IL LEONE, L’ARMADIO, LA STREGA. LE COSE A VOLTE SONO AL LORO POSTO

Conoscete la storia raccontata nelle cronache di Narnia? A me è piaciuta molto. Mi sarebbe piaciuto incontrarla da bambina questa storia, invece l’ho letta da mamma alle mie figlie; poi ci siamo visti anche il dvd. Fughe sotto i cuscini per l’arrivo del lupo, fermi immagine strategici, facciotte nascoste sotto le braccia della mamma o del papà e 100 volte le stesse domande: “E’ velo che il leone è il più forte di tutti e che la Strega muole?”. “Velo che gli tagliano la cliniela ad Aslan, velo, povelino?!”.
Ecco insomma sono fiera che in mezzo a tante malefiche insidiosissime Winx – attenzione mamme, attenzione ai cartoni animati, alcuni sono terrificanti! Sembrano belli, innocui, lievi, invece no – a storie che non hanno niente di male da raccontare ma il male è che mancano delle cose, delle persone, dei ruoli (ho in mente tanti cartoni nuovi in cui mancano mamma e papà, tipo Fragolina Dolcecuore, o sono dei deficienti insulsissimi vedi Due fantagenitori, o Trilly stessa e quelle tipe delle sue Amiche;  certo sono carine da matti, deliziose, tintinnano, sfarfallano polverina magica, hanno voci melodiose, spnp rispettosissime della natura. Ma la natura accidenti a lei perché è sempre scritta con la N maiuscola e di Dio nessuno ha mai sentito parlare? Cartoni dove il valore supremo , ciò per cui è degno vivere, si riduce a mangiare verdure e ricordarsi di buttare la plastica nel raccoglitore giusto..), ecco in tutto questo sono contenta che :
1-   sia io che il papà di queste tre misteriose creature che sono le nostre figlie facciamo vedere meno televisione di un po’ di tempo fa;  e 2-  a volte riusciamo a proporre cose interessanti.
Per Narnia e la storia che racconta mi torna buona una vaga reminiscienza liceale, sul compito e la natura della retorica, di un tal Cicerone (ps: che due sere fa si è pure meritato un L’eterno riposo dalle tre di cui sopra perché giuro non mi ricordo come siamo finiti a parlare di Cicerone e del fatto che era già morto, povelino!): movere, docere, delectare. Quella delle Cronache di C. S. Lewis è una storia che tocca, insegna e diletta. Dove le cose sono al loro posto: la Strega è simbolo, potenza non onnipotente del male;  la natura – che ha la minuscola –  è meravigliosa e lussureggiante ma soffre anche lei quando l’ordine del mondo è tradito; si irrigidisce nel gelo, prima di esplodere in una stupefacente primavera che segue festante la Resurrezione di Aslan.
Ora, seguitemi se vi va in questa virata brusca: avete presente Lucy, la più giovane dei 4 fratelli, davanti alla porta socchiusa del guardaroba, che lo guarda con un’attrazione mescolata a spavento? Che si chiede cosa ci sarà dentro? E poi entra e il guardaroba è effettivamente un luogo misterioso, inesplorato, pieno di sorprese, che schiude addirittura un altro meraviglioso mondo? Trattenete un attimo questa sensazione….fatto? Ora trasferitela su mio marito: è quello che vive tutte le -rare – volte che, ingenua, illusa, gli dico “prendi per favore una canottiera nell’armadio della bambine, secondo cassetto?”.

Renzi e le riforme, chi vivrà vedrà

di Titta Sgromo

19 febbraio 2014
Matteo Renzi, appena uscito dal Quirinale, ha dichiarato: “Porteremo avanti la legislatura fino al 2018, e partiremo dalle riforme e dal lavoro. Non un accenno alla diminuzione della pressione fiscale e alla disastrata Giustizia.

L’altro giorno, a bordo di un taxi che mi portava da casa allo studio, il conducente mi chiedeva, non senza prima pronunciare un epiteto non molto gradevole per i politici, che cos’ha Renzi di più o di diverso da Enrico Letta, defenestrato dal suo stesso partito, per attuare le riforme e quei provvedimenti utili per ovviare al gravissimo problema della disoccupazione. Ha forse la bacchetta magica o forti addentellati con la Merkel, utili per consentire all’Italia lo sforamento del 3%? Al tassista molto preparato, non ho risposto.

Il Renzi, vincendo le Primarie, ha imposto la sua leadership, dimostrando con il suo entusiasmo di aver avuto, se non altro, il coraggio di far tacere le vecchie, stantie voci di coloro che sono rimasti ancorati ancora al verbo del Partito comunista. Comunque ha commesso un errore che gli sarà a breve fatale e che in molti gli rimprovereranno. Quando conduceva la campagna elettorale per le Primarie, il Renzi, simpatico anche a destra, prometteva sì il rinnovamento, ma dopo essersi sottoposto alla valutazione popolare. Gli daranno del bugiardo ed a giusta ragione per aver probabilmente assorbito il diktat del monarca Napolitano che dal giugno del 2013, con il Governo Monti prima ed il Governo Letta dopo, ha ignorato per il bene del Paese (Italia è una parola che non si deve pronunciare) il principio fondamentale sul quale si regge la democrazia: il suffragio popolare. Senza la legittimazione popolare, quale maggioranza potrà sostenere il Governo Renzi se non quella formata dal chierichetto Alfano e dai seguaci della mai morta deriva democristiana, rappresentata dai traditori di Berlusconi, che pur di rimanere abbarbicati alle poltrone non esiterebbero un attimo a tradire anche il Cristo re? (figuriamoci Renzi!) Alla fine della corsa, il tassista mi ha salutato con questa espressione: “Ma chi glielo ha fatto fare!”. Comunque voglio essere positivo e starò alla finestra come tutti gli italiani per assistere a ciò che accadrà, anche se non vedo molte novità nella scelta della compagine governativa, condizionata da Napolitano che vorrebbe suoi uomini, sempre tecnici, a guidare i ministeri chiave quali l’Economia, la Giustizia, gli Interni.

Certo è che, se Renzi non vorrà perdere la faccia, non dovrà rimangiarsi l’accordo sulle riforme stipulato con Berlusconi: la riforma elettorale con lo sbarramento al 4 o 5% per i partiti minori (fra i quali non ci vuole molto ad annoverare il Nuovo Centrodestra di Alfano) e con il premio di maggioranza oltre il 37% e le altre riforme indispensabili per la salvezza dell’Italia, tra cui quella dell’ordinamento giudiziario che è la causa principale del degrado economico e sociale nel quale viviamo. Quella elettorale avrà certamente successo grazie a Berlusconi e agli “inutili idioti” che lo circondano. Molto difficile vedo la realizzazione delle altre, a causa dell’ostracismo del partito del Premier e per il continuo condizionamento dei “soliti idioti” che si opporranno nel momento in cui dovessero vedere un pericolo per le loro poltrone. Poco male, perché penso che una volta approvato l’Italicum non si può non restituire la parola agli italiani, che a quel punto premeranno per il voto.

Viceversa, il signor Renzi, quando consulterà i suoi possibili alleati di Governo, si renderà conto di due circostanze che penso già immaginerà. La prima è quella riguardante il terrore che pervade gli esponenti del Ncd di andare a votare con l’Italicum, essendo certa la loro esclusione dal Parlamento (gli Italiani perdonano tutto tranne il tradimento, come già è avvenuto con Fini e Futuro e Libertà). La seconda, quella riguardante il Pd che in questi momenti ha molti mal di pancia, mal di pancia che diverrà insopportabile ove le riforme del patto con Berlusconi venissero realizzate unitamente a quella riguardante l’ordinamento giudiziario ed il Csm. Chi vivrà vedrà!

fonte: l’opinione

La sinistra che deve fare la destra

di Arturo Diaconale

19 febbraio 2014EDITORIALI
Renzi come D’Alema, entrambi a Palazzo Chigi per manovre di Palazzo e senza investitura popolare? In apparenza è così. Ma nella sostanza la similitudine è molto più profonda. E riguarda la vera anomalia della politica italiana, quella che spingeva l’Avvocato Giovanni Agnelli a sostenere che nel nostro Paese solo un Governo di sinistra può realizzare politiche di destra.

Massimo D’Alema sostituì Romano Prodi alla guida del Governo grazie ad un’operazione condotta con spregiudicata abilità da Francesco Cossiga, l’uomo di Gladio e della lealtà atlantica dell’Italia. L’ex Presidente della Repubblica non era animato dall’intento di favorire il perfezionamento della democrazia dell’alternanza determinando la nascita del primo Governo a guida post-comunista della storia dell’Italia repubblicana. Voleva solo, sicuramente su sollecitazione dei massimi vertici della Nato (cioè degli Stati Uniti), creare le migliori condizioni affinché il nostro Paese potesse assicurare l’uso delle proprie basi militari e della propria partecipazione alla guerra che l’Alleanza Atlantica si accingeva a scatenare contro la Serbia di Milosevic.

Il cattolico Prodi avrebbe potuto garantire che l’Italia sarebbe entrata in guerra, per la prima volta dopo la fine del secondo conflitto mondiale, tenendo a freno le tensioni che sarebbero inevitabilmente venute dalla sinistra pacifista e antiatlantica che era forza determinante del suo Governo? Cossiga e i suoi ispiratori giudicarono opportunamente che Prodi non avrebbe potuto offrire alcuna garanzia in questo senso. Pensarono che solo un comunista avrebbe potuto fare guerra ad un Paese comunista tenendo a bada i propri comunisti. E realizzarono la manovra di Palazzo che portò il primo ex comunista a guidare il Governo della prima guerra dell’Italia repubblicana contro il comunista Milosevic. Un capolavoro! Ovviamente di applicazione della tesi di Agnelli secondo cui nel nostro Paese solo Governi di sinistra possono comportarsi come Governi di destra.

Matteo Renzi si accinge a compiere un’operazione del tutto simile a quella realizzata a suo tempo da D’Alema. Non deve portare il Paese ad entrare in guerra tenendo tranquilla la sua base pacifista. Deve realizzare quella serie di riforme che i Governi di centrodestra degli ultimi vent’anni non sono riusciti a compiere a causa dell’opposizione intransigente della propria parte politica. Dalle riforme istituzionali bocciate dal referendum promosso e vinto a suo tempo dal Partito Democratico all’abolizione, almeno per i primi tre anni dei nuovi assunti, di quell’articolo 18 contro cui il centrodestra si batté inutilmente a suo tempo, fino alla riduzione delle tasse e alla ridefinizione dei rapporti economici con l’Europa fino ad ora rimasti degli autentici tabù per la sinistra italiana.

Non c’è da stupirsi, allora, se Renzi trova resistenze nel suo partito e suscita simpatie e attese nel campo avversario. C’è da riflettere, semmai, sul fatto che il precedente di D’Alema non alimenta grandi speranze sulla durata del Governo di Renzi. Una volta che hanno esaurito il compito a cui sono stati chiamati, i Governi di sinistra che fanno politiche di destra vanno a casa. Ma c’è, soprattutto, da riflettere sulla difficoltà del nostro Paese di superare quell’anomalia che gli impedisce di essere normale. Una anomalia rappresentata dal ruolo egemonico della sinistra nella società nazionale, quel ruolo che impedisce il corretto funzionamento della democrazia dell’alternanza e subordina sempre e comunque il futuro del Paese a quella casta che sfrutta questa egemonia per perpetuare all’infinito i propri privilegi.

Fonte: L’Opinione

Rinnovato l’allarme per l’azzardo di Stato: “Ci si gioca la vita”

A Bari un confronto promosso dalla Consulta nazionale antiusura, dopo l’intervento di Papa Francesco nell’udienza del 29 gennaio. L’invito a reagire del cardinale Angelo Bagnasco in un messaggio: “Bisogna scuotere le coscienze informandole sulla realtà e non stancarsi di richiamare i responsabili della politica affinché il problema non sia affrontato al ribasso, ma con decisioni tempestive ed efficaci”

Andrea Dammacco

 

Da quando, nel 2003, si è dato il completo via libera al gioco d’azzardo legale con l’avvento delle slot machine, altre norme hanno seguito quella strada, introducendo nel nostro Paese nuove autorizzazioni per centri scommesse, gratta e vinci e giochi online. Se, da una parte, questo ha prodotto un volume di affari pari ad 80 miliardi di euro, dall’altra ha dato il via ad una serie di conseguenze disastrose: indebitamento delle fasce sociali già di per sé povere, aumento dei suicidi, ricorso all’usura e aumento esponenziale di interessi delle mafie. “Il gioco d’azzardo è un cancro sociale che ha aumentato la sofferenza delle famiglie e le loro difficoltà economiche”. Lo dice monsignor Alberto D’Urso, vice presidente della Consulta nazionale antiusura, nella tavola rotonda “Usura, azzardo, economia, persona” svoltasi a Bari e organizzata dalla Fondazione antiusura san Nicola e santi medici di Bari da lui stesso presieduta. Presenti diversi personaggi impegnati quotidianamente nella cultura contro l’usura e il gioco illegale. Tra gli altri Diana De Martino, sostituto procuratore antimafia; monsignor Francesco Cacucci, arcivescovo di Bari-Bitonto; Maurizio Fiasco, sociologo e consulente della Consulta nazionale antiusura; Toni Mira, caporedattore di Avvenire; Luciano Scallettari, redattore di Famiglia Cristiana; Antonio Nunziante, prefetto di Bari e ovviamente padre Massimo Rastrelli, presidente della Consulta nazionale antiusura.

 

Disumano e anticristiano. Durante l’udienza generale del 29 gennaio, Papa Francesco ha definito l’usura, a cui molti giocatori d’azzardo fanno ricorso, disumana e anticristiana, una piaga sociale che ferisce la dignità inviolabile della persona umana. In Italia, infatti, circa un milione di persone è vittima del gioco illegale e delle sue conseguenze, e circa tre milioni ne sono a rischio. “Bisogna far si che i cittadini non siano disperati. Se il gioco diventa compulsivo, ci si giocano gli affetti, ci si gioca la vita. – dice mons. D’Urso – Ed è necessario riagganciare gli uomini della politica ai problemi del Paese. Loro oggi sembrano distratti da altri problemi che certamente non riguardano il bene comune. Serve fare un appello a quelli che si dicono cristiani: permettereste ai vostri figli di giocare d’azzardo? È denaro guadagnato in maniera giusta se fatto con la disperazione degli altri? Non può essere denaro benedetto da Dio. La politica però purtroppo non ha nessun interesse ad affrontare questi problemi e infatti spesso se ne dimentica perché forse non vuole più dare risposte alla gente”. Purtroppo mons. D’Urso non ha tutti i torti se si considera che, nonostante gli ultimi preoccupanti dati Bankitalia e Istat, il governo Letta ha sdoganato nel dicembre scorso 4mila nuove videolotteries (che diventano 55mila contro le 404mila slot) dando il via libera alle scommesse virtuali per le quali si prevede un mercato da un miliardo di euro.

 

Paradisi effimeri. “La gente non ha da mangiare e quando è disperata si butta in paradisi che non esistono”. È un uomo anziano il presidente della Consulta nazionale antiusura padre Massimo Rastrelli ma esprime una grande forza quando ammonisce contro l’uso e l’autorizzazione del gioco d’azzardo. “La gente crede che il gioco possa sostituire il lavoro per produrre reddito. Questo è un inganno. Io ho nel cuore gli uomini e le donne che si sono uccisi a causa del gioco”. Anche padre Rastrelli ravvisa che lo Stato ha avuto un ruolo di rilievo nella proliferazione di questa piaga: “Noi abbiamo avvertito in Parlamento il governo che col gioco si producono molti malati che lo Stato, alla fine, deve sostenere. Ricordo che Spadolini diceva: ‘i politici devono avere la saggezza del buon padre di famiglia’, ma i politici hanno dimostrato di non averla. Fu dimostrato inoltre, in un’inchiesta parlamentare, che il gioco non sarebbe stato cosa utile per il Paese ma invece di seguire quell’inchiesta furono moltiplicate le legalizzazioni del gioco d’azzardo. La politica ha certo fatto dei provvedimenti antiusura ma ciò non toglie che abbia insistito sul gioco d’azzardo. Quando c’è un giocatore, non c’è un papà, uno sposo, una sposa, un lavoratore”.

 

Il gioco deforma la vita. “Il gioco d’azzardo ha delle conseguenze devastanti su quanti sono afferrati dalle sue spire illusorie e mortali”. Queste parole severe sono del cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza episcopale italiana, contenute nel messaggio inviato ai convegnisti. “Gli impressionanti introiti, – continua il messaggio – oltre ad arricchire alcuni, si trasformano in un onere pesantissimo per curare dipendenze nuove. Queste conseguenze non possono essere sottovalutate da nessuno. Inoltre se si è presi dal demone dell’azzardo la concezione della vita si trasforma: si entra in un vortice che determina comportamenti di vita rovinosi. Chi ne soffre è la famiglia, la persona, l’equilibrio sociale. È necessario reagire! Bisogna scuotere le coscienze informandole sulla realtà e non stancarsi di richiamare i responsabili della politica affinché il problema non sia affrontato al ribasso, ma con decisioni tempestive ed efficaci”.

 

Fonte: agensir

Se non c’è impresa non c’è Italia. Le Pmi in piazza a Roma

Manifestazione di artigiani, commercianti e piccoli imprenditori

Febbraio 18, 2014 Chiara Rizzo

La manifestazione si è svolta pacificamente in piazza del Popolo. Rete imprese Italia ha denunciato: «Chiudono mille aziende al giorno, ma la pressione fiscale è salita al 44 per cento, quella legale al 54 per cento»

In piazza del Popolo a Roma oggi sono scesi almeno cinquantamila piccoli imprenditori, artigiani e commercianti (Confesercenti, Casartigiani, Cna, Confartigianato e Confcommercio). Una manifestazione pacifica intitolata “Se non c’è impresa non c’è Italia”,  a cui hanno aderito Pmi di tutt’Italia arrivate nella Capitale a bordo di 400 pullman, settemila posti treno e duemila posti aereo. Tutti per denunciare, come dice uno degli striscioni esposti che «siamo alla der… Iva». Sono molti i piccoli imprenditori giunti anche dall’Emilia-Romagna e dalle aree colpite dal terremoto e poi dall’alluvione: hanno esposti striscioni con accuse molto forti: «Per noi un suicidio ogni due giorni. Voi quando cominciate?».

Pmi, 50 mila a Roma: «Basta tasse»

 

LA CRISI IN DATI. Un corteo pacifico, ma i cui messaggi sono molto forti. Rete imprese Italia, motore della manifestazione, ha snocciolato un po’ di numeri: 372 mila imprese chiuse nel nel 2013, mille aziende chiuse ogni giorno, negli ultimi cinque anni. È diminuita del 9 per cento la ricchezza prodotta, mentre è raddoppiata la disoccupazione, passata dal 6,4 per cento al 12,7, più di 1 milione duecento mila lavoratori hanno perso l’occupazione negli ultimi cinque anni. Intanto, sempre secondo i dati di Rete imprese Italia la pressione fiscale è arrivata al 44,3 per cento del Pil e quella per ogni euro di Pil dichiarato, la cosiddetta “pressione legale”, è al 54 per cento. La burocrazia costa alle Pmi 30 miliardi di euro l’anno, ma paga sempre di meno i propri crediti alle imprese.

In Italia aprire una birreria può diventare un’impresa. Specie quando devi pagare 50 mila euro di Tares

 

Febbraio 18, 2014 Matteo Rigamonti

Intervista a Stefano Papini, presidente di Confesercenti Torino. Oggi sarà in Piazza del Popolo a Roma, alla mobilitazione generale “Senza impresa non c’è Italia, riprendiamoci il futuro”

Fare impresa in Italia è davvero un’impresa: tra tasse e burocrazia anche aprire una birreria può diventare un inferno. Se n’è accorto sulla sua pelle Stefano Papini, classe 1975, da poco presidente di Confesercenti Torino nonché fondatore della Compagnia della Birra, la società titolare dei locali sul territorio piemontese a marchio BEFeD, un franchising di ristopub originario di Aviano (Pn) in Friuli-Venezia Giulia, che sta avendo successo in tutto il Nord Italia, dove si mangia il galletto cotto su brace e si beve birra artigianale.
Papini, quando ha voluto aprire il suo secondo locale, pensando che, come a Torino, si potesse far valere una semplice autocertificazione (la Scia, acronimo di Segnalazione certificata di inizio attività) che consente di avviare il proprio esercizio in un giorno, ha invece scoperto che non poteva. Nonostante, infatti, una legge nazionale preveda dal 2012 la possibilità di ricorrere alla procedura di autocertificazione, in Piemonte per avviare un nuovo locale è ancora in vigore una legge regionale del 2006 che stabilisce il ricorso della Dia, la Dichiarazione di inizio attività, che ha tempi di attesa più lunghi, che possono spingersi fino a 90 giorni. Una bella differenza, che potrebbe decidere anche della sopravvivenza o meno di quel bar o birreria. Ed è proprio per chiedere un cambio di passo al governo nella soluzione degli annosi problemi che ostacolano la possibilità di fare impresa in Italia – di cui questo non è che un solo esempio – che Confesercenti, insieme a tutta Rete Imprese Italia, ha deciso di scendere oggi in Piazza del Popolo a Roma, dove alla mobilitazione generale “Senza impresa non c’è Italia, riprendiamoci il futuro” sono attesi più di 30 mila imprenditori.

 

Pmi, 50 mila a Roma: «Basta tasse»

 

Papini, la vostra non è solo una protesta contro le tasse. Cosa chiedete al governo?
Parlare soltanto del carico fiscale, che pure in Italia è tra i più elevati in Europa, sarebbe riduttivo. E glielo dice uno che quest’anno su due locali in provincia di Torino ha pagato 50 mila euro di Tares, la tassa sui rifiuti. Diecimila in più dell’anno scorso. Con tutti quei soldi avrei potuto assumere almeno un paio di persone, ma così non è stato. La prima vera difficoltà, però, per noi piccoli imprenditori e commercianti non sono le tasse: è l’incertezza. È ancora più difficile e costoso, infatti, lavorare in un contesto in cui non sono mai certe le regole del gioco.

A cosa si riferisce?
Mi riferisco al fatto che in Italia le leggi cambiano ogni sei mesi senza preavviso e spesso hanno anche valore retroattivo. Mi riferisco al fatto che l’Agenzia delle entrate, quando fa un controllo a un’impresa, presume sempre la sua colpevolezza e l’onere della prova è a carico dell’imprenditore (insieme ai costi del processo); la giustizia, poi, in Italia è diventata una palude in cui, se ci finisci dentro, non sai mai come e quando ne verrai fuori. Mi riferisco alle normative sul lavoro, che sono troppo rigide e complesse – specialmente in caso di contenzioso – e per questo non incontrano il favore né di chi assume né di chi è assunto. Per non parlare delle tipologie di contratto di lavoro, che fanno parte di un mondo che ormai non esiste più e che la riforma Fornero ha reso più complicato rispetto a quanto previsto dalla Legge Biagi.

La burocrazia vi ha impedito di aprire un locale in un giorno: è stato un duro colpo?
Sì, non capisco perché in Italia, se c’è una legge nazionale che recepisce una direttiva europea che consente di aprire un locale in un giorno facendo ricorso all’autocertificazione, io non possa farlo semplicemente perché la mia Regione non ha ancora recepito quella legge. Ma questo non è che un problema dei tanti con cui la burocrazia ci costringe a fare i conti ogni giorno, quando dobbiamo rapportarci con una miriade di enti, uffici e ispettorati dove le normative nazionali sono recepite una volta in un modo e un’altra in un altro, secondo le interpretazioni più varie, e in modo diverso da regione a regione.

Cosa proponete di fare?
Siamo ormai arrivati a un punto in cui l’Italia deve per forza sapersi reinventare, come Torino, che, sparita la Fiat e la grande industria, è costretta a cercare un futuro altrove, per esempio nella ristorazione e nel turismo. È un sfida che non possiamo permetterci di perdere. Ma per poterla affrontare servono chiarezza, certezza ed efficienza. Chiarezza, perché non è possibile che ogni volta che esce una legge ci vogliano sei mesi prima di capire cosa c’è scritto; certezza, perché non è giusto che le leggi cambino così frequentemente; efficienza, perché dalle pubbliche amministrazioni è lecito aspettarsi il meglio, proprio come noi imprenditori cerchiamo di fare ogni giorno.

Fonte:Tempi.it

VOTO ABORTO IN SVIZZERA: SORPRESE DALL’ANALISI

svizzera

VOTO ABORTO IN SVIZZERA: SORPRESE DALL’ANALISI – di GIUSEPPE RUSCONI –www.rossoporpora.org – 15 febbraio 2014

 

Dall’esame dei dati numerici del voto del 9 febbraio sull’iniziativa contro il finanziamento pubblico dell’aborto emerge, un po’ a sorpresa, che – rispetto a un’analoga occasione del 2002 – i contrari ‘senza se e senza ma’ all’aborto sono cresciuti sensibilmente in tutta la Confederazione, soprattutto nella Svizzera tedesca: dal 18,2 al 30,2%, da 352mila voti a 873mila. In molti hanno privilegiato la salvaguardia di vite umane, pur coscienti dei limiti del testo dell’iniziativa.

Domenica 9 febbraio il popolo svizzero ha avuto la possibilità di pronunciarsi sul finanziamento dell’aborto da parte dell’assicurazione malattia obbligatoria: confermare la situazione attuale (che prevede tale finanziamento) oppure cambiare, negando la copertura finanziaria, dato che l’aborto non è una malattia? E’ proprio quanto chiedevano i 109mila cittadini firmatari dell’iniziativa popolare intitolata “Il finanziamento dell’aborto è una questione privata – sgravare l’assicurazione malattia stralciando i costi dell’interruzione di gravidanza dall’assicurazione di base obbligatoria”. Abbiamo  già notizia dell’esito della consultazione alla fine dell’articolo precedente “Giusto finanziare l’aborto? In Svizzera si vota”. In questa sede analizziamo più da vicino il risultato: i “sì” all’iniziativa sono stati 873.603 (30,2%), i ‘no’ 2.019.033 (69,8%), con una partecipazione del 55,5% (più alta del solito, grazie anche al traino esercitato dall’immigrazione “contro l’immigrazione massiccia”, poi approvata).

ALCUNI DATI GENERALI

Dai dati del 2012 riguardanti le religioni in Svizzera (vedi Ufficio federale di statistica) appare che il cattolicesimo – pur se in calo – resta maggioritario, attestandosi a quota 38,2% ( meno 4,1% rispetto al 2000). I protestanti  confermano la seconda posizione con il 26,9%, ma perdono il 7% rispetto al 2000. In terza posizione troviamo coloro che dicono di non appartenere a nessuna religione: erano l’1,2% nel 1970, il 3,9% nel 1980, il 7,5% nel 1990, l’11,4% nel 2000, il 21,4% nel 2012. I musulmani erano il 3,6% nel 2000; nel 2012 raggiungono il 4,9%.

Esaminando i dati dei cantoni, scopriamo che nel 2012 che tra i 26 Stati (20 cantoni e sei semicantoni), quelli a maggioranza relativa cattolica sono Lucerna, Uri, Svitto, Obvaldo, Nidvaldo, (tutti nella Svizzera tedesca centrale), Zugo, Friburgo, Soletta, Appenzello interno, San Gallo, Grigioni, Argovia, Ticino, Vaud, Vallese, Ginevra e Giura. Da notare il sorpasso dei cattolici sui protestanti in buona parte della Svizzera francese. A maggioranza relativa protestante troviamo i due grandi cantoni di Zurigo e Berna più Glarona, Basilea-campagna, Sciaffusa, Appenzello esterno, Turgovia (tutti tedescofoni). A Basilea-città i ‘senza appartenenza’ superano cattolici e protestanti insieme, a Neuchatel sono primi con netto margine, a Ginevra sfiorano il primo posto (vicinissimi ai cattolici), nel canton Vaud sono al secondo posto davanti ai protestanti, nel canto Berna sono al secondo posto davanti ai cattolici e nei cantoni Zurigo e Basilea campagna incalzano le due confessioni maggioritarie.  E’ una situazione che, dal punto di vista statistico, è da un lato migliorata per i cattolici che diventano maggioranza relativa in alcuni cantoni tradizionalmente protestanti, dall’altro assai peggiorata nell’insieme rispetto a inizio secolo, data l’avanzata impressionante dei ‘senza appartenenza’. Più difficile insomma far ‘passare’ istanze propriamente cattoliche.

I PARTITI SVIZZERI E L’INIZIATIVA POPOLARE CONTRO IL  FINANZIAMENTO PUBBLICO DELL’ABORTO

Testo dell’iniziativa: “La Costituzione federale è modificata come segue: art. 117 cpv. 3 (nuovo) Fatte salve rare eccezioni legate alla madre, l’interruzione di gravidanza e l’embrioriduzione non sono incluse nell’assicurazione obbligatoria

Comitato degli iniziativisti: 11 esponenti dell’Unione democratica di centro (destra moderata), 7 del Partito democristiano, 3 del Partito evangelico (protestanti conservatori), 3 dell’Unione democratica federale (destra), 2 del Partito radicale (centro-destra). L’iniziativa è stata ispirata dall’associazione “Mamma” (già “Per la madre e il bambino” che nel 1998 aveva lanciato l’omonima iniziativa, respinta dall’elettorato svizzero il 2 giugno 2002).

Governo e Parlamento: nettamente contrari.

Partiti a favore: l’Unione democratica di centro (salvo le sezioni della Svizzera francese), il Partito evangelico, alcuni esponenti della Lega dei Ticinesi, altri partiti minori. La potente Unione svizzera dei contadini ha lasciato libertà di voto.

Partiti contro: tutti gli altri partiti, compreso quello democristiano (a grande maggioranza) hanno invocato il ‘no’, così come gran parte delle organizzazioni di categoria, sindacali, movimenti vari. Le donne democristiane, la lega delle donne cattoliche, persino il ‘Sì alla vita’ ticinese si sono schierati contro l’iniziativa. Non parliamo poi dei mass-media, impegnati vistosamente e in massa contro l’iniziativa.

Vescovi svizzeri: divisi, non si sono pronunciati in quanto conferenza episcopale. All’iniziativa è stato rimproverato un testo riduttivo, troppo pragmatico, suscettibile di creare difficoltà alle donne indigenti che volessero abortire (vedi i vescovi di San Gallo Buechel, di Basilea Gmuer, di Friburgo-Losanna-Ginevra Morerod). Solo il vescovo di Coira, Vitus Huonder, ha voluto appoggiare pubblicamente l’iniziativa.  Pur ammettendo i limiti del testo, Huonder ha evidenziato che “nessuno dovrebbe essere obbligato a finanziare qualcosa che contrasta con la sua coscienza”. Ancora: “Uccidere non è mai una soluzione. Contro il finanziamento dell’omicidio bisogna poter fare resistenza per motivi di coscienza”. Da parte sua la Federazione delle chiese protestanti ha invitato a respingere l’iniziativa.

I RISULTATI DEL 2014 COMPARATI CON QUELLI DEL 2002

Il 2 giugno 2002 il popolo svizzero si è espresso contro l’iniziativa anti-abortista “Per la mamma ed il bambino – per la protezione del nascituro e per l’aiuto alla madre nel bisogno”. Lo stesso giorno ha invece approvato le modifiche del codice penale per la depenalizzazione dell’aborto entro le prime dodici settimane (‘soluzione dei termini’), con una maggioranza del 72,2% di ‘sì’. I contrari ai ‘termini’ erano stati il 27,8% (in parte i fautori dell’iniziativa “Per la mamma e il bambino”, in parte i fautori dell’aborto senza limiti).  

L’iniziativa respinta nel 2002 era stata promossa dallo stesso gruppo che ha poi ispirato anche quella, ugualmente respinta, del 2014.

Dalla comparazione dei due voti si possono evincere riflessioni interessanti.

Voto svizzero/partecipazione. Nel 2002 i votanti erano stati il 41%, nel 2014 il 55% del corpo elettorale (qui ripetiamo che il 9 febbraio il traino è stato dato dall’iniziativa “contro l’immigrazione massiccia”). In cifre si è passati da circa 2 milioni di votanti nel 2002 a circa 2,9 milioni nel 2014.

Voto svizzero/percentuali/numeri assoluti. Nel 2002 l’iniziativa “Per la mamma e il bambino” aveva raccolto a livello nazionale il 18,2% dei voti, nel 2014 l’iniziativa sul finanziamento il 30,2%. In cifre si è passati da 352.432 voti favorevoli del 2002 a 873.603 del 2014. Insomma, pur in una società più secolarizzata (vedi dati sui ‘senza appartenenza’) e malgrado una campagna contraria capillare e massiccia, i contrari all’aborto hanno registrato un aumento considerevole, sia a livello di percentuale sui votanti che di numeri assoluti.

Voto nei Cantoni/percentuali. Nel 2002 solo in un Cantone l’iniziativa aveva superato il 30%, nel Vallese con il 32,2%. Nel 2014 l’iniziativa ha ottenuto la maggioranza assoluta in un semicantone (Appenzello interno: 50,9%). Ha passato il 40% in 4 cantoni (il popoloso San Gallo, Turgovia, Uri e Svitto) e nel semicantone di Obvaldo. Ha superato il 30% in altri  9 cantoni (i popolosi Berna, Lucerna e Argovia, poi Glarona, Zugo, Soletta, Sciaffusa, Grigioni, Ticino) e nei semicantoni di Nidvaldo e Appenzello esterno. Da notare che nel maggiore cantone svizzero, Zurigo, l’iniziativa ha raggiunto il 29,9% di consensi. Da tali cifre si può constatare una crescita sensibile dei contrari all’aborto in tutta la Svizzera, ma soprattutto nella Svizzera tedesca.

Voto nei Cantoni/numeri assoluti. In alcuni cantoni l’aumento dei contrari all’aborto (e dunque favorevoli alle due iniziative del 2002 e del 2014) è stato impressionante in numeri assoluti. Esempi. A Zurigo i ‘sì’ nel 2002 erano stati 50.188, nel 2014 150.94; a Berna si è passati da 48.509 a 125.252; a Soletta da 13.442 a 33.534; a Basilea-campagna da 9919 a 29.867; a San Gallo da 27.002 a 73.100; nei Grigioni da 10.020 a 23.473; nell’Argovia da 22.962 a 80.181; nel Ticino da 11.922 a 39.129. Sono aumenti che vanno molto al di là della percentuale di crescita globale del numero dei votanti (percentuale che si aggira attorno al 45%, da circa 2 milioni a 2,9 milioni).

CONCLUSIONI

In alcune delle prime reazioni al voto del 9 febbraio è stato detto che il rifiuto dell’iniziativa è stato dovuto anche al testo che “ha posto male il problema”. L’analisi comparata con il voto sull’iniziativa analoga nello spirito del 2002 lascia invece intuire che:

. i contrari all’aborto ( quelli senza se e senza ma) sono aumentati sia in percentuale che in numeri assoluti in tutta la Svizzera;

. era difficile pensare che in un momento di secolarizzazione spinta come questa si potesse pretendere molto di più (circa un terzo dell’elettorato contro l’aborto)

. è lecito invece pensare che, se invece di cercare il pelo nell’uovo a scapito dell’obiettivo concreto che l’iniziativa si prefiggeva, alcuni responsabili avessero agito come il vescovo di Coira Vitus Huonder, si sarebbe potuto guadagnare qualche punto ulteriore di percentuale (così da arrivare al 36-37%). Al momento è certo però ancora utopico pensare a una maggioranza antiabortista in Svizzera. Ma l’esito del voto del 9 febbraio non è stato, ad analizzare i numeri, globalmente deludente. Anzi: per certi versi, addirittura incoraggiante.

 

Socci: “Basta aspettare il consenso dei preti o del mondo, tocca a noi, padri e madri, affrontare il caos”

di Luigi Amicone

Lo Straniero. Così titola il suo popolarissimo blog. E così è, Antonio Socci. Straniero come Straniera, cantava la poesia di Eliot, è la Chiesa per il mondo. Collega per tanti anni al Sabato e compagno di diaspora. Giornalista e scrittore. Artefice di un’indimenticata e, ad oggi, ineguagliata, strenua ricerca sulla “storicità dei vangeli”, che ha consegnato quel nostro piccolo giornale alla posterità (poiché pochi hanno capito a tutt’oggi, soprattutto nella Chiesa, le scoperte divulgate da Socci sui frammenti di vangelo di Marco a Qumram e facilmente si è creduto di espungere una categoria, “avvenimento”, che è tutto il cristianesimo, come ha confermato papa Francesco nella sua Evangelii Gaudium: «Non mi stancherò di ripetere quelle parole di Benedetto XVI che ci conducono al centro del Vangelo: “All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e, con ciò, la direzione decisiva”»).

E va bene. (Per adesso) non gli staremo a chiedere lumi sulla questione che si sta ponendo da qualche tempo sulle pagine di Libero. E cioè quale sia stata la ragione puntuale del “ritiro” di Benedetto XVI, dopo che il 25 settembre 2011, sullo stesso Libero, fu lui l’autore dello scoop che ne aveva previsto il “ritiro” ben prima dell’inizio di Vatileaks, allo scoccare degli 85 anni. Esattamente quello che poi è avvenuto. Per adesso, parliamo di cristiani e laici di “strada” che sembrano ondeggiare tra il consenso vasto e euforico a papa Francesco, e la loro condizione storica di paria, nel primo così come negli altri mondi. Con un’unica e in effetti notevole differenza: ecco, l’“Obamacare” americano non è certamente il Boko Haram nigeriano.

Antonio, in questi giorni ricorre un doppio anniversario: quello del riconoscimento della Fraternità di Comunione e liberazione da parte della Chiesa e del suo ancoraggio canonico alla pietra di san Benedetto a Montecassino. E il nono anniversario dalla morte di don Giussani. Il quale una volta ci disse, di ritorno dalla Terra Santa, che solo una vita, la vivezza di una fede, si comunicano e travolgono il mondo, non un potere derivato da una storia o un ordinamento intellettuale teologico. Come ti suonano oggi queste osservazioni del Giuss?
Sento due parole: Montecassino e casa di Nazareth. Ricordi la famosa battuta, la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali? Ecco, c’è una responsabilità che noi abbiamo come uomini e come donne, come padri e come madri, davanti a quello che abbiamo incontrato. Il momento storico in cui viviamo è un gran casino. Esattamente come lo era al tempo di Benedetto. Allora, dopo il crollo totale di una civiltà, non un prete, ma un laico, un giovane, un semplice battezzato, Benedetto, è ripartito dall’essenziale, Cristo, e ha trascinato con sé tutti e un grande papa, Gregorio, ha ricostruito tutto da lì. E poi è andata sempre così. Pensa a secoli dopo, quando l’Europa sembrò ai vertici della sua potenza e invece ancora una volta l’edificio eccelesiale stava di nuovo per crollare, Gesù parla a una persona, le dice: «Ripara, ricostruisci la mia chiesa». E chi è costui? Un ecclesiastico? Un cardinale? Un vescovo? Un teologo? Un papa? No, è Francesco, un ragazzo di Assisi.
Tutto il cristianesimo è una storia di laicità, di uomini e di donne travolti dalla vita di Gesù. Purtroppo noi abbiamo ancora questa immagine terribilmente clericale, invece è stato sempre così, battezzati, uomini, donne, nel momento più cupo, quando il papato sembrava lì lì per diventare il cappellano del re di Francia, chi salva il papato? Ancora una volta una laica, una ragazza analfabeta, una popolana, Caterina da Siena.
Il cristianesimo è una grande storia di popolo. Ma noi ci siamo dimenticati che il sacerdozio ministeriale è solo un servizio al sacerdozio universale. Siamo noi battezzati, Re, sacerdoti e profeti. Siamo tenuti a questa testimonianza. Basta star lì ad aspettare che sia la gerarchia ecclesiastica a dirci fai questo e quest’altro. Pensa a Nazareth, di cosa stiamo parlando? Di una accademia teologica? Di un episcopio? No, la casa di un falegname, un padre, una madre, un figlio. È da lì che si scatena tutto, non da una mente o da una struttura sofisticata.

I cultori di un Vaticano II che «non è mai esistito», per dirla con Ratzinger,  quel Concilio che avrebbe spalancato le porte al mondo per disciogliersi nel mondo invece che strapparlo dal non senso ultimo di ogni suo affanno, con papa Francesco tentano di dimostrare che finalmente si è chiusa una stagione “conservatrice”. Insomma, papa Francesco sarebbe la “svolta” che archivia la Chiesa giovanpaolina e ratzingeriana… 
Ci siamo rotti e strarotti di sentire preti e cosiddetti laici (che magari si definiscono pure atei o agnostici) che parlano del Concilio in termini clericali, cioè di potere e di rivendicazione di un potere. Il Concilio Vaticano II siamo noi. Noi lo facciamo perché siamo noi i laici cristiani, il popolo cristiano. Il Vaticano II non ha forse richiamato la responsabilità della gente, dei laici, dei padri e delle madri? Dice due cose il Concilio: basta il battesimo a testimoniare Cristo e, secondo, il cristianesimo è popolo. Punto e stop. Per cui, anche qui, sottraiamo ai chierici e ai teologi il Concilio Vaticano II. Liberiamoci!
Posso darti due chicche di Péguy? Le conosci, ma oggi godono di particolare attualità e non solo per queste stronzate di genitori A e B. «C’è un solo avventuriero al mondo – scrive Péguy – e ciò si vede soprattutto nel mondo moderno: è il padre di famiglia. Solo lui è letteralmente coinvolto nel mondo, nel secolo, solo lui è letteralmente un avventuriero, corre un’avventura. Lui naviga su questa rotta immensamente larga. Lui solo non può affatto passare senza che la fatalità si accorga di lui. Gli altri scantonano sempre, possono permettersi di infilare sotto la testa. Lui, lui deve nuotare di spalle, deve risalire tutte le correnti, deve infilare le spalle, il corpo e tutte le membra. Gli altri scantoneranno sempre, sono carene leggere, sottili come lame di coltello, lui è la nave grossa, pesante come bastimento da carico». Capisci? Questo è il momento dei padri e delle madri. Noi difendiamo la nostra fede. E basta. Non c’è da aspettarsi niente da altri, teologi, apparati, chierici, niente: siamo noi, difendiamo i nostri figli, le loro anime e la loro avventura umana.
E questa è una specie di carezza che da Péguy arriva alla nostra generazione. «Si tratta di sapere se le nostre fedeltà moderne, voglio dire se le nostre convinzioni cristiane in pieno mondo moderno assalite da tutti i venti, battute da tante prove e che sono uscite intatte da questi due secoli di prove intellettuali (e noi potremmo dire da questi quarant’anni, ndr), non ricevano una singolare bellezza, una bellezza non ancora ottenuta, una grandezza singolare agli occhi di Dio. Le nostre fedeltà sono delle cittadelle, cittadelle crociate come quelle che trasportavano popoli interi e gettavano dei continenti gli uni sugli altri sono rifluite su di noi oggi, sono ritornate fino nelle nostre case. Il più piccolo di noi è letteralmente un crociato. Noi tutti siamo degli isolotti battuti nel mare da un’incessante tempesta e le nostre case sono tutte delle fortezze nel mare». Come dire, tiriamo fuori i nostri attributi e riprendiamoci la nostra responsabilità nel mondo. Perché basta il nostro battesimo. Come ci è stato insegnato dal nostro maestro Giussani, il solo battesimo ci abilita a testimoniare Cristo. Tanto è vero che nel corso dei secoli il popolo cristiano ha difeso la fede pagando con la vita anche quando i chierici, le avanguardie, se l’erano data a gambe.
Bisogna ribaltare la prospettiva e capire che questa situazione di grande caos è la situazione più propizia. Come al tempo di Benedetto. Basta maledire la notte, ciascuno cominci ad accendere la propria candela. E infatti, sai dove ho trovato questa citazione di Péguy? In piena occupazione della Francia da parte delle truppe naziste, padre Henri de Lubac scrive il grande saggio sul Dramma dell’umanesimo ateo. Uno dice: ma come, questo non aveva altro a cui pensare che a Marx, Comte e Nietzsche, nel pieno di una tragedia che trascinava a mare il proprio popolo? In realtà De Lubac scrive un libro proprio su quel momento storico della Francia. Nietzsche erano i nazisti, Marx era l’Unione Sovietica, Comte era una classe di eletti che purificava tutte le altre. E così nota De Lubac in margine a Péguy: «Pagine simili dovrebbero esser conosciute a memoria da tutti i giovani cristiani». Era esattamente come oggi, nel momento più cupo che si potesse immaginare.

Sembra che i vecchi schemi per valutare i cattolici (integralisti/dialoganti, conservatori/progressisti, neocon/democratici) stiano lasciando il passo alla più elementare e manichea delle discriminanti. Quella tra “buoni” e “cattivi” cattolici. Da una parte quelli dell’“egemonia”, dall’altra i “puri”, cioè coloro i quali si tengono lontani dal “potere”. Tu come la vedi?
La vedo come la vedeva Giussani in queste sue parole citate a pagina 523 dal suo biografo Alberto Savorana nel libro Vita di don Giussani: «Ci chiamano integristi proprio rabbiosamente, con razzismo ideologico, perché sono pronti ad amare qualunque persona, qualunque idea (…) salvo di essere prontissimi a odiare i loro confratelli cristiani che non la pensano come loro! Ci chiamano integristi perché noi urgiamo la Fede! Loro obiettano: “Ma la fede non guarda il potere… così se siamo perseguitati è meglio!” Come  “se siamo perseguitati è meglio?”. È una frase da intellettuali! Perché nella persecuzione chi ci lascia le penne sono i più deboli, i più poveri! Nelle catacombe, se Dio ci manda, noi invocheremo lo Spirito, ma andarci senza cercare di difendersi, è cretino!».

Come giudichi fenomeni come la Manif in Francia, ora anche in Italia, o queste Sentinelle che si dispongono in silenziosa protesta contro il ddl Scalfarotto e l’introduzione delle “teorie del gender” nelle scuole? E della lettera aperta lanciata dal Foglio che chiede al Papa di «reagire al ricatto delle avanguardie fanatizzate del mondo secolare» che dici? 
La Manif è un bellissimo esempio di quello che dicevo prima, cioè di padri e di madri che a un certo punto si sono detti: «Vabbè, adesso tocca a noi difendere quello che siamo, il senso della nostra storia, la nostra patria, l’anima e il futuro di nostri figli». E si sono messi per strada. Credo che non ci sia niente che il potere tema più di questo: un grande movimento di padri e di madri. Anche perché oggi l’attacco è lì, alla nostra stessa condizione creaturale di padri, di madri e di figli. E ben venga anche la lettera al Papa pubblicata dal Foglio.
Vogliamo dire una cosa? Io ringrazio Dio ogni giorno per averci dato compagni di strada come Giuliano. È un cavaliere d’altri tempi. Un grande. E un’intelligenza luminosa. Quando penso a uomini come lui, che sento fratello nell’anima, mi viene in mente quello che sant’Agostino scrive nella Città di Dio… Dice che ci sono alcuni della città del mondo che in realtà appartengono alla Città di Dio e alcuni della Città di Dio che appartengono al Nemico. Ecco, Giuliano è un uomo di Cristo. Non sono sempre d’accordo con lui, su diverse cose possiamo discutere, ma è fantastico quando il Signore fissa nel cuore un uomo, un uomo vero. Lì esplode qualcosa di grande, una passione per la verità che non lascia più tranquilli. E poi, anche nelle dimensioni, ricorda Chesterton (se la ride, il Socci, ndr).

Fonte: Tempi.it