Don Tonino Bello – Lettera ai Politici: I Parte – con Sobrietà

Lettera ai politici - Sobrietà

Ambrogio Lorenzetti – particolare de “Allegoria ed effetti del Buono e del Cattivo Governo” (1338-39)

Vivere con sobrietà, giustizia e pietà
Mi sembra un forte articolato attorno a cui schematizzare la nostra revisione di vita.

Con Sobrietà.

Il termine “sobrietà” traduce una parola greca più complessa e più ricca, che corrisponde a: saggezza, equilibrio, padronanza di sé, moderazione, temperanza. Sobrio è colui che non è ebbro.

Sobrietà è l’opposto di ubriachezza.

Non è difficile, pertanto, intuire quale arcipelago di atteggiamenti morali viene evocato quando, parlando a uomini immersi nell’attività politica, li si esorta a vivere con sobrietà.

Non ubriacarsi di potere. Non esaltarsi per un successo. Non montarsi il capo con i fumi della gloria. Guardarsi dal capogiro dei soldi e della carriera. Coltivare  religiosamente l’autocoscienza del limite. Evitare la sbornia delle promesse. Mantenere l’equilibrio nel vortice delle passioni.

Preservarsi dalle vertigini che può dare il potere d’acquisto della propria parola, sul tavolo delle spartizioni e dei compromessi.

C’è un passo biblico molto significativo, nel libro dei Proverbi, che vieta espressamente il vino a coloro che stanno a capo di un popolo: “Non conviene ai re bere il vino, né ai principi bramare bevande inebrianti, per paura che, bevendo, dimentichino i loro decreti e tradiscano il diritto di tutti gli afflitti” (Pr. 31,4).

Ovviamente, sotto la proibizione del vino materiale, si vogliono mettere in guardia gli uomini di governo da tutto ciò che, come si suol dire, può dare alla testa. Nessuno più di loro, infatti, è esposto alla tentazione dei “fumi” e al conseguente pericolo di provocare, con ubriacature morali, l’oblio delle leggi e il tradimento dei poveri.

Da queste considerazioni deve scattare per voi una sincera revisione critica dei vostri comportamenti pubblici, che vi porti a ripudiare ogni intemperanza di potere, ad aborrire dall’esercizio smodato dell’autorità, a convincervi umilmente che anche senza di voi il mondo riesce a sopravvivere e a ritrovare l’equilibrio nelle parole del Signore: “Quando avrete fatto tutto quello che vi stato ordinato, dite: siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare” (Lc.17,10).

Se, però, l’invito alla sobrietà richiama in causa il comportamento dei singoli, non si esaurisce certo alla sfera personale, ma tocca anche un processo degenerativo comunitario, in atto nel sistema politico nazionale, che provoca riverberi funesti perfino nelle nostre città.

Ed è la partitocrazia, che potremmo chiamare l’ubriachezza dei partiti.

I partiti, secondo la carta costituzionale, dovrebbero essere i cosiddetti “corpi intermedi” la cui funzione è paragonabile a quella che il fusto svolge nella pianta. Il nostro modello di stato sociale, infatti, assomiglia proprio ad un albero le cui radici sono costituite dal popolo e i cui rami sono dati dalle pubbliche istituzioni.

Il compito del fusto, cioè dei partiti, è quello di raccogliere e coordinare le istanze vive della base per tradurle in domanda politica organica che vada a innervarsi sui rami.

I cittadini, quindi, sia singolarmente presi, sia associati in raggruppamenti primari detti “mondi vitali”, sono le radici del sistema in quanto detengono la sovranità e delegano il potere ai loro rappresentanti affinché lo esercitino nell’interesse del bene comune. I partiti, invece, hanno il compito di incanalare le spinte sociali diverse organizzando il consenso popolare attorno a una determinata politica.

La politica, perciò, secondo una splendida espressione dei vescovi francesi, può essere definita “coagulante sociale”, in quanto stringe forze diverse attorno ad un medesimo progetto.

È successo però, purtroppo, che il fusto è impazzito a danno delle radici e dei rami.

I partiti, cioè, si sono ubriacati.

Verso il basso, hanno espropriato i cittadini e i “mondi vitali” di alcune loro mansioni primarie,  assorbendo per esempio l’informazione, l’editoria, la cultura, lo spettacolo, e spesso condizionando la vita di gruppi e associazioni.

Verso l’alto, hanno invaso quasi tutte le istituzioni dello stato, non solo lottizzandosi gli enti pubblici esclusivamente secondo criteri di appartenenza politica, ma anche mitizzando la disciplina di partito (se non addirittura di corrente) a scapito della coscienza individuale e snervando perfino la sovranità del Parlamento, sempre più ridotto a cassa di risonanza per accordi presi fuori di esso.

Non è più lo stato sociale, ma lo stato dei partiti.

Le conseguenze di questo corto circuito sono drammatiche.

Da una parte i problemi ristagnano, i progetti parcheggiano, gli intoppi burocratici si infittiscono, e perfino certe provvidenze di legge si incagliano sui fondali della sclerosi amministrativa, si usurano negli intrighi delle clientele, e naufragano nel gioco delle correnti.

Dall’altra parte cala la fiducia nella politica, visto che è stata ridotta dalla partitocrazia non a “coagulante” ma a “dissolvente” sociale. L’opinione pubblica accentua sempre più la tendenza ad angelicare la società e a demonizzare lo stato.

I giovani, pur sentendo una vivissima vocazione alla solidarietà, preferiscono riversare il loro impegno nel volontariato: questo sta a dire che rifiutano ormai le semplici proposte di gestione e cercano altrove i laboratori per la rigenerazione dell’humus etico della politica.

Si tirano indietro anche gli adulti, disgustati dallo spettacolo dei partiti che, abusando di reciproche interdizioni per osceni motivi di ingordigia nella spartizione delle pubbliche spoglie, producono, anche nelle nostre amministrazioni locali, paurosi ristagni e incredibili paralisi di governo.

Se è vero che l’impegno generoso e trasparente che si esprime in un partito, per il bene comune, è una forma altissima di carità, il fatto che le sezioni politiche si svuotino provoca nel vescovo una preoccupazione non meno sofferta di quando vede disertata la sede di un gruppo ecclesiale.

È urgente che i partiti, i quali restano pur sempre strumento essenziale della nostra democrazia rappresentativa, si disintossichino dall’ubriacatura.

Si ravvedano dal loro delirio di onnipotenza.

Riacquistino la sobrietà.

“Concorrano”, cioè, come dice l’art. 49 della Costituzione, “a determinare la politica nazionale”, ma senza la pretesa di monopolizzarla definitivamente. E tornino al loro compito fondamentale, che è quello di ascoltare la gente, educare i comportamenti, mediare gli interessi, e non certo di trasformarsi in forche caudine, da cui, anche per il più semplice sospiro, bisogna necessariamente passare, attraverso sistemi di tessere, clientele e patronati correntizi.

+ Don Tonino Bello

Ai Liberi e Forti

di Giuliano Guzzo

E’ impossibile, paradossale, sembra quasi uno scherzo. Eppure sono trascorsi già 95 anni da quando, il 18 gennaio 1919, all’albergo Santa Chiara di Roma don Luigi Sturzo, lanciando il celebre “Appello ai Liberi e Forti”, istituì il Partito Popolare Italiano. Da non credere, alla luce della sorprendente attualità del programma di quel partito, che esordiva – manco a farlo apposta – con la difesa della famiglia: «Integrità della famiglia. Difesa di essa contro tutte le forme di dissoluzione e di corrompimento. Tutela della moralità pubblica, assistenza e protezione dell’infanzia, ricerca della paternità». Parole che, a dirle oggi, passi almeno come omofobo.

E’ come se don Sturzo e i suoi – agli albori del Ventennio, prima della Seconda Guerra Mondiale, della Costituzione e tutto il resto – avessero visto il futuro. Se poi dal programma del Partito Popolare Italiano si passa ad un’analisi del pensiero del sacerdote che ne fu tra i fondatori, questa attualità diventa ancora più impressionante: don Sturzo era quello che da un lato difendeva «il rispetto della famiglia, la santità del focolare domestico, la continenza dei costumi» [1], e dall’altro – nel medesimo periodo in cui il III Congresso internazionale comunista, nel 1922, riteneva la cosa poco interessante [2] – auspicava il suffragio femminile arrivando a criticare apertamente quanti pensavano che questo potesse «danneggiare la compagine della famiglia» [3].

Ancora. Don Sturzo era quello – dicevamo – che assegnava assoluta priorità alla famiglia fondata sul matrimonio dal momento che la riteneva un imprescindibile architrave capace di rigenerarsi e orientarsi naturalmente, senza che lo Stato sia tenuto a fare altro se non a riconoscerne l’esistenza: «La famiglia è essa stessa che esige e crea le sue leggi» [4]. Non solo: seppe persino prevedere, con svariati decenni di anticipo, a quali conseguente destabilizzanti per l’intera società avrebbe condotto la crisi della stabilità familiare: «Il moto degenerativo della società va ampliandosi man mano che la famiglia diventa instabile […] che i coniugi possono facilmente dissolversi» [5].

Come se non bastasse, Sturzo – con l’acume tipico del pensatore e la precisione del sociologo – seppe anche correlare le derive edonistiche dell’istituto familiare con la diffusione di fenomeni quali l’aborto e la diffusione della contraccezione: «Il rifiuto di portare i pesi familiari e sociali crea sistemi inumani, quali l’esposizione dei neonati, l’uccisione dei bambini, l’aborto e il controllo delle nascite» [6]. Ma come fu possibile tanta profezia, tanta capacità di immaginare il futuro e le sue criticità? Cosa portava in quel lontano 1919 i “Liberi e Forti” ad impegnarsi per l’«integrità della famiglia» e per la «difesa di essa contro tutte le forme di dissoluzione e di corrompimento»?

Principalmente fu una precisa prospettiva antropologica. E cioè quella che pone al centro l’essere umano in quanto persona e riferimento primario di tutto, «termine dei beni e dei vantaggi che crea le leggi che regolano il potere» [7]. Si può difendere la famiglia e pensare la politica in modo giusto, quindi, solo nella misura in cui – per dirla ancora con Sturzo – si comprende che la personalità dell’uomo «in quanto razionale» è da ritenersi «non solo soggetto di diritto ma sorgente del diritto: non è la società o lo stato come alcuni pensano, la sorgente del diritto» [8]. C’è buona politica, dunque, quando c’è sana antropologia. E c’è sana antropologia solo nella misura in cui si comprende che, per essere davvero Liberi e Forti, occorre ricordarsi dei Bisognosi e dei Deboli.

In questo senso la vera attualità del richiamo ai “Liberi e Forti” sta nella sua capacità di immaginare la politica non tanto come luogo dove si scende o piattaforma dove si sale, bensì come occasione di servizio e di tutela di quei valori “non negoziabili” che Sturzo – pur non chiamandoli così – aveva evidentemente a cuore, valori che fondano l’agire del politico e che consentono una visione ordinata delle priorità governative, dello stato sociale, dell’economia, dei diritti civili. Tutto sta nell’avere il coraggio di sentirsi davvero Liberi e Forti e di non indietreggiare di fronte alle difficoltà, alle critiche, alle derisioni. Perché ogni cedimento del fronte dei Liberi e Forti non segna un progresso, bensì un regresso; non una crescita, ma un pericoloso ridimensionamento dei valori e, in definitiva, della stessa politica.

(fonte: giulianoguzzo.wordpress.com)

Note: [1] Sturzo L. Il Partito Popolare Italiano, I, Zanichelli, Bologna 1956, p. 352; [2] Cfr. Il marxismo e la donna,Edizioni Il Formichiere, Milano 1977, p. 172; [3] Sturzo L. Attorno al suffragio delle donne, «Corriere d’Italia»,14.X.1917; [4] Sturzo L. La vera vita. Sociologia del soprannaturale, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, p 55; [5] Ibidem, p. 61; [6] Ibidem p. 153; [7] Sturzo L. Coscienza e politica (1953), Zanichelli, Bologna 1972, p. 346; [8] Sturzo L. La società: sua e leggi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, p. 203

Vescovi supplenti

Sono un attento lettore delle paginate storiche di Paolo Mieli sul Corriere. In esse trovo il pregio della chiarezza e di una certa originalità e libertà. Martedì Mieli si è dedicato alla figura di Attila, prendendo in esame molti testi, in particolare Attila e gli Unni di Edina Bozoki. La Bozoki cerca di fare due operazioni, piuttosto forzate, dimostrando che il revisionismo storico può divenire, talora, molto pericoloso. Cerca infatti di proporre una visione di Attila e degli Unni diversa da quella che abbiamo studiato tutti, facendone un sovrano non particolarmente crudele né barbaro. Con buona pace di tutte le testimonianze tradizionali, compresa quella dello storico pagano Ammiano Marcellino (il quale, vissuto prima di Attila, descrive però la rozzezza e la barbarie degli Unni di cui Attila sarà re).

Inoltre, la Bozoki cerca di ridurre a pia invenzione il ruolo di Leone I Magno nell’impedire, dopo i saccheggi e la distruzione di innumerevoli città come Aquileia, anche quello di Roma, nel 452. Scrive Mieli: “Come che sia l’imperatore Valentiniano III ebbe paura di lui (Attila), abbandonò Ravenna e si rifugiò a Roma, mettendosi sotto al protezione di Papa Leone I. Quel Leone I che ‘in un incontro provvidenziale’ con Attila nei pressi di Mantova (nel 452) avrebbe convinto il sovrano barbaro a desistere dall’intenzione di invadere la città eterna. Il racconto di questo ‘miracolo’ è di Paolo Diacono ed è stato fatto nel IX secolo, cioè 400 anni dopo il presunto accaduto. Un lasso di tempo che induce a qualche dubbio circa la veridicità della ricostruzione storica”.

Fermiamoci un attimo: non è vero che Paolo Diacono sia stato il primo a parlare dell’accaduto. Abbiamo almeno la testimonianza coeva di Prospero d’Aquitania, morto nel 463 (“Egli intraprese questa missione… Attila ricevette la legazione con grande dignità e si rallegrò tanto della presenza del sommo pontefice che decise di rinunciare alla guerra e di ritirarsi al di là del Danubio, dopo aver promesso la pace“) e quella del vescovo Idazio. Abbiamo poi, nel VI secolo, il resoconto di Jordanes, storico di origine gotica, che, citando anche altri storici precedenti, come Prisco, descrive l’incontro tra Attila e il papa, avvenuto “nel campo veneto detto Ambuleio, dove il fiume Mincio è attraversato da molti viaggiatori” (Jordan Getica XLI-XLII, 222-223 ed Th. Mommsen). Più avanti anche Paolo Diacono racconterà l’episodio nella sua Historia Romana, localizzando l’incontro “nel luogo dove il Mincio entra ne Po”. Paolo Diacono, però, non è affatto del IX secolo, come vuole la Bozoki: scrive, infatti, verso il 770 d.C.(se ne deduce che Bozoki confonda Paolo Diacono con lo storico, del IX secolo, Giovanni Diacono!).

Prosegue Mieli, continuando nella recensione: “strana storia, soprattutto se si pensa che due anni dopo la morte di Attila, nel 455, Roma fu invasa dai Vandali di Genserico a dispetto dell’intercessione di quello stesso papa, Leone Magno”. Nulla di “strano”, al contrario: proprio perché aveva avuto un qualche successo con Attila, Leone ci provò anche con Genserico. E anche stavolta, in parte, riuscì. Racconta Elena Cavalcanti nell’ Enciclopedia dei Papi (Treccani, 2000): “la città era in stato di totale confusione e di rivolta. Mancava qualsiasi potere in grado di imporsi. Genserico, il condottiero dei Vandali, giudicò il momento favorevole per tentare l’avanzata… La flotta vandalica comparve quasi di sorpresa ad Ostia (Porto) il 3 maggio 455; le truppe avanzarono fino a Roma… La città rimase priva di ogni difesa. Leone, circondato dal clero, uscì alla “Porta Portuensis” per trattare con l’invasore, che però non riuscì a fermare del tutto: il saccheggio non fu evitato; Leone ottenne però che Roma non sarebbe stata incendiata e che gli abitanti sarebbero stati risparmiati. Dal saccheggio inoltre vennero risparmiate le tre basiliche di S. Pietro, S. Paolo e S. Giovanni in Laterano; in esse cercò scampo la popolazione durante quattordici terribili giorni”.

Mieli continua ribadendo, sulla scorta degli storici da lui citati, che esisterebbero “storie ricostruite attorno al X secolo (poco sopra era il IX), 400 anni dopo la morte di Attila”, e le definisce “storie edificanti a gloria della Chiesa”, atte a tramandare “il mito dei ‘vescovi resistenti’”. Tra i miti da archiviare anche l’ azione di papa Gregorio Magno che nel 593 fermò il barbaro longobardo Agilulfo. Anche qui, troppa fretta e revisionismo eccessivo: sia perché Paolo Diacono, nell’Historia Langobardorum, come Giovanni Diacono, in Vita S. Gregorii Magni, attestano che l’assedio a Roma fu tolto da Agilulfo (dietro pagamento di un tributo), grazie alla tregua proposta dal papa (con ripercussioni documentate sul rapporto tra papa e imperatore d’Oriente); sia perché il ruolo di supplenza di molti vescovi nel medioevo, per quanto inevitabilmente la storia si sia talora mescolata con la leggenda, è dimostrabile in mille circostanze; sia, infine, perché esso si è ripetuto in epoca recente, quando, per stare in Italia, fu anche per intervento dei vescovi di Genova e Trieste che i nuovi barbari in ritirata, i nazisti, risparmiarono inutili carneficine alle rispettive città. Il Foglio, 23/1/2013

Mentre vanno sul camion verso il cimitero, li udiamo gridare “Viva Cristo Re!”

E’ disponibile il DVD del film “Un Dios prohibido” (sottotitoli anche in italiano) che narra la gloriosa vicenda dei 51 martiri clarettiani di Barbastro, Spagna. Informazioni: QUI. Di seguito una breve sintesi dei fatti e il trailer del film.

I Martiri Clarettiani di Barbastro 

I 51 nomi di giovani clarettiani assassinati a Barbastro, in Spagna, durante il tragico evento della guerra civile del 1936, sono una parte degli 273 missionari che in quell’occasione diedero la vita.

I Fatti

Il 20 luglio del 1936, durante la guerra civile spagnola, circa sessanta uomini della milizia irruppero, armati, nel seminario clarettiano di Barbastro. Catturarono e incarcerarono tutta la comunità missionaria e senza giudizio la condannarono a morte per il solo motivo che i suoi membri erano religiosi. Fu proposta loro la libertà in cambio della rinuncia alla fede. Tutti preferirono rimanere fedeli anche se sapevano che questa scelta sarebbe costata la vita. Furono rinchiusi in un locale e per molti giorni sopportarono pazientemente, a volte fino alla gioia, ingiurie, maltrattamenti, privazioni, il caldo e la sete, tentazioni e proposte. Furono un corpo solo e questo li sorresse. Insieme vissero come dono l’offerta del martirio. Insieme si prepararono alla morte pregando incessantemente; ricevettero con fervore la comunione e la riconciliazione. Trascorsero i giorni incoraggiandosi mutuamente nella fiducia verso Dio. Perdonarono, come Gesù, i carnefici e pregarono per loro. Baciarono le corde inzuppate del sangue di coloro che li avevano preceduti nel martirio. Andarono alla morte cantando. I 51 Clarettiani furono uccisi in cinque gruppi nei giorni 2, 12, 13, 15, 18 del mese di agosto.

La Testimonianza

Poche ore prima dell’esecuzione Faustino Perez, uno dei 51 martiri, scrive una testimonianza preziosa che è giunta fino a noi e che raccoglie il clima di quel martirio:

«Amata Congregazione: l’altro ieri, giorno 11, sono morti con la generosità con la quale muoiono i martiri sei dei nostri fratelli; oggi, giorno 13, hanno ottenuto la palma della vittoria 20 fratelli e domani, 14, attendiamo di meritare i restanti 21. Gloria a Dio! E con quale nobiltà ed eroicità si stanno comportando i tuoi figli, amata Congregazione! Trascorriamo il giorno incoraggiandoci per il martirio e pregando per i nostri nemici e per il nostro amato Istituto; quando giunge il momento di scegliere le vittime vi è in tutti una santa serenità e l’ansia di sentire il proprio nome, farsi avanti e mettersi nelle file degli eletti. Attendiamo questo momento con generosa impazienza, e quando è giunto abbiamo visto alcuni baciare le corde con cui erano legati, altri rivolgere parole di perdono alla folla armata.

Mentre vanno sul camion verso il cimitero, li udiamo gridare “Viva Cristo Re!” Risponde la plebaglia rabbiosa “Muoia! A morte!” Ma nulla li intimidisce. Sono tuoi figli, amata Congregazione, questi che in mezzo a pistole e fucili osano gridare sereni mentre vanno al cimitero “Viva Cristo Re”. Domani andremo i rimanenti e abbiamo preso l’impegno, anche se esplodessero gli spari, di acclamare al Cuore della nostra Madre, a Cristo Re, alla Chiesa Cattolica e a te, madre comune di tutti noi.

I miei compagni mi chiedono che sia io ad iniziare gli evviva! ed essi risponderanno. Io griderò con tutta la forza dei miei polmoni e nelle nostre grida entusiaste tu, amata Congregazione, cerca di intuire l’amore che abbiamo per te, poichè portiamo il tuo ricordo fino a queste regioni di dolore e di morte.

Moriamo tutti contenti senza che nessuno provi scoraggiamento e pentimento; moriamo pregando tutti Dio perchè il sangue che uscirà dalle nostre ferite non sia un sangue vendicatore, ma un sangue che entrando rosso e vivo nelle tue vene, provochi il tuo sviluppo e la tua espansione in tutto il mondo.

Addio, amata Congregazione! I tuoi figli, Martiri di Barbastro, ti salutano dal carcere e ti offrono le loro sofferenze e angosce come olocausto espiatorio per le nostre deficienze e come testimonianza del nostro amore fedele, generoso e perpetuo. I Martiri di domani 14 agosto, ricordano che muoiono alla vigilia dell’Assunzione; che regalo è questo! Moriamo perché portiamo la sottana e moriremo proprio lo stesso giorno che l’abbiamo vestita. I Martiri di Barbastro e, a nome di tutti, il più indegno di tutti,  Faustino Pérez.»

Trailer Un Dios Prohibido: http://youtu.be/F79xq_w3wgg

(fonte:http://www.sansergio.net/emer/Clarettiani.htm )

Elenco dei Martiri

P. MUNARRIZ FELIPE, 61 anni, sacerdote

AMOROS JOSE’, 23 anni, studente seminarista

BADIA JOSE’, 23 anni, studente seminarista

BAIXERAS JUAN, 2 22 anni, studente seminarista

BANDRES JAVIER, 23 anni, studente seminarista

BLASCO JOSE’, 24 anni, studente seminarista

BRENGARET JOSE’, 23 anni, studente seminarista

BRIEGA RAFAEL, 23 anni, studente seminarista

BUIL MANUEL, 21 anni, fratello coadiutore

CALVO ANTOLIN, 23 anni, studente seminarista

P. CALVO SEBASTIAN, 33 anni, sacerdote

CAPDEVILA TOMAS, 22 anni, studente seminarista

CASADEVALL ESTEBAN, 23 anni, studente seminarista

CASTAN FRANCISCO, 25 anni, fratello coadiutore

CLARIS WENCESLAO, 29 anni, diacono

CODINA EUSEBIO, 21 anni, studente seminarista

CODINACHS JUAN, 22 anni, studente seminarista

P. CUNILL PEDRO, 33 anni, sacerdote

CHIRIVAS GREGORIO, 56 anni, fratello coadiutore

DALMAU ANTONIO, 23 anni, studente seminarista

P. DIAZ JUAN, 56 anni, sacerdote

ECHARRI JUAN, 23 anni, studente seminarista

ESCALE LUIS, 23 anni, studente seminarista

FALGARONA JAIME, 24 anni, studente seminarista

FIGUERO JOSE’, 25 anni, studente seminarista

GARCIA PEDRO, 25 anni, studente seminarista

ILLA RAMON, 22 anni, studente seminarista

LLADO LUIS, 24 anni, studente seminarista

LLORENTE HILARIO, 25 anni, studente seminarista

MARTINEZ MANUEL, 23 anni, fratello coadlutore

P. MASFERRER LUIS, 24 anni, sacerdote

MASIP MIGUEL, 23 anni, studente seminarista

MIQUEL ALFONSO, 22 anni, fratello coadiutore

NOVICH RAMON, 23 anni, studente seminarista

ORMO JOSE’, 22 anni, studente seminarista

ORTEGA SECUNDINO, 24 anni, sacerdote

PAVON JOSE’, 27 anni, sacerdote

PEREZ FAUSTINO, 25 anni, studente seminarista

PEREZ LEONCIO, 60 anni, sacerdote

PIGEM SALVADOR, 23 anni, studente seminarista

RIERA SEBASTIAN, 22 anni, studente seminarista

RIPOLL EDUARDO, 24 anni, studente seminarista

ROS JOSE’, 21 anni, studente seminarista

ROURA FRANCISCO, 23 anni, studente seminarista

RUIZ TEODORO, 23 anni, studente seminarista

SANCHEZ JUAN, 23 anni, studente seminarista

SIERM NICASIO, 45 anni, sacerdote

SORRIBES ALFONSO, 23 anni, studente seminarista

TORRAS MANUEL, 21 anni, studente seminarista

VIDAURRETA ATANASIO, 25 anni, studente seminarista

VIELA JESUS, 22 anni, studente seminarista

libertaepersona

HOLLANDE E L’ABORTOFOBIA

Hollande, vignetta Le Monde, twitter

La vignetta di Le Mondedi Massimo Introvigne

Buona parte dell’Europa Occidentale – sappiamo come sta andando in Italia – si è ormai dotata di leggi contro l’omofobia: chi critica l’omosessualità rischia di andare in galera. Anzi, non è che rischi: ci va davvero, come capita settimanalmente in Francia, in Gran Bretagna e altrove. Solo la settimana scorsa in Scozia un predicatore che citava tra i peccati gravi l’omosessualità è stato accompagnato, neppure troppo gentilmente, in prigione.
Non finisce qui. Ormai messa in sicurezza – anche se in Italia qualcuno, fastidiosamente, resiste – la legge sull’omofobia, le lobby e i poteri forti europei si sono chiesti: ma se è reato parlare male del «matrimonio» omosessuale, perché invece è permesso parlare male dell’aborto? Due pesi e due misure: l’ideologia omosessualista è imposta obbligatoriamente per legge, quella abortista ancora no.
Per rimediare alla grave sperequazione si è mossa per prima, al solito, la Francia. Al Parlamento francese è in discussione una legge per promuovere (ulteriormente) l’uguaglianza fra gli uomini e le donne e i diritti della donna. Hollande ha dichiarato che si tratta di una priorità del suo mandato, il che ha scatenato gli umoristi transalpini, i quali propongono di chiedere notizie su come il presidente intende i diritti delle donne alle sue varie compagne, prima cornificate a ripetizione e poi abbandonate senza cerimonie per donne più giovani.
Non ha invece nulla di umoristico l’uso della nuova legge per bastonare gli anti-abortisti. Sono infatti stati introdotti due articoli di straordinaria gravità. Il primo modifica la legge francese che permette l’aborto alle donne «in situazione di difficoltà». Si tratta di un’evidente foglia di fico e la storia francese non riporta nessun caso – neppure uno solo – di donne cui sia stato negato l’aborto non riscontrando la «situazione di difficoltà». Ora queste parole saranno modificate, e la nuova legge affermerà che l’aborto è permesso alle donne «che non desiderano portare a termine la gravidanza». Non ci sarà nessuna conseguenza pratica – l’aborto in Francia di fatto è già permesso a qualunque donna lo chieda -, ma il cambiamento è decisivo dal punto di vista del principio. L’aborto non è più considerato la conseguenza di una difficoltà, un dramma, una sconfitta ma un’opzione del tutto normale e un diritto. D’altro canto, la modifica legislativa si fonda su un parere dell’Alto Consiglio dell’Uguaglianza, un’istituzione tipicamente francese, secondo cui «l’aborto non dev’essere considerato un problema ma una soluzione».
La ministra dei Diritti delle donne, Najat Vallaud-Belkacem, si è spinta fino a sostenere che gli aborti in Francia potrebbero essere ancora troppo pochi. La popolazione è salita di 1,7 milioni di abitanti rispetto al 2006. L’aumento è dovuto principalmente all’immigrazione, e Hollande promette a breve l’eutanasia che rimetterà a posto le statistiche relative ai troppi vecchi, ma non importa. Alla ministra il 35% di donne francesi che sono passate per l’aborto e i 220.000 bambini uccisi con gli aborti l’anno scorso, a fronte di 810.000 nascite, sembrano ancora troppo poche.
C’è poi il cattivo esempio della Spagna, che si appresta a introdurre qualche limitazione all’aborto. Un’altra ministra francese, quella della Sanità Marisol Touraine – figlia del famoso sociologo Alain Touraine – ha chiamato alla «mobilitazione» contro il progetto di legge spagnolo. Un tempo mobilitare un Paese contro una legge di un Paese vicino era causa di rottura delle relazioni diplomatiche, o peggio: ma i tempi sono cambiati e comunque la ministra non se ne preoccupa.
Per evitare qualunque forma di contagio spagnolo è stato introdotto un secondo emendamento alla legge sull’aborto. Era già vietato «ostacolare l’aborto» di una donna fisicamente. Ma ora è vietato anche ostacolarlo psicologicamente, e interferire – così recita l’emendamento – con «il diritto della donna a ottenere informazioni sul l’aborto». Va da sé che si intendono informazioni che la accompagnino ad abortire. La legge mira precisamente a impedire che riceva informazioni diverse. Leggendo i lavori preparatori si comprende che l’intenzione del legislatore è vietare che negli ospedali si parli alle donne di alternative all’aborto, che dentro gli ospedali circolino volontari dei centri di aiuto alla vita, e che anche fuori e nei dintorni degli ospedali si svolgano proteste o si offrano informazioni favorevoli alla vita alle donne. Su questo la ministra Vallaud-Belkacem è stata chiara: gli attivisti pro life che bazzicano nei dintorni o peggio dentro gli ospedali devono andare in prigione. Ha affermato, invece, che le marce per la vita e altre manifestazioni generiche anti-abortiste, che non si presentino come informazioni offerte alle donne incinte, potranno ancora svolgersi.
C’è però una zona grigia. Oggi la maggioranza delle persone ha uno smartphone se non un tablet computer, comprese le donne che vanno in ospedale ad abortire. Potrebbero dunque ricevere informazioni che le spingano a rinunciare all’aborto non a voce ma via Internet. Già prima della legge il governo francese aveva intrapreso una massiccia campagna, volta a «saturare» Internet e i motori di ricerca di propaganda abortista, emarginando i siti pro life. Ora però – almeno secondo l’interpretazione meno rassicurante della legge – chi gestisce questi siti rischia due anni di prigione, che è la pena prevista per chi ostacola «psicologicamente» l’aborto.
I due emendamenti, in realtà, sono collegati. Se l’aborto non è un dramma e non deriva da una difficoltà, ma è una delle due scelte normali di una donna incinta e un diritto fondamentale di tutte le donne, è chiaro che attaccare un tale diritto deve essere vietato. Così come va vietata l’obiezione di coscienza ai medici: prossima tappa, già annunciata dalle organizzazioni abortiste francesi.
La legge è passata in prima lettura, ma ne attende una seconda. Lo scorso 19 maggio quarantamila persone hanno marciato per la vita a Parigi, protestando soprattutto contro questa legge che intendono fermare, confortate e sostenute da un messaggio di Papa Francesco, che ha «assicurato la sua vicinanza spirituale» ai partecipanti. Venerdì 24 gennaio il Papa incontra Hollande in Vaticano. Della parte privata dell’incontro è probabile che non trapeli nulla, ma è difficile immaginare che questa legge liberticida resti fuori dal colloquio.
Il laicismo italiano, fin dai tempi dell’Illuminismo e della Rivoluzione francese, imita di solito le peggiori idee francesi con qualche anno di ritardo. Iniziamo a preoccuparci anche noi. Se passa la legge sull’omofobia, il prossimo passo sarà vietarci di criticare l’aborto.

Il Papa: il comunicatore sia come il Buon Samaritano, il suo potere è la prossimità

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Il vero potere della comunicazione è la “prossimità”. E’ quanto sottolinea Papa Francesco nel suo Messaggio per la 48.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali – che si celebra il prossimo primo giugno – e pubblicato oggi. Nel Messaggio incentrato sul tema “comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro”, il Papa paragona il comunicatore al Buon Samaritano che si fa prossimo agli altri. Ampio spazio viene dato nel documento all’ambiente digitale: anche qui, esorta il Papa, il cristiano è chiamato ad offrire la sua testimonianza e a raggiungere le “periferie esistenziali”. Il servizio di Alessandro Gisotti:

In un mondo che diventa “sempre più piccolo”, ma dove permangono divisioni ed esclusioni, i media “possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni gli altri”. Papa Francesco muove da qui per sviluppare la riflessione del suo primo Messaggio per le comunicazioni sociali. La cultura dell’incontro, osserva, “richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri”. In questo, prosegue, i media ed Internet in particolare possono aiutarci, offrendoci “maggiori possibilità di incontro e di solidarietà fra tutti”. Tuttavia, avverte il Papa, ci sono degli “aspetti problematici”, innanzitutto la “velocità dell’informazione” che “supera la nostra capacità di riflessione e giudizio”. “L’ambiente comunicativo – prosegue – può aiutarci a crescere o, al contrario, a disorientarci”. Del resto, “il desiderio di connessione digitale può finire per isolarci dal nostro prossimo”, senza dimenticare poi chi, “per diversi motivi, non ha accesso ai media sociali” e “rischia di essere escluso”.

Questi limiti reali, precisa il Papa, non giustificano però “un rifiuto dei media sociali; piuttosto ci ricordano che la comunicazione è, in definitiva, una conquista più umana che tecnologica”. E invita, anche nell’ambiente digitale, a “recuperare un certo senso di lentezza e di calma”. Abbiamo bisogno di “essere pazienti”, ribadisce il Papa, “se vogliamo capire chi è diverso da noi: la persona esprime pienamente se stessa non quando è semplicemente tollerata, ma quando sa di essere davvero accolta”. Ecco perché bisogna “apprezzare l’esperienza umana come si manifesta nelle varie culture e tradizioni”. E così “sapremo anche meglio apprezzare i grandi valori ispirati dal Cristianesimo”, come la visione dell’uomo, il matrimonio e la famiglia, la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica.

“Come allora – si interroga Papa Francesco – la comunicazione può essere a servizio di un’autentica cultura dell’incontro?”. E per i cristiani, rimarca, “che cosa significa incontrare una persona secondo il Vangelo?” A queste domande, Papa Francesco risponde prendendo spunto dalla Parabola del Buon Samaritano e sottolineando la dimensione della “prossimità”. “Chi comunica, infatti, si fa prossimo. E il buon samaritano – soggiunge – non solo si fa prossimo, ma si fa carico di quell’uomo che vede mezzo morto sul ciglio della strada”. Gesù, sottolinea il messaggio, “inverte la prospettiva: non si tratta di riconoscere l’altro come un mio simile, ma della mia capacità di farmi simile all’altro”. “Mi piace – annota il Papa – definire questo potere della comunicazione come “prossimità”.

Continuando ad intrecciare la riflessione con la Parabola del Buon Samaritano, il Papa avverte dunque che quando “la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un’aggressione violenta come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada”. Oggi, è il suo monito, “noi corriamo il rischio che alcuni media ci condizionino al punto da farci ignorare il nostro prossimo reale”. Non basta “semplicemente essere connessi – aggiunge – occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero”, perché “non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi”. E rileva che “non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione” e, ancora, “la rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane”. Il Papa ribadisce che “la neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento”. “Il coinvolgimento personale – soggiunge – è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore”. E “proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali”.

Il Papa si sofferma sulle strade digitali, “affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza”. “Aprire le porte delle chiese – afferma – significa anche aprirle nell’ambiente digitale, sia perché la gente entri”, sia “perché il Vangelo possa varcare le soglie del tempio e uscire incontro a tutti”. Il Papa si chiede se oggi siamo capaci di “testimoniare una Chiesa che sia “casa di tutti”. La comunicazione, evidenzia, “concorre a dare forma alla vocazione missionaria di tutta la Chiesa” e ribadisce che “anche nel contesto della comunicazione serve una Chiesa che riesca a portare calore, ad accendere il cuore”. “La testimonianza cristiana non si fa con il bombardamento di messaggi religiosi – è l’avvertimento del Papa – ma con la volontà di donare se stessi agli altri”. Cita dunque l’episodio dei discepoli di Emmaus e spiega che “occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze, e offrire loro il Vangelo”. Il Messaggio mette quindi l’accento sulla dimensione del dialogo. “Dialogare – scrive il Papa – significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue proposte”. Dialogare, prosegue, “non significa rinunciare alle proprie idee e tradizioni, ma alla pretesa che siano uniche ed assolute”.

L’icona del Buon Samaritano, è l’augurio del Papa, “ci sia di guida”, “la nostra comunicazione sia olio profumato per il dolore e vino buono per l’allegria”. “La nostra luminosità – afferma ancora – non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo” lungo il cammino. “Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale – esorta ancora – è importante l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo”. In questo contesto, conclude il Papa, “la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio”.
Radio Vaticana

Papa Francesco: gelosie, invidie e chiacchiere dividono e distruggono le comunità cristiane

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I cristiani chiudano le porte a gelosie, invidie e chiacchiere che dividono e distruggono le nostre comunità: è l’esortazione lanciata da Papa Francesco, stamani, nella Messa presieduta a Santa Marta nella sesta giornata di preghiera per l’unità dei cristiani. Ce ne parla Sergio Centofanti:

La riflessione del Papa è partita dalla prima lettura del giorno che parla della vittoria degli israeliti sui filistei grazie al coraggio del giovane Davide. La gioia della vittoria si trasforma presto in tristezza e gelosia per il re Saul di fronte alle donne che lodano Davide per aver ucciso Golia. Allora, “quella grande vittoria – afferma Papa Francesco – incomincia a diventare sconfitta nel cuore del re” in cui si insinua, come accadde in Caino, il “verme della gelosia e dell’invidia”. E come Caino con Abele, il re decide di uccidere Davide. “Così fa la gelosia nei nostri cuori – osserva il Papa – è un’inquietudine cattiva, che non tollera che un fratello o una sorella abbia qualcosa che io non ho”. Saul, “invece di lodare Dio, come facevano le donne d’Israele, per questa vittoria, preferisce chiudersi in se stesso, rammaricarsi” e “cucinare i suoi sentimenti nel brodo dell’amarezza”:

“La gelosia porta ad uccidere. L’invidia porta ad uccidere. E’ stata proprio questa porta, la porta dell’invidia, per la quale il diavolo è entrato nel mondo. La Bibbia dice: ‘Per l’invidia del diavolo è entrato il male nel mondo’. La gelosia e l’invidia aprono le porte a tutte le cose cattive. Anche divide la comunità. Una comunità cristiana, quando soffre – alcuni dei membri – di invidia, di gelosia, finisce divisa: uno contro l’altro. E’ un veleno forte questo. E’ un veleno che troviamo nella prima pagina della Bibbia con Caino”.

Nel cuore di una persona colpita dalla gelosia e dall’invidia – sottolinea ancora il Papa – accadono “due cose chiarissime”. La prima cosa è l’amarezza:

“La persona invidiosa, la persona gelosa è una persona amara: non sa cantare, non sa lodare, non sa cosa sia la gioia, sempre guarda ‘che cosa ha quello ed io non ne ho’. E questo lo porta all’amarezza, un’amarezza che si diffonde su tutta la comunità. Sono, questi, seminatori di amarezza. E il secondo atteggiamento, che porta la gelosia e l’invidia, sono le chiacchiere. Perché questo non tollera che quello abbia qualcosa, la soluzione è abbassare l’altro, perché io sia un po’ alto. E lo strumento sono le chiacchiere. Cerca sempre e vedrai che dietro una chiacchiera c’è la gelosia e c’è l’invidia. E le chiacchiere dividono la comunità, distruggono la comunità. Sono le armi del diavolo”.

“Quante belle comunità cristiane” – ha esclamato il Papa – procedevano bene, ma poi in uno dei membri è entrato il verme della gelosia e dell’invidia e, con questo, la tristezza, il risentimento dei cuori e le chiacchiere. “Una persona che è sotto l’influsso dell’invidia e della gelosia – ribadisce – uccide”, come dice l’apostolo Giovanni: “Chi odia il suo fratello è un omicida”. E “l’invidioso, il geloso, incomincia ad odiare il fratello”. Quindi, conclude:

“Oggi, in questa Messa, preghiamo per le nostre comunità cristiane, perché questo seme della gelosia non venga seminato fra noi, perché l’invidia non prenda posto nel nostro cuore, nel cuore delle nostre comunità, e così possiamo andare avanti con la lode del Signore, lodando il Signore, con la gioia. E’ una grazia grande, la grazia di non cadere nella tristezza, nell’essere risentiti, nella gelosia e nell’invidia”.

Radio Vaticana