Giovedì 7 febbraio Meditazione Quotidiana J.Main

     Ritengo che uno dei concetti che possono contribuire a farci comprendere la radicalità della ripetizione del mantra e dell’esperienza meditativa sia quella del destino. Forse si potrebbe descrivere la preghiera come uno stato di amore obbediente, in cui siamo interamente a disposizione di Dio senza desiderare o pianificare, ma semplicemente disponendoci nella pienezza del dono della vita, della nostra stessa creazione esclusiva. Ciascuno di noi è stato creato per un destino unico, un unico compimento in Dio e il nostro solo compito nella vita è quello di essere pienamente disponibili a tale destino. In altre parole, la nostra missione è vivere dell’energia divina, partecipare del progetto di Dio e svolgere il nostro ruolo in pienezza e con generosità. Forse avete meditato abbastanza a lungo da capire che la preghiera non consiste in richieste indiscriminate, ma in qualcosa di molto più semplice: essere in unione con Dio.
        L’immobilità serve a radicarci e a mettere a fuoco la sfida che tutti dobbiamo affrontare: essere radicati nel nostro vero sé. In altre parole, è la sfida ad essere totalmente aperti al dono della nostra stessa creazione. L’immobilità ci aiuta a radicarci nel dono che Dio ci ha offerto nel nostro essere, e che comprendiamo rimanendo immobili in un solo posto. Scoprire la nostra identità significa raggiungere Dio. Ciò che scoprirete nella meditazione è la reciproca armonia che abbiamo con Dio. Radicandoci in noi stessi, ci radichiamo sia nel posto che ci spetta nella creazione sia, di conseguenza, nel Creatore. San Paolo ci ricorda sempre che la sfida e il compito della nostra vita è di diventare “radicati in Cristo” (Ef. 3,17), che dimora nei nostri cuori. Ecco perché dobbiamo radicarci nei nostri cuori. Il silenzio e l’immobilità esteriori sono un segno concreto dell’immobilità e del silenzio del nostro radicamento interiore. 

Insegnamenti settimanali del 3/2/2019 – Un modo di pregare autenticamente cristiano

Un modo di pregare autenticamente cristiano

Spesso quando diciamo alla gente che meditiamo nella tradizione cristiana, ci guardano con stupore. Meditazione cristiana? certo non esiste. Quando raccontiamo loro che nei primi secoli della nostra era, fu parte integrante del culto cristiano, la loro incredulità si tramuta in rifiuto: “Se fosse così, perché non ne ho sentito parlare nella Chiesa?” protestano. Possiamo quindi gentilmente spiegare che per motivi religiosi, politici e sociali è un tipo di preghiera che è stato dimenticato dal VI secolo in poi nell’Occidente latino. In quel periodo, siamo entrati nei “secoli bui”, quando l’impero romano fu assediato ed infine invaso dalle tribù migratorie germaniche. Nel cristianesimo orientale, al contrario, questa forma di preghiera è sopravvissuta fino ai giorni nostri sotto la forma della “Preghiera di Gesù”.

Ma dove sono le prove che Gesù meditava o raccomandava questo modo di pregare? Sfortunatamente non c’è un passo specifico che possiamo indicare nella Scrittura, dove si afferma esplicitamente che Gesù meditava ripetendo una frase. Ma la parola “Abba” era spesso sulle sue labbra e sappiamo che raccomandò di pregare con poche parole: “quando pregate, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole”.  E subito dopo questo ammonimento, insegna ai suoi discepoli il “Padre nostro” come esempio di modo corretto di pregare (Matteo 6:7-13). Questa preghiera, quando ascoltata in aramaico, la lingua in cui parlava Gesù, è molto poetica e ritmata, ed è molto probabile che venisse ripetuta. Ciò è inoltre supportato dal fatto che sentiamo Gesù raccomandare il metodo di pregare del pubblicano, che costantemente ripete la frase: “O Dio, abbi pietà di me, peccatore ” (Luca 18: 10-14).

Questo modo di pregare viene descritto nei versetti precedenti di Matteo, in un contesto di silenzio e di solitudine. Qui apprendiamo che Gesù, oltre a pregare con i suoi discepoli in comunità, andava anche “fuori… sulle colline per pregare e passare la notte in preghiera a Dio” (Luca 6:12). Sentiamo che ci raccomanda quanto segue: “Ma quando preghi, entra nella tua stanza, chiudi la porta e prega tuo padre, che è lì nel luogo segreto; e il Padre tuo che vede ciò che è segreto ti ricompenserà” (Matteo 6:6). Il significato di questo passo è spiegato magnificamente da Giovanni Cassiano, monaco del IV secolo: “Preghiamo nella nostra stanza quando allontaniamo completamente i nostri cuori dal rumore di ogni pensiero e preoccupazione e sveliamo le nostre preghiere al Signore in segreto, come se fossimo in intimità. Preghiamo con la porta chiusa quando, a labbra chiuse e in totale silenzio, preghiamo il ricercatore non di voci ma di cuori”.

Nella sua enfasi sul silenzio e la solitudine, Gesù attingeva alla tradizione giudaica in cui era immerso. Troviamo nei salmi ‘Stai calmo e sappi che io sono Dio’ (Sal 46,10) e nell’Antico Testamento: “Ma il Signore non era nel vento… non nel terremoto … non era nel fuoco: e dopo il fuoco, una voce sottile” (a volte tradotto con “una voce di sottile silenzio”) (1 Re 19,13). La preghiera silenziosa interiore con poche parole è quindi sicuramente parte della tradizione cristiana.

Kim Nataraja

Letture settimanali del 3 febbraio 2019

“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.”  Romani 12:1-2

Dove leggiamo “la mentalità di questo secolo”, possiamo interpretarla con “ego”: quella parte che pensa di essere il tutto. È la parte che involontariamente blocca e distorce il mistero della vita per il modo con cui risponde al dolore e al rifiuto; è la parte che crea la percezione di un mondo senza amore. […] Anche se la meditazione fosse nient’altro che un breve tuffo quotidiano nel regno che è in noi, meriterebbe la nostra completa attenzione. Ma è più che una fuga temporanea dalla prigione della paura e del desiderio. Per quanto complessi siano questi schemi, che ci fanno avere paura della morte e dell’amore vero, necessari per la crescita e la sopravvivenza, la meditazione riesce a semplificarli tutti.

Giorno dopo giorno, meditazione dopo meditazione, questo processo di semplificazione procede. Diventiamo gradualmente sempre meno timorosi finché, nella gioia di essere liberi da immagini e ricordi di desideri, assaggiamo una totale libertà dalla paura… liberati per servire il Sè che è Cristo in noi.

Brano tratto da Laurence Freeman OSB, “Letter Three,” WEB OF SILENCE (London: Darton, Longman, Todd, 1996), pp. 28-29, 31.

Venerdì 18 Meditazione Quotidiana J.Main

Quando si medita, la vostra energia deve essere incanalata in un unico flusso e l’alveo di quel flusso è la vostra parola. Al di fuori dell’esperienza meditativa non si può apprezzare appieno questo consiglio. Come vi ho suggerito, la meditazione concerne l’immobilità: somiglia a una pizza d’acqua. Le distrazioni che emergono quando cominciamo a meditare sono solo increspature, correnti e mulinelli che perturbano l’acqua. Quando iniziate a meditare, tuttavia, e raggiungete l’immobilità, l’acqua in profondità diviene sempre più limpida.

L’esperienza della meditazione, cui ciascuno di noi è chiamato e di cui tutti siamo capaci, equivale a scoprire quella profondità dentro di noi, che è come una pozza d’acqua profonda, di una profondità infinita. L’incanto di questa pozza d’acqua è che, quando è immobile e il sole la colpisce, ogni goccia, nella sua profondità infinita, somiglia a una goccia di cristallo che palpita nella luce solare. Ecco a che cosa siamo chiamati nella meditazione – a scoprire la profondità del nostro spirito e la sua capacità di essere in piena armonia con il Dio che afferma di essere luce: “Io sono la luce del mondo” (Gv. 8,12).

Giovedi 17 gennaio Meditazione Quotidiana J.Main

Quando leggo Cassiano, mi viene subito in mente la preghiera che Gesù approva a quando ci riferisce del peccatore che, in piedi in fondo al tempio, pregava con un’unica espressione:”Signore, abbi pietà di me peccatore, Signore, abbi pietà di me peccatore”. Gesù afferma che egli andò a casa “giustificato”, a differenza del fariseo che, in prima fila, pregava ad alta voce con molte parole (Lc. 18-9-14). Tutto l’insegnamento di Cassiano sulla preghiera si basa sui vangeli:

Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate (Mt. 6,7-8).

Come suggeriva, pregare non significa parlare con Dio, ma ascoltarlo o essere con Lui: sulla base di questa semplice idea della preghiera, Cassiano raccomanda, qualora si voglia pregare o ascoltare, di rimanere silenti e immobili, recitando in continuazione un breve versetto. Cassiano aveva ereditato questo metodo da quella che ai suoi tempi era un’antica e consolidata tradizione ed è tuttora universale. Mille anni dopo Cassiano, l’autore inglese della Nube della non-conoscenza (cap. 39) raccomandava la ripetizione di una piccola parola: “Dobbiamo pregare nell’altezza e nella profondità, nella lunghezza e nella larghezza del nostro spirito [diceva] non con molte parole ma con una piccola parola”.

Insegnamenti settimanali – Gregorio di Nissa

Gregorio di Nissa

La filosofia indiana include fra le altre la dottrina di ‘advaita’ o non dualità. Noi non siamo uno con la realtà ultima, ma non siamo nemmeno solo dualisticamente collegati ad essa. Come capita con tutte le idee, anche questa ha prodotto diverse versioni. Ci sono forme di ‘advaita’ forti e forme deboli. Allo stesso modo la coscienza mistica cristiana – che non è in se stessa una questione di idee ma dà origine a nuove idee, le più rare delle creazioni – presenta forme deboli e forme forti di teologia apofatica. Questa teologia non rifugge dalla inconoscibilità del mistero di Dio, anzi caldamente l’accoglie. Rispetto al metodo apofatico Gregorio di Nissa (335-395) è il più convinto di tutti. Forse per questo, e per il fatto che non fu tradotto subito in latino, egli ha avuto minore influenza sulla teologia e sulla spiritualità occidentale di quanta non ebbe  sulla sua chiesa orientale. Ma il mondo contemporaneo occidentale, stanco di divisioni religiose, trae molti benefici dall’incontro con il suo pensiero.

Cresciuto come gentiluomo di campagna in quella che è oggi la Turchia, Gregorio è uno dei tre grandi Padri della Cappadocia. Suo fratello Basilio e l’amico di Basilio, Gregorio Nazianzeno, erano rispettivamente il politico-legislatore e il poeta-teologo del gruppo. Gregorio di Nissa divenne il filosofo mistico dopo una vita di uomo sposato e un turbolento e piuttosto inefficiente episcopato. Pare che solo dopo la morte di suo fratello abbia trovato la propria strada, sentendosi chiamato a portare avanti l’eredità di Basilio nel difendere il Concilio di Costantinopoli del 381. Per la chiesa delle origini questo fu un importante momento storico  nella resistenza all’Arianesimo, la dottrina che considera la divinità di Cristo inferiore a quella del Padre. Si potrebbe pensare che questa lunga battaglia contro un’eresia moderna ancora potente (eresia significa letteralmente un ‘punto di vista scelto’) sia stata una controversia meramente accademica. In realtà riguarda la nostra reale concezione del sé e del senso del potenziale umano. Quel che Gesù è, noi siamo. Si potrebbe pensare anche che la tradizione mistica non avesse molto da dire in questa colta discussione. In realtà nessuno dimostra meglio di Gregorio, nelle opere della seconda metà della sua vita, che la coscienza mistica  illumina il mondo delle idee da quella sorgente soprannaturale che plasma i nostri pensieri migliori. La logica dell’esperienza mistica si estende al regno del pensiero e dell’azione e richiede coerenza.

Gregorio segna un distanziamento della mistica cristiana dalla sua tradizione greca. Origene, una mente assolutamente greca, manifesta una forma debole di apofatismo. Egli ama pensare che quando avremo superato il percorso ad ostacoli ascetico e vinto le nostre passioni, vedremo quello che abbiamo desiderato vedere e sapremo quello che abbiamo desiderato sapere. L’idea greca di perfezione è l’innalzarsi al di sopra del mondo mutevole e della mutevole mente e arrivare al regno della divina immobilità. Da lì, seduti su un trono di coscienza, guardiamo giù al mondo mutevole. E’ una visione che ancora influenza la nostra idea di paradiso e di beatitudine.

Per Gregorio, nel suo trattato Sulla perfezione o nella sua Vita di Mosè, l’ascetica è il mezzo per superare la ‘guerra civile dentro noi stessi’. Dobbiamo combattere il ricordo rabbioso delle ferite sofferte, come i cittadini dell’Irlanda del Nord o dell’Iraq dovranno fare ancora per lungo tempo. Il desiderio deve essere allenato e trasformato per permetterci di vivere in modo consapevole. Possiamo migliorare. Ma la perfezione non è mai il traguardo finale. ‘Il divino è per sua natura infinito, non rinchiuso entro confini.’ Quando il desiderio è purificato nella preghiera non raggiunge una soddisfazione definitiva, ma si intensifica mano a mano che progrediamo. Non possiamo mai essere soddisfatti di quello che ci viene da Dio.

Per Jean Danielou, uno dei più grandi commentatori di Gregorio, questa linea di interpretazione rappresenta un avanzamento rispetto alla posizione di Origene. La incomprensibilità di Dio, la sua irraggiungibilità genera così la mistica  del buio o ‘agnosia’ – all’apparenza l’opposto di gnosis. Ci sono due tipi di oscurità, debole e forte. La prima è espressa in ciò che Gregorio disse del fratello a proposito dell’ombra in cui gli sembrò di sentire che lui stesse: “noi lo vedemmo entrare nel buio dove c’era Dio … egli comprese ciò che era invisibile agli altri.” Questa è un’oscurità accettabile. Siamo confusi ma poi capiamo,  ciechi e poi vediamo. Ma c’è un’oscurità più profonda: “la vera visione e la vera conoscenza di quel che cerchiamo consiste precisamente nel non vedere, nella consapevolezza che il nostro obiettivo trascende ogni conoscenza …”

Perfezione è continuo progresso. L’opinione dei greci circa il cambiamento come un limite viene superata dal continuo progredire del cambiamento in qualcosa di meglio, “da gloria a gloria”. Ogni fine è un nuovo inizio. L’orizzonte si allontana costantemente man mano che ci avviciniamo. La ‘perfezione’ consiste nel non smettere mai di crescere nel bene. Se accettiamo questo, dobbiamo affrontare serie conseguenze, a condizione che desideriamo davvero vivere secondo quel che crediamo. La trascendenza e il paradosso (‘movimento e stabilità sono la stessa cosa ’) diventano valori umani. La coscienza è un universo che si espande. La paura di esser condannati ad una insoddisfazione permanente – una conclusione naturale per chiunque sia cosciente dei cicli del desiderio naturale – diventa ebbrezza di inesauribile beatitudine. Il bene non sembra più monotono e Cristo non è oggetto di idolatria, ma la Via verso il Padre.

Conoscere Dio, nell’esperienza trascendente di sapere che non possiamo conoscere Dio, ci rimanda a noi stessi in un modo nuovo. In tutta la tradizione mistica un tema fondamentale è il legame tra conoscenza di se stessi e capacità di conoscere Dio. Gregorio colloca la sua antropologia cristiana nell’asserzione biblica che noi siamo ‘icone’ di Dio. Non esiste una divisione gnostica tra il naturale e il sovrannaturale. Gregorio non è attratto dal gioco metafisico tra immagine e somiglianza, come invece sono altri maestri mistici. E’ un sollievo essere logicamente e teologicamente convinti di essere essenzialmente buoni. La mortalità è la cura del peccato originale, non una punizione; e “la grazia della risurrezione è la reintegrazione dell’essere umano al suo stato originale” di beatitudine.

Gregorio ci somministra una forte dose di ‘agnosia’. All’inizio ha un sapore sgradevole, ma quando siamo riusciti a superarlo, sentiamo il suo effetto guaritore. Paradossalmente il regno umano e il creato si confermano  come tali perché non smettiamo di essere umani anche quando siamo in unione con Dio. La speranza è basata sull’idea che ogni fine è un inizio. Il peccato è un rifiuto ad andare avanti. Il termine usato da San Paolo “epektasis” (‘proteso’, Lettera ai Filippesi 3, 13) fornisce a Gregorio una autorevolezza scritturale. Tensione ed espansione, dimenticare cosa abbiamo alle spalle,  tendere verso il passo successivo.

Tutto questo influenza radicalmente la preghiera e approfondisce ulteriormente la nozione di Origene sulla purezza. Gregorio ci aiuta a capire perché possiamo smettere di pensare a Dio, e in effetti ne abbiamo bisogno, per poter entrare pienamente nella preghiera. “Qualunque rappresentazione è un ostacolo”, egli dice. Questo potrebbe essere visto come una limitazione della preghiera, ma in effetti è un’espansione della vita. “La persona che pensa che Dio si può conoscere non ha davvero una vita, poiché è  falsamente distratto dal vero Essere verso qualcosa di concepito dalla propria immaginazione.”

Eppure Gregorio non era un monaco eremita, ma un vescovo, un pastore e un maestro. Piuttosto che sminuire la vita sacramentale, la sua teologia mistica la rende vitale. In un sermone contro coloro che  differiscono il battesimo, egli dice che il potere del cristianesimo è duplice: “rigenerazione per fede” e “partecipazione ai simboli mistici e ai riti”. Il battesimo è un’iniziazione verso una terra che porta frutti di felicità e l’Eucarestia è medicina di immortalità; essa fa una differenza fisica per coloro che la celebrano. Come si potrebbe esprimere in modo più amabile la centralità dell’esperienza contemplativa nella Chiesa o il significato della vita come liturgia mistica?

 Laurence Freeman OSB

Lettura settimanale

Quando ci esorta a non preoccuparci, Gesù non intende negare la realtà dei problemi quotidiani. Ci invita ad abbandonare l’ansietà, non la realtà. Imparare a non preoccuparsi è arduo… [Eppure] nonostante il suo problema di deficit dell’attenzione, anche la mente moderna ha una sua naturale capacità di stare ferma e trascendere le sue fissazioni. Nella profondità, scopre la propria chiarezza, là dove è in pace, libera dall’ansia. Ognuno di noi ha circa una mezza dozzina di ansietà preferite, simili a caramelle amare che succhiamo in continuazione. Saremmo spaventati se ne restassimo privi. Gesù ci sfida a superare la paura di perdere l’ansietà, la paura che abbiamo della pace stessa. La pratica della meditazione è una via per mettere in atto i suoi insegnamenti sulla preghiera; essa dimostra, attraverso l’esperienza, che in effetti la mente umana può scegliere di non preoccuparsi.

[…] Scegliere di ripetere il mantra fedelmente e il ritornare ad esso ogni volta che le distrazioni arrivano, esercita la libertà che abbiamo di “porre attenzione”. Non è una scelta simile a quando prendiamo una marca invece che un’altra dagli scaffali di un supermercato. È la scelta di impegnarsi. La via del mantra è un atto di fede, non un movimento del potere dell’ego. In ogni atto di fede, c’è una dichiarazione di amore. La fede prepara il terreno perché il seme del mantra germogli nell’amore. Non creiamo noi il miracolo della vita e della crescita, ma siamo responsabili del suo svolgersi graduale. Arrivare alla pace della mente e del cuore — al silenzio, all’immobilità e alla semplicità — richiede non la volontà tipica di un arrivista, ma l’attenzione incondizionata, la fedeltà continua di un discepolo.

Brano tratto da  Laurence Freeman OSB, “Meditation,”