Il male più grande: la corruzione

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È la cosa più facile da accettare ed è la più velenosa per il singolo e per il corpo sociale. C’è urgente bisogno di programmi di educazione per guarire da questa piaga

Roma, 22 Gennaio 2014 (Zenit.orgCarmine Tabarro | 56 hits

La corruzione è una patologia sociale che sta distruggendo la politica, l’economia, la cultura, la società.

 

Da Wilhelm Griesinger a Carl Wernicke, da Emil Kraepelin a Sigmund Freud, i vizi, percorrono l’intera visione antropologica dell’uomo a partire da Platone, diventando manifestazione “psicopatologica”.

Quello che un tempo era la peculiarità di una minoranza, oggi sembra l’ethos delle nostra società.

Questo significa che la corruzione (come altri vizi capitali), non è solo una evidenza morale ma assume una caratterista patologica. Sempre più le scienze psichiatriche dimostrano come la problematica morale, da disturbi dello spirito si trasformano in malattie sociali.

In altre parole il cuore umano, perde la sua dignità a si attacca al denaro ed al potere  facendoli diventare idoli di cui si diventa schiavi.

È lì che si annida la devastazione interiore e psicologica della corruzione, che è qualcosa di diverso dal peccato, tanto da far dire a Papap Francesco, quando era ancora Arcivescovo di Buenos Aires “Ci farà molto bene, alla luce della parola di Dio, imparare a discernere le diverse situazioni di corruzione che ci circondano e ci minacciano con le loro seduzioni. Ci farà bene tornare a ripeterci l’un l’altro: Peccatore sì, corrotto no!, e a dirlo con timore, perché non succeda che accettiamo lo stato di corruzione come fosse solo un peccato in più”.

“Il corrotto – ha detto e scritto Bergoglio – passa la vita in mezzo alle scorciatoie dell’opportunismo, al prezzo della sua stessa dignità e di quella degli altri. Il corrotto ha la faccia da non sono stato io, faccia da santarellino, come diceva mia nonna. Si meriterebbe un dottorato honoris causa in cosmetica sociale. E il peggio è che finisce per crederci. E quanto è difficile che lì dentro possa entrare la profezia! Per questo, anche se diciamo peccatore si, gridiamo con forza ma corrotto, no!,

Queste parole il Papa le ha pronunciate nel 2005 quando era arcivescovo di Buenos Aires. Raccolte postume nel libro Guarire dalla corruzione (Edizioni EMI, pag.4).

L’11 novembre 2013 dalla cappella della Domus Sanctae Marthae, il Vescovo di Roma Francesco, ha ribadito che “per il peccato c’è sempre perdono, per la corruzione, no!. O meglio, dalla corruzione è necessario guarire. Ed è un cammino faticoso, dove persino la parola profetica stenta a far breccia”.

 Le parole del Papa ci scuotono, mostrandoci l’urgenza di una decisione: quella di non rimanere complici di una vera e propria “cultura” della corruzione, dotata di una sua capacità dottrinale, linguaggio proprio, modo di agire peculiare. Come dimostra la scienza psichiatrica la cattiva “salute interiore”, determina una ricaduta sulla vita individuale e sul capitale civile della società.

Questi effetti sono particolarmente pesanti in un paese come l’Italia, dove secondo la Corte dei Conti (dati 2012), la corruzione vale circa 60 miliardi l’anno.

Il che significa che su ognuno di noi pesa una tassa occulta di 1.000 euro all’anno, neonati inclusi. Si tratta di una patologia sociale e individuale che erode e frena lo sviluppo del nostro Paese, con un impatto non solo economico, ma di immagine, di reputazione, di fiducia (tra i cittadini e verso l’estero) che pesa sull’Italia tutta.

Anche se la corruzione non è un fenomeno solo italiana, la Banca Mondiale calcola il “fatturato” dell’industria della corruzione in circa 1.000 miliardi di dollari, stima ottenuta attraverso interviste effettuate alle imprese sui pagamenti effettuati, sulle tangenti, sul denaro impiegato per garantire l’operatività delle società private e sui pagamenti per ottenere i contratti.

Questa stima non comprende l’appropriazione indebita di fondi pubblici, il furto degli stessi, il riciclaggio di denaro sporco, l’evasione e l’evasione fiscale.

Secondo la banca mondiale il livello di corruzione in Italia copre circa la metà di quella stimata in Europa.

Per gli indicatori di percezione di Trasparency International, l’Italia è sprofondata al 72° posto, al livello del Ghana e della Macedonia e in Europa solo la Grecia sta peggio di noi.

E’ vero che le stime vanno sempre prese con cautela e solo quando ci saranno strumenti adeguati, avremo dei dati scientificamente certi, rimane il fatto, che dalla lettura sinottica di altri dati possiamo comprendere in maniera empirica la gravità del caso Italia.

La letteratura scientifica ci dice che nei paesi corrotti le imprese crescono in media il 20% in meno rispetto a quelle che operano in paesi con minor corruzione.

Quando i servizi sono forniti in regime di monopolio la corruzione aumenta ulteriormente. In Italia dal 1990 ad oggi, con un tasso medio dell’1%, siamo il sistema paese che è cresciuto meno tra i trentuno paesi più industrializzati.

 A questi costi vanno aggiunti la decrescita sia del capitale civile sia del capitale reputazionale dell’Italia verso l’estero.

Consideriamo il mercato economico come un tavolo da gioco: se si è consapevoli di trovare dei “bari” al tavolo da gioco, nessuno si siederà a quel tavolo.

Questo è quello che è accaduto con l’Italia e il risultato lo conosciamo: riduzione degli investimenti esteri, esodo delle imprese, in particolare quelle frontaliere che stanno spostando le loro sedi a pochi chilometri dall’Italia.

 Quale è la causa della diffusa corruzione?

La storia è piena di atti di corruzione,  e le cause sono diverse. Un dato è certo: la corruzione si manifesta ogni qual volta si concretizza un’asimmetria di potere, frutto del cattivo funzionamento della governance sul conflitto d’interesse.

L’asimmetria cioè tra il servizio al bene comune e l’utilizzo del potere per interessi meschini ed egoistici. 

In Italia questa asimmetria è manifesta soprattutto nella gestione del potere politico.

È urgente e necessario che le istituzioni ed il potere politico diano segni di impegno nel difendere il bene comune senza approfittare della situazione di privilegio e di potere per interessi egoistici.

Come contenere il fenomeno? quali sono le strategie per contrastare la devastazione civile della corruzione?.

Non credo che la via penale sia l’unica ed esaustiva strada del problema corruzione, tutt’altro. Il nostro paese, per limitare il fenomeno della corruzione deve tornare ad investire nell’educazione alla vita civile, educare al bene comune, dare fiducia alle virtù sociali, sostenere il capitale sociale e civile. E soprattutto deve alimentare speranza. 

In questo contesto è necessario che anche le trecentomila associazioni di volontariato, diano spazio a progetti educativi per affrontare il tema della corruzione.

C’è bisogno di aumentare la cultura della legalità.

Per credenti e non credenti c’è bisogno di ribellarsi alla corruzione dilagante, Non bisogna cedere alla disperazione, pensando che non si riuscirà mai a sconfiggere la corruzione.

A questo proposito papa Francesco invita tutti a respingere la “mondanità spirituale” che è una tentazione subdola perché favorisce l’egoismo e insinua nei cristiani un “complesso di inferiorità” che ci porta a omologarci alla prassi di “come fanno tutti”.

Con questa logica viene meno, nella semplicità della vita quotidiana, la “differenza cristiana”, quel “tra voi non è così” (Mc 10,43): questa è come Gesù ci ricorda regola di condotta proprio nei confronti dell’esercizio del potere.  

Se riflettiamo bene, il termine stesso di “corruzione” ci rimanda alla corruzione del corpo causata dalla morte.

La stessa cosa accade alla nostra vita interiore e sociale: la corruzione è un vaso comunicante che va dalla dimensione fisica a quella morale – ci smembra, ci rende meschini, avvelena il nostro animo, ci rende indifferenti e insensibili dei bisogni degli altri, fino a farci indurire il cuore e a farci morire.   

 

Il Papa all’udienza generale: le divisioni tra i cristiani sono “uno scandalo” da superare

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Il nome di Cristo crea “comunione ed unità”; le divisioni tra i cristiani “sono uno scandalo”. Nel pieno della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, è la riflessione di Papa Francesco nella catechesi dell’udienza generale, stamani in Piazza San Pietro.
Ce ne parla Giada Aquilino:

Una “iniziativa spirituale, quanto mai preziosa”, che coinvolge le comunità cristiane da più di cento anni. È la Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, in corso fino a sabato prossimo, festa della Conversione di San Paolo apostolo: lo ha ricordato il Papa, parlandone come un “tempo dedicato alla preghiera per l’unità di tutti i battezzati”, secondo le parole di Cristo: “che tutti siano una sola cosa”. A suggerire il tema di quest’anno, ispirato alla domanda di San Paolo ai cristiani di Corinto: “È forse diviso il Cristo?”, le Chiese e le Comunità ecclesiali del Canada, sotto la guida del Consiglio Ecumenico delle Chiese e del Pontificio Consiglio per la Promozione dell’Unità dei Cristiani:

“Certamente Cristo non è stato diviso. Ma dobbiamo riconoscere sinceramente e con dolore che le nostre comunità continuano a vivere divisioni che sono di scandalo. La divisione fra noi cristiani è uno scandalo! Non c’è un’altra parola: uno scandalo”!

Malgrado “la sofferenza delle divisioni, che ancora permangono”, il Santo Padre ha ricordato un tratto certo per tutti i cristiani:

“Il nome di Cristo crea comunione ed unità, non divisione! Lui è venuto per fare comunione fra noi, non per dividerci. Il Battesimo e la Croce sono elementi centrali del discepolato cristiano che abbiamo in comune. Le divisioni invece indeboliscono la credibilità e l’efficacia del nostro impegno di evangelizzazione e rischiano di svuotare la Croce della sua potenza”.

Sollecitando a seguire l’atteggiamento dell’apostolo Paolo nel “riconoscere con gioia i doni di Dio presenti in altre comunità”, l’invito del Pontefice è stato quello “a rallegrarci sinceramente delle grazie concesse da Dio ad altri cristiani”:

“È bello riconoscere la grazia con cui Dio ci benedice e, ancora di più, trovare in altri cristiani qualcosa di cui abbiamo bisogno, qualcosa che potremmo ricevere come un dono dai nostri fratelli e dalle nostre sorelle”.

Sulla scia dei sussidi preparati quest’anno dal gruppo canadese, il Papa ha concluso esortando le comunità cristiane “ad incontrarsi per capire ciò che tutte possono ricevere di volta in volta dalle altre”:

“Questo richiede qualcosa di più. Richiede molta preghiera, richiede umiltà, richiede riflessione e continua conversione. Andiamo avanti su questa strada, pregando per l’unità dei cristiani, perché questo scandalo venga meno e non sia più fra noi”.

Nei saluti ai pellegrini giunti in Piazza San Pietro, il Pontefice – rivolgendosi tra gli altri ai fedeli di lingua araba, specialmente a quelli provenienti dall’Egitto – ha auspicato che “la fede non sia un motivo di divisione ma uno strumento di unità e di comunione con Dio e con i fratelli”:

“L’invocazione del nome del Signore non sia ragione di chiusura ma via per aprire il cuore all’amore che unisce e arricchisce. Preghiamo perché il Signore conceda l’unità ai cristiani vivendo la differenza come ricchezza; vedendo nell’altro un fratello da accogliere con amore”.

Il Santo Padre ha infine salutato i partecipanti all’incontro dei coordinatori regionali dell’Apostolato del Mare, con il cardinale Antonio Maria Vegliò, “esortandoli ad essere voce dei lavoratori che vivono lontani dai loro cari ed affrontano situazioni di pericolo e difficoltà”.

Radio Vaticana

I cristiani d’Egitto: la costituzione è una festa di libertà

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Molti passi in avanti, sotto il profilo dei diritti civili, per i bambini come per le donne. Antonios Aziz Mina, vescovo di Giza, rappresentante della Chiesa copto-cattolica nella Costituente: “Sancita l’assoluta libertà di religione e di culto come anche quella di avere luoghi di preghiera”. E ancora: “L’articolo 1 stabilisce che l’Egitto è una parte del mondo arabo e non di quello islamico”
Daniele Rocchi

Con oltre il 98% di consensi, gli egiziani hanno approvato la proposta di nuova Costituzione, composta da 247 articoli. Al referendum di martedì e mercoledì scorsi hanno votato poco più di venti milioni sui 53,5 milioni di aventi diritto, un’affluenza maggiore, poco meno del 39%, rispetto a quella del 33% registrata durante le votazioni del dicembre 2012 per approvare la Costituzione dei Fratelli Musulmani. Un risultato che soddisfa il governo ad interim del generale Al Sisi, che probabilmente diventerà il prossimo presidente egiziano, ma che non permette di parlare di appoggio incondizionato degli egiziani ai militari.

Alcuni passi avanti. La nuova Carta, in cui risultano più difesi i diritti dei bambini (art.80), definisce minorenne chi abbia meno di 18 anni di età, vieta il lavoro minorile fino al completamento del percorso di studi e prevede particolari tutele per i minorenni imputati e testimoni nei processi e obbliga lo Stato a proteggerli da ogni forma di violenza, quella sessuale compresa. Passi in avanti nel campo della parità tra uomini e donne (art.11) con queste ultime che possono accedere alle alte cariche amministrative e giudiziarie dello Stato. La Costituzione sancisce anche che lo Stato deve garantire l’equilibrio tra le opportunità di lavoro e i doveri familiari delle donne. L’articolo 91 proibisce il rimpatrio forzato dei rifugiati politici e il 52 vieta la tortura che diventa un crimine non soggetto a prescrizione. Il testo costituzionale stabilisce, inoltre, che un sospetto venga portato di fronte a un magistrato entro 24 ore dall’arresto e alla presenza del suo avvocato (articolo 54).

Costituzione e minoranze religiose. Il testo costituzionale appena approvato presenta, inoltre, molte aperture nei confronti delle minoranze, compreso l’esercizio della libertà religiosa, pur restando l’Islam la religione ufficiale del Paese. Monsignor Antonios Aziz Mina, vescovo di Giza, rappresentante della Chiesa copto-cattolica all’interno della Costituente che ha redatto il nuovo testo, dichiara tutta la sua soddisfazione per l’esito del voto: “È stata una festa. Gli egiziani hanno voluto, in tal modo, scegliere una via democratica e laica diversa da quella indicata dai Fratelli Musulmani. Tuttavia non è stato un voto contro la Sharia ma contro l’intromissione della religione dentro la nostra vita politica. La Sharia, come ogni religione, è nel cuore di ogni fedele, cristiano e musulmano che sia e non può essere strappata via. Altra cosa è l’ingerenza nella vita politica di un Paese”. Nel preambolo si ricorda che il popolo egiziano ha accolto la Vergine Maria e suo figlio Gesù durante la sua fuga in Egitto, “un riferimento che esprime il rispetto e l’apprezzamento per la religione cristiana”, spiega il vescovo che ricorda anche la frase, presente sempre nel preambolo, di papa Shenouda III: “L’Egitto non è una patria in cui viviamo, ma una patria che vive in noi”. Parole che ribadiscono “il legame stretto, storico, con la componente cristiana”. Diversi gli articoli della Costituzione che riguardano i cittadini egiziani di fede cristiana, il 3, il 50, il 53, il 64, il 74, il 180, il 235 e il 244. Nell’art.3 viene stabilita l’indipendenza della Chiesa e dei fedeli cristiani per ciò che riguarda le loro scelte religiose, mentre nel 50 si ribadisce l’importanza dell’eredità culturale egiziana in ogni sua forma, quindi anche il contributo copto, sottolineando il mantenimento delle varie componenti del pluralismo culturale del Paese. Particolarmente importante è l’articolo 53 che sancisce l’uguaglianza dei diritti, dei doveri e delle libertà dei cittadini senza alcuna discriminazione su base religiosa. Ogni incitamento all’odio, ogni persecuzione viene definito un crimine. Un particolare apprezzamento monsignor Mina lo riserva all’articolo 64 che attesta “l’assoluta libertà di religione e di culto come anche quella di avere luoghi di preghiera”. Come a dire, spiega il rappresentante cattolico, che “adesso si può passare da una religione all’altra senza alcuna restrizione. Speriamo che il diritto traduca quanto prima in legge questo assunto”. Riguardo ai luoghi di culto, il presule segnala anche il collegamento con l’art.235 che stabilisce che il Parlamento, subito dopo l’adozione della Costituzione, si impegni a “emanare una legge che regoli la costruzione e la ristrutturazione delle chiese per assicurare il libero esercizio di culto per i cristiani”.

Un testo da applicare. “Perché questo testo non resti vuoto – conclude monsignor Mina – occorre la volontà politica del Parlamento che deve emanare le leggi per tradurre in pratica i dettami. Il popolo dovrà rivendicare i suoi diritti. L’Egitto potrà ripartire se i principi della Costituzione saranno applicati”. L’incognita? “Cosa faranno adesso i Fratelli Musulmani. Speriamo non ricorrano a un’opposizione armata. L’Egitto è cambiato: l’articolo 1 stabilisce che l’Egitto è una parte del mondo arabo e non di quello islamico”.

agensir.it

Ricapitalizzazione a danno dei cittadini

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di Fabio Ghia
Era nell’aria da qualche tempo. Ora è stata ufficializzata con tanto di comunicato stampa della Presidenza del Consiglio che ieri alla Camera ha iniziato la discussione sul decreto legge Imu-Bankitalia. Nel frattempo, aumentano le proteste per il provvedimento che, tramite la discussa rivalutazione del Capitale di via Nazionale, garantirà un guadagno compreso fra i 2,7 e i 4 miliardi. A chi andrà quest’utile immediato? Non alle solite banche. Questa volta in particolare sono solo quattro gli usufruttuari!

Oltre i 5 Stelle, anche Lista civica italiana ha lanciato una petizione rivolta al Premier Letta e al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano con un comunicato dal titolo: “Giù le mani dalla Banca d’Italia”- “Chiediamo a tutti gli italiani di mobilitarsi per evitare la conversione in legge del decreto n.133 del 30 novembre che è già stato approvato dal Senato e che martedì 21 gennaio va in discussione alla Camera. A questo scopo invitiamo i cittadini a scrivere al capo dello Stato affinché non promulghi la legge e al Presidente del Consiglio affinché stralci dal decreto almeno la parte relativa alla Banca d’Italia”. Ma il perché di questa ricapitalizzazione non è ben facile da comprendere. Da una parte appare evidente che ancora una volta il Governo non ha nessuna intenzione di affrontare la tematica sulla indispensabile divisione tra banche d’affari e banche commerciali.

Per ovviare a questo e continuare sulla strada da tempo intrapresa delle lottizzazioni clientelari e del partitismo, preferisce svendere la Banca d’Italia a vantaggio solo di alcune banche. A guardare nei dettagli il decreto legge, se ne deduce un non motivato aumento di capitale della Banca d’Italia, i cui azionisti per legge (da quando è nata), sono e possono essere solo le banche. In termini pratici, se il decreto passa anche alla Camera il Capitale della Banca d’Italia passa dal valore di 156.000 € (questo è il valore che ancora oggi si legge sulla capitalizzazione della BdI), a quello nominale di 7,5 miliardi di Euro, attraverso l’utilizzo delle Riserve Statutarie, cioè di fondi pubblici.

Al fine di salvaguardare una non eccessiva distribuzione degli utili, chi partecipa al capitale (le banche e le fondazioni), a differenza dell’attuale situazione, il decreto legge prevede limitare la partecipazione delle banche, che non potrà superare in futuro una quota di capitale superiore al 5%. Sembra apparentemente una felice soluzione, perché limita il guadagno delle banche sulla suddivisione dei dividendi. In realtà è una vera e propria rapina! La Banca d’Italia, infatti, ad aumento capitale avvenuto, potrà (o dovrà) ricomprare le quote in eccesso dalle banche.

Poiché il 5% di 300.000 (quote capitale) è pari a 15.000, tutti coloro che detengono di più potranno (o dovranno!) “vendere” alla Banca d’Italia il surplus. Chi attualmente è al disopra di tale partecipazione sono: – Intesa Sanpaolo S.p.A.: 91.035 – UniCredit S.p.A.: 66.342 – Assi. Gen. S.p.A.: 19.000 – CR Bologna S.p.A.: 18.602 (sito BdI – partecipanti). A conti fatti la Banca d’Italia potrà riacquistare in “temporaneo prestito” circa il 45% del suo capitale sociale (oltre 130.000 quote), versando alle banche il corrispettivo!

È vero che le banche in questa maniera non avranno più problemi né in conto capitale, né in conto economico e potranno quindi facilmente superare gli stress test della Bce, ma l’operazione sembra proprio un’ennesima presa per i fondelli per gli italiani. Dal valore nominale attuale 0.50 € cadauna, secondo il decreto, le singole quote passeranno a 20.000 Euro, per poi essere successivamente ricomprate dalla Banca d’Italia. Dunque, a saldi invariati dopo l’aumento di capitale, 2,7 miliardi di Euro (soldi del contribuente) verranno (silenziosamente) trasferiti alle quattro banche menzionate. Inoltre, il ministro Saccomanni potrà tassare degnamente quest’aumento guadagnandone dall’operazione più di un miliardo di Euro che potrà convogliare per ridurre il deficit di quest’anno. Per finire, le banche potranno in futuro avere dividendi più sostanziosi.

In particolare, poiché il tetto del 5% non sarà più calcolato su 156.000 euro, ma su 7,5 miliardi, potranno fare affidamento su circa 450 milioni di dividendi. Non c’è dubbio che 5 Stelle e Scelta Civica stanno giustamente difendendo gli interessi degli italiani. Il problema però permane, perché purtroppo anche questa volta è il potere politico che si è costituito ancora una volta a difesa dei territori da loro conquistati da tempo: le banche e il sistema finanziario che ne consegue. Corriamo, dunque, il rischio che ancora una volta gli interessi della finanza politica prendano il sopravvento a spese del misero cittadino che sempre di più perde ricchezza, senza neanche rendersene conto.

L’Opinione

Messaggio del Papa al Forum di Davos: intollerabile la fame nel mondo, tutelare bene comune e dignità umana

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Dignità dell’uomo, economia al servizio del bene comune, inclusione sociale, lotta alla fame e attenzione ai rifugiati: sono questi i temi del messaggio inviato da Papa Francesco al Forum economico mondiale, in corso a Davos, in Svizzera, fino al 25 gennaio. Nel documento pontificio – indirizzato al presidente esecutivo del Forum, Klaus Schwab e letto dal card. Turkson, responsabile del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace – il Papa auspica che l’incontro diventi “occasione per una più approfondita riflessione sulle cause della crisi economica” nel mondo. Il servizio di Isabella Piro:

Per molte persone, la povertà è stata ridotta, ma ciò non basta perché persiste ancora “una diffusa esclusione sociale”: parte da questa constatazione il messaggio del Papa per Davos, in cui si sottolinea come tutt’oggi, “la maggior parte di uomini e donne continua a vivere ancora una quotidiana precarietà, con conseguenze spesso drammatiche”. La politica e l’economia devono, allora, lavorare alla promozione di “un approccio inclusivo che tenga in considerazione la dignità di ogni persona umana ed il bene comune”. “Non si può tollerare – scrive poi il Pontefice – che migliaia di persone muoiano ogni giorno di fame, pur essendo disponibili ingenti quantità di cibo che spesso vengono semplicemente sprecate”. Allo stesso modo, il Papa sottolinea che “non possono lasciare indifferenti i numerosi profughi in cerca di condizioni di vita minimamente degne, che non solo non trovano accoglienza, ma non di rado vanno incontro alla morte in viaggi disumani”. “Sono consapevole che queste parole sono forti, persino drammatiche – nota il Papa – tuttavia esse intendono sottolineare, ma anche sfidare” la capacità del Forum di fare la differenza. Quello che occorre, ribadisce il Pontefice, è “un senso di responsabilità rinnovato, profondo ed esteso da parte di tutti”, per “servire con più efficacia il bene comune e rendere i beni di questo mondo più accessibili per tutti”. Facendo sue le parole di Benedetto XVI nella Caritas in veritate, Papa Francesco sottolinea poi che l’equità non deve essere solo economica, bensì deve basarsi su una “visione trascendente della persona”, in modo che si possa ottenere “una più equa distribuzione delle ricchezze, la creazione di opportunità di lavoro e una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo”. Il messaggio del Pontefice si conclude con un appello forte: “Vi chiedo – scrive – di fare in modo che la ricchezza sia al servizio dell’umanità e non la governi”, nell’ottica di “un’etica veramente umana”, portata avanti da persone “di grande onestà ed integrità”, guidate da “alti ideali di giustizia, generosità e preoccupazione per l’autentico sviluppo della famiglia umana”. Giunto alla 44.ma edizione, il Forum di Davos vede quest’anno 2.500 partecipanti, tra cui circa 40 Capi di Stato e di governo. Non mancano il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, e il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi. Presenti anche numerose ong e diversi rappresentanti religiosi, cristiani, ebrei e musulmani. Per la Chiesa cattolica, oltre al card. Turkson, si segnalano i porporati John Onayekan, arcivescovo di Abuja, in Nigeria, e Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila, nelle Filippine, oltre all’arcivescovo di Dublino, mons. Diarmuid Martin.

TESTO INTEGRALE DI PAPA FRANCESCO

TRADUZIONE ITALIANA
Al Professor Klaus SCHWAB
Presidente esecutivo del World Economic Forum
La ringrazio vivamente per il Suo cortese invito a rivolgermi all’incontro annuale del World Economic Forum, che, come al solito, si terrà a Davos-Klosters alla fine del mese corrente. Confidando che l’incontro sarà un’occasione per una più approfondita riflessione sulle cause della crisi economica che ha interessato tutto il mondo negli ultimi anni, vorrei offrire alcune considerazioni nella speranza che possano arricchire i dibattiti del Forum e fornire un utile contributo al suo importante lavoro.
Il nostro è un tempo caratterizzato da notevoli cambiamenti e da significativi progressi in diversi campi, con importanti conseguenze per la vita degli uomini. In effetti, «si devono lodare i successi che contribuiscono al benessere delle persone, per esempio nell’ambito della salute, dell’educazione e della comunicazione» (Evangelii gaudium, 52), come pure in tanti altri campi dell’agire umano, e occorre riconoscere il ruolo fondamentale che l’imprenditoria moderna ha avuto in tali cambiamenti epocali, stimolando e sviluppando le immense risorse dell’intelligenza umana. Tuttavia, i successi raggiunti, pur avendo ridotto la povertà per un grande numero di persone, non di rado hanno portato anche ad una diffusa esclusione sociale. Infatti, la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo continua a vivere ancora una quotidiana precarietà, con conseguenze spesso drammatiche.
In questa sede, desidero richiamare l’importanza che hanno le diverse istanze politiche ed economiche nella promozione di un approccio inclusivo, che tenga in considerazione la dignità di ogni persona umana e il bene comune. Si tratta di una preoccupazione che dovrebbe improntare ogni scelta politica ed economica, ma a volte sembra solo un’aggiunta per completare un discorso. Coloro che hanno incombenze in tali ambiti hanno una precisa responsabilità nei confronti degli altri, particolarmente di coloro che sono più fragili, deboli e indifesi. Non si può tollerare che migliaia di persone muoiano ogni giorno di fame, pur essendo disponibili ingenti quantità di cibo, che spesso vengono semplicemente sprecate. Parimenti, non possono lasciare indifferenti i numerosi profughi in cerca di condizioni di vita minimamente degne, che non solo non trovano accoglienza, ma non di rado vanno incontro alla morte in viaggi disumani. Sono consapevole che queste parole sono forti, persino drammatiche, tuttavia esse intendono sottolineare, ma anche sfidare, la capacità di influire di codesto uditorio. Infatti, coloro che, con il loro ingegno e la loro abilità professionale, sono stati capaci di creare innovazione e favorire il benessere di molte persone, possono dare un ulteriore contributo, mettendo la propria competenza al servizio di quanti sono tuttora nell’indigenza.
Occorre, perciò, un rinnovato, profondo ed esteso senso di responsabilità da parte di tutti. «La vocazione di un imprenditore è – infatti – un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita» (Evangelii gaudium, 203). Ciò consente a tanti uomini e donne di servire con più efficacia il bene comune e di rendere più accessibili per tutti i beni di questo mondo. Tuttavia, la crescita in equità esige qualcosa di più della crescita economica, benché la presupponga. Essa esige anzitutto «una visione trascendente della persona» (Benedetto XVI, Caritas in veritate, 11), poiché «senza la prospettiva di una vita eterna, il progresso umano in questo mondo rimane privo di respiro» (ibid.). Parimenti, richiede decisioni, meccanismi e processi volti a una più equa distribuzione delle ricchezze, alla creazione di opportunità di lavoro e a una promozione integrale dei poveri che superi il mero assistenzialismo.
Sono convinto che a partire da tale apertura alla trascendenza potrebbe formarsi una nuova mentalità politica ed imprenditoriale, capace di guidare tutte le azioni economiche e finanziarie nell’ottica di un’etica veramente umana. La comunità imprenditoriale internazionale può contare su molti uomini e donne di grande onestà e integrità personale, il cui lavoro è ispirato e guidato da alti ideali di giustizia, generosità e preoccupazione per l’autentico sviluppo della famiglia umana. Vi esorto, perciò, ad attingere a queste grandi risorse morali e umane, e ad affrontare tale sfida con determinazione e con lungimiranza. Senza ignorare, naturalmente, la specificità scientifica e professionale di ogni contesto, vi chiedo di fare in modo che la ricchezza sia al servizio dell’umanità e non la governi.
Signor Presidente, cari amici,
Confidando che in queste mie brevi parole possiate scorgere un segno di sollecitudine pastorale e un contributo costruttivo affinché le Vostre attività siano sempre più nobili e feconde, desidero rinnovare il mio augurio per il felice esito dell’incontro, mentre invoco la benedizione divina su di Lei, sui partecipanti al Forum, come pure sulle Vostre famiglie e attività.
Vaticano, 17 Gennaio

Radio Vaticana

“Ginevra 2”. Mons. Zenari: le parti si sentano figli al capezzale della madre Siria

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La popolazione siriana, sconvolta da un conflitto lungo tre anni, guarda con grande speranza alla Conferenza “Ginevra 2”, al via domani. Sulle aspettative per questa Conferenza,
Antonella Palermo ha raccolto il commento del nunzio in Siria, l’arcivescovo Mario Zenari, raggiunto telefonicamente a Damasco:

R. – E’ tempo ormai di girare pagina. Direi che già il fatto che questa Conferenza “Ginevra 2” si apra è un grande spiraglio, anche se sappiamo che le difficoltà verranno nei giorni seguenti. Ma già il fatto che si riuniscano e che comincino a parlarsi… Finora si sono parlati, in questi tre anni, attraverso i cannoni, attraverso le mitragliatrici. Quante volte le mie orecchie, anche qui a Damasco, sentivano lo scoppio di una bomba, di un ordigno, e subito dopo la replica dei cannoni… La prima aspettativa dovrebbe essere quella di arrestare immediatamente questa discesa agli inferi. E’ ora di bloccare questa valanga di morte e di distruzione e far resuscitare il diritto umanitario internazionale. Direi che questi dovrebbero essere i primi risultati della Conferenza.

D. – Vuole commentare questo ritiro dell’invito all’Iran?

R. – L’ideale sarebbe una partecipazione di tutti i Paesi che sono nella regione e che hanno parte un po’ a questo dramma della Siria. Naturalmente, da quello che si capisce sembra che non ci sia stata una piattaforma comune… Occorre naturalmente capire che bisogna mettersi d’accordo su che cosa si parla. Lakhdar Brahimi dice che questa Conferenza è un inizio e quindi avrà vari tempi e quindi immagino potrebbe esserci ancora un momento in cui anche l’Iran potrà associarsi. Un domani, quando si dovranno implementare le decisioni – che speriamo siano sagge decisioni per la Siria – naturalmente tutti i Paesi della regione dovranno essere coinvolti. Se mi consente di fare anche un appello a queste parti che si accingono a trovarsi in un luogo, a Montreux, e che siederanno attorno al tavolo delle trattative, io direi: più che al tavolo delle trattative io penso al capezzale di una Siria gravemente ammalata, al capezzale della madrepatria e quando si è al capezzale di una madre, la prima cosa da fare – se i figli sono veri figli – è capire come far vivere questa madre, farle recuperare la vita e rimetterla ancora in uno stato di salute. Direi che questo dovrebbe essere l’obiettivo principale di queste parti in conflitto.

D. – Si giungerà, secondo lei, a una soluzione politica del conflitto in Siria da questo vertice?

R. – Direi che tutti lo speriamo. Qui lo auspicano ardentemente. La gente non ce la fa più ad andare avanti in questa situazione. Oltre alle morti, alle stragi, alle atrocità, alle distruzioni, c’è una povertà galoppante. Quelli che erano i ricchi naturalmente sono già partiti da tempo, mentre quelli che erano la classe media sono diventati una classe povera, che diventa sempre più povera ogni giorno. Anche qui farei un particolare commento: si è salutata con grande speranza e attesa questa Conferenza di “Ginevra 2”, ma non dimentichiamo le tantissime persone, milioni di persone, che purtroppo non possono neanche interessarsi né a “Ginevra 1”, né a “Ginevra “2, né ai risultati, perché tutti i giorni sono alle prese con la fame, sono alle prese con il freddo, sono alle prese con infermità… Ecco, guardiamo a tutte queste persone, perché questi sono i principali attori di questa Conferenza: questi dovrebbero essere lì presenti, se non fisicamente almeno simbolicamente.

Radio Vaticana

Il Papa: custodiamo la nostra piccolezza per dialogare con il Signore

Custodiamo la nostra piccolezza per dialogare con la grandezza del Signore. E’ quanto affermato da Papa Francesco nella Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice ha sottolineato che il Signore ha con noi un rapporto personale, non è mai un dialogo con la massa. Il Signore, ha proseguito, sceglie sempre i piccoli, chi ha meno potere perché guarda alla nostra umiltà. Il servizio di Alessandro Gisotti:

Il Signore e i piccoli. Papa Francesco ha incentrato la sua omelia su questo binomio e subito ha sottolineato che “il rapporto del Signore con il suo popolo è un rapporto personale” è “sempre, da persona a persona”. Lui, ha soggiunto, “è il Signore e il popolo ha nome”, “non è un dialogo fra il potente e la massa”. E’ un dialogo “personale”:

“E in un popolo, ognuno ha il suo posto. Mai il Signore parla alla gente così, alla massa, mai. Sempre parla personalmente, con i nomi. E sceglie personalmente. Il racconto della creazione è una figura che fa vedere questo: è lo stesso Signore che con le sue mani artigianalmente fa l’uomo e gli dà un nome: ‘Tu ti chiami Adam’. E così incomincia quel rapporto fra Dio e la persona. E c’è un’altra cosa, c’è un rapporto fra Dio e noi piccoli: Dio, il grande, e noi piccoli. Dio, quando deve scegliere le persone, anche il suo popolo, sempre sceglie i piccoli”.

Dio, ha proseguito, sceglie il suo popolo perché è “il più piccolo”, ha “meno potere” degli altri popoli. C’è proprio un “dialogo fra Dio e la piccolezza umana”. Anche la Madonna dirà: “Il Signore ha guardato la mia umiltà”. Il Signore “ha scelto i piccoli”. Nella prima Lettura di oggi, ha osservato, “si vede questo atteggiamento del Signore, chiaramente”. Il profeta Samuele sta davanti al più grande dei figli di Iesse e pensa che sia “il suo consacrato, perché era un uomo alto, grande”. Ma il Signore, ha osservato il Papa, gli dice di “non guardare al suo aspetto né alla sua statura” e aggiunge: “Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo”. Infatti, ha ribadito il Pontefice, “l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore. Il Signore sceglie secondo i suoi criteri”. E sceglie “i deboli e i miti, per confondere i potenti della terra”. Alla fine, dunque, “il Signore sceglie Davide, il più piccolo”, che “non contava per il padre”. “Non era a casa”, era “a custodire le pecore”. Eppure, proprio Davide “è stato eletto”:

“Tutti noi col Battesimo siamo stati eletti dal Signore. Tutti siamo eletti. Ci ha scelto uno per uno. Ci ha dato un nome e ci guarda. C’è un dialogo, perché così ama il Signore. Anche Davide poi è diventato re e ha sbagliato. Ne ha fatti forse tanti, ma la Bibbia ci racconta due sbagli forti, due sbagli di quelli pesanti. Cosa ha fatto Davide? Si è umiliato. E’ tornato alla sua piccolezza e ha detto: ‘Sono peccatore’. E ha chiesto perdono e ha fatto penitenza”.

E dopo il secondo peccato, ha proseguito, Davide ha detto al Signore: “Punisci me, non il popolo. Il popolo non ha la colpa, io sono colpevole”. Davide, è stata la riflessione del Papa, “ha custodito la sua piccolezza, col pentimento, con la preghiera, con il pianto”. “Pensando queste cose, a questo dialogo fra il Signore e la nostra piccolezza”, ha soggiunto, “mi domando dov’è la fedeltà cristiana”:

“La fedeltà cristiana, la nostra fedeltà, è semplicemente custodire la nostra piccolezza, perché possa dialogare con il Signore. Custodire la nostra piccolezza. Per questo l’umiltà, la mitezza, la mansuetudine sono tanto importanti nella vita del cristiano, perché è una custodia della piccolezza, alla quale piace guardare il Signore. E sarà sempre il dialogo fra la nostra piccolezza e la grandezza del Signore. Ci dia il Signore, per intercessione di San Davide – anche per intercessione della Madonna che cantava gioiosa a Dio, perché aveva guardato la sua umiltà – ci dia il Signore la grazia di custodire la nostra piccolezza davanti a Lui

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