXERAS JUAN, 2 22 anni, studente seminarista

BANDRES JAVIER, 23 anni, studente seminarista

BLASCO JOSE’, 24 anni, studente seminarista

BRENGARET JOSE’, 23 anni, studente seminarista

BRIEGA RAFAEL, 23 anni, studente seminarista

BUIL MANUEL, 21 anni, fratello coadiutore

CALVO ANTOLIN, 23 anni, studente seminarista

P. CALVO SEBASTIAN, 33 anni, sacerdote

CAPDEVILA TOMAS, 22 anni, studente seminarista

CASADEVALL ESTEBAN, 23 anni, studente seminarista

CASTAN FRANCISCO, 25 anni, fratello coadiutore

CLARIS WENCESLAO, 29 anni, diacono

CODINA EUSEBIO, 21 anni, studente seminarista

CODINACHS JUAN, 22 anni, studente seminarista

P. CUNILL PEDRO, 33 anni, sacerdote

CHIRIVAS GREGORIO, 56 anni, fratello coadiutore

DALMAU ANTONIO, 23 anni, studente seminarista

P. DIAZ JUAN, 56 anni, sacerdote

ECHARRI JUAN, 23 anni, studente seminarista

ESCALE LUIS, 23 anni, studente seminarista

FALGARONA JAIME, 24 anni, studente seminarista

FIGUERO JOSE’, 25 anni, studente seminarista

GARCIA PEDRO, 25 anni, studente seminarista

ILLA RAMON, 22 anni, studente seminarista

LLADO LUIS, 24 anni, studente seminarista

LLORENTE HILARIO, 25 anni, studente seminarista

MARTINEZ MANUEL, 23 anni, fratello coadlutore

P. MASFERRER LUIS, 24 anni, sacerdote

MASIP MIGUEL, 23 anni, studente seminarista

MIQUEL ALFONSO, 22 anni, fratello coadiutore

NOVICH RAMON, 23 anni, studente seminarista

ORMO JOSE’, 22 anni, studente seminarista

ORTEGA SECUNDINO, 24 anni, sacerdote

PAVON JOSE’, 27 anni, sacerdote

PEREZ FAUSTINO, 25 anni, studente seminarista

PEREZ LEONCIO, 60 anni, sacerdote

PIGEM SALVADOR, 23 anni, studente seminarista

RIERA SEBASTIAN, 22 anni, studente seminarista

RIPOLL EDUARDO, 24 anni, studente seminarista

ROS JOSE’, 21 anni, studente seminarista

ROURA FRANCISCO, 23 anni, studente seminarista

RUIZ TEODORO, 23 anni, studente seminarista

SANCHEZ JUAN, 23 anni, studente seminarista

SIERM NICASIO, 45 anni, sacerdote

SORRIBES ALFONSO, 23 anni, studente seminarista

TORRAS MANUEL, 21 anni, studente seminarista

VIDAURRETA ATANASIO, 25 anni, studente seminarista

VIELA JESUS, 22 anni, studente seminarista

Trailer Un Dios Prohibido: http://youtu.be/F79xq_w3wgg/a>g

libertaepersona

Don Tonino Bello – Lettera ai Politici: I Parte – con Sobrietà

Lettera ai politici - Sobrietà

Ambrogio Lorenzetti – particolare de “Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo” (1338-39)

Vivere con sobrietà, giustizia e pietà
Mi sembra un forte articolato attorno a cui schematizzare la nostra revisione di vita.

Con Sobrietà.

Il termine “sobrietà” traduce una parola greca più complessa e più ricca, che corrisponde a: saggezza, equilibrio, padronanza di sé, moderazione, temperanza. Sobrio è colui che non è ebbro.

Sobrietà è l’opposto di ubriachezza.

Non è difficile, pertanto, intuire quale arcipelago di atteggiamenti morali viene evocato quando, parlando a uomini immersi nell’attività politica, li si esorta a vivere con sobrietà.

Non ubriacarsi di potere. Non esaltarsi per un successo. Non montarsi il capo con i fumi della gloria. Guardarsi dal capogiro dei soldi e della carriera. Coltivare  religiosamente l’autocoscienza del limite. Evitare la sbornia delle promesse. Mantenere l’equilibrio nel vortice delle passioni.

Preservarsi dalle vertigini che può dare il potere d’acquisto della propria parola, sul tavolo delle spartizioni e dei compromessi.

C’è un passo biblico molto significativo, nel libro dei Proverbi, che vieta espressamente il vino a coloro che stanno a capo di un popolo: “Non conviene ai re bere il vino, né ai principi bramare bevande inebrianti, per paura che, bevendo, dimentichino i loro decreti e tradiscano il diritto di tutti gli afflitti” (Pr. 31,4).

Ovviamente, sotto la proibizione del vino materiale, si vogliono mettere in guardia gli uomini di governo da tutto ciò che, come si suol dire, può dare alla testa. Nessuno più di loro, infatti, è esposto alla tentazione dei “fumi” e al conseguente pericolo di provocare, con ubriacature morali, l’oblio delle leggi e il tradimento dei poveri.

Da queste considerazioni deve scattare per voi una sincera revisione critica dei vostri comportamenti pubblici, che vi porti a ripudiare ogni intemperanza di potere, ad aborrire dall’esercizio smodato dell’autorità, a convincervi umilmente che anche senza di voi il mondo riesce a sopravvivere e a ritrovare l’equilibrio nelle parole del Signore: “Quando avrete fatto tutto quello che vi stato ordinato, dite: siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc.17,10).

Se, però, l’invito alla sobrietà richiama in causa il comportamento dei singoli, non si esaurisce certo alla sfera personale, ma tocca anche un processo degenerativo comunitario, in atto nel sistema politico nazionale, che provoca riverberi funesti perfino nelle nostre città.

Ed è la partitocrazia, che potremmo chiamare l’ubriachezza dei partiti.

I partiti, secondo la carta costituzionale, dovrebbero essere i cosiddetti “corpi intermedi” la cui funzione è paragonabile a quella che il fusto svolge nella pianta. Il nostro modello di stato sociale, infatti, assomiglia proprio ad un albero le cui radici sono costituite dal popolo e i cui rami sono dati dalle pubbliche istituzioni.

Il compito del fusto, cioè dei partiti, è quello di raccogliere e coordinare le istanze vive della base per tradurle in domanda politica organica che vada a innervarsi sui rami.

I cittadini, quindi, sia singolarmente presi, sia associati in raggruppamenti primari detti “mondi vitali”, sono le radici del sistema in quanto detengono la sovranità e delegano il potere ai loro rappresentanti affinché lo esercitino nell’interesse del bene comune. I partiti, invece, hanno il compito di incanalare le spinte sociali diverse organizzando il consenso popolare attorno a una determinata politica.

La politica, perciò, secondo una splendida espressione dei vescovi francesi, può essere definita “coagulante sociale”, in quanto stringe forze diverse attorno ad un medesimo progetto.

È successo però, purtroppo, che il fusto è impazzito a danno delle radici e dei rami.

I partiti, cioè, si sono ubriacati.

Verso il basso, hanno espropriato i cittadini e i “mondi vitali” di alcune loro mansioni primarie,  assorbendo per esempio l’informazione, l’editoria, la cultura, lo spettacolo, e spesso condizionando la vita di gruppi e associazioni.

Verso l’alto, hanno invaso quasi tutte le istituzioni dello stato, non solo lottizzandosi gli enti pubblici esclusivamente secondo criteri di appartenenza politica, ma anche mitizzando la disciplina di partito (se non addirittura di corrente) a scapito della coscienza individuale e snervando perfino la sovranità del Parlamento, sempre più ridotto a cassa di risonanza per accordi presi fuori di esso.

Non è più lo stato sociale, ma lo stato dei partiti.

Le conseguenze di questo corto circuito sono drammatiche.

Da una parte i problemi ristagnano, i progetti parcheggiano, gli intoppi burocratici si infittiscono, e perfino certe provvidenze di legge si incagliano sui fondali della sclerosi amministrativa, si usurano negli intrighi delle clientele, e naufragano nel gioco delle correnti.

Dall’altra parte cala la fiducia nella politica, visto che è stata ridotta dalla partitocrazia non a “coagulante” ma a “dissolvente” sociale. L’opinione pubblica accentua sempre più la tendenza ad angelicare la società e a demonizzare lo stato.

I giovani, pur sentendo una vivissima vocazione alla solidarietà, preferiscono riversare il loro impegno nel volontariato: questo sta a dire che rifiutano ormai le semplici proposte di gestione e cercano altrove i laboratori per la rigenerazione dell’humus etico della politica.

Si tirano indietro anche gli adulti, disgustati dallo spettacolo dei partiti che, abusando di reciproche interdizioni per osceni motivi di ingordigia nella spartizione delle pubbliche spoglie, producono, anche nelle nostre amministrazioni locali, paurosi ristagni e incredibili paralisi di governo.

Se è vero che l’impegno generoso e trasparente che si esprime in un partito, per il bene comune, è una forma altissima di carità, il fatto che le sezioni politiche si svuotino provoca nel vescovo una preoccupazione non meno sofferta di quando vede disertata la sede di un gruppo ecclesiale.

È urgente che i partiti, i quali restano pur sempre strumento essenziale della nostra democrazia rappresentativa, si disintossichino dall’ubriacatura.

Si ravvedano dal loro delirio di onnipotenza.

Riacquistino la sobrietà.

“Concorrano”, cioè, come dice l’art. 49 della Costituzione, “a determinare la politica nazionale”, ma senza la pretesa di monopolizzarla definitivamente. E tornino al loro compito fondamentale, che è quello di ascoltare la gente, educare i comportamenti, mediare gli interessi, e non certo di trasformarsi in forche caudine, da cui, anche per il più semplice sospiro, bisogna necessariamente passare, attraverso sistemi di tessere, clientele e patronati correntizi.

+ Don Tonino Bello

Ai Liberi e Forti

di Giuliano Guzzo

E’ impossibile, paradossale, sembra quasi uno scherzo. Eppure sono trascorsi già 95 anni da quando, il 18 gennaio 1919, all’albergo Santa Chiara di Roma don Luigi Sturzo, lanciando il celebre “Appello ai Liberi e Forti”, istituì il Partito Popolare Italiano. Da non credere, alla luce della sorprendente attualità del programma di quel partito, che esordiva – manco a farlo apposta – con la difesa della famiglia: «Integrità della famiglia. Difesa di essa contro tutte le forme di dissoluzione e di corrompimento. Tutela della moralità pubblica, assistenza e protezione dell’infanzia, ricerca della paternità». Parole che, a dirle oggi, passi almeno come omofobo.

E’ come se don Sturzo e i suoi – agli albori del Ventennio, prima della Seconda Guerra Mondiale, della Costituzione e tutto il resto – avessero visto il futuro. Se poi dal programma del Partito Popolare Italiano si passa ad un’analisi del pensiero del sacerdote che ne fu tra i fondatori, questa attualità diventa ancora più impressionante: don Sturzo era quello che da un lato difendeva «il rispetto della famiglia, la santità del focolare domestico, la continenza dei costumi» [1], e dall’altro – nel medesimo periodo in cui il III Congresso internazionale comunista, nel 1922, riteneva la cosa poco interessante [2] – auspicava il suffragio femminile arrivando a criticare apertamente quanti pensavano che questo potesse «danneggiare la compagine della famiglia» [3].

Ancora. Don Sturzo era quello – dicevamo – che assegnava assoluta priorità alla famiglia fondata sul matrimonio dal momento che la riteneva un imprescindibile architrave capace di rigenerarsi e orientarsi naturalmente, senza che lo Stato sia tenuto a fare altro se non a riconoscerne l’esistenza: «La famiglia è essa stessa che esige e crea le sue leggi» [4]. Non solo: seppe persino prevedere, con svariati decenni di anticipo, a quali conseguente destabilizzanti per l’intera società avrebbe condotto la crisi della stabilità familiare: «Il moto degenerativo della società va ampliandosi man mano che la famiglia diventa instabile […] che i coniugi possono facilmente dissolversi» [5].

Come se non bastasse, Sturzo – con l’acume tipico del pensatore e la precisione del sociologo – seppe anche correlare le derive edonistiche dell’istituto familiare con la diffusione di fenomeni quali l’aborto e la diffusione della contraccezione: «Il rifiuto di portare i pesi familiari e sociali crea sistemi inumani, quali l’esposizione dei neonati, l’uccisione dei bambini, l’aborto e il controllo delle nascite» [6]. Ma come fu possibile tanta profezia, tanta capacità di immaginare il futuro e le sue criticità? Cosa portava in quel lontano 1919 i “Liberi e Forti” ad impegnarsi per l’«integrità della famiglia» e per la «difesa di essa contro tutte le forme di dissoluzione e di corrompimento»?

Principalmente fu una precisa prospettiva antropologica. E cioè quella che pone al centro l’essere umano in quanto persona e riferimento primario di tutto, «termine dei beni e dei vantaggi che crea le leggi che regolano il potere» [7]. Si può difendere la famiglia e pensare la politica in modo giusto, quindi, solo nella misura in cui – per dirla ancora con Sturzo – si comprende che la personalità dell’uomo «in quanto razionale» è da ritenersi «non solo soggetto di diritto ma sorgente del diritto: non è la società o lo stato come alcuni pensano, la sorgente del diritto» [8]. C’è buona politica, dunque, quando c’è sana antropologia. E c’è sana antropologia solo nella misura in cui si comprende che, per essere davvero Liberi e Forti, occorre ricordarsi dei Bisognosi e dei Deboli.

In questo senso la vera attualità del richiamo ai “Liberi e Forti” sta nella sua capacità di immaginare la politica non tanto come luogo dove si scende o piattaforma dove si sale, bensì come occasione di servizio e di tutela di quei valori “non negoziabili” che Sturzo – pur non chiamandoli così – aveva evidentemente a cuore, valori che fondano l’agire del politico e che consentono una visione ordinata delle priorità governative, dello stato sociale, dell’economia, dei diritti civili. Tutto sta nell’avere il coraggio di sentirsi davvero Liberi e Forti e di non indietreggiare di fronte alle difficoltà, alle critiche, alle derisioni. Perché ogni cedimento del fronte dei Liberi e Forti non segna un progresso, bensì un regresso; non una crescita, ma un pericoloso ridimensionamento dei valori e, in definitiva, della stessa politica.

(fonte: giulianoguzzo.wordpress.com)

Note: [1] Sturzo L. Il Partito Popolare Italiano, I, Zanichelli, Bologna 1956, p. 352; [2] Cfr. Il marxismo e la donna,Edizioni Il Formichiere, Milano 1977, p. 172; [3] Sturzo L. Attorno al suffragio delle donne, «Corriere d’Italia»,14.X.1917; [4] Sturzo L. La vera vita. Sociologia del soprannaturale, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, p 55; [5] Ibidem, p. 61; [6] Ibidem p. 153; [7] Sturzo L. Coscienza e politica (1953), Zanichelli, Bologna 1972, p. 346; [8] Sturzo L. La società: sua e leggi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, p. 203

Vescovi supplenti

Sono un attento lettore delle paginate storiche di Paolo Mieli sul Corriere. In esse trovo il pregio della chiarezza e di una certa originalità e libertà. Martedì Mieli si è dedicato alla figura di Attila, prendendo in esame molti testi, in particolare Attila e gli Unni di Edina Bozoki. La Bozoki cerca di fare due operazioni, piuttosto forzate, dimostrando che il revisionismo storico può divenire, talora, molto pericoloso. Cerca infatti di proporre una visione di Attila e degli Unni diversa da quella che abbiamo studiato tutti, facendone un sovrano non particolarmente crudele né barbaro. Con buona pace di tutte le testimonianze tradizionali, compresa quella dello storico pagano Ammiano Marcellino (il quale, vissuto prima di Attila, descrive però la rozzezza e la barbarie degli Unni di cui Attila sarà re).

Inoltre, la Bozoki cerca di ridurre a pia invenzione il ruolo di Leone I Magno nell’impedire, dopo i saccheggi e la distruzione di innumerevoli città come Aquileia, anche quello di Roma, nel 452. Scrive Mieli: “Come che sia l’imperatore Valentiniano III ebbe paura di lui (Attila), abbandonò Ravenna e si rifugiò a Roma, mettendosi sotto al protezione di Papa Leone I. Quel Leone I che ‘in un incontro provvidenziale’ con Attila nei pressi di Mantova (nel 452) avrebbe convinto il sovrano barbaro a desistere dall’intenzione di invadere la città eterna. Il racconto di questo ‘miracolo’ è di Paolo Diacono ed è stato fatto nel IX secolo, cioè 400 anni dopo il presunto accaduto. Un lasso di tempo che induce a qualche dubbio circa la veridicità della ricostruzione storica”.

Fermiamoci un attimo: non è vero che Paolo Diacono sia stato il primo a parlare dell’accaduto. Abbiamo almeno la testimonianza coeva di Prospero d’Aquitania, morto nel 463 (“Egli intraprese questa missione… Attila ricevette la legazione con grande dignità e si rallegrò tanto della presenza del sommo pontefice che decise di rinunciare alla guerra e di ritirarsi al di là del Danubio, dopo aver promesso la pace“) e quella del vescovo Idazio. Abbiamo poi, nel VI secolo, il resoconto di Jordanes, storico di origine gotica, che, citando anche altri storici precedenti, come Prisco, descrive l’incontro tra Attila e il papa, avvenuto “nel campo veneto detto Ambuleio, dove il fiume Mincio è attraversato da molti viaggiatori” (Jordan Getica XLI-XLII, 222-223 ed Th. Mommsen). Più avanti anche Paolo Diacono racconterà l’episodio nella sua Historia Romana, localizzando l’incontro “nel luogo dove il Mincio entra ne Po”. Paolo Diacono, però, non è affatto del IX secolo, come vuole la Bozoki: scrive, infatti, verso il 770 d.C.(se ne deduce che Bozoki confonda Paolo Diacono con lo storico, del IX secolo, Giovanni Diacono!).

Prosegue Mieli, continuando nella recensione: “strana storia, soprattutto se si pensa che due anni dopo la morte di Attila, nel 455, Roma fu invasa dai Vandali di Genserico a dispetto dell’intercessione di quello stesso papa, Leone Magno”. Nulla di “strano”, al contrario: proprio perché aveva avuto un qualche successo con Attila, Leone ci provò anche con Genserico. E anche stavolta, in parte, riuscì. Racconta Elena Cavalcanti nell’ Enciclopedia dei Papi (Treccani, 2000): “la città era in stato di totale confusione e di rivolta. Mancava qualsiasi potere in grado di imporsi. Genserico, il condottiero dei Vandali, giudicò il momento favorevole per tentare l’avanzata… La flotta vandalica comparve quasi di sorpresa ad Ostia (Porto) il 3 maggio 455; le truppe avanzarono fino a Roma… La città rimase priva di ogni difesa. Leone, circondato dal clero, uscì alla “Porta Portuensis” per trattare con l’invasore, che però non riuscì a fermare del tutto: il saccheggio non fu evitato; Leone ottenne però che Roma non sarebbe stata incendiata e che gli abitanti sarebbero stati risparmiati. Dal saccheggio inoltre vennero risparmiate le tre basiliche di S. Pietro, S. Paolo e S. Giovanni in Laterano; in esse cercò scampo la popolazione durante quattordici terribili giorni”.

Mieli continua ribadendo, sulla scorta degli storici da lui citati, che esisterebbero “storie ricostruite attorno al X secolo (poco sopra era il IX), 400 anni dopo la morte di Attila”, e le definisce “storie edificanti a gloria della Chiesa”, atte a tramandare “il mito dei ‘vescovi resistenti’”. Tra i miti da archiviare anche l’ azione di papa Gregorio Magno che nel 593 fermò il barbaro longobardo Agilulfo. Anche qui, troppa fretta e revisionismo eccessivo: sia perché Paolo Diacono, nell’Historia Langobardorum, come Giovanni Diacono, in Vita S. Gregorii Magni, attestano che l’assedio a Roma fu tolto da Agilulfo (dietro pagamento di un tributo), grazie alla tregua proposta dal papa (con ripercussioni documentate sul rapporto tra papa e imperatore d’Oriente); sia perché il ruolo di supplenza di molti vescovi nel medioevo, per quanto inevitabilmente la storia si sia talora mescolata con la leggenda, è dimostrabile in mille circostanze; sia, infine, perché esso si è ripetuto in epoca recente, quando, per stare in Italia, fu anche per intervento dei vescovi di Genova e Trieste che i nuovi barbari in ritirata, i nazisti, risparmiarono inutili carneficine alle rispettive città. Il Foglio, 23/1/2013

Mentre vanno sul camion verso il cimitero, li udiamo gridare “Viva Cristo Re!”

E’ disponibile il DVD del film “Un Dios prohibido” (sottotitoli anche in italiano) che narra la gloriosa vicenda dei 51 martiri clarettiani di Barbastro, Spagna. Informazioni: QUI. Di seguito una breve sintesi dei fatti e il trailer del film.

I Martiri Clarettiani di Barbastro 

I 51 nomi di giovani clarettiani assassinati a Barbastro, in Spagna, durante il tragico evento della guerra civile del 1936, sono una parte degli 273 missionari che in quell’occasione diedero la vita.

I Fatti

Il 20 luglio del 1936, durante la guerra civile spagnola, circa sessanta uomini della milizia irruppero, armati, nel seminario clarettiano di Barbastro. Catturarono e incarcerarono tutta la comunità missionaria e senza giudizio la condannarono a morte per il solo motivo che i suoi membri erano religiosi. Fu proposta loro la libertà in cambio della rinuncia alla fede. Tutti preferirono rimanere fedeli anche se sapevano che questa scelta sarebbe costata la vita. Furono rinchiusi in un locale e per molti giorni sopportarono pazientemente, a volte fino alla gioia, ingiurie, maltrattamenti, privazioni, il caldo e la sete, tentazioni e proposte. Furono un corpo solo e questo li sorresse. Insieme vissero come dono l’offerta del martirio. Insieme si prepararono alla morte pregando incessantemente; ricevettero con fervore la comunione e la riconciliazione. Trascorsero i giorni incoraggiandosi mutuamente nella fiducia verso Dio. Perdonarono, come Gesù, i carnefici e pregarono per loro. Baciarono le corde inzuppate del sangue di coloro che li avevano preceduti nel martirio. Andarono alla morte cantando. I 51 Clarettiani furono uccisi in cinque gruppi nei giorni 2, 12, 13, 15, 18 del mese di agosto.

La Testimonianza

Poche ore prima dell’esecuzione Faustino Perez, uno dei 51 martiri, scrive una testimonianza preziosa che è giunta fino a noi e che raccoglie il clima di quel martirio:

«Amata Congregazione: l’altro ieri, giorno 11, sono morti con la generosità con la quale muoiono i martiri sei dei nostri fratelli; oggi, giorno 13, hanno ottenuto la palma della vittoria 20 fratelli e domani, 14, attendiamo di meritare i restanti 21. Gloria a Dio! E con quale nobiltà ed eroicità si stanno comportando i tuoi figli, amata Congregazione! Trascorriamo il giorno incoraggiandoci per il martirio e pregando per i nostri nemici e per il nostro amato Istituto; quando giunge il momento di scegliere le vittime vi è in tutti una santa serenità e l’ansia di sentire il proprio nome, farsi avanti e mettersi nelle file degli eletti. Attendiamo questo momento con generosa impazienza, e quando è giunto abbiamo visto alcuni baciare le corde con cui erano legati, altri rivolgere parole di perdono alla folla armata.

Mentre vanno sul camion verso il cimitero, li udiamo gridare “Viva Cristo Re!” Risponde la plebaglia rabbiosa “Muoia! A morte!” Ma nulla li intimidisce. Sono tuoi figli, amata Congregazione, questi che in mezzo a pistole e fucili osano gridare sereni mentre vanno al cimitero “Viva Cristo Re”. Domani andremo i rimanenti e abbiamo preso l’impegno, anche se esplodessero gli spari, di acclamare al Cuore della nostra Madre, a Cristo Re, alla Chiesa Cattolica e a te, madre comune di tutti noi.

I miei compagni mi chiedono che sia io ad iniziare gli evviva! ed essi risponderanno. Io griderò con tutta la forza dei miei polmoni e nelle nostre grida entusiaste tu, amata Congregazione, cerca di intuire l’amore che abbiamo per te, poichè portiamo il tuo ricordo fino a queste regioni di dolore e di morte.

Moriamo tutti contenti senza che nessuno provi scoraggiamento e pentimento; moriamo pregando tutti Dio perchè il sangue che uscirà dalle nostre ferite non sia un sangue vendicatore, ma un sangue che entrando rosso e vivo nelle tue vene, provochi il tuo sviluppo e la tua espansione in tutto il mondo.

Addio, amata Congregazione! I tuoi figli, Martiri di Barbastro, ti salutano dal carcere e ti offrono le loro sofferenze e angosce come olocausto espiatorio per le nostre deficienze e come testimonianza del nostro amore fedele, generoso e perpetuo. I Martiri di domani 14 agosto, ricordano che muoiono alla vigilia dell’Assunzione; che regalo è questo! Moriamo perché portiamo la sottana e moriremo proprio lo stesso giorno che l’abbiamo vestita. I Martiri di Barbastro e, a nome di tutti, il più indegno di tutti,  Faustino Pérez.»

Trailer Un Dios Prohibido: http://youtu.be/F79xq_w3wgg

(fonte:http://www.sansergio.net/emer/Clarettiani.htm )

Elenco dei Martiri

P. MUNARRIZ FELIPE, 61 anni, sacerdote

AMOROS JOSE’, 23 anni, studente seminarista

BADIA JOSE’, 23 anni, studente seminarista

BAIXERAS JUAN, 2 22 anni, studente seminarista

BANDRES JAVIER, 23 anni, studente seminarista

BLASCO JOSE’, 24 anni, studente seminarista

BRENGARET JOSE’, 23 anni, studente seminarista

BRIEGA RAFAEL, 23 anni, studente seminarista

BUIL MANUEL, 21 anni, fratello coadiutore

CALVO ANTOLIN, 23 anni, studente seminarista

P. CALVO SEBASTIAN, 33 anni, sacerdote

CAPDEVILA TOMAS, 22 anni, studente seminarista

CASADEVALL ESTEBAN, 23 anni, studente seminarista

CASTAN FRANCISCO, 25 anni, fratello coadiutore

CLARIS WENCESLAO, 29 anni, diacono

CODINA EUSEBIO, 21 anni, studente seminarista

CODINACHS JUAN, 22 anni, studente seminarista

P. CUNILL PEDRO, 33 anni, sacerdote

CHIRIVAS GREGORIO, 56 anni, fratello coadiutore

DALMAU ANTONIO, 23 anni, studente seminarista

P. DIAZ JUAN, 56 anni, sacerdote

ECHARRI JUAN, 23 anni, studente seminarista

ESCALE LUIS, 23 anni, studente seminarista

FALGARONA JAIME, 24 anni, studente seminarista

FIGUERO JOSE’, 25 anni, studente seminarista

GARCIA PEDRO, 25 anni, studente seminarista

ILLA RAMON, 22 anni, studente seminarista

LLADO LUIS, 24 anni, studente seminarista

LLORENTE HILARIO, 25 anni, studente seminarista

MARTINEZ MANUEL, 23 anni, fratello coadlutore

P. MASFERRER LUIS, 24 anni, sacerdote

MASIP MIGUEL, 23 anni, studente seminarista

MIQUEL ALFONSO, 22 anni, fratello coadiutore

NOVICH RAMON, 23 anni, studente seminarista

ORMO JOSE’, 22 anni, studente seminarista

ORTEGA SECUNDINO, 24 anni, sacerdote

PAVON JOSE’, 27 anni, sacerdote

PEREZ FAUSTINO, 25 anni, studente seminarista

PEREZ LEONCIO, 60 anni, sacerdote

PIGEM SALVADOR, 23 anni, studente seminarista

RIERA SEBASTIAN, 22 anni, studente seminarista

RIPOLL EDUARDO, 24 anni, studente seminarista

ROS JOSE’, 21 anni, studente seminarista

ROURA FRANCISCO, 23 anni, studente seminarista

RUIZ TEODORO, 23 anni, studente seminarista

SANCHEZ JUAN, 23 anni, studente seminarista

SIERM NICASIO, 45 anni, sacerdote

SORRIBES ALFONSO, 23 anni, studente seminarista

TORRAS MANUEL, 21 anni, studente seminarista

VIDAURRETA ATANASIO, 25 anni, studente seminarista

VIELA JESUS, 22 anni, studente seminarista

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