Venerdì 18 Meditazione Quotidiana J.Main

Quando si medita, la vostra energia deve essere incanalata in un unico flusso e l’alveo di quel flusso è la vostra parola. Al di fuori dell’esperienza meditativa non si può apprezzare appieno questo consiglio. Come vi ho suggerito, la meditazione concerne l’immobilità: somiglia a una pizza d’acqua. Le distrazioni che emergono quando cominciamo a meditare sono solo increspature, correnti e mulinelli che perturbano l’acqua. Quando iniziate a meditare, tuttavia, e raggiungete l’immobilità, l’acqua in profondità diviene sempre più limpida.

L’esperienza della meditazione, cui ciascuno di noi è chiamato e di cui tutti siamo capaci, equivale a scoprire quella profondità dentro di noi, che è come una pozza d’acqua profonda, di una profondità infinita. L’incanto di questa pozza d’acqua è che, quando è immobile e il sole la colpisce, ogni goccia, nella sua profondità infinita, somiglia a una goccia di cristallo che palpita nella luce solare. Ecco a che cosa siamo chiamati nella meditazione – a scoprire la profondità del nostro spirito e la sua capacità di essere in piena armonia con il Dio che afferma di essere luce: “Io sono la luce del mondo” (Gv. 8,12).

Giovedi 17 gennaio Meditazione Quotidiana J.Main

Quando leggo Cassiano, mi viene subito in mente la preghiera che Gesù approva a quando ci riferisce del peccatore che, in piedi in fondo al tempio, pregava con un’unica espressione:”Signore, abbi pietà di me peccatore, Signore, abbi pietà di me peccatore”. Gesù afferma che egli andò a casa “giustificato”, a differenza del fariseo che, in prima fila, pregava ad alta voce con molte parole (Lc. 18-9-14). Tutto l’insegnamento di Cassiano sulla preghiera si basa sui vangeli:

Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate (Mt. 6,7-8).

Come suggeriva, pregare non significa parlare con Dio, ma ascoltarlo o essere con Lui: sulla base di questa semplice idea della preghiera, Cassiano raccomanda, qualora si voglia pregare o ascoltare, di rimanere silenti e immobili, recitando in continuazione un breve versetto. Cassiano aveva ereditato questo metodo da quella che ai suoi tempi era un’antica e consolidata tradizione ed è tuttora universale. Mille anni dopo Cassiano, l’autore inglese della Nube della non-conoscenza (cap. 39) raccomandava la ripetizione di una piccola parola: “Dobbiamo pregare nell’altezza e nella profondità, nella lunghezza e nella larghezza del nostro spirito [diceva] non con molte parole ma con una piccola parola”.

Insegnamenti settimanali – Gregorio di Nissa

Gregorio di Nissa

La filosofia indiana include fra le altre la dottrina di ‘advaita’ o non dualità. Noi non siamo uno con la realtà ultima, ma non siamo nemmeno solo dualisticamente collegati ad essa. Come capita con tutte le idee, anche questa ha prodotto diverse versioni. Ci sono forme di ‘advaita’ forti e forme deboli. Allo stesso modo la coscienza mistica cristiana – che non è in se stessa una questione di idee ma dà origine a nuove idee, le più rare delle creazioni – presenta forme deboli e forme forti di teologia apofatica. Questa teologia non rifugge dalla inconoscibilità del mistero di Dio, anzi caldamente l’accoglie. Rispetto al metodo apofatico Gregorio di Nissa (335-395) è il più convinto di tutti. Forse per questo, e per il fatto che non fu tradotto subito in latino, egli ha avuto minore influenza sulla teologia e sulla spiritualità occidentale di quanta non ebbe  sulla sua chiesa orientale. Ma il mondo contemporaneo occidentale, stanco di divisioni religiose, trae molti benefici dall’incontro con il suo pensiero.

Cresciuto come gentiluomo di campagna in quella che è oggi la Turchia, Gregorio è uno dei tre grandi Padri della Cappadocia. Suo fratello Basilio e l’amico di Basilio, Gregorio Nazianzeno, erano rispettivamente il politico-legislatore e il poeta-teologo del gruppo. Gregorio di Nissa divenne il filosofo mistico dopo una vita di uomo sposato e un turbolento e piuttosto inefficiente episcopato. Pare che solo dopo la morte di suo fratello abbia trovato la propria strada, sentendosi chiamato a portare avanti l’eredità di Basilio nel difendere il Concilio di Costantinopoli del 381. Per la chiesa delle origini questo fu un importante momento storico  nella resistenza all’Arianesimo, la dottrina che considera la divinità di Cristo inferiore a quella del Padre. Si potrebbe pensare che questa lunga battaglia contro un’eresia moderna ancora potente (eresia significa letteralmente un ‘punto di vista scelto’) sia stata una controversia meramente accademica. In realtà riguarda la nostra reale concezione del sé e del senso del potenziale umano. Quel che Gesù è, noi siamo. Si potrebbe pensare anche che la tradizione mistica non avesse molto da dire in questa colta discussione. In realtà nessuno dimostra meglio di Gregorio, nelle opere della seconda metà della sua vita, che la coscienza mistica  illumina il mondo delle idee da quella sorgente soprannaturale che plasma i nostri pensieri migliori. La logica dell’esperienza mistica si estende al regno del pensiero e dell’azione e richiede coerenza.

Gregorio segna un distanziamento della mistica cristiana dalla sua tradizione greca. Origene, una mente assolutamente greca, manifesta una forma debole di apofatismo. Egli ama pensare che quando avremo superato il percorso ad ostacoli ascetico e vinto le nostre passioni, vedremo quello che abbiamo desiderato vedere e sapremo quello che abbiamo desiderato sapere. L’idea greca di perfezione è l’innalzarsi al di sopra del mondo mutevole e della mutevole mente e arrivare al regno della divina immobilità. Da lì, seduti su un trono di coscienza, guardiamo giù al mondo mutevole. E’ una visione che ancora influenza la nostra idea di paradiso e di beatitudine.

Per Gregorio, nel suo trattato Sulla perfezione o nella sua Vita di Mosè, l’ascetica è il mezzo per superare la ‘guerra civile dentro noi stessi’. Dobbiamo combattere il ricordo rabbioso delle ferite sofferte, come i cittadini dell’Irlanda del Nord o dell’Iraq dovranno fare ancora per lungo tempo. Il desiderio deve essere allenato e trasformato per permetterci di vivere in modo consapevole. Possiamo migliorare. Ma la perfezione non è mai il traguardo finale. ‘Il divino è per sua natura infinito, non rinchiuso entro confini.’ Quando il desiderio è purificato nella preghiera non raggiunge una soddisfazione definitiva, ma si intensifica mano a mano che progrediamo. Non possiamo mai essere soddisfatti di quello che ci viene da Dio.

Per Jean Danielou, uno dei più grandi commentatori di Gregorio, questa linea di interpretazione rappresenta un avanzamento rispetto alla posizione di Origene. La incomprensibilità di Dio, la sua irraggiungibilità genera così la mistica  del buio o ‘agnosia’ – all’apparenza l’opposto di gnosis. Ci sono due tipi di oscurità, debole e forte. La prima è espressa in ciò che Gregorio disse del fratello a proposito dell’ombra in cui gli sembrò di sentire che lui stesse: “noi lo vedemmo entrare nel buio dove c’era Dio … egli comprese ciò che era invisibile agli altri.” Questa è un’oscurità accettabile. Siamo confusi ma poi capiamo,  ciechi e poi vediamo. Ma c’è un’oscurità più profonda: “la vera visione e la vera conoscenza di quel che cerchiamo consiste precisamente nel non vedere, nella consapevolezza che il nostro obiettivo trascende ogni conoscenza …”

Perfezione è continuo progresso. L’opinione dei greci circa il cambiamento come un limite viene superata dal continuo progredire del cambiamento in qualcosa di meglio, “da gloria a gloria”. Ogni fine è un nuovo inizio. L’orizzonte si allontana costantemente man mano che ci avviciniamo. La ‘perfezione’ consiste nel non smettere mai di crescere nel bene. Se accettiamo questo, dobbiamo affrontare serie conseguenze, a condizione che desideriamo davvero vivere secondo quel che crediamo. La trascendenza e il paradosso (‘movimento e stabilità sono la stessa cosa ’) diventano valori umani. La coscienza è un universo che si espande. La paura di esser condannati ad una insoddisfazione permanente – una conclusione naturale per chiunque sia cosciente dei cicli del desiderio naturale – diventa ebbrezza di inesauribile beatitudine. Il bene non sembra più monotono e Cristo non è oggetto di idolatria, ma la Via verso il Padre.

Conoscere Dio, nell’esperienza trascendente di sapere che non possiamo conoscere Dio, ci rimanda a noi stessi in un modo nuovo. In tutta la tradizione mistica un tema fondamentale è il legame tra conoscenza di se stessi e capacità di conoscere Dio. Gregorio colloca la sua antropologia cristiana nell’asserzione biblica che noi siamo ‘icone’ di Dio. Non esiste una divisione gnostica tra il naturale e il sovrannaturale. Gregorio non è attratto dal gioco metafisico tra immagine e somiglianza, come invece sono altri maestri mistici. E’ un sollievo essere logicamente e teologicamente convinti di essere essenzialmente buoni. La mortalità è la cura del peccato originale, non una punizione; e “la grazia della risurrezione è la reintegrazione dell’essere umano al suo stato originale” di beatitudine.

Gregorio ci somministra una forte dose di ‘agnosia’. All’inizio ha un sapore sgradevole, ma quando siamo riusciti a superarlo, sentiamo il suo effetto guaritore. Paradossalmente il regno umano e il creato si confermano  come tali perché non smettiamo di essere umani anche quando siamo in unione con Dio. La speranza è basata sull’idea che ogni fine è un inizio. Il peccato è un rifiuto ad andare avanti. Il termine usato da San Paolo “epektasis” (‘proteso’, Lettera ai Filippesi 3, 13) fornisce a Gregorio una autorevolezza scritturale. Tensione ed espansione, dimenticare cosa abbiamo alle spalle,  tendere verso il passo successivo.

Tutto questo influenza radicalmente la preghiera e approfondisce ulteriormente la nozione di Origene sulla purezza. Gregorio ci aiuta a capire perché possiamo smettere di pensare a Dio, e in effetti ne abbiamo bisogno, per poter entrare pienamente nella preghiera. “Qualunque rappresentazione è un ostacolo”, egli dice. Questo potrebbe essere visto come una limitazione della preghiera, ma in effetti è un’espansione della vita. “La persona che pensa che Dio si può conoscere non ha davvero una vita, poiché è  falsamente distratto dal vero Essere verso qualcosa di concepito dalla propria immaginazione.”

Eppure Gregorio non era un monaco eremita, ma un vescovo, un pastore e un maestro. Piuttosto che sminuire la vita sacramentale, la sua teologia mistica la rende vitale. In un sermone contro coloro che  differiscono il battesimo, egli dice che il potere del cristianesimo è duplice: “rigenerazione per fede” e “partecipazione ai simboli mistici e ai riti”. Il battesimo è un’iniziazione verso una terra che porta frutti di felicità e l’Eucarestia è medicina di immortalità; essa fa una differenza fisica per coloro che la celebrano. Come si potrebbe esprimere in modo più amabile la centralità dell’esperienza contemplativa nella Chiesa o il significato della vita come liturgia mistica?

 Laurence Freeman OSB

Lettura settimanale

Quando ci esorta a non preoccuparci, Gesù non intende negare la realtà dei problemi quotidiani. Ci invita ad abbandonare l’ansietà, non la realtà. Imparare a non preoccuparsi è arduo… [Eppure] nonostante il suo problema di deficit dell’attenzione, anche la mente moderna ha una sua naturale capacità di stare ferma e trascendere le sue fissazioni. Nella profondità, scopre la propria chiarezza, là dove è in pace, libera dall’ansia. Ognuno di noi ha circa una mezza dozzina di ansietà preferite, simili a caramelle amare che succhiamo in continuazione. Saremmo spaventati se ne restassimo privi. Gesù ci sfida a superare la paura di perdere l’ansietà, la paura che abbiamo della pace stessa. La pratica della meditazione è una via per mettere in atto i suoi insegnamenti sulla preghiera; essa dimostra, attraverso l’esperienza, che in effetti la mente umana può scegliere di non preoccuparsi.

[…] Scegliere di ripetere il mantra fedelmente e il ritornare ad esso ogni volta che le distrazioni arrivano, esercita la libertà che abbiamo di “porre attenzione”. Non è una scelta simile a quando prendiamo una marca invece che un’altra dagli scaffali di un supermercato. È la scelta di impegnarsi. La via del mantra è un atto di fede, non un movimento del potere dell’ego. In ogni atto di fede, c’è una dichiarazione di amore. La fede prepara il terreno perché il seme del mantra germogli nell’amore. Non creiamo noi il miracolo della vita e della crescita, ma siamo responsabili del suo svolgersi graduale. Arrivare alla pace della mente e del cuore — al silenzio, all’immobilità e alla semplicità — richiede non la volontà tipica di un arrivista, ma l’attenzione incondizionata, la fedeltà continua di un discepolo.

Brano tratto da  Laurence Freeman OSB, “Meditation,”

Mercoledì 16 gennaio Meditazione Quotidiana J.Main

Non dimenticare la purezza del cuore implicita nella recita del mantra. La fedeltà al mantra dall’inizio alla fine di ogni meditazione ci conduce a tale semplicità e innocenza poiché ci permette di abbandonare l’ego. La fiducia di proclamare Cristo, discernimento necessario per capire come dovremmo farlo al giorno d’oggi, e il coraggio di rendergli testimonianza a partire dalla esperienza che abbiamo fatto di Lui derivano dalla nostra fedeltà alla meditazione quotidiana e al mantra.

Non vi è nulla che risplende maggiormente nel nostro cuore della gloria di Cristo, che non è trionfalistica, ma trionfa sui cuori induriti dalle ferite della vita. La povertà, la purezza, la semplicità sono armi inusuali per menti abituate a immagini e a valori incentrati sulla violenza. Ma la nostra sopravvivenza, spirituale e anche fisica, dipende da una rinnovata consapevolezza del potere salvifico di queste qualità umane. Questa è la via del mantra.

Noi infatti non predichiamo noi stessi, ma Cristo Gesù Signore; quanto a noi, siamo i vostri servitori per amore di Gesù. E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo (2 Cor. 4,5-6).

Martedì 15 gennaio Meditazione Quotidiana J.Main

Lasciate che vi ricordi ancora una volta l’importanza della disciplina. Sedere immobili è il primo passo lontano dall’egoismo, dall’interesse per noi stessi, dai nostri corpi. Sedete immobili. Entrate, scendete in zone di semplicità dentro di voi che neanche immaginavate ci fossero, zone di umiltà di cui avevate dimenticato l’esistenza – la vostra capacità di essere innocenti, fiduciosi, di abbandonare ogni pretesa, ogni desiderio e di continuare a ripetere la parola per tutto il tempo della meditazione. Ritornare alla parola se l’avete abbandonata, senza preoccuparvi delle distrazioni. Non ci sono scorciatoie, non esiste un misticismo immediato, ma per ciascuno di noi c’è l’infinito amore di Dio che zampilla nel nostro cuore e che è più che sufficiente. Ascoltiamo ancora le parole di San Paolo:

Egli è venuto perciò ad annunziare pace a voi che eravate lontani e pace a coloro che erano vicini. Per mezzo di lui possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito (Ef. 2,17-18).

Ecco il motivo per il quale meditiamo: per arrivare al Padre, a nostro Padre, in un unico Spirito.

Lunedì 14 gennaio Meditazione Quotidiana J.Main

Perché dovreste meditare? Perché si dovrebbe meditare? La tradizione che ci ha riunito, ci dice che ciò di cui ognuno di noi ha bisogno se deve vivere la propria vita in pienezza, e se deve espandere il proprio spirito completamente, ciò di cui tutti necessitiamo è la purezza del cuore – quella chiarezza di percezione che ci permetterà di vedere la realtà come essa è, di vedere noi stessi come siamo, di vedere gli altri come sono, redenti e amati da Dio, e vedere Dio così come Egli è, Amore assoluto. Per vedere tutto ciò occorre la purezza del cuore, ossia riuscire a vedere dritto davanti a sé senza che la nostra visione si rifranga attraverso il prisma dell’ego.

Kierkegaard definisce la purezza del cuore la capacità di volere una cosa sola. L’unica cosa che dovete volere quando meditate è ripetere il mantra, dire la parola, superare tutte le complessità dell’introspezione e della coscienza introspettiva, essere silenziosi e immobili. Ecco perché l’immobilità del corpo è importante quanto un sacramento, un segno esterno dell’immobilità interna. La purezza del cuore è semplicemente resa concreta.

Tutti noi ne abbiamo bisogno, ci occorre tale purezza del cuore se vogliamo avere l’umiltà di vedere ciò che ci sta dinnanzi agli occhi, e vederlo con assoluta chiarezza. Lasciate che ve lo rammenti ancora: ciascuno di noi, ogni volta che si siede a meditare, è un principiante. Iniziamo come se fosse sempre la prima volta, lasciamo tutte le paure, le ansie, le speranze, i programmi. Lasciamo tutto per essere aperti al fine supremo della nostra creazione, che è di essere uno, uno con noi stessi, uno con Dio e una cosa sola con tutto il creato. La meditazione è quel processo di unificazione e la via è un’unica parola: ma-ra-na-tha. Non scoraggiatevi se trovate arduo rimanere con la parola, ma rimaneteci. Non scoraggiatevi se vi si affacciano alla mente pensieri che portano a distrarvi, rimanete con la parola.