Celibato dei preti, facciamo chiarezza

Sacerdozio

di E. Cattaneo

Puntualmente la questione del celibato dei preti ritorna sulle cronache dei giornali, e anche nella intervista a Papa Francesco sull’aereo di ritorno dal pellegrinaggio in Terra Santa, non è mancata la domanda sui “preti sposati”, dato che, come si sa, gli Ortodossi hanno dei preti sposati, e i ministri protestanti e anglicani – identificabili ‘grosso modo’ con i preti cattolici – sono quasi tutti sposati. La domanda del giornalista sembra poi giustificata dal fatto che in Germania i preti cattolici non aspetterebbero altro che il momento per potersi sposare!
Il Papa risponde chiarendo anzitutto che nelle Chiese cattoliche di rito orientale, già «ci sono dei preti sposati!». E prosegue: «Perché il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa. Non essendo un dogma di fede, c’è sempre la porta aperta».

Aperta a che cosa? Il Papa non lo dice, e non poteva farlo in una intervista in aereo, necessariamente breve. Perché però le sue parole non si prestino a fraintendimenti, cerchiamo di chiarire alcune cose.

Anzitutto il Papa parla di “celibato”, ed essere celibi, nel senso comune del termine, significa non essere sposati. Nel linguaggio cristiano, però, il concetto di “celibato” è strettamente connesso con quello di “castità” e di “continenza sessuale”. Uno può essere celibe, ma andare a donne, fare lo sporcaccione, ecc. ecc. Quando si dice che un prete deve essere celibe, significa che deve vivere nella castità totale, cioè non solo astenersi da qualsiasi rapporto sessuale, ma anche avere un cuore puro, un cuore libero anche affettivamente, perché è consacrato al Signore. In altre parole, un prete manca al suo impegno di celibato non solo quando va a donne, ma anche quando permette al suo cuore di innamorarsi di una donna, di avere contatti fisici con lei (abbracci, carezze), anche senza arrivare al rapporto sessuale completo. Un prete che ha una “fidanzata”, pur senza andare a letto con lei, manca alla sua promessa di celibato. Per questo stretto legame tra celibato e castità, molti non distinguono più tra celibato (come stato civile) e castità o continenza sessuale (come virtù), e da qui derivano molte confusioni.

Il Papa dunque ha parlato del “celibato” dei preti in senso globale, come stato civile e come virtù, e ha detto che questa è una «regola», aggiungendo che questa regola non è «un dogma di fede». Vediamo di capire meglio.

Esiste nella Chiesa cattolica di rito latino una “regola” o “legge del celibato”. Se si tratta di una “regola”, essa va considerata anzitutto dal punto di vista canonico. Che cosa significa questa regola? Lo dice per la prima volta in modo esplicito il Codice di Diritto Canonico del 1917 (can. 987, § 2), dove si stabilisce che le persone sposate «sono impedite», cioè non possono accedere alla sacra ordinazione. In altri termini, l’essere sposati, l’essere nello stato coniugale, oggi come oggi nella Chiesa cattolica di rito latino, costituisce un “impedimento” canonico alla ricezione del sacramento dell’Ordine. Questo “impedimento” è stato recepito anche dal nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983 (can. 277 § 1). Si tratta di un impedimento “semplice”, tale cioè che l’ordinazione di un uomo sposato risulta illecita, ma non invalida.

Ora questo “impedimento” non esiste da sempre nella Chiesa cattolica. In effetti, nella Chiesa antica i sacri ministri erano scelti sia tra le persone celibi sia tra le persone coniugate. Non abbiamo delle statistiche (o almeno io non le conosco), ma è certo che molti preti e vescovi fossero coniugati. Per fare qualche esempio, che risale addirittura al tempo apostolico, san Pietro era coniugato, mentre san Giovanni certamente era non solo celibe, ma vergine; san Paolo invece era celibe. Per citare altri nomi abbastanza noti, san Paolino, vescovo di Nola, era sposato; così pure s. Ilario, vescovo di Poitiers e san Gregorio, vescovo di Nissa; s. Agostino aveva una concubina, mentre sant’Ambrogio era celibe (e forse anche vergine).

La cosa da tenere presente – e che non tutti fanno – è che chi veniva ordinato (diacono, presbitero o vescovo), fosse coniugato o celibe, da allora in poi si impegnava a vivere nella perfetta continenza. Chiamo questo “la legge della continenza”: non era una legge scritta, codificata, ma scaturiva dalla natura stessa del ministero apostolico, di cui quello diaconale, presbiterale ed episcopale è un prolungamento. Era evidente che l’imposizione della mani per il ministero conferiva una grazia dello Spirito Santo che rendeva la persona totalmente consacrata a Cristo, per il servizio del Vangelo, dei sacramenti e del popolo santo.
Se l’ordinato era celibe, doveva poi vivere questo stato in vera castità, resistendo a tutte le tentazioni e seduzioni della carne, che pure aveva. Evidentemente, ciò non era possibile senza una vita spirituale intensa, perché la castità da sola non sta in piedi, se non è accompagnata dalla preghiera, dallo spirito di servizio, dall’umiltà, dalla carità. Quanti preti e vescovi celibi nella Chiesa antica sono stati anche arrivisti, intriganti, affaristi, amanti della buona tavola, come testimoniano gli scritti di san Cipriano e di san Giovanni Crisostomo!
Se l’ordinato era coniugato, si poneva un’altra serie di problemi: come vivere la continenza stando con la propria moglie? E costei sarebbe stata d’accordo nel rinunciare al rapporto coniugale? Evidentemente, le spose degli ordinati dovevano vivere la stessa spiritualità dei loro mariti, diventati preti o vescovi. Concretamente, avveniva la separazione dei letti e anche, dove possibile, delle abitazioni. Ad esempio, san Paolino e la moglie Terasia, in vista dell’ordinazione di lui come presbitero, decisero di vivere in perfetta castità, pur abitando vicini nel centro monastico da loro fondato a Cimitile, presso Nola, attorno alla tomba di san Felice martire.

Non tutti però erano dei santi. Accadeva che molti preti continuassero ad avere rapporti coniugali con le loro mogli, sia per debolezza, sia per ignoranza delle norme della Chiesa. In genere ci si fidava dei buoni propositi delle persone, ma se la moglie rimaneva incinta, era chiaro che la castità non era stata rispettata. Per questo motivo a partire dal IV secolo i sinodi che si occuparono di tale questione vietarono espressamente ai sacri ministri sposati di continuare la convivenza con le loro mogli. Così il sinodo di Elvira, in Spagna, all’inizio del IV secolo stabilisce che «il vescovo o qualsiasi altro chierico, abbia con sé solo una sorella o una figlia vergine consacrata a Dio» (can. 27). Se si parla di “figlia”, significa che era sposato. Questa norma è affermata ancora più chiaramente nel can. 33: «Si  stabilisce senza eccezioni per vescovi, presbiteri, diaconi […] questa proibizione: si astengano dall’avere rapporti con le loro mogli e dal generare figli. Chiunque farà ciò sarà per sempre allontanato dallo stato clericale».

Alcuni hanno interpretato questa norma come se il sinodo di Elvira avesse introdotto una novità “da un giorno all’altro”, proibendo quello che prima invece era pacificamente ammesso. Ma tale interpretazione non regge. Emanare un divieto non significa proibire una cosa che prima era permessa, bensì arginare un abuso. Un decreto ancora più solenne è quello del Concilio di Nicea del 325 (I° ecumenico), che dice nel can 3: «Questo grande concilio proibisce assolutamente ai vescovi, presbiteri e diaconi […] di avere con sé una donna, a meno che non si tratti della propria madre, di una sorella, di una zia e di una persona che sia al di sopra di ogni sospetto».

C’è anche un altro fatto, richiamato proprio da questo canone, che fa pensare che già dai primi secoli i membri del clero fossero in gran parte celibi, ed è il problema delle convivenze. Infatti i preti celibi che non avevano più la madre o non avevano una sorella, da chi dovevano essere accuditi? Alcuni pensarono di prendere in casa una vergine consacrata (le cosiddette virgines subintroductae), per attendere alla faccende domestiche, ma questa era una soluzione per nulla soddisfacente, perché alimentava i sospetti tra la gente. Perciò i vescovi come san Cipriano e san Giovanni Crisostomo condannarono energicamente questa pratica.
In definitiva, dal punto di vista della Chiesa antica, il problema non era se ordinare persone sposate o celibi, ma come vivere autenticamente la castità sacerdotale. L’orientamento prevalente però fu quello di assumere persone celibi, sperando che fossero formate nella virtù. I vari concili medievali che si sono espressi su tale questione, fino al concilio di Trento, constatarono però la difficoltà di avere preti non solo celibi, ma anche capaci di dominare la propria sessualità, per cui spesso vivevano con concubine o addirittura cercavano di sposarsi. Così il concilio Lateranense II (1139) dichiara che se un vescovo, prete o diacono osa contrarre matrimonio, tale matrimonio è invalido. La stessa cosa ripete il concilio di Trento nel 1563 (sess. 24, can. 9). Nonostante queste evidenti difficoltà, la Chiesa latina ha sempre mantenuto la “legge delle continenza”, che di fatto è diventata la “legge del celibato”. Diversamente sono andate le cose nella Chiesa greca, dove a partire dall’VIII secolo, con il Concilio Quininsesto (in Trullo) fu concessa una mitigazione alla legge della continenza, permettendo ai preti e ai diaconi sposati di continuare i rapporti coniugali e quindi di avere figli. Per i vescovi però è rimasta la legge della continenza o celibato.
Riassumendo: la “legge del celibato”, come l’abbiamo spiegata all’inizio, e cioè come norma che per diritto canonico “impedisce” alle persone sposate di accedere al sacramento dell’Ordine, è chiaramente una norma ecclesiastica, cioè fatta dalla Chiesa e non emanante dalla Parola di Dio, che in san Paolo prevede che siano scelte al diaconato, al presbiterato e all’episcopato anche persone sposate, purché lo siano state «una sola volta» e abbiano dato buona prova nell’educazione dei figli (1 Timoteo 3, 2; 3, 12; Tito 5, 6).

La “legge della continenza” invece è, almeno a mio avviso, di origine apostolica e si radica nella figura stessa di Gesù, il quale non si è sposato e ha chiesto ai suoi apostoli una sequela radicale, che comportava un abbandono della vita coniugale a motivo del regno, in accordo con l’eventuale sposa, che da quel momento diventava una “sorella”.

In definitiva, il passaggio dalla stato coniugale a quello sacerdotale è stato ammesso nella Chiesa antica, ma non è ammesso ora nella Chiesa cattolica di rito latino. Invece il passaggio dallo stato sacerdotale a quello coniugale non è mai stato ammesso nella Chiesa, né antica, né moderna, e neppure nelle Chiese Ortodosse. Qui non ci sono “porte aperte”. La ragione è che lo stato sacerdotale è qualcosa di più rispetto allo stato coniugale. Ora si può passare dal meno al più, ma non dal più al meno.

Quindi dire che nella Chiesa antica i preti si potevano sposare è una sciocchezza; dire che i preti Ortodossi si possono sposare è un’altra sciocchezza. Ma anche dire che la “legge del celibato” ci sia sempre stata nella Chiesa è anch’essa una cosa non esatta. Riprendiamo allora le parole del Papa, sperando che ora siano più chiare: «Il celibato non è un dogma di fede, è una regola di vita che io apprezzo tanto e credo che sia un dono per la Chiesa». Il celibato sacerdotale dunque, pur essendo una regola della Chiesa, è però un “dono” prezioso, che la Chiesa cattolica ha maturato nel tempo e che conserva gelosamente perché è il mezzo migliore per tenere alta la spiritualità dei suoi ministri, in conformità con le esigenze del Vangelo.

Fonte:kairosterzomillennio

La Scuola di Cristianesimo raccontata con la vita

Due testimonianze provenienti dalla Comunità Mec di Palermo, per ricordare Gianna Venturella.

Splendida nella tua giovinezza, solare nella tua esistenza, lunghi capelli, la tua mano nella mano di Tony attraversavi la strada da casa alla parrocchia. Pochi passi per l’Incontro. Non è necessario fare lunghi viaggi per arrivare al Cuore del Mondo. Perché la memoria oggi di te? Perché è sulla memoria che si costruisce la speranza del futuro e quindi oggi il nostro pensiero va alle vacanze vissute insieme, alle recite che organizzavi per i bambini e a quelle con gli adulti. CHE FESTA! Era sempre una festa!

Il tuo matrimonio, il primo in comunità, le nascite e i battesimi dei tuoi amatissimi figli. E poi le amicizie sempre più vissute in Gesù e per questo profondissime. I corsi di formazione per insegnare i metodi naturali, i capodanni trascorsi insieme come un nuovo inizio delle nostre amicizie… E poi la tua Malattia, vissuta per tutti questi anni donandoti al Signore con un SI sorridente, sereno, ricco di speranza del bene.

Ti siamo stati accanto nei ricoveri, ma eri sempre tu a dire una parola di conforto come una sorella maggiore. Cara Gianna… figlia, sorella, moglie, mamma, amica per ognuno di noi sei stata una persona speciale. Ti ricordiamo per la tua docilità per la tua mitezza, semplicità e compostezza e per la tua fedeltà a quello che il Signore e la vita ti hanno chiesto sia nella gioia che nel dolore. Non hai mai manifestato dubbi e vacillamenti. La tua quotidianità era coerente con la tua fede.

Adesso sappiamo che possiamo continuare a rivolgerci a te e che intercederai con grazia per noi presso il Signore, come già eri capace, con il tuo sorriso, con le tue parole e con i tuoi sguardi, di cui siamo stati testimoni. Grazie Gianna.
Possiamo essere preoccupati di tanto e di tutto, ma le campane oggi (24 maggio) suonano per te e per Maria Ausiliatrice.
La Comunità di Palermo

C’è una scuola di cristianesimo che si può raccontare soltanto con la vita, e osservarla come il misterioso disegno di Dio che si intreccia con la nostra esistenza. Tale mistero penetra la nostra carne, soprattutto quando il nostro corpo è costretto a rimanere a letto perché la malattia – mistero inaccettabile per la nostra mente – comincia a disegnare nel nostro cuore le tracce della croce di Cristo. Non è semplice spiegare come si possa vivere tutto questo in un fiducioso atto di abbandono a Dio, quando si inizia ad intraprendere la strada che porta al Calvario. Ci è possibile però riconoscere, nel volto di chi soffre, la luce di una particolare pace interiore.

E’ proprio l’esperienza di questa speciale pace interiore che Gianna ci ha insegnato a riconosce nonostante la sua malattia, nonostante le fatiche e i disagi che si debbono affrontare quando si ha a che fare con un tumore. Gianna non si è tirata indietro di fronte ai doveri di responsabilità nei confronti della propria famiglia e del suo gruppo di Scuola di Cristianesimo che ha seguito fino alla fine. Se in calendario vi era un incontro regionale, una riunione con la comunità locale o un altro impegno del MEC, per Gianna e la sua famiglia non c’erano altre alternative capaci di cambiare i loro programmi. L’abbiamo vista tutti, anche con la sedia a rotelle, prendere parte agli incontri, con il suo quadernetto degli appunti, per captare quelle parole evangeliche che attraverso la Scuola di Cristianesimo sarebbero diventate nutrimento per la nostra vita. Gianna ci ha aiutati a comprendere l’importanza di prendere parte agli incontri comunitari, a discapito della nostra indolenza o pigrizia che spesso ci mettono alla prova. Si è persino rammaricata per non aver potuto partecipare ai Ritratti di Santi (perché in ospedale), rimproverando gli amici per non averglielo ricordato!

Quando nell’ultimo periodo andavamo a trovarla in ospedale la recita del Rosario è diventata l’espressione più bella della nostra comunione e della nostra amicizia. Un particolare continua oggi ad interrogarci: Gianna non si è mai lamentata per i dolori causati dalla malattia!
La Chiesa ci ricorda che c’è una santità di vita che crescere nel nascondimento e che ci aiuta a comprendere l’essenziale, a mettere da parte tutti gli ostacoli le critiche e le polemiche che in una normale vita di comunità possono emergere. Il buon Dio ci dona persone come Gianna per aiutarci a riconoscere nella nostra vita ciò che è davvero importante.

Tony e Gianna sono la prima famiglia, la prima radice che ha dato vita all’esperienza del Movimento Ecclesiale Carmelitano a Palermo. Proprio in questi giorni Tony e Gianna avrebbero celebrato l’anniversario del loro matrimonio, o forse dovremmo dire – con lo sguardo della fede – che lo stanno celebrando oggi, qui, insieme alla loro comunità, con i loro sacerdoti, gli amici, i familiari…
Siamo convinti che: “Dio opera i suoi fatti più straordinari, lavora per un mondo nuovo, dentro la coppia, protagonista della vita nuova e protagonista dell’amore. Lavora dentro le famiglie, dentro le nostre case, nel dialogo, nel dramma, nella crisi, nei dubbi, negli slanci di una coppia già formata, laddove si creano quelle oasi di verità e di amore che sono come il collaudo del Regno, piccole oasi per contendere il cuore al deserto” (Ermes Ronchi).
Michelangelo e Simona

Fonte: mec-carmel.org

Un angelo in prigione

Da Libertà e Persona

L’incredibile storia di madre Atonia Brenner, fondatrice dio un ordine religioso dopo due divorzi e sette figli, passata dal lusso di Beverly Hils a servire il Signore fra i detenuti violenti del Messico
di Andrea Galli

L’ album dei fondatori è pieno di storie sorprendenti e improbabili. Quella di madre Antonia Brenner, che si è spenta lo scorso 17 ottobre a 86 anni, è certamente una di queste: ha fondato una famiglia religiosa, le Serve eudiste dell’undicesima ora, dopo metà della vita trascorsa in uno degli angoli più esclusivi d’America, Beverly Hills, e l’altra metà all’interno di una delle prigioni più violente del Messico, a Tijuana, avendo alle salle non uno ma due divorzi, e con sette figli ancora in vita. Una di quelle storie le ricordano come Dio sa trarre il bene più grande anche dai fallimenti esistenziali e di come le sue vie sono veramente infinite.

Mary Clarke, questo il suo nome di battesimo, era nata a Los Angeles il 1 dicembre del 1926, la seconda di tre figli. Aveva perso la madre all’età di tre anni ed era cresciuta legatissima al padre Joseph, figlio di immigrati irlandesi, un tipo di grande fede con un’altrettanta grande voglia di uscire dal cono d’ombra della povertà: dopo aver superato la Grande Depressione stringendo i denti, si era arricchito durante la guerra come fornitore di materiale da ufficio per l’esercito. Mary era cresciuta nella cittadina residenziale di Beverly Hills, fra il Jet set di Los Angeles, si era innamorata diciottenne di un amico del fratello maggiore e a diciannove anni si era sposata.Il suo primo figlio era morto durante il parto, un’esperienza che l’aveva traumatizza ma le aveva fatto scoprire la consolazione della preghiera. Erano seguiti altri due figli, ma dopo soli tre anni si era separata: il desiderio di arricchirsi aveva portato il marito Ray a ricorrere alla scorciatoia del gioco d’azzardo, con debiti crescenti e la distruzione della pace domestica. Mary aveva cercato di tenere in piedi il rapporto, ma alla fine era stato Ray a voler togliere gli ormeggi. Desiderosa di dare comunque una figura paterna ai propri figli, nel 1950 si era risposata con un giovane uomo d’affari, Cari Brenner.

L’unione fu feconda per quando riguarda la prole, con cinque figli, molto meno nell’intesa coniugale. Il rapporto si raffreddò nel tempo, lui sempre più preso dal lavoro, dalla vita sociale nei golf club, lei alle prese con sette figli da allevare e la ditta che aveva ereditato dal padre. Intanto Mary sentì un richiamo sempre più forte e intimo: quello della carità. Aveva sempre portato con sé l’anelito ad alleviare le sofferenze altrui, una generosità che le aveva instillato il padre, ma che nel tempo era diventata una vera e propria urgenza. Ad aiutarla ad affrontare quegli anni fu un sacerdote di Los Angeles, Anthony Brouwers, impegnato in diverse attività missionarie: capì la sua “stoffa” spirituale, così come la sua difficile situazione familiare e la convinse a vivere quest’ultima con fede, confidando nei disegni di Dio.

Dal fallimento alla chiamata

Mary iniziò a spostare le sue energie dalla ditta, che finì per vendere, al supporto alle attività della “Caritas” locali. Il suo garage divenne un centro di smistamento di vestiti, medicinali, abiti raccolti da ogni dove e distribuiti ai più bisognosi. Fin che un giorno, nel 1965, ricevette una telefonata che fu il germe della sua seconda vita. Un altro sacerdote californiano, venuto a sapere del suo impegno per i poveri, le chiese di unirsi a lui in uno dei suoi periodici viaggi poco al di là del confine con il Messico, a Tijuana, per portare aiuti alla popolazione e soprattutto ai carcerati di quello che era il penitenziario più caldo del Paese, La Mesa.

Tijuana era già avviata a diventare lo snodo del traffico di droga dall’America latina agli Stati Uniti, terminale di ogni tipo di attività illecita e luogo di incontro/scontro tra i vari cartelli criminali. Mary, che non parlava una parola di spagnolo, che con i suoi occhi azzurri, la pelle cerulea e il suo bon ton da “californiana bene” sembrava un’aliena in quel girone infernale, si sentì invece misteriosamente attratta da quel posto. Quando anche il suo secondo matrimonio finì – Carl si risposò – e quando i figli si resero autonomi, nel dolore e nello smarrimento capì che avrebbe voluto consacrare il resto della vita a Dio e al prossimo.

La scelta era sicura, l’obiettivo pure, ma la via molto meno: pensare che una congregazione religiosa potesse accogliere una cinquantenne con due divorzi alle spalle era una pia illusione. Pensò quindi di andare avanti da sola. Nel 1977 si recò in chiesa e fece una promessa di castità e servizio. Confezionò un velo da suora, se lo mise in testa e pochi mesi dopo bussò alla porta del carcere chiedendo di poter dare un aiuto, ma a tempo pieno: chiese di poter vivere proprio accanto ai detenuti, non solo di visitarli.

Con il Rosario fra i narcotrafficanti

La Mesa, come altre prigioni messicane, era organizzata come una piccola città murata: al centro una specie di piazza/mercato, con chioschi e negozietti, attorno la parte delle celle, con i boss che disponevano di appartamenti accessoriati e i poveracci stipati in stanzoni sudici. Le guardie vigilavano a distanza su una comunità che per gli affari correnti in pratica si autogestiva (per capire la scena può essere di aiuto un film del 2012 con Mei Gibson, Viaggio in Paradiso). Madre Antonia, questo il nome che Mary scelse in onore del suo antico mentore Anthony Brouwers, ottenne un angolino di pochi metri quadrati dove dormire, con una doccia senz’acqua calda, e da lì iniziò la sua missione.

All’esterno organizzò una casa per ospitare i familiari dei detenuti che venivano a far loro visita da ogni angolo del Paese, e dove potevano soggiornare coloro che una volta scontata la pena non sapevano dove andare. A La Mesa iniziò invece ad aggirarsi raccogliendo sfoghi e bisogni, e cercando di aiutare i più deboli: chi a livello legale, chi con qualche somma di denaro per la famiglia, chi con una visita da qualche buon medico o dentista, battendosi nel frattempo per il miglioramento delle condizioni carcerarie. Anche cercando di fermare i frequenti abusi: quando vedeva un agente umiliare un detenuto, lo apostrofava con il dito puntato: “Non dimenticare che è Cristo che hai fra le mani”.

Abbracciava tutti ricordando loro che erano figli amati dal Padre, regalava rosari e Vangeli e invitava a pregare. Diventò insomma I’ “Angelo della prigione”. Ai suoi figli e agli amici che negli Stati Uniti le chiedevano se non fosse impazzita, rispondeva: «II carcere mi ha liberato», e ripeteva una sua massima: «II bene è come un boomerang: quello che fai per gli altri ritorna sempre indietro». Si guadagnò il rispetto di assassini e capi mafia – fu lei a placare una delle più violente rivolte nella storia di La Mesa – che non ave va paura di guardare in faccia, dicendo loro che sarebbe arrivato il giudizio di Dio e chi dovevano pentirsi.

Non è mai troppo tardi per amare Dio

II suo impegno alla fine fu riconosciuto anche dalla Chiesa. Nel 1991 fu il vescovo e San Diego, Leo Maher, a dirle che avrebbe dovuto dar vita a una famiglia religiosa. Nel 1997 ebbe il consenso della diocesi di Tijuana e nel 2003 il vescovo Rafael Romo Munoz riconobbe le Serve eudiste dell’undicesima ora, un istituto ispirato carisma del francese san Giovanni Eude (1601 -1680) e rivolto a donne tra i 45 e i 65 anni chiamate a una vita di consacrazione dopo quella matrimoniale, perché vedove o divorziate. Donne chiamate in extremis ovvero dopo quell’”ora decima” a cui a venne la chiamata degli apostoli Andrea Giovanni secondo il Vangelo.

Oggi le suore sono una trentina, divise tra Messico Stati Uniti, a Tijuana hanno la casa madre dove tutte si ritrovano una volta all’anno per il rinnovo dei voti (non fanno voti perpetui). Non sono molte anche perché, vista l’età media avanzata, diverse religiose sono già morte. Ma, come ci dice al telefono suor Lillian Manning, che dirige il le centro a Lockhart, in Texas – anche lei con un sofferto divorzio alle spalle e cinque figli – sono attive e fiere di ricordare a chi porta nel cuore l’amore per i poveri, per i carcerati, per gli ammalati, per gli ultimi per i tutti i figli di Dio che sono abbandonati, che non è mai troppo tardi per servire il Signore».

Fonte: Il Timone n.130 febbraio 2014

La passione delle pazienze (Madeleine Delbrêl)

Perché abbiamo dimenticato che se ci son fili di lana \ tagliati netti dalle forbici, ci son fili di maglia che giorno \ per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano.
La passione, la nostra passione, sì, noi l’attendiamo.
Noi sappiamo che deve venire, e naturalmente intendiamo
viverla con una certa grandezza.
Il sacrificio di noi stessi: noi non aspettiamo altro che
ne scocchi l’ora.
Come un ceppo nel fuoco, così noi sappiamo di dover
essere consumati. Come un filo di lana tagliato
dalle forbici, così dobbiamo essere separati. Come un giovane
animale che viene sgozzato, così dobbiamo essere uccisi.
La passione, noi l’attendiamo. Noi l’attendiamo, ed essa non viene.Vengono, invece, le pazienze.
Le pazienze, queste briciole di passione, che hanno lo
scopo di ucciderci lentamente per la tua gloria, di
ucciderci senza la nostra gloria.

Fin dal mattino esse vengono davanti a noi:
sono i nostri nervi troppo scattanti o troppo lenti,
è l’autobus che passa affollato,
il latte che trabocca, gli spazzacamini che vengono,
i bambini che imbrogliano tutto.
Sono gl’invitati che nostro marito porta in casa
e quell’amico che, proprio lui, non viene;
è il telefono che si scatena;
quelli che noi amiamo e non ci amano più;
è la voglia di tacere e il dover parlare,
è la voglia di parlare e la necessità di tacere;
è voler uscire quando si è chiusi
è rimanere in casa quando bisogna uscire;
è il marito al quale vorremmo appoggiarci
e che diventa il più fragile dei bambini;
è il disgusto della nostra parte quotidiana,
è il desiderio febbrile di quanto non ci appartiene.

Così vengono le nostro pazienze, in ranghi serrati o in
fila indiana, e dimenticano sempre di dirci che sono il martirio preparato per noi.

E noi le lasciamo passare con disprezzo, aspettando –
per dare la nostra vita – un’occasione che ne valga la pena.
Perché abbiamo dimenticato che come ci sono rami
che si distruggono col fuoco, così ci son tavole che
i passi lentamente logorano e che cadono in fine segatura.
Perché abbiamo dimenticato che se ci son fili di lana
tagliati netti dalle forbici, ci son fili di maglia che giorno
per giorno si consumano sul dorso di quelli che l’indossano.
Ogni riscatto è un martirio, ma non ogni martirio è sanguinoso:
ce ne sono di sgranati da un capo all’altro della vita.

E’ la passione delle pazienze.

Madeleine Delbrêl

(tratto da Madeleine Delbrêl, Il piccolo monaco, P. Gribaudi editore, Torino, 1990)

La speranza nel mondo antico e nell’Antico Testamento

Il mondo antico conobbe la speranza nei termini in cui ora stiamo tracciandone il profilo (vedi articoli precedenti)? Mi sento di dire di no. Per prima cosa vorrei dire qualcosa sul mondo Greco. Esso fu fondamentalmente segnato dalla dimensione del Tragico (nella foto: Eschilo, tragediografo greco)
Con belle parole Salvatore Natoli – filosofo contemporaneo – osserva: “ La tragedia è qualcosa di più del semplice soffrire o della stessa esperienza della morte(…)essa è lo scontro con l’ineluttabile(…)l’essenza del tragico risiede nell’assolutezza del contrasto, essa si istituisce nella tensione fra opposte necessità… il tragico non è, però, relativo a eventi più o meno dolorosi, ma costituisce una dimensione ontologica”.
La vita dell’uomo antico conobbe certamente il piacere, la frenesia, la bellezza, l’entusiasmo, ma fu sempre sotto la spada pendente del fato, di un destino che annienta, contro il quale, l’uomo non può nulla. Egli sapeva che la sua vita è decisa dal destino, la morte era inscritta nella vicenda di ciascuno già al momento della nascita. L’elemento che maggiormente caratterizza la religiosità Greca è comunque la valorizzazione del presente.
Come attesta il grande storico delle religioni Mircea Eliade: “ la gioia di vivere scoperta dai greci non è un godimento di tipo profano, rivela la beatitudine di esistere, di partecipare alla spontaneità della vita e alla grandiosità del mondo. Come tanti altri, prima e dopo di loro, i Greci hanno appreso che il mezzo più sicuro di sfuggire al tempo è quello di sfruttare fino in fondo la ricchezza dell’attimo fuggente.”
Il nostro tempo, anche in questo, sembra riproporre un ottimismo vitale legato alla possibilità della longevità e della pienezza di ogni attimo secondo la logica del carpe diem. In questa prospettiva si inscrive l’emergere prepotente di un vero e proprio culto del presente e dell’autoaffermazione a scapito dell’altro. L’individualismo contemporaneo germina e prolifera infatti dentro la dimensione competitiva del nostro tempo. Gli uomini, la cui unica speranza, il cui unico ottimismo, si situa nella riuscita in tempi brevi dei propri progetti, necessariamente vedranno nel prossimo non un fratello, ma un potenziale avversario.
Non a caso i movimenti più aggressivi e “progressisti” che calcano la scena della politica contemporanea, insistono per affermare sempre più i diritti individuali a scapito della dimensione comunitaria. Ma torniamo alla religione greca: per i contemporanei di Omero, la morte consisteva in una forma di esistenza umbratile, larvale, priva di consistenza. Lo spirito di Achille evocato da Ulisse dichiarerà preferibile una vita da schiavo sulla terra piuttosto che una da sovrano nel regno dei morti. E fu così anche per l’uomo romano, che proprio in ragione di un bisogno insopprimibile d’eterno e perciò di senso, si lasciò sedurre dal fascino del cristianesimo. Perché l’uomo antico, come abbiamo visto appare segnato dalla sconfitta e la vita per quanto lunga muove verso un destino d’oblio e di dissoluzione. E poco consola l’idea che da tale contrasto, da tale distruzione, germinerà nuova vita; o che attraverso le virtù di una vita secondo natura-come insegnava lo stoicismo-si potesse pacificare il dissidio che era in ciascuno. Sul fondo di queste concezioni è presente un’idea pessimistica dell’esistenza, vinta e in qualche modo occultata dalla forte carica comunitaria e religiosa, densa di simbolismi e riti che rendeva il quotidiano accettabile e dotato di senso.
Questa dimensione è -tra l’altro- esattamente ciò che manca nel modo più assoluto alla civiltà occidentale secolarizzata. Ma il mondo greco ad un certo punto incontrò un’altra tradizione L’Ebraico-Cristiana. Osserva ancora George Weigel, nel suo bel libro “La cattedrale e il Cubo: “Nel mondo classico, così come nel mondo pagano del Mediterraneo orientale abitato da ebrei, come ricordato nella bibbia ebraica, gli dei o il Fato giocavano con uomini e donne, spesso con conseguenze letali; si ricordi per esempio l’interferenza degli dei nelle vicende umane dell’’Iliade e dell’ Odissea(…)L’apparizione nella storia di un Dio unico chè non era né un tiranno ostinato né un’astrazione lontana, fu percepita come una grande liberazione(…)La storia non era infatti un palcoscenico in cui gli esseri umani erano manovrati dagli dei e dalle divinità come burattini; la storia era piuttosto un’arena di responsabilità e di propositi.”
E’ a questo livello che può emergere la speranza, cioè nel momento in cui l’uomo può sentirsi protagonista di un destino, seppur legandosi liberamente in un rapporto con Dio che, come vedremo, diviene sorgente di libertà vera e di fondata speranza. E’ a partire da questa idea di vita e di storia che prenderà corpo dentro la teologia cristiana il coraggio di pensare l’intera vicenda umana come espressione di un piano divino carico di attenzione verso l’uomo e perciò portatore di una speranza che vince ogni timore.
La speranza nell’antico testamento.
 A differenza degli altri popoli il popolo di Israele ha preso forma ed ha vissuto con una costante apertura verso il futuro. Esso ha sperimentato la speranza come elemento costitutivo della propria storia. Rispetto a tutti gli altri popoli il popolo ebraico ha concepito il tempo non più secondo una prospettiva circolare, bensì lineare. Il tempo per il pio israelita ha avuto un inizio e muove verso una fine, che ne realizza il senso e la pienezza. Eppure anche la storia del popolo ebraico mosse da un singolo interpellato, chiamato ad una nuova vita da Dio stesso. La vicenda di Abramo, in tal senso, fonda il cammino di Israele. Dio conosce, promette, provoca una speranza. Essa, per il padre della fede ebraica è individuata nella possibilità di una discendenza. In tal modo la vita del singolo appare riscattata dal pericolo dell’oblio. Abramo infatti non conosce e perciò non crede nella vita eterna.
 Egli però crede nella promessa di Dio a tal punto da essere disposto a sacrificare la cosa che più ama, il figlio Isacco. Abramo credette contro ogni speranza, nella disperazione più nera; nel silenzio stesso di Dio egli ebbe il coraggio di dire sì, di rispondere ancora alla chiamata. Perciò la sua speranza non fu tradita. Emerge in tal modo con chiarezza un primo vincolo, quello che lega strettamente speranza e fede. La speranza di Abramo assume nella tradizione ebraica il volto di un’ attesa storica, di un riscatto del mondo dalla malasorte, grazie all’intervento di Dio, un Dio che non è più numen locale ma personale. Vorrei soffermarmi con una certa attenzione sull’episodio che forse più di ogni altro rivela la speranza del credente Ebreo: la storia di Isacco. Tutti sappiamo come Abramo visse e sperò. Egli, udita la voce di un Dio personale, lasciò le certezze del suo mondo, della sua città, dei rassicuranti riti offerti alle divinità caldee e si mise in viaggio. La speranza di avere un figlio si realizzò per lui quando sua moglie Sara era oramai vecchia.
Quel figlio crebbe e quando fu forte, un ragazzo nel cui sguardo Abramo poteva ora riconoscere se stesso, Dio gli comandò di salire sul monte Moira, per offrire un sacrificio. Mentre saliva sul monte certamente Isacco fu consapevole che mancava l’oggetto del sacrificio; si inquietò, non comprese, forse ebbe paura, ma si fidò di suo padre. E quando lo interpellò con la domanda che oramai in lui urge incessantemente, ricevette dal padre questa risposta: “ Dio provvederà…”( Gn.22,8). L’ansia, nel cuore di Isacco crebbe mentre lo spettro della disperazione si faceva strada nella granitica fede di suo padre. Giunti sul monte, con gesti lenti ed esperti prepararono l’altare, insieme; poi, credo, Isacco si dispose sul’ara e porse le mani e le caviglie al padre perché le legasse. Fra i due non ci furono parole, non credo, tutto accadde come si stesse svolgendo un tragico copione, come se l’antico e pagano Fato fosse riapparso a riscuotere il conto, e la colpa accumulata da quel temerario vecchio e dal suo sciagurato figlio. Ma quando il coltello si alzò e tutto sembrò perduto -il tempo, la promessa, l’attesa, il senso della nascita, della vita- Abramo ed Isacco simultaneamente videro un montone impigliato con le corna nella sterpaglia.
Osserva il nostro Papa BenedettoXVI: “Tutto il culto proviene da questo sguardo di Isacco, da ciò che egli ha visto in quel punto(…) In questo attimo è diventato evidente che la storia universale non è una tragedia, non è un irrisolvibile dramma di potenze in lotta tra loro, ma divina commedia: colui che aveva gettato uno sguardo sulla realtà ultima -la morte- poteva ridere.”
Se ci pensiamo, Isacco conosce sino in fondo il patire; ma in questo caso, il dolore ed ogni sofferenza, a ben vedere, non coincidono con l’attimo della morte, bensì con tutto ciò che precede questo istante. Isacco conobbe tutta l’angoscia e il non senso che precede la morte; in più, egli conobbe l’apparente abbandono di Dio. Egli, salendo al monte, ebbe modo di maturare la disperazione, di sentirla crescere dentro. Ma nell’attimo del morire per mano di chi gli aveva dato la vita, egli vide il montone e tutta la sua sofferenza assunse un valore: Dio provvede. Lasciamo, per ora, questa straordinaria storia per riprenderla fra un po’ ed assaporarne così il gusto pieno. Per fare questo dovremo però attendere la definitiva rivelazione, quella di Cristo. Torniamo, per ora alla speranza di Israele. Attraverso la storia di Abramo, dunque, si affaccia nel cuore dell’ebraismo la speranza; ma essa si precisa ulteriormente con la vicenda storica di Mosè. Anche lui fu provato, ma nonostante le molteplici prove egli si erse davanti al suo popolo come il liberatore. Con lui nella coscienza di Israele maturò l’idea di un Dio liberatore, di un Dio vincitore, di un Dio legislatore. Mosè sperò: quando mosso da pietà nei confronti del proprio popolo oppresso dal faraone cercò di liberarlo. Ma egli fallì, perché non comprese che solo affidandosi a Dio lo sforzo umano non risulta vano. Ci volle l’esperienza del deserto e l’abbandono della propria presunzione e la spogliazione di sé, perché, dopo l’epifania del roveto ardente, Mosè diventasse il condottiero, il “liberatore”.
 Ma Mosè non entrò nella terra promessa; egli però insegnò al suo popolo come si può vedere Dio: “Seguire Dio, dovunque Egli ci porta, proprio questo significa vedere Dio”( Gregorio di Nissa.). L’esperienza di Abramo si ripropone dunque con Mosè; il seguire Dio, con lui però si connota di una nuova dimensione: quella morale. Questo significa che l’agire per conseguire la pienezza del bene cui ciascuno aspira, non può fare a meno del dono della legge di Dio. In tal senso la legge morale espressa nelle tavole che Dio consegna a Mosè, appare come fonte unica di liberazione, come la sola e vera via che affranchi l’uomo da ogni presunzione di autosufficienza. La legge morale appare dunque come l’insopprimibile base sulla quale scommettere la vita dentro una prospettiva di fondata speranza.
Ma la storia di Israele è storia di tradimenti. Ben presto, il regno di Dio assunse una valenza politica, troppo umana, poco attenta alla reale volontà del creatore, inoltre il primato della morale finì per moltiplicare la dimensione precettistica che pesò sempre più sulle spalle dei fedeli. Contro questo modo di concepire l’Alleanza con Dio, un modo che sembra volere possedere il futuro attraverso una costruzione umana, reagì la critica profetica. Il profetismo biblico sviluppò l’attesa messianica su una linea di profonda interiorizzazione dei valori. In tal senso l’uomo appare come la causa del male e questo per la sua incapacità di corrispondere al volere di Dio, al suo appello. L’esilio è letto dai profeti come il castigo attraverso il quale Dio converte, purifica, rende sapiente il popolo, che attende un’azione futura di Dio capace di liberarlo dai propri idoli.
Con la letteratura del tardo giudaismo e con la letteratura Apocalittica emergono due nuovi elementi. Si intravvede, come radice della speranza, in primis, la possibilità della resurrezione, ovvero di un Dio che vince la morte, ripianando le ingiustizie e dando a ciascuno la propria mercede. Il libro dei Maccabei si caratterizza in particolare per questo annuncio, in un conteso globale in cui molti movimenti messianici avevano conosciuto l’onta della disfatta. Secondariamente emerge la convinzione che l’intera vicenda umana riveli progressivamente il piano salvifico di Dio, anzi che la storia sia proprio una storia di salvezza e perciò meritevole di speranza totale. E’ questo il senso della letteratura apocalittica ossia della rivelazione di ciò che era nascosto.

Eulero: un gigante della matematica e della scienza parla di Dio, angeli e demoni

Da Francesco Agnoli

Ho già avuto modo di raccontare un dato di fatto incontrovertibile, per quanto poco conosciuto: i migliori matematici, così come i migliori scienziati, sono, nella stragran parte dei casi, uomini religiosi. Più religiosi, se si potesse fare una statistica, dei letterati o dei poeti. Perché, adattando Alexis Carrel, tanta osservazione e un po’ di ragionamento, portano a Dio, mentre molto ragionamento e poca vita, poca esperienza, poca realtà conducono, spesso, all’ideologia e allo scetticismo. Ebbene, tra questi giganti di cui si legge che fosse un uomo di fede vi è lo svizzero Leonardo Eulero, il cui nome è sempre affiancato a quello dei più grandi matematici di sempre: Archimede, Newton e Gauss. Gli esperti dicono che è stato “il più prolifico matematico della storia”, mentreRonaldCalinger riassume così i suoi meriti: “Nel cuore della sua ricerca si trovano l’Analisi infinitesimale, o Calcolo differenziale, e la Meccanica razionale. Insieme alla meccanica celeste, le fece diventare la scienza par excellence del XVIII secolo. Fu il principale creatore dal Calcolo delle variazioni e delle equazioni differenziali, ed un precursore della Geometria differenziale delle superfici. In Meccanica, Euler, non Newton, formulò la maggior parte delle equazioni differenziali…permise di trasformare la meccanica e l’astronomia in moderne scienze esatte, basate sul calcolo infinitesimale” Inoltre “fondò la meccanica dei continui, promosse la balistica, la cartografia, la diottrica, la teoria dell’elasticità, l’idraulica, l’idrodinamica, la teoria della musica, la teoria dei numeri, l’ottica e la teoria delle navi…”.

Per quanto riguarda gli interessi di questa rubrica, Eulero era anche un conoscitore degli studi classici, greci e latini, e un assiduo lettore delle Sacre Scritture. La sua epoca è il Settecento, il secolo dei lumi, in cui la potenza della ragione umana viene sovente esaltata non come dono di Dio, ma come motivo di orgoglio e sfida dell’uomo al cielo. Ebbene Eulero, sia alla corte di Caterina di Russia sia presso Federico II, a Berlino, non si esime dallo schierarsi contro lo spirito del suo tempo. A costo di scontrarsi con Voltaire, Diderot, D’Alambert e altri enciclopedisti che si autoproclamano portatori e interpreti del verbo della scienza. E’ il traduttore inglese delle Lettere ad una principessa tedesca di Eulero, Henry Hunter, a notare, nella prefazione, che le opere di Rousseau e di Voltaire sono nelle mani di tutti, mentre i pensieri filosofici e religiosi di una vera autorità scientifica come Eulero sono ai più sconosciuti.

Come sconosciuto ed ancora oggi introvabile, se non in archivio, è il suo trattato tradotto e stampato in Italia, a Pavia, nel 1777, intitolato: Saggio di una difesa della divina Rivelazione. Ebbene, in questo saggio, breve ma denso, Eulero sostiene che “la perfezione dell’intelletto consiste nella cognizione della Verità, donde la concezione del Bene immediatamente deriva”: “i principali oggetti di tal cognizione sono Dio e le sue Opere, giacché tutte le altre verità a cui l’uomo mercé la sua riflessione può giungere si riducono per ultimo a Dio e alle Opere della sua Onnipotenza. Dio è la Verità, e il mondo è l’Opera delle sue infinita Onnipotenza e Sapienza”.

Poi Eulero accenna alla “Legge Naturale, per cui col lume della Natura i doveri delle nostre azioni si definiscono” e che “con tutta ragione viene nominata Legge Divina, perché Dio medesimo l’ha impressa, per così dire, nel cuore degli Uomini”. E’ la trasgressione di questa legge che porta all’infelicità: “Niente è dunque veramente capace di rendere veramente felice un uomo, fuorché primieramente una sufficiente cognizione di Dio, delle sue Opere, ma secondariamente una perfetta soggezione della propria Volontà alla Divina Volontà”; soggezione non facile, vista la corruzione insita nell’uomo a causa del peccato originale.

Nel trattato Eulero sostiene l’esistenza di spiriti intelligenti e razionali, gli Angeli e i Demoni; difende le Sacre Scritture come testi della cui “origine divina non possiamo dubitare”; argomenta a favore della possibilità dei miracoli, e in particolare della Resurrezione di Cristo. Quanto alla ragione umana essa è considerata limitata, e per questo bisognosa della Rivelazione: “Conviene inoltre riflettere che nelle Sacre Scritture quelle cose soltanto sono rivelate, le quali o non mai o molto difficilmente si sarebbero potute colla nuda ragione di scoprire…”. La conclusione di Eulero è dura: si scaglia contro la “fazione de’ libertini e dileggiatori della Rivelazione”, che con le loro argomentazioni fallaci cercano di sedurre il prossimo.

Questo saggio costò a Eulero critiche e una certa impopolarità presso alcuni potenti dell’epoca; ma i biografi concordano nel definirlo un uomo alieno dalla cortigianeria e dall’ambizione e segnato da una “totale mancanza di meschino orgoglio”. E’ in questa umiltà, invero, che si trova la radice della sua fede in Dio. Umiltà che mancava, negli stessi anni, a tante intelligenze scettiche, certamente inferiori alla sua; umiltà che distingue il sapiente, dall’intellettuale.

Il Foglio, 29 maggio 2014

Eulero: un gigante della matematica e della scienza parla di Dio, angeli e demoni

Da Francesco Agnoli

 

Ho già avuto modo di raccontare un dato di fatto incontrovertibile, per quanto poco conosciuto: i migliori matematici, così come i migliori scienziati, sono, nella stragran parte dei casi, uomini religiosi. Più religiosi, se si potesse fare una statistica, dei letterati o dei poeti. Perché, adattando Alexis Carrel, tanta osservazione e un po’ di ragionamento, portano a Dio, mentre molto ragionamento e poca vita, poca esperienza, poca realtà conducono, spesso, all’ideologia e allo scetticismo. Ebbene, tra questi giganti di cui si legge che fosse un uomo di fede vi è lo svizzero Leonardo Eulero, il cui nome è sempre affiancato a quello dei più grandi matematici di sempre: Archimede, Newton e Gauss. Gli esperti dicono che è stato “il più prolifico matematico della storia”, mentreRonaldCalinger riassume così i suoi meriti: “Nel cuore della sua ricerca si trovano l’Analisi infinitesimale, o Calcolo differenziale, e la Meccanica razionale. Insieme alla meccanica celeste, le fece diventare la scienza par excellence del XVIII secolo. Fu il principale creatore dal Calcolo delle variazioni e delle equazioni differenziali, ed un precursore della Geometria differenziale delle superfici. In Meccanica, Euler, non Newton, formulò la maggior parte delle equazioni differenziali…permise di trasformare la meccanica e l’astronomia in moderne scienze esatte, basate sul calcolo infinitesimale” Inoltre “fondò la meccanica dei continui, promosse la balistica, la cartografia, la diottrica, la teoria dell’elasticità, l’idraulica, l’idrodinamica, la teoria della musica, la teoria dei numeri, l’ottica e la teoria delle navi…”.

Per quanto riguarda gli interessi di questa rubrica, Eulero era anche un conoscitore degli studi classici, greci e latini, e un assiduo lettore delle Sacre Scritture. La sua epoca è il Settecento, il secolo dei lumi, in cui la potenza della ragione umana viene sovente esaltata non come dono di Dio, ma come motivo di orgoglio e sfida dell’uomo al cielo. Ebbene Eulero, sia alla corte di Caterina di Russia sia presso Federico II, a Berlino, non si esime dallo schierarsi contro lo spirito del suo tempo. A costo di scontrarsi con Voltaire, Diderot, D’Alambert e altri enciclopedisti che si autoproclamano portatori e interpreti del verbo della scienza. E’ il traduttore inglese delle Lettere ad una principessa tedesca di Eulero, Henry Hunter, a notare, nella prefazione, che le opere di Rousseau e di Voltaire sono nelle mani di tutti, mentre i pensieri filosofici e religiosi di una vera autorità scientifica come Eulero sono ai più sconosciuti.

Come sconosciuto ed ancora oggi introvabile, se non in archivio, è il suo trattato tradotto e stampato in Italia, a Pavia, nel 1777, intitolato: Saggio di una difesa della divina Rivelazione. Ebbene, in questo saggio, breve ma denso, Eulero sostiene che “la perfezione dell’intelletto consiste nella cognizione della Verità, donde la concezione del Bene immediatamente deriva”: “i principali oggetti di tal cognizione sono Dio e le sue Opere, giacché tutte le altre verità a cui l’uomo mercé la sua riflessione può giungere si riducono per ultimo a Dio e alle Opere della sua Onnipotenza. Dio è la Verità, e il mondo è l’Opera delle sue infinita Onnipotenza e Sapienza”.

Poi Eulero accenna alla “Legge Naturale, per cui col lume della Natura i doveri delle nostre azioni si definiscono” e che “con tutta ragione viene nominata Legge Divina, perché Dio medesimo l’ha impressa, per così dire, nel cuore degli Uomini”. E’ la trasgressione di questa legge che porta all’infelicità: “Niente è dunque veramente capace di rendere veramente felice un uomo, fuorché primieramente una sufficiente cognizione di Dio, delle sue Opere, ma secondariamente una perfetta soggezione della propria Volontà alla Divina Volontà”; soggezione non facile, vista la corruzione insita nell’uomo a causa del peccato originale.

Nel trattato Eulero sostiene l’esistenza di spiriti intelligenti e razionali, gli Angeli e i Demoni; difende le Sacre Scritture come testi della cui “origine divina non possiamo dubitare”; argomenta a favore della possibilità dei miracoli, e in particolare della Resurrezione di Cristo. Quanto alla ragione umana essa è considerata limitata, e per questo bisognosa della Rivelazione: “Conviene inoltre riflettere che nelle Sacre Scritture quelle cose soltanto sono rivelate, le quali o non mai o molto difficilmente si sarebbero potute colla nuda ragione di scoprire…”. La conclusione di Eulero è dura: si scaglia contro la “fazione de’ libertini e dileggiatori della Rivelazione”, che con le loro argomentazioni fallaci cercano di sedurre il prossimo.

Questo saggio costò a Eulero critiche e una certa impopolarità presso alcuni potenti dell’epoca; ma i biografi concordano nel definirlo un uomo alieno dalla cortigianeria e dall’ambizione e segnato da una “totale mancanza di meschino orgoglio”. E’ in questa umiltà, invero, che si trova la radice della sua fede in Dio. Umiltà che mancava, negli stessi anni, a tante intelligenze scettiche, certamente inferiori alla sua; umiltà che distingue il sapiente, dall’intellettuale.

Il Foglio, 29 maggio 2014