Dalla parola del giorno

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Fratelli, la parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e alle midolla, e discerne i sentimenti e i pensieri del cuore»

Eb 4, 12

Come vivere questa Parola?

Chiudiamo questa settimana con una riflessione sull’efficacia e vitalità della Parola di Dio. Dio ha scelto molti modi per manifestarsi, ma ha privilegiato la Parola: quella sussurata all’orecchio ai profeti, quella proclamata con forza nelle teofanie, quella ispirata e scritta nel tempo da tanti fedeli, da comunità di credenti, tanto da diventare libro. Una parola “incarnata”, che si dice con le lingue, i generi, gli stili degli uomini. A volte ambigua, difficile da capire e spesso contradditoria, scandalosa. Ma sempre Parola viva! Letta, riletta, riascoltata, suona sempre diversa e nuova, capace di svelare significati inediti nel tempo e nelle azioni delle persone che l’accolgono. Una parola che fa pensare, che orienta nelle scelte, che aiuta a distinguere, che raffina l’anima.

Signore, aumenta il nostro amore alla tua Parola. Rendici confidenti con essa, e fa che sia quotidiano il nostro rapporto con la Parola, studiata, amata, meditata, pregata.

La voce della Parola di Dio

Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo

e non vi ritornano senza avere irrigato la terra,

senza averla fecondata e fatta germogliare,

perché dia il seme a chi semina

e il pane a chi mangia,

così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca:

non ritornerà a me senza effetto,

senza aver operato ciò che desidero

e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata

Is 55, 10-11

 

Commento di Sr Silvia Biglietti FMA

silviabiglietti@libero.it

Dalla parola del giorno

«Infatti noi, che abbiamo creduto, entriamo in quel riposo»

 Eb 4,3

 

Come vivere questa Parola?

Ma cos’è il riposo di Dio? Che significa entrare in esso? L’autore della lettera agli Ebrei usa questa espressione ricalcando le parole del salmo 94, dove riposo è sinonimo di terra promessa e la collega alla creazione in generale, che una volta compiuta vide Dio riposarsi nel settimo giorno. Il riposo di Dio è la contemplazione del compimento della sua opera creatrice. Quello stato di beatitudine che deriva dall’amare la bellezza di tutto ciò che è a immagine sua. Potremmo dire che per noi è anche partecipazione, fruizione della bellezza del Regno, condivisione della sua potenza e dei suoi benefici. Riposo è anche armonia, riconciliazione, riconquistato equilibrio, consapevolezza e calma della propria e altrui bellezza. Uno stato di quiete che non si connota di pigrizia e inazione, che stabilizza l’agire e orienta il prolungarsi dell’opera creatrice.

Signore, il tuo riposo sia per noi non solo speranza futura, ma connoti il nstro presente. Perchè non sia l’affanno, l’ansia e la stanchezza a fondare il nostro vivere e il nostro agire.

 

La voce un Padre della Chiesa

E l’uomo vuole lodarti, una particella del tuo creato, che si porta attorno il suo destino mortale, che si porta attorno la prova del suo peccato e la prova che tu resisti ai superbi. Eppure l’uomo, una particella del tuo creato, vuole lodarti. Sei tu che lo stimoli a dilettarsi delle tue lodi, perché ci hai fatti per te, e il nostro cuore non ha posa finché non riposa in te. Che io ti cerchi, Signore, invocandoti e ti invochi credendoti, perché il tuo annunzio ci è giunto.

Sant’Agostino

Commento di Sr Silvia Biglietti FMA

silviabiglietti@libero.it

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Siamo infatti diventati partecipi di Cristo, a condizione di mantenere salda sino alla fine la fiducia che abbiamo avuto fin dall’inizio» (Eb 3, 14)

 

Come vivere questa Parola?

Questo brano contiene un ammonimento che sollecita a non farsi sedurre dalla paura, che impedisce il continuare a credere. La lunga citazione del salmo invitatorio 94 fa memoria dell’infedeltà e paura di Israele che furono punite: dopo i 40 anni nel deserto, molti non entrarono nel ‘riposo di Dio’. Lo stesso Mosè non vedrà la terra promessa!

Anche oggi l’insidia per la fede viene dalla paura di perdere qualcosa ma anche di essere troppo liberi e responsabili. Fiducia in Dio è adesione al suo disegno di salvezza che ci vede attivi prolungatori di questo mistero nella storia. Questa adesione è la modalità effettiva di vivere la partecipazione a Cristo. Partecipare di lui è condividere il suo essere figlio, il suo essere re, profeta e sacerdote.

Signore, mantienici saldi nella fiducia in te. Niente ci distragga da te, ma permettici di prendere parte in modo sempre più intimo, più reale alla tua vita, alla tua santità, nella tua beatitudine che diventa fame e sete di giustizia, povertà di spirito, mitezza, pacificazione e anche persecuzione.

La voce di un sacerdote

Siamo “partecipi”, cioè siamo stati immersi nel mistero del Figlio di Dio. In Gesù, siamo figli di Dio. Questa è la “vocazione celeste”, cioè l’elezione divina che proclama Gesù Figlio di Dio, alla quale noi pure siamo chiamati per la potenza del sacrificio d’amore di Gesù che ci ha donato la sua vita facendoci così partecipi di Lui. Questo è il dono della fede che dobbiamo custodire. 

Don Giovanni Nicolini

Commento di Sr Silvia Biglietti FMA

AMICI E SERVITORI DELLA PAROLA

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Infatti, proprio per essere stato messo alla prova e aver sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto

a quelli che subiscono la prova»

 Eb 2, 18

Come vivere questa Parola?

La sofferenza è una conseguenza del peccato; Dio ad Adamo ed ad Eva lascia questa come segno del loro allontamento, dopo il peccato: “Moltiplicherò i tuoi dolori e con dolore partorirai”, “Con dolore ne trarrai il cibo (dalla terra) per tutti i giorni della tua vita”. Nella stessa maledizione è contenuto anche il protovangelo, la promessa che comunque una donna arriverà e schiaccerà la testa la serpente, spezzando la maledizione stessa. Il serpente sarà schiacciato perchè la donna permetterà al Messia, al redentore di entrare in quella storia di peccato. In Cristo queste pagine dell’antico testamento prendono significato pieno e l’autore della lettera agli Ebrei ci guida in questa decifrazione. Messo alla prova e soffrendo, Cristo conosce realmente cosa significhi essere uomini e per questo interviene, sostiene e salva. Una solidarietà nel bene manifestata ed avviata nel Battesimo al Giordano e che continua e si riflette in ogni scelta di condivisione, di accompagnamento che Gesù fa nella sua vita terrena. Uno stile, un metodo imprescindibili per essere anche noi come lui.

Signore, grazie per come ti fai carico di ogni aspetto della nostra umanità. Ti preghiamo oggi per le famiglie che sono investite improvvisamente di un dolore grande causato dalla malattia e temono di non saperlo sopportare. La tua presenza porti loro guarigione, sollievo e speranza. 

La voce un teologo

Dio soffre con noi, non si limita a guardare da lontano noi che soffriamo.

Raniero Cantalamessa

 

Commento di Sr Silvia Biglietti FMA

AMICI E SERVITORI DELLA PAROLA

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Avendo sottomesso a lui tutte le cose, nulla ha lasciato che non gli fosse sottomesso»

Eb 2, 8

Come vivere questa Parola?

La lettera agli Ebrei continua anche oggi, sottolineando la sottomissione a Cristo di tutta la creazione e di tutta la storia. L’incarnazione strappa il Figlio dall’eternità, lo abbassa e lo immerge nel limite dell’essere cretaura, secondo un movimento che gli permette di entrare nel mondo, dunque in uno spazio e un tempo precisi. Questo movimento fa si che l’eternità invada la creazione e così, la riporti alla sua originalità. Sottomissione è qui da intendere come il ritrovamento del senso e della relazione autentica con la propria origine. La creazione che soffre e geme in attesa della redenzione e dell’adozione a figlia, vede in Cristo il termine dei suoi dolori.

 

Signore, aiutaci a non far soffrire la creazione inutilmente. La sua redenzione è con la nostra e come ci impegniamo ad essere prolungamento di salvezza nel nostro tempo perchè il vangelo arrivi ad ogni uomo, così  fa che l’attenzione all’ambiente, l’amore alle piante e agli animali, la cultura del non spreco e della non distruzione, siano il nostro modo di permettere a tutte le cose di sottomettersi a Cristo, trovando piena bellezza e vocazione

La voce di Papa Francesco

«Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba ». Questa sorella protesta per il male che le provochiamo, a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. La violenza che c’è nel cuore umano ferito dal peccato si manifesta anche nei sintomi di malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua, nell’aria e negli esseri viventi. Per questo, fra i poveri più abbandonati e maltrattati, c’è la nostra oppressa e devastata terra, che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22).

(Laudato sii, 1-2)

 

Commento di Sr Silvia Biglietti FMA

Figli     Lc 3, 15-16.21-22

Finalmente, al momento del battesimo di Gesù, nelle acque del fiume Giordano, si sente, per la prima volta, la voce del Padre. Erano passati trenta lunghi anni durante i quali Dio apparentemente taceva.

 

Ma quella voce rimaneva silenziosa solo in apparenza perché Gesù la conosceva, l’aveva sentita sempre anche se in forma completamente diversa.

 

Gesù da sempre conosceva la volontà del Padre anche se, umanamente, la scopriva giorno dopo giorno, nella vita nascosta della casa di Nazareth.

 

Ciò che suo Padre doveva dirgli erano poche parole, cinque o sei appena, ma talmente importanti, talmente profonde, che solo dopo trent’anni Gesù poté coglierne il senso e fare proprio  il loro significato. Il Padre gli dichiarò il suo amore: “Tu sei il figlio mio amato”.

 

Gesù conosceva bene quell’amore, quell’amore “era” da sempre. Lo conosceva  e ora lo riconosceva in modo nuovo. Quell’amore non era mai stato espresso così, con quelle parole, pronunciate da Dio a un essere umano. Era la novità assoluta di quel battesimo ed era anche ciò che il Padre aveva da dire qui sulla terra, tutto ciò che, da sempre, diceva.

 

Ora poteva solo ripetersi perché non ci sarebbe stato mai più altro da aggiungere. E neanche altro da fare, se non ascoltare questo amore e accoglierlo.  E solo il Padre sapeva fin dove quella dichiarazione d’amore avrebbe portato suo Figlio.

 

E volete sapere la risposta di Gesù? La sua risposta la conosciamo tutti. Eccola: “Non  sia fatta la mia ma la tua volontà” e “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.

 

“Questo è il mio figlio amato”. Era la primissima volta che la parola del Padre risuonava così sulla terra, ma non l’ultima, perché questo non è accaduto solamente a Gesù o per Gesù. Accade anche per noi, a tutti noi. E quel battesimo non era l’ultimo battesimo, così come non era l’ultima volta che lo Spirito santo veniva a dimorare in un essere umano.

 

Da allora, ogni volta che un uomo o una donna, vengono battezzati nascono come figli di Dio, figli nel Figlio, cristiani in Cristo Gesù.  E in ognuno di noi nasce una risposta d’amore. “Tutti quelli infatti che sono guidati dallo Spirito di Dio, sono figli di Dio. E non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma uno spirito da figli adottivi per mezzo del quale gridiamo: Abbà, Padre!” (Rom 8, 14-15). Sono parole dell’apostolo Paolo.

 

“Tu sei mio Figlio amato, in te ho posto il mio compiacimento”. Da secoli queste parole del Padre continuano a risuonare nel cuore di tutti noi che siamo stati battezzati in Gesù. Risuonano ogni istante e sono sufficienti e per sempre, perché l’amore da solo basta sempre.

 

Noi non abbiamo altro da fare che ascoltare queste parole, a lungo, e lasciare che lo Spirito susciti la nostra risposta, la stessa di Gesù: “Abbà, Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”.

 

La mia vita, Padre, è nelle tue mani. Io sono nel tuo cuore.

Don Paolo Zamengo SDB

DALLA PAROLA DEL GIORNO

«Un giorno, mentre Gesù si trovava in una città, ecco, un uomo coperto di lebbra lo vide e gli si gettò dinanzi, pregandolo: «Signore, se vuoi, puoi purificarmi». 
Gesù tese la mano e lo toccò dicendo: «Lo voglio, sii purificato!» E immediatamente la lebbra scomparve da lui. Gli ordinò di non dirlo a nessuno: «Va’ invece a mostrarti al sacerdote e fa’ l’offerta per la tua purificazione, come Mosè ha prescritto, a testimonianza per loro».
 Di lui si parlava sempre di più, e folle numerose venivano per ascoltarlo e farsi guarire dalle loro malattie. Ma egli si ritirava in luoghi deserti a pregare»

Lc 5,12-16

 

Come vivere questa Parola?

La potenza del Vangelo appare in tutta la sua sconvolgente novità dietro le righe della narrazione di questo episodio, se sappiamo vedere nel lebbroso, nel reietto della società, l’unico che ha l’umiltà e il coraggio di farsi prossimo a Gesù nonostante il suo male. Avvicinato il Maestro, non vede deluse le sue aspettative: ne riceve quella mano tesa e calda d’amore che né la benemerenza della solidarietà civile né i precetti religiosi della tradizione sacerdotale gli avevano offerto. Tanti occhi sbarrati per paura ed incredulità, dalle finestre socchiuse e dai pertugi di quell’anonima città forse quel giorno hanno visto la scena unica ed indimenticabile dell’incontro tra il Nazareno e l’uomo ripugnante che nessuno, per igienica norma sancita dalla Torah (Lv 13) osava avvicinare. In un “abitacolo di lebbrosi solitari tutti inscatolati” (S. Fausti) era emerso solo costui, abitato dalla consapevolezza di essere di fronte al solo che poteva guarirlo. Prostrato faccia a terra, il lebbroso si rivela teologicamente più ortodosso dei Leviti nell’esprimere la limpida confessione di fede: “se vuoi, puoi …”! Solo il Signore Gesù può strapparci dall’appartenenza ad una città di anonimi abitanti per renderci cittadini del suo Regno, Egli che è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto (Lc 19,10), senza vergognarsi di percorrere le strade semideserte della nostra quotidianità abbruttita dal peccato.

Il mio male, riconosciuto e presentato al Signore, può diventare il punto di partenza per l’incontro con Lui e il primo passo verso la conversione. Posso diventare vero testimone di Gesù se so abbandonarmi a Lui e permetterGli di rinnovarmi in profondità, così che la mia vita rigenerata sia un segno per quanti hanno l’etichetta di cristiani ma non sono abitati dallo Spirito di Dio.

La voce di un Papa

“Meglio vivere come un ateo anziché dare una contro-testimonianza dell’essere cristiani” (Papa Francesco).

 

Commento di Don Enrico Emili