La ricchezza dell’altro offerta in dono

«Da quanto abbiamo detto risulta anche quale significato rivesta la conoscenza della personalità estranea ai fini della nostra “autoconoscenza”. Essa non solo c’insegna, come abbiamo in precedenza visto, a porci come oggetto di noi stessi, ma porta a sviluppo, in quanto empatia di “nature affini” ossia di persone  del nostro tipo, quel che in noi “sonnicchia” e perciò ci rende chiaro, in quanto empatia di strutture personali diversamente formate, quel che non siamo e quel che siamo in più o in meno rispetto agli altri. Con ciò è dato al tempo stesso, oltre all’autoconoscenza, un importante aiuto per l’autovalutazione. Il fatto di vivere un valore è fondante rispetto al proprio valore. In tal modo, con i nuovi valori acquisiti  per mezzo dell’empatia, lo sguardo si dischiude simultaneamente sui valori sconosciuti della propria persona. Mentre, empatizzando, c’imbattiamo in sfere di valore a noi precluse, ci rendiamo coscienti di un proprio difetto o disvalore».

 

Stein Edith, Il problema dell’empatia, pp. 227-228, Edizioni Studium, Roma, 1985.

Riconoscenza

«Ciò che attira maggiormente le grazie del Buon Dio è la riconoscenza, perché, se noi Lo ringraziamo per un beneficio, Egli è commosso e si affretta di darcene altri dieci e, se Lo ringraziamo ancora con la stessa effusione, che incalcolabile moltiplicazione di grazie! Ne ho fatto l’esperienza, provate e vedrete. La mia gratitudine è infinita per tutto ciò che mi concede e gliene do la prova in mille modi».

I legami tra il Carmelo e Lourdes

Nel dicembre 2001, durante la novena all’Immacolata presi la risoluzione di addentrarmi nell’evento Lourdes attraverso la lettura e la meditazione di una biografia di santa Bernadette Soubirous; me ne capitarono diverse tra le mani, ma scelsi quella scritta da René Laurentin, certa che questo celebre mariologo ed esperto conoscitore delle apparizioni di Lourdes mi avrebbe informata sui fatti senza devozionismi patetici, ma nella verità anche la più scarna, fedele alla documentazione pervenutaci e coerente con il vissuto della piccola pastorella dei Pirenei. Mi accorsi così come la marianità di Lourdes assomigliasse e fosse vicina a quella del Carmelo. Fu una scoperta per me: volli subito trascrivere i legami che mi balzarono sotto gli occhi. Ce ne saranno altri, certamente, a cui non ho fatto caso, e di ciò mi scuso con il lettore. Ma sono lieta di offrirgli queste preziose testimonianze che la storia e la tradizione raccontano, questi pochi appunti di ricerca e di preghiera, che lo porteranno spiritualmente e contemporaneamente al Monte Carmelo, dov’è la Signora del Luogo, e alla grotta di Massabielle, dov’è la bianca Signora… Mi è caro proporre questa piccola ricerca proprio nell’anno in cui ricorre il 150° anniversario delle apparizioni a Lourdes, fiduciosa che il Suo messaggio di speranza e di preghiera sia da molti accolto e vissuto.

“Bernadette fu favorita da un’ultima apparizione il 16 luglio, giorno della festa di Nostra Signora del Monte Carmelo. Bernadette aveva fatto la sua Prima Comunione; fino al mattino della festa di Nostra Signora del Monte Carmelo, per la terza o la quarta volta si era nutrita del pane degli angeli. Nella seconda parte della stessa giornata, trovandosi in preghiera nella chiesa parrocchiale, intese la voce dolce della Vergine Immacolata che, risuonandole in cuore, le diceva di andare alla Grotta. Subito Bernadette si alzò e corse dalla sua zia più giovane, Lucilla, per pregarla di accompagnarla a Massabielle. Appena che la fanciulla ebbe fissato lo sguardo sulla roccia al di là Gave, i raggi dell’estasi brillarono sulla sua figura e nei trasporti dell’anima rapita esclamò: ‘Sì, sì, eccola! Ci saluta e ci sorride al di sopra della palizzata!’. All’istante cominciò tra la Vergine e Bernadette quell’ammirabile scambio di effusioni di cui ho sovente parlato e che sembrava stabilire una corrente luminosa tra le due interlocutrici. Immersa nelle sue beatitudini, la piccola estatica sembrava sforzarsi per distaccarsi dalla terra e volare tra le braccia della sua divina Madre. Il sole tramontava all’orizzonte mentre le ombre della notte cominciavano a stendersi sulla conca di Massabielle. La Vergine gettò un ultimo e profondo sguardo di tenerezza sulla piccola privilegiata, poi disparve. Era finito! Bernadette non doveva più rivedere la Madre di Dio che negli splendori del Paradiso”.[1]

“Bernadette scende verso il Gave, ma qualcosa la ferma… si volta perplessa. Guarda alla nicchia e riparte verso la grotta, ma a sinistra e in piedi questa volta. Si avvia per l’erta che prosegue fino in fondo alla grotta, curva sotto la volta là dove questa si congiunge con il suolo. Guarda per terra con ripugnanza: c’è solo del limo rossastro, una melma satura d’acqua. Rivolge un’occhiata imbarazzata verso la cavità interna, come per dire: ‘che cosa mi mandate a cercare qui? Non c’è niente’. Allora, un’improvvisa decisione la fa piegare verso il suolo umido. Lo raschia con la mano destra, scava una piccola buca, un clot come si dice a Lourdes, da dove attinge un po’ di acqua fangosa. La porta alle labbra e la rigetta con disgusto volgendosi ancora una volta a interrogare con lo sguardo. Per la seconda volta si rimette a scavare, poi una terza, e ogni volta le ripugna bere. Al quarto tentativo, non è più fango, ma un po’ d’acqua torbida che raccoglie nel cavo della mano e inghiotte con fatica. Attinge ancora, ma questa volta per lavarsi la faccia. Alla fine, raccoglie delle foglie lobate di una pianta selvatica che cresce là e le mangia. Ha terminato. Si volta per scendere… Si spiega senza imbarazzo e senza agitazione, nella semplicità del suo dialetto zeppo di passati remoti:

– Aquerò mi disse di andare a bere e di lavarmi alla fontana. Non vedendone, andai a bere nel Gave. Ma lei mi fece segno col dito di andare sotto la roccia. Andai e vi trovai un po’ d’acqua come fango, così poca che potei con difficoltà prenderne col cavo della mano. Tre volte la gettai, talmente era sporca. La quarta volta potei.

– Perché ti ha chiesto questo?

– Non me lo ha detto.

– Ma che cosa t’ha detto?

Bernadette concentra la sua debole memoria e ritrova, una dopo l’altra, le parole di quella mattina:

– Andate a bere alla fontana e a lavarvi”.[2]

La tradizione ha individuato la fonte con la Fonte di Elia al Carmelo. Ivi si trovano le rovine di un monastero che risale al tempo delle Crociate: è il monastero costruito da san Brocardo. La Fonte, vicino alla quale si sono raggruppati gli eremiti, è detta da Giacomo di Vitry “Fons Eliae”; ed essi hanno scelto questo luogo più adatto per vivere il proprio proposito a imitazione e solitario Elia profeta.[3]

Carmelo significa anche “misericordia che sgorga come una fonte”. Questo è reso ancor più evidente dal fatto che in quel monte sgorga abbondante una fresca sorgente chiamata Fonte di Elia. Maria, figura del Monte Carmelo, ha effuso sul genere umano l’acqua della grazia e della salvezza. Questo stesso fatto Mardocheo osservò nei sogni della regina Ester che è figura di Maria (Est 10,6). Infatti la piccola sorgente che è diventata fiume e che si riversò in acque sovrabbondanti è Maria. Ma il giardino speciale di Maria, il Carmelo, è un giardino chiuso da un muro attraverso l’osservanza dell’obbedienza; è una sorgente d’acqua a causa di una strettissima castità; è una sorgente sigillata attraverso la rinuncia delle cose temporali. Questa fonte del Carmelo è Maria, dal cui grembo fluiscono acque vive, infatti Gesù sedeva sopra questa fonte (cf Gv 4,6); da questa fonte esce per tutti la misericordia. E queste acque che scorrono con impeto, rallegrano la città di Dio (salmo 45,5). Per questo dice il profeta Isaia: “Attingerete con gioia alle sorgenti del Salvatore” (12,3). Che questo fonte che è sul Carmelo rappresentasse Maria e che da essa uscisse la misericordia lo sapeva bene anche un altro profeta, Amos. Però, questa fonte non la trovò al suo tempo e si rammaricò che non ci fosse con queste parole: “Sono desolate le steppe dei pastori ed è inaridita la cima del Carmelo” (Am 1,12). Come l’acqua dalla sorgente del Monte Carmelo scende alle sue pendici, per la cui umidità si vedono germogliare fiori, così è stato giusto che i frati della Beata Maria del Monte Carmelo portassero l’acqua di questa sorgente alle pendici del monte, vale a dire che predicassero dovunque la misericordia divina a lode di Dio e della Vergine, come lei stessa sembra ordinare per mezzo del profeta Isaia: “Andando incontro agli assetati portate loro acqua” (Is 21, 14).[4]

“La voce si era fatta intendere in modo intimo e soave nel cuore di Bernadette. Oh! Per la fanciulla non era sconosciuta; era la messaggera fedele che sempre preannunciava la visita della Signora. Appena apparvero le prime luci del giorno, lasciò il suo lettuccio, si vestì diligentemente e senza far attenzione all’asma che si destava nel suo petto, prese con passo agile il cammino di Massabielle. Quale confusione per lei! La nicchia era già illuminata e la Signora l’aspettava. La veggente aggiunge: ‘Quando fui inginocchiata davanti alla Signora, presi il mio rosario. Mentre pregavo, il pensiero di chiederle il nome si presentò al mio spirito con una insistenza da farmi dimenticare tutti gli altri pensieri. Temevo di essere importuna, rinnovando una domanda rimasta sempre senza risposta, e tuttavia qualcosa mi spingeva a parlare. Infine per un moto che non potei contenere, le parole uscirono dalla mia bocca e pregai la Signora di volermi dire chi era. Come nelle volte precedenti, la Signora abbassò il capo, sorrise ma non rispose. Non so il perché, mi sentivo più coraggiosa e tornai a chiederle la grazia di farmi conoscere il suo nome. Rinnovò il sorriso e il grazioso inchino, ma continuò a tacere. Una terza volta, a mani giunte e riconoscendomi completamente indegna della grazia che domandavo rinnovai la mia preghiera. La Signora era in piedi, sopra il roseto. Alla terza richiesta prese un’aria grave e parve umiliarsi… giunse le mani e le portò verso la parte superiore del petto…, guardò il cielo…, poi staccando lentamente le mani e chinandosi verso di me, mi disse: io sono l’Immacolata Concezione’.”[5]

“I fatti che illuminano l’attenzione rivolta all’Immacolata Concezione sono:

– Nel 1342, il vescovo di Armagh, Riccardo Fitzralph, invitato a celebrare questa festa patronale dell’Ordine in Avignone, con la presenza del Papa, nella predica che fece, si riferì alla devozione dei carmelitani verso l’Immacolata Concezione. Questo suo discorso è di grande importanza storica, perché viene poi ricordato da molti autori e studiosi come riferimento a tale devozione.

– Quando la festa patronale dell’Ordine divenne la Commemorazione solenne di luglio, si continuò a celebrare liturgicamente la festa dell’Immacolata Concezione. Il capitolo generale del 1609 dichiarò anche che questa festa dovesse essere celebrata da tutti i religiosi dell’Ordine in modo splendido, solenne e precipuo.

– La devozione del Carmelo all’Immacolata Concezione, attraverso lo scorrere dei tempi, viene ad assumere due forme tra loro intimamente interagenti: la verginità di Maria e la sua immacolata concezione messe in relazione con la natura, l’abito e il titolo dell’Ordine; la purezza e la vita interiore.

– Dopo il Medioevo fino al secolo XVIII, il culto all’Immacolata Concezione, come anche la difesa di questo privilegio mariano, ebbe molto spazio nella vita dell’Ordine. Nella penisola iberica i carmelitani emettevano un impegno in difesa di questo privilegio mariano da diffondere nelle predicazione e nelle dispute scolastiche”.

Manuel de Sá ci ricorda un uso della provincia di Portogallo che illustra molto bene il proposito di quella provincia di difendere il privilegio dell’Immacolata Concezione: “Nella notte di questo giorno [solennità di Maria], radunati insieme i religiosi nel coro del presbiterio, si teneva una pratica spirituale sul presente atto o solenne rinnovazione dei voti, emessi già nella loro professione a Dio e alla sua Madre santissima, e, esposto il Santissimo Sacramento, il più anziano di dignità dava inizio all’atto della rinnovazione, seguito poi da quello degli altri in ordine di anzianità fino a che tutti lo avessero fatto. Concludevano questo rito promettendo di difendere l’Immacolata Concezione della Vergine Maria, Signora nostra”. Quest’uso divenne legge per tutta la provincia nel 1617. A Valenza i padri carmelitani della provincia di Aragona, riuniti in Capitolo provinciale del 1624, emisero il seguente giuramento: “Io fra’… prometto, giuro e mi impegno di difendere sempre, nelle scuole pubbliche, attraverso l’insegnamento orale e scritto, e in ogni predica pubblica e nelle conversazioni private che la Beata Vergine Maria, patrona della nostra sacra Religione [Ordine] è stata, per la sua immacolata concezione, sempre immune, esente e preservata per la forza divina da ogni colpa di peccato originale, con piena accettazione di quanto la Chiesa vorrà stabilire al riguardo”.[6]

“Il momento in cui la Vergine stava per lasciare la Grotta per non ricomparirvi più s’avvicinava. La dolce Madre stava forse per ricordarle la promessa già fatta, di renderla felice non già in questo mondo, ma nell’altro? Nulla di tutto questo disse o fece, ma con uno sforzo di sublime tenerezza che solo le mamme della terra comprenderanno, la Vergine Immacolata preferì tacere piuttosto che affliggere il cuore della sua piccola. Per tutto il tempo dell’apparizione restò sorridente e lasciò la piccola estatica nella pienezza della gioia. L’estasi dura nel crepuscolo meno d’un quarto d’ora e si conclude con un arrivederci, pronunciato senza parole, perciò tale da ridestare nel cuore della veggente una nostalgia gioiosa e un fascino ineffabile: così bella non l’aveva vista mai!”.[7]

Un elemento distintivo della spiritualità del Carmelo è il vitale e profondo influsso esercitato dalla presenza di Maria santissima, Madre di Dio e nostra. Perciò si dice che “Carmelus totus marianus”, cioè il Carmelo è un Ordine eminentemente mariano. Può allora sorprendere e meravigliare il fatto che non si nomina la Madonna nella Forma di Vita data da Alberto Patriarca di Gerusalemme al gruppo degli eremiti latini al Monte Carmelo, da cui ha avuto l’Ordine dei Carmelitani. [8]

Dai primordi dell’Ordine nessun dato relativo a Maria. Quello che potrebbe maggiormente stupire, è il caso di Alberto il legislatore.

C’è chi ha tentato di rilevare nella sua Vitae Formula “alcune tracce di devozione a Maria”. Altri, invece, risolutamente scrivono che “in tal documento non c’è il minimo accenno alla Madonna”. Non esplicito, quindi, né implicito. Una lacuna del genere potrebbe sembrare una sconcertante anomalia in merito a un Ordine religioso, divenuto poi notoriamente mariano.[9]

La pietà verso la Beata Vergine, anziché venir imposta da legali prescrizioni – non esclusa la loro Regola – fioriva negli spiriti sotto il calore della fede: nella loro anima naturalmente cristiana e inseparabilmente mariana. Verrebbe da pensare che Maria fosse così “presente” da non ritenere necessaria alcuna menzione nella Norma. Nello spazio di quei quindici giorni mi svelò anche tre segreti, che mi proibì assolutamente di rivelare ad alcuno; cosa che io ho fedelmente osservato fino ad oggi (lettera di s. Bernardette).

Essi non riguardano “né la Francia, né il mondo, né la Chiesa, né il Papa, né gli altri”; riguardano solo la persona di Bernardette.

– Questo segreto riguarda me sola – ha detto all’abbé Sacareau.

– Solo me – a padre de Lajudie.

Tre segreti e una preghiera sono stati confidati a Bernardette dalla Vergine, sulla riva del Gave, con questa raccomandazione:

Vi proibisco di dirlo a chiunque.

Ella ha osservato scrupolosamente l’ordine, custodendo per sé sola le confidenze ricevute. Agli importuni ha sempre risposto con frasi del genere:

– Voi siete troppo curioso, non saprete nulla.

– Ma sapete che cos’è un segreto?

– Mi è stato ordinato il silenzio.[10]

“O Sorella mia diletta, lei vorrebbe ascoltare i segreti che Gesù confida alla sua figliolina: questi segreti egli li confida anche a lei, lo so, perché è lei che mi ha insegnato a raccogliere gli insegnamenti divini. Tuttavia cercherò di balbettare qualche parola, benché senta che è impossibile alla parola umana ripetere cose il cuore umano può appena presentire… non creda che io nuoti nelle consolazioni, oh no! La mia consolazione è di non averne sulla terra. Senza mostrarsi, senza far udire la sua voce, Gesù mi istruisce nel segreto.

Sorella diletta, come siamo fortunate di capire gli intimi segreti del nostro Sposo! Ah, se lei volesse scriverne tutto ciò che sa, avremmo delle belle pagine da leggere; ma lo so, preferisce serbare in fondo al cuore ‘i segreti del re’, ma a me dice: ‘che è cosa onorifica manifestare le opere dell’Altissimo’. Penso che abbia ragione a mantenere il silenzio ed è unicamente per farle piacere che scrivo queste righe, perché sento la mia impotenza a ripetere con parole terrene i segreti del Cielo”.[11]

Ma dopo il mutuo dono della sposa e dell’Amato, bisogna parlare subito del loro letto, sul quale l’anima gode a suo agio le delizie dello Sposo. Perciò nella strofa che segue ella tratta del letto, che è divino, puro, casto, in cui ella giace pura, divina e casta. Tale letto non è altro che il suo Sposo, il Verbo Figlio di Dio, come si dirà, sul quale, per mezzo dell’unione di amore, ella riposa. Infatti a lei che ormai è unita e appoggiata a Lui come sposa, viene comunicato il petto e l’amore dell’Amato, cioè la sapienza e i segreti, le grazie, le virtù e i doni divini. Nell’alto stato del matrimonio spirituale, con grande facilità e frequenza lo Sposo, come fedele consorte, manifesta all’anima i suoi segreti meravigliosi e la mette a parte delle sue opere poiché l’Amore vero e perfetto non sa tenere celato niente alla persona amata. Specialmente le svela i dolci misteri della sua incarnazione e le vie della umana redenzione, che è fra le più sublimi opere di Dio e quindi più gustose per l’anima. “Lì mi dette il suo petto”. Dare il petto a un altro vuol dire offrirgli il proprio amore e la propria amicizia e, come un amico, metterlo a parte dei propri segreti. Perciò quando l’anima afferma che Dio le ha dato il suo petto, vuol dire che le ha comunicato il suo amore e i suoi segreti, cosa che Egli fa in questo stato.[12]

– Oh! Zia Basile, dobbiamo ritornare dal signor curato.

– Ancora! Ah, no!

– Ho dimenticato di dire per la cappella.

– Non contare più su di me! Eh! Tu ci fai ammalare!

Mentre in casa del parroco la discussione prosegue, Bernardette cerca invano chi l’accompagni. Non ne può più, quand’ecco arriva Dominiquette, in cerca di notizie:

– Che cosa ti ha detto Lei stamane?

– Di dire ai preti di far costruire qui una cappella.

– E tu non hai fatto la commissione al signor curato?

– I miei parenti non vogliono accompagnarmi, né mia madre, né mia zia. Se voleste voi… Dominiquette?

– Certo che lo voglio!

– Signor curato, Aqueró mi ha detto: andate a dire ai preti di far costruire qui una cappella. Una cappella… alla buona… anche se piccolina.

Fa pena, e il curato si impone la calma. Ma è glaciale:

– Una cappella? Non sarà come per la processione? Ne sei sicura?

– Sì, signor curato, ne sono sicura![13]

“Chi vuole andare dalla città di Acri in Egitto… può, se vuole, passare per il Monte Carmelo. Là si trova una cappella discretamente devota, eretta in onore della Beata Vergine Maria. Da quel monte e da quella cappella, come essi medesimi affermano, trassero origine e denominazione i frati carmelitani, detti frati della Beata Maria del Carmelo”[14]

Un’altra caratteristica non scritta, ma esistente nell’ordine delle cose, deve essere rilevata, in quanto incise dall’inizio nella vita dell’Ordine, destinato a passare alla storia come Ordine mariano: la costruzione, al centro delle casette dei monaci, dell’oratorio (piccola chiesa) dedicato alla Santissima Vergine, invocata poi col titolo del Monte Carmelo. Si trattò non di un fatto casuale, ma di una scelta meditata, significativa di quella devozione fiduciosa e confidente che già distingueva i frati.[15]

La cappella, dedicata a Maria e situata presso la fonte di Elia, fu costruita proprio in quel luogo nel quale Elia, in preghiera, aveva visto ascendere la “nuvoletta” sul Carmelo. Cioè la cappella fu costruita in ricordo della visione della nascita della Vergine Maria. In questa cappella i carmelitani ogni giorno affidano se stessi alla Vergine, pregano il Figlio e la Vergine, e si radunano per riflettere sulla Parola di Dio e per correggersi nella carità.[16]

Fin dall’inizio dell’estasi, ella riprende la marcia sulle ginocchia interrotta il giorno prima. A più riprese va e viene tra la nicchia interna e quella esterna. Mentre passa, Josephe Barrique la sente mormorare, come in un soffio, quasi un’eco, una parola ripetuta tre volte e che lei ha difficoltà a decifrare:

– Penitenço… penitenço… penitenço.

È un’eco di ciò che ella sente dall’alto.

– E perché quell’agitazione oggi?

– Ieri Aqueró mi aveva detto di baciare la terra in penitenza per i peccatori.

– Ma lo sai che tutti ti prendono per pazza a fare queste cose?

– Per i peccatori…

La cosa triste, quaggiù, è il peccato. Per porvi rimedio, per consolare Aqueró, Bernardette è pronta a tutto. Il resto poco importa. Ciò che conta per lei è Aqueró, l’amica misteriosa, e il messaggio di quel mattino. Il pensiero dei peccatori, ieri remoto, si è rivelato a lei e sarà per la vita nella tristezza di uno sguardo.[17]

Altro modo di esprimere la “conversione” o il “fare penitenza”, e seguire “nudo il Cristo nudo”, è il farsi “peregrini pro Christo”, il pellegrinaggio. Questa forma di vita può essere imposta come penitenza o essere assunta volontariamente e realizza il concetto cristiano di provvisorietà del temporale. Gli eremiti latini al Monte Carmelo, pertanto, sono cristiani che vivono in “santa penitenza”, con preghiera centralizzata nella Bibbia, a volte con l’Eucaristia e la mortificazione; che vivono la spiritualità del pellegrinaggio ai luoghi santi e conseguente ricerca del Regno del Signore. Vita condotta in “santa penitenza”, con preghiera e mortificazione, e centrata nella Scrittura e nell’Eucaristia, spiritualità del pellegrinaggio ai luoghi santi, milizia spirituale contro il demonio, lavoro manuale per il sostentamento quotidiano, anelito alla povertà evangelica, fraternità unita a predicazione itinerante sono, nella codificazione definitiva della Regola, le colonne dell’edificio che i carmelitani intendono costruire per concretizzare il proprio “ossequio” a Cristo, percorrendo l’itinerario di ogni uomo verso la Gerusalemme celeste, della cui pace, sperimentata nel cuore, si fanno diffusori tra i fratelli.[18]

– Signor curato, la Signora vuole sempre la cappella.

– Tu le hai chiesto il suo nome?

– Sì, ma non fa che sorridere.

– Si burla garbatamente di te!

Egli è perplesso. Gli viene l’idea di chiedere un segno.

– Ebbene! Se vuole la cappella, che dica il suo nome e che faccia fiorire il rosaio della grotta!

E soggiunge:

– Se dice il suo nome, e se fa fiorire il rosaio, le costruiremo una cappella, e non sarà piccolina, va’ là! Sarà molto grande!

– Di quale colore erano le rose poste sui piedi?

– Come la catena del rosario, gialle e brillanti come l’oro.

– Sapete il significato di quelle rose?

– No, signore.

Rosa del Carmelo, florida Maria, portaci nel tuo grembo e conduci noi al cielo, o Maria (antica antifona carmelitana). Salve, o fiore del Carmelo, salve o vite rigogliosa, lo splendore sei del cielo, Vergine Madre, unica rosa. Rit. Mamma dolce e tutta bella, guida i figli astro del mar; allontana ogni procella, col tuo santo scapolar (canto devozionale alla Madonna del Carmine). Dal colpevole ramo della prima madre Eva, rosa fiorente, è sbocciata Maria. Sorge come stella tra gli astri eterei, bellissima come la luna; fragrante al di là di ogni balsamo, unguento e profumo; purpurea come viola, rorida qual rosa, candida siccome giglio. Prole divina dell’eterno Padre, che la elesse per prendere carne santissima da carne virginea incorrotta.[19]

La prima attrazione di Bernardette fu contemplativa, attesta la madrina, Bernarde Castérot: “Subito dopo l’apparizione, ella aveva l’idea di essere suora, voleva essere carmelitana.

Basile Castérot, l’altra zia, conferma:

“Ho capito che Bernardette voleva farsi suora. Le ho anche sentito dire che non vedeva l’ora di andarsene in un convento, senza poter dire esattamente quando quell’idea le era venuta. Ma io credo che pensasse di entrare in un monastero più chiuso e in un Ordine più severo, e che sia stato il curato Peyramale che le consigliò, per la sua salute, di andare tra le suore di Nevers”.

A Marthe du Rais, Bernardette ha detto:

“che dopo la prima comunione pensava di abbracciare la vita religiosa e che la sollecitavano per il Carmelo”.

Il Carmelo… Molto presto, dalla primavera del 1858, ne aveva sentito parlare da Antoinette Tardhivail, la sua premurosa maestra. Il 21 settembre 1858, aveva incontrato un carmelitano famoso, il padre Herman; questo musicista ebreo convertito, considerato un santo, aveva suscitato un grande entusiasmo a Lourdes, cantando a voce spiegata il Magnificat e un altro salmo, e tenendo un’istruzione alla grotta interdetta.

Il Carmelo di Bagnères non era lontano, e deve esserci stata condotta poco dopo le apparizioni. Non si sa quando. Il silenzio, le inferriate, la trasmissione di oggetti attraverso la ruota, le persone vive che si indovinavano dietro il velo nero, furono per lei i segni di una vita misteriosa al riparo dalla curiosità del mondo. Il Carmelo rispondeva alla sua inclinazione per la vita nascosta, in contrapposizione alle sue prove quotidiane. Ma quella prima idea fu subito scartata.

“Le fecero capire che la sua salute non le permetteva di essere carmelitana”, rivela la madrina Bernarde.[20]

Si sa però che una malattia agli occhi lo obbligò [padre Agostino Maria, Herman Cohen], per comando dei medici, ad un riposo assoluto. Erano proprio quelli gli anni delle apparizioni della Madonna a Lourdes: padre Agostino aveva seguito le notizie delle varie apparizioni e tramite alcune persone da lui ben conosciute, era entrato in una certa amicizia con la stessa Bernardette Soubirous.

In questa occasione egli volle approfittare per recarsi di persona a Lourdes e domandare all’Immacolata la guarigione dei suoi occhi.

Padre Agostino volle ritornare ancora a Lourdes per celebrare una Messa di ringraziamento. Negli annali di Lourdes si legge infatti:

“Questa mattina l’agitazione si è manifestata di buon ora… ne vedo una sola causa: il molto reverendo padre Herman e il dottor Dozous sono partiti insieme dalla città, sono discesi alla grotta e là, in mezzo a un concorso di curiosi, che la presenza del carmelitano vi aveva attirato, padre Herman ha cantato il Magnificat e un altro salmo a gola spiegata e la sua voce risuonava lontano, sulla via che porta a Pau”. Proprio in questo stesso giorno, 21 settembre, padre Agostino parlò a lungo con Bernardette. Bernardette stessa, abituata agli interrogatori degli ecclesiasti, rispondeva brevemente e li sfuggiva con educazione; invece con il carmelitano l’incontro fu lungo e fraterno. Egli, grande peccatore nel passato, salvato dall’Eucaristia e pienamente figlio di Maria, si trovava in piena sintonia con la pastorella dei Pirenei. Dopo questo incontro Bernardette conservò a lungo il ricordo del carmelitano.[21]

La carovana comprende sette religiose coriste, una novizia, due sorelle converse, fra le quali suor Maria, mons. Bordachar, il padre Estrate e la fondatrice, Berta Dartigaux. Il 20 agosto 1875 viene dato l’addio al Carmelo di Pau. Grazie al giornale di viaggio del padre Estrate, potremo seguire le fasi dell’itinerario di questi fortunati pellegrini della Terra Promessa. Lourdes è la prima tappa. Di ritorno da Mangalore sr Maria di Gesù Crocifisso aveva promesso alla Vergine questa visita. Dopo la messa alla grotta, si deve sottrarre la piccola alla venerazione indiscreta della folla che si stringe intorno a lei: la fama della veggente e della stigmatizzata di Pau era andata ben lontano! Si pensa a Bernardette. Come nell’episodio seguente: una pellegrina si rivolge a sr Maria e, non conoscendola, le domanda: “Suora, mi può indicare dov’è la santa?” Con un grazioso sorriso l’interpellata indica, un po’ più in là, sr Giuseppina, che sgrana di continuo il suo rosario: “è quella”. La signora la raggiunge di corsa e si raccomanda alle sue preghiere. M. Henri Lasserre, illustre autore del volume Notre-Dame de Lourdes, riesce a parlare per cinque minuti con la piccola araba e questo breve colloquio lo lascia consolato e raggiante.[22]

Un altro legame tra Lourdes e la spiritualità carmelitana è dato dal fatto che “la signora Martin [Zelie, madre di S. Teresa di Gesù Bambino] era stata in relazione epistolare con Monsignor Peyramale, il venerato curato di Lourdes, che aveva ricevuto i messaggi e le confidenze della veggente [Bernardette Soubirous]. Volle andare a fargli visita. In sua assenza, fu ricevuta da una persona d’una modestia angelica, ala quale ella confidò le impressioni profonde provate su quella terra benedetta.

– Oh! Signora, le fu risposto, vi assicuro che ora non c’è più nulla. Chi ha visto, come me, Bernardetta in estasi, ne ha avuto un’impressione che dura tutta la vita. La domestica si terse una lacrima e si mise a raccontare come aveva visto, allora, la figlia dei Soubirous, in ginocchio sulla china scoscesa della roccia, col viso irradiato dallo splendore che emanava dalla bella Signora, mentre la fiamma del cero le lambiva le dita senza bruciarle”.[23]

Sr Maria Grazia Israele, O.Carm.

Note:

[1] J. B. Estrade, Le apparizioni di Lourdes, ed. San Paolo 2001.

[2] René Laurentin, Bernadette vi parla, Paoline, Roma 1979.

[3] Stefano Possanzini, O.Carm., La Regola dei carmelitani, Firenze 1979.

[4] J. Baconthorp, Laus Religionis Carmelitanae, in E. Boaga, O.Carm., Con Maria sulle vie di Dio, ed. Carmelitane, Roma, 2000.

[5] Le apparizioni di Lourdes…, o.c.
[6] Emanuele Boaga, O.Carm., La Signora del luogo, ed. Carmelitane, Roma 2001.

[7] Le apparizioni di Lourdes… o.c.

[8] E. Boaga, O.Carm., o.c..

[9] N. Geagea, OCD, Maria Madre e Decoro del Carmelo, Teresianum, Roma 1988.

[10] R. Laurentin, o.c..

[11] S. Teresa di G. B., Manoscritto B, in Opere Complete, LEV – ed. OCD, Roma 1997.

[12] S. Giovanni della Croce, Cantico spirituale B, in Opere, Postulazione Generale dei Carmelitani Scalzi, Roma 1967.

[13] R. Laurentin, cit.
[14] Testimonianze dei pellegrini sulla chiesa del Monte Carmelo, scritte intorno al 1220, in E. Boaga, cit.
[15] Autori vari, La dimensione mariana del Carmelo, Roma 1989.

[16] Telesforo Cioli, O.Carm, La Madonna del Carmine, Roma 1993.

[17] R. Laurentin, cit.
[18] E. Boaga, Come pietre vive, Roma 1993.

[19] S. de Beka O.Carm., prosa liturgica, tratto da La Signora del luogo.

[20] R. Laurentin, o.c.
[21] Carmelitane scalze di Concenedo, Della stirpe di Aronne – Herman Cohen, Mimep Docete, Milano 2000.

[22] A. Brunot, La piccola araba…, Città Nuova, Roma 1983.

[23] P. Stefano Giuseppe Piat, OFM, Storia di una famiglia, Ancora, Milano, 1963.

Teresa “Maestra”

La prima statua di santa Teresa che padre Marie-Bernard realizzò fu chiamata “statua di Teresa seduta”. Per capirla dobbiamo soffermarci sulla postura di Teresa e sul libro che tiene sulle ginocchia.

Per quanto riguarda la figura della Santa è fortemente influenzata da una fotografia di fine 1894 che la ritraeva, nel giardino dal Carmelo di Lisieux, seduta accanto alle sue tre sorelle e a madre Maria di Gongaza. Teresa ha le mani giunte, con le dita intrecciate, poggiate sulle gambe e lo sguardo rivolto un po’ a lato. Il volto di Teresa in questa fotografia fu utilizzato dalla sorella Celina, suor Genoveffa di santa Teresa (del Volto Santo), per realizzare nel 1901 il disegno conosciuto come “ritratto in ovale”.

La figura intera della Santa nella medesima fotografia fu utilizzata in alcuni santini dei primi decenni del ‘900, e probabilmente per questo fu conosciuta e ripresa da padre Marie-Bernard per la sua prima statua di Teresa che era alta solo 35 cm. Dal libro di Pierre Descouvemont (Le père Marie-Bernard, sculpteur de Thérèse, Beauchesne, Paris 2018) sappiamo che Egli vi lavorò lungo quasi tutto l’anno 1918 e terminò per l’inizio del 1919, per presentarla all’altra sorella di Teresa, suor Agnese di Gesù (Paolina), nella ricorrenza del suo onomastico il 21 gennaio. Egli scrisse in una lettera di aver più volte rivisto la testa e il volto della statua, perché voleva che fosse «il più possibile somigliante», anche se ammette di aver dovuto «sacrificare un po’ la verità in favore dell’espressione del viso». Successivamente scolpì della stessa statua diverse copie di diverse altezze fino ad una di grandezza naturale, la quale sarà collocata nel giardino del Carmelo nel 1928, quindi presso il luogo dove fu scattata la fotografia che l’aveva ispirata!

Ma lo “scultore di Teresa”, come si definì più tardi, aggiunge un elemento non presente nella fotografia, cioè un libro posto sulle ginocchia della Santa sotto le sue mani. L’aggiunta riqualifica l’immagine secondo diverse interpretazioni possibili anche negli anni successivi. Il libro può essere identificato infatti, di volta in volta, col libro dei vangeli (con l’intera Bibbia), oppure con Storia di un’anima (e gli altri scritti di Teresa), o con l’insegnamento riguardante la “piccola dottrina” della Santa. In realtà questi tre libri non sono che uno solo, l’unico Vangelo che si esprime in forme diverse nella vita e negli scritti di Teresa. Per questo una “ragazza” di 24 anni ha potuto essere proclamata “Dottore della Chiesa”: perché il Vangelo può essere vissuto e insegnato da tutti, ad ogni età, soprattutto dai piccoli a cui il Padre ha fatto dono della sapienza… la sapienza di Gesù, la sapienza del Vangelo.

Ci sono quindi diversi modi per leggere questa “statua di Teresa seduta con il libro”. Il primo è di vedervi Teresa “Discepola” del Vangelo, l’unico libro insieme all’Imitazione di Cristo dal quale, a suo stesso dire, traeva giovamento. Lo stesso sguardo rivolto a lato sembra suggerire l’atteggiamento della discepola che guarda il suo maestro divino Gesù mentre lo ascolta, e proprio per questo diviene essa stessa maestra, seduta nell’atto di insegnare. Infatti la seconda lettura della statua è di vedervi rappresentata Teresa “Maestra d’infanzia spirituale”. Con questo titolo, una copia di questa statua, opera dello sculture Luca Arrighini di Pietrasanta Ligure, fu collocata nell’atrio di ingresso laterale alla Basilica di Tombetta, prima delle scale che portano al Salone della piccola via, con indicata la ricorrenza: “Nel 50° anniversario del suo ingresso al Carmelo 1888-1938”.

La copia di Arrighini ha alcune modifiche rispetto al’originale: la testa di Teresa è rivolta meno di lato e lo sguardo è quasi diritto verso lo spettatore; è stato aggiunto il rosario alla cintura sul fianco sinistro di Teresa; ci sono in più delle rose ai piedi della Santa e negli intagli dello sgabello. Infine possiamo vedere in questa statua Teresa “Dottore della Chiesa”, titolo conferitole nel 1997, nel 1° centenario della morte, in ragione del fatto che i suoi “ricordi d’infanzia” sono pieni di “pensieri” su come Dio ha manifestato le sue grazie nella sua vita di bambina, giovane e carmelitana e l’ha ricolmata della “scienza divina dell’amore”. Già negli anni ’30 del XX secolo si pensò ad un Dottorato di Teresa, ma per diversi motivi non se ne fece nulla. Il papa Pio XI che l’aveva beatificata, canonizzata e anche proclamata Patrona universale delle missioni era titubante sul titolo di Dottore dato ad una donna e così giovane. L’obiezione avanzata da qualcuno, allora come nel 1997, era che ella aveva scritto solo tre quadernetti sulla propria vita e qualche poesia assai devota. Ma…

La grande questione irrisolta era relativa ai testi originali di tutti i suoi scritti, che all’epoca non erano ancora conosciuti. La prima pubblicazione in fac-simile dei “manoscritti autobiografici”, che furono all’origine di Storia di un’anima dal 1898, avverrà solo nel 1956! Il lavoro per stabilire l’Edizione critica di tutte le opere iniziò con il 1° centenario della nascita di Teresa intorno al 1973 e terminò nel 1992. Solo allora, conoscendo tutti gli scritti e nella loro versione originale, si poteva ri-pensare al Dottorato, e ciò infatti avvenne nel 1997. Col tempo si era capito che anche una donna poteva essere riconosciuta Dottore della Chiesa, e anche così giovane, come era già avvenuto nel 1970 per santa Teresa d’Avila e la più giovane Caterina da Siena.

Partendo dalla lettura del Vangelo che ha sulle ginocchia, col volto rivolto a Gesù suo maestro mentre lo ascolta, Teresa seduta è Maestra e Dottore che canta in eterno le misericordie del Signore nella sua vita per condurre altri lungo la sua “piccola via dell’infanzia spirituale”, che la Santa ha “messo per iscritto” e che continua ad insegnarci.

Padre Ermanno Barucco ocd

Il giorno in cui François Mitterrand sequestrò le reliquie di Santa Teresa

Il giorno in cui François Mitterrand sequestrò le reliquie di Santa Teresa

C’è chi crede, e ci sono anche quelli che non credono in nient’altro che se stessi. “Desidero che la Provvidenza vegli sulla Francia”, dichiarò Valéry Giscard d’Estaing lasciando l’incarico. Soprattutto a sinistra, si parla ancora della frase pronunciata da François Miterrand: “Credo nelle forze dello spirito e non ve le toglierò”.

A volte, come in ogni uomo, dietro il volto pubblico di questi politici che ci governano c’è qualcosa di più profondo, più intimo. Una fede? Certe volte sì. Tutto dipende dall’inquilino dell’Eliseo. A questo tema spinoso e poco affrontato, la fede dei Presidenti della V Repubblica francese, Marc Tronchot ha dedicato il suo ultimo libro, Les présidents face à Dieu (I Presidenti davanti a Dio, Calmann Lévy).

Intervistato di recente su Europa 1, l’autore si è prestato al gioco di abbozzare un rapido profilo della fede nei Presidenti della laicissima Repubblica francese.

De Gaulle? Credente, evidentemente, ma con la tendenza a dare a Cesare e a Dio quello che appartengono loro. “Il generale De Gaulle si comunicava in viaggio ufficiale”, ha confidato Tronchot, “per solidarietà con le comunità cristiane minoritarie o soggiogate: Polonia, Russia, Turchia. È un segno, un messaggio”.

“Nel 1962, però, con Konrad Adenauer, non si comunicò nella Messa della riconciliazione franco-tedesca nella cattedrale di Reims, mentre Adenauer lo fece”, ha aggiunto.

E l’attuale Presidente francese? “Si potrebbero trovare sicuramente fotografie di François Hollande come chierichetto, ma la distanza che ha preso dalla religione è una scelta che ha fatto nella sua anima e nella sua coscienza”.

Le convinzioni religiose di Mitterrand sono difficili da discernere, non essendo mai scomparse ed essendo riapparse durante la malattia che lo ha colpito.

“Bisogna aver scalato la rupe di Solutré con François Miterrand e dire che il giorno dopo ogni lunedì di Pentecoste andava nella comunità di Taizé. Mitterrand e l’ex seminarista Léotard parlavano di questioni profonde quando ne avevano l’opportunità”.

Alcune rivelazioni del libro di Tronchot sorprenderanno: “Mitterrand era in primo luogo un cercatore, e andava a cercare molto lontano. Non pensavo di terminare il capitolo che lo riguarda tra le braccia di Santa Teresa di Lisieux”, ha spiegato.

“Aveva chiesto un servizio a Jean Guitton, un amico che consultava da molto tempo: fece fare una deviazione di varie ore al veicolo che portava da Lione a Lisieux il reliquiario di Santa Teresa”.

“E François Mitterrand scese ed entrò nel veicolo per toccare il reliquiario di Santa Teresa, la santa camminatrice, che disse che tutto continuava. Questo tranquillizzò Mitterrand, che come tutti i politici aveva paura che non ci fosse nulla dopo, una cosa molto umana”.

Il libro di Marc Tronchot svela anche il volto credente di Georges Pompidou e il suo “particolare approccio spirituale”.

“È morto con i canti gregoriani. Si sposò con una donna educata dalle Orsoline, e la religione tornò alla ribalta con la famiglia, i figli, i bambini, senza mai aver avuto questo lato credente”.

“Aveva un’opinione sulla Chiesa, troppo o non sufficientemente moderna, gli piaceva il latino per l’officio ma riteneva il rituale passato di moda”.

Il suo funerale venne celebrato in latino, seguendo le volontà espresse nel testamento, ma nel libro di Tronchot si scopre che la croce che adorna la sua tomba è in realtà un’iniziativa di suo figlio.

 

Aleteia

Teresa De Jesús: il realismo di un incontro

Relatori:

Jesus Castellano, Docente alla Pontificia Facoltà Teologica del Teresianum di Roma

Juan Bosco, Convento dei Carmelitani Scalzi di Santa Teresa d’Avila

Moderatore:

Bruno Biotti

 

Biotti:

Quello che, fin dall’inizio, mi ha colpito di Santa Teresa d’Avila è stata l’ampiezza della sua umanità e la sua capacita di simpatia umana; allo stesso tempo la profondità del suo sguardo, della sua domanda e della sua ricerca. Vorrei che fosse chiarito dove sta il realismo di questa santa del Cinquecento, cosa può dire a noi oggi; anche il contesto storico nel quale ha vissuto c’entra con noi perché, probabilmente, diverse situazioni, grandi contraddizioni dell’età moderna hanno origine in quel periodo storico; la testimonianza di questa santa è, quindi, particolarmente significa tiva. Padre Juan Bosco a lei la parola.

Juan Bosco:

L’Italia è stata, con il Carmelo di Genova, il primo Paese dell’Europa in cui è approdata l’opera riformatrice della Santa spagnola. Inoltre, fatto che non ha eguali e di una valenza spirituale che chiunque può intuire, la reliquia del suo piede destro che, al servizio di Dio, aveva percorso in vita la penisola Iberica in tutte le direzioni, arrivò nel 1616 alla città che è capo e cuore della Chiesa, a Roma, come al suo centro reale di gravità, come al più coerente dei propri destini; lì è rimasto, custodito nel tempio Carmelitano di Santa Maria della Scala dove, dopo 400 anni, si continua a venerare. Oggi Teresa arriva a Rimini, in questo evento internazionale, per essere ancora una volta profeta, messaggera di Dio. Teresa è una parola di Dio pronunciata e inviata all’uomo. Avila è una delle città con maggiore valenza storica e nobiltà dell’antica Castiglia, ubicata nel cuore della Spagna.

È il più grande castello in questa terra di castelli, con le sue mura medioevali miracolosamente conservate, complete, intatte: due chilometri e mezzo di mura, di merli, 90 torrioni, 9 porte, costruita su un immensa roccia granitica, sulla sommità dell’altopiano della Meseta della Castiglia, a 1200 metri di altitudine. Avila è la città più alta, più vicina al cielo, che la Spagna possa annoverare. È stata dichiarata città patrimonio dell’Umanità. Dopo otto secoli di invasioni e di occupazioni, da pochi anni erano stati cacciati dal territorio gli ultimi musulmani, ed era stata recuperata l’unità della Spagna. Le navi, le imbarcazioni della Castiglia, avevano solcato il mare tenebroso, ed erano approdate in un nuovo mondo sconosciuto. Era stata codificata e stampata per la prima volta la grammatica di una delle grandi lingue dell’occidente, la lingua spagnola. In questo momento, in questa tappa storica in cui in sta nascendo quello che sarà chiamato “el siglo de oro”, Dio, percorrendo con i propri occhi il mondo come colui che cerca e vuole scegliere un luogo, ha voluto mettere la mano proprio sulla roccia in cui si erge Avila. Ed è proprio lì, all’interno delle mura, che è nato uno dei più grandi testimoni delle Sue misericordie e del Suo amore eterno, una della più innamorate spose del Suo Verbo incarnato: Teresa di Gesù, Teresa de Jesus. Ad Avila è stata modellata, formata, ed il Signore l’ha trasformata in sé. La trasse a sé nell’estasi interiore, per lanciarla poi verso l’estasi, l’uscita esterna, rendendola fondatrice, spalancandole il cammino, rendendola testimone delle meraviglie che Dio, che è amore, realizza nella creatura umana. Camminare e fondare, scrivere e proclamare, in una missione senza tempo, senza spazio, che non si esaurisce e che si concentra attualmente sulla falsariga dei conti e degli stili umani, in 1500 comunità, di figli e figlie suoi, presenti in 110 nazioni. Il Papa Leone XIII disse del monastero dell’Incarnazione di Avila, dove lo spirito di Dio aveva trasformato in braccio d’amore eterno l’anima di Teresa, dove il Figlio di Dio l’aveva unita a sé in mistico matrimonio, che era uno dei luoghi più santi della Terra, perché qui Dio si era mostrato ancora una volta all’essere umano, nella persona concreta di Teresa, ed aveva rivelato come sia capace di amare.

Teresa è un eccezionale e scelto testimone di Dio, non di un Dio studiato, letto o appreso nelle aule, ma ricercato e amato con vitalità, gioiosamente trovato e sperimentato, appassionatamente posseduto e testimoniato. Teresa non racconta mai speculazioni, teorie; descrive e racconta quanto sentito, visto e sperimentato, secondo la sua personalità, il suo stile, per la passione per la verità, che riempie subita e che solo scrive per obbedienza, ed è quello che l’obbedienza le chiede. Perfetta anatomista dell’anima umana, che vede ed esplora dall’interno, che seziona e descrive come pochi, intraprende e realizza attraverso di questo, alla luce della fede e portata dalla mano di Cristo, una delle avventure più affascinanti che lo spirito umano conosca. Se sette dei suoi nove fratelli maschi avevano intrapreso la grande avventura esterna di quel momento della storia, l’avventura verso l’America, lei seconda madre di quasi tutti loro, intraprende e sceglie il cammino opposto, la via contraria, quella più costosa e preziosa dei viaggi umani: addentrandosi nell’anima e nel cuore, ricerca il perché, la ragione stessa alla base del vivere, ricerca il Dio vivo che dimora nell’anima come in un castello interno e che lì aspetta l’uomo per darsi completamente, vita e amore eterno. Renè Fleur Miller ha osservato che, nel momento della storia in cui il polacco Nicolò Copernico esplora l’universo esterno per concludere che il suo centro è il Sole e non la terra, Teresa esplora l’universo dell’animo umano per trovare il fatto che è motore e centro attorno a cui girano terre e soli. Nel secolo in cui il tedesco Keplero scopre leggi relative alla gravità per i corpi materiali, Teresa scopre e spiega con una maestria, una destrezza, una capacità sorprendente di introspezione, le leggi che reggono l’inevitabile gravitazione dell’anima umana verso Dio. Negli anni in cui  l’anatomista fiammingo Vesalio scruta anatomie umane per studiarne e svelarne i segreti, una monaca di Avila mette a nudo, scopre il più profondo ed imperituro che abbia l’uomo: la sua anima. Nella sua odissea interiore, al di là dei sensi e dell’immaginazione, della ragione unica e secca, Teresa scopre e sperimenta Qualcuno che c’è, e vive lì, dove lei finisce e Lui sembra iniziare; Qualcuno di cui essa è immagine e somiglianza, base per cui lei stessa è e vive; Qualcuno che non passa, non muta, che, da quando Teresa è nata, è lì e la sta guardando con amore eterno. Teresa non Lo vede come Lui è, perché nessuno può vederLo senza morire; non Lo sente e non Lo tocca come si sentono e si toccano le cose di questo mondo, ma Lo sperimenta, Lo conosce, sperimenta la Sua luce, il Suo amore, la Sua vita e che Lui è la realtà vera e assoluta, quella che dà essenza, ragione e valore alle altre che chiamiamo realtà e che sono tali solo perché emerse dalle Sue mani. Teresa sperimenta che la vera e fondamentale realtà è quella che non si vede, o meglio, Colui che non si vede, perché ha avuto la misericordia di rivelarsi e che il realismo più vero è vivere da questa realtà, «perché noi non miriamo alle cose visibili, ma a quelle invisibili» (San Paolo).

Nella presentazione di questa mostra su Santa Teresa ho visto il titolo «Teresa di Gesù il realismo di un incontro». M. Lepèe, uno studioso francese di Santa Teresa, ha pubblicato, dopo la seconda guerra mondiale, uno dei classici della biografia di Teresa, Sainte Thérèse, lo réalisme chrétienne: santa Teresa esponente e referente del vero e proprio realismo, dal quale il cristiano per definizione di sé stesso non può abdicare, per cui la prima cosa, quella fondamentalmente reale è solo Dio. Non quello dei filosofi, ma Colui che è il Dio delle Scritture, Colui che si rivela all’uomo come Padre, Salvatore e Amore. Questo realismo, non di meno, non può disconoscere o rinnegare altre realtà volute da Dio, idee divine alle quali Lui ha dato essenza ed esistenza: l’uomo, il mondo. L’uomo che guarda e valuta il mondo come Dio lo guarda e lo valuta, attraverso questo realismo, supera sé stesso e vive, attraverso Cristo, la stessa vita reale di Dio.

Teresa, buona castigliana del XVI secolo, è nemica delle illusioni; non idealizza, rispetta la realtà sociale, ricerca in ogni momento la verifica di esperti, di saggi. A partire da un certo punto della sua vita diffida completamente di sé stessa, ama fino alla morte qualsiasi elemento visibile, della Chiesa visibile, ma trascendendo questo insieme, è unita in modo sponsale alla vera realtà, a Colui che non si vede. Le sue vittorie le sgorgano dall’energia eterna, che emerge dal “solo Dio basta” e che sostituisce il realismo incompleto dei sensi e della ragione con il realismo cristiano, quello che vive della realtà fontale ed eterna. Se il realismo è familiarità con l’autenticamente reale, allora ben pochi possono considerarsi più realisti di Teresa di Gesù. Naturalmente questo realismo cristiano, che non sarebbe tale senza la presenza fondamentale e viva della realtà trascendente, non lo sarebbe nemmeno senza la presenza essenziale, basilare e viva di Cristo mediatore, Dio di Dio, Luce di luce, Misericordia divina fatta carne, parola eterna fattasi tempo, affinché coloro che passano attraverso il tempo, la possano conoscere. Il grande incontro, in un’unica realtà, di Dio e l’uomo, dell’uomo e Dio, cammino, vita, amore totale di Teresa, maestro e sposo di Teresa, che ha voluto essere e chiamarsi di Gesù, non di Avila, e che è stata ed è la maestra della presenza costante della santissima umanità durante tutta la vita spirituale cristiana.

Teresa ha scoperto tutto questo attraverso cammini interiori. La sua opera ed il suo messaggio sono un richiamo permanente e continuo all’uomo e, in modo più specifico, all’uomo cristiano, ricordandogli che, in primo luogo, è un’interiorità e attraverso questa relazione con Dio, può essere. Essendo un essere consapevole e libero, intelligente ed amante, questa relazione interiore con la realtà, che nella parola ispirata si è definita come amore, solo allora può essere una relazione di amore. Questa è esattamente la definizione di orazione che dà la dottoressa in orazione Santa Teresa di Gesù: un rapporto di amicizia, un rapporto di amore con Colui che sappiamo ci ama. Teresa, ricordando in tutte le pagine dei suoi libri che l’uomo è un’interiorità, ripete che la sua porta di uscita, il cammino delle sue soluzioni, non sono né nascono dall’esterno, ma vengono dalla parte interiore, dal cuore: questo è il vero e proprio punto di partenza dell’uomo e della sua personale avventura. Attraverso questo spazio senza confini, gli si spalanca il vero paesaggio; è attraverso questo cammino che è chiamato a recuperare il paradiso perduto. Qualsiasi altra uscita, qualsiasi altra direzione, sarebbe falsa e, prima o poi, renderebbe l’uomo un essere senza ragione e senza senso. C’è stato uno che camminò verso l’interno, verso il centro di sé stesso, e i suoi scritti sono la testimonianza delle ricchezze conquistate: «Miei sono i cieli, mia è la terra, mie sono le genti, i giusti sono miei, miei i peccatori, gli angeli sono miei, la madre di Dio, tutte le cose sono mie, lo Stesso Dio è mio e per me, perché Cristo è mio e tutto è per me». Si chiamava Fra’ Giovanni della Croce, figlio e padre spirituale di Santa Teresa, il primo frate della sua riforma, dottore mistico della Chiesa universale.

Quattro lunghi secoli parlano di Teresa, ma tutte le mattine appare come qualche cosa di inedito, di nuovo, se la produzione artistica che esiste in tutto il mondo, quanto su di lei è stato scritto e pubblicato, è praticamente incatalogabile. Dotata di eccezionali doti naturali e sovrannaturali, tanto più divina quanto più umana, e tanto più umana quanto più divina, è una delle figure più indiscutibili che la Chiesa possa presentare al mondo e alla cultura universale.

In lei abbiamo il paradosso verificato di essere non una santa di minoranze, per spiriti scelti o per studiosi delle scienze mistiche, letterarie o antropologiche, ma una santa di maggioranze, perché è evidente il flusso dell’attrattiva universale venerante, leggente e peregrinante che la sua persona ha risvegliato e provocato da sempre e che continua tuttora. In questo campo di cose, il Barocco, il cui sviluppo coincide con la canonizzazione e la beatificazione della santa e la cui azione durerà ancora un secolo e mezzo, volendo glorificarla e magnificarla, in realtà la rese falsa. Il Barocco è stato un laboratorio di asti fiammeggianti, gloriosi, trascesi interpretando Santa Teresa di deliquio, sempre raffigurata tra nuvole, in relazione permanente con il sovraterrestre, trasfigurandola e falsificandola. Santa Teresa non avrebbe accettato i criteri di enfasi e magnificenza del Barocco. Teresa era figlia di un altro momento storico, di un altro ambiente culturale, estetico e religioso.

Questa donna è stata scelta dagli organizzatori della XXI edizione del Meeting di Rimini come protagonista dell’idea centrale, «Tutta la vita chiede l’eternità». Come figlio di così grande madre la mia gratitudine agli organizzatori e ai realizzatori e felicitazioni per aver tenuto il titolo che la liturgia cristiana le dà di “messaggera del regno eterno, messaggera di eternità”; queste sono le parole di uno degli inni liturgici teresiani, composta da un eccellente poeta: Urbano VIII, Sommo Pontefice della Chiesa. Sicuramente questo evento del Meeting rientrerà nell’elenco di avvenimenti teresiani che, con tinte originali e nuove, hanno contraddistinto la storia di Santa Teresa negli ultimi tre decenni del ventesimo secolo: la straordinaria esposizione con cui lo stato spagnolo e l’ordine dei carmelitani scalzi in Spagna ha voluto rendere omaggio a Santa Teresa quando è stata dichiarata prima donna con il titolo di Dottore della Chiesa Universale, a Madrid nel 1971; le manifestazioni nazionali che hanno voluto onorarla in occasione dei 400 anni dalla sua morte, nel 1982; la mostra itinerante organizzata dai carmelitani della Germania e dell’Austria per oltre un anno, in 20 città di entrambi i paesi; il Carmelo delle Fiandre, terra promessa del carmelo di Santa Teresa nel convento di Gaand, e la città di Parigi e il carmelo francese nello scenario sublime del museo del Petit Palè nei Campi Elisi; la straordinaria manifestazione che è stata aperta per ben sette mesi nella cattedrale di Avila per commemorare il XXV anniversario del dottorato ecclesiale teresiano, nel 1995; infine, la manifestazione, con carattere permanente, inaugurata nella cripta della casa natale – convento di Santa Teresa in Avila, nel 1999. Questo rappresenta un museo vero e proprio; nei 1500 metri espositivi si presenta al turista e al pellegrino la persona, l’opera, il messaggio spirituale della santa carmelitana. Ebbene, il mio desiderio è che Santa Teresa sia santa madre anche per questo Meeting, per tutti noi che amiamo profondamente Cristo, e che speriamo che il grande amore per la verità di Santa Teresa possa contraddistinguere anche le nostre vite ed esistenze.

Padre Jesus Castellano:

Padre Juan Bosco ci ha offerto la figura di Santa Teresa del Gesù soprattutto nell’ambiente esterno nel quale è nata e cresciuta, e poi anche il mondo in teriore del suo realismo e anche tutte le conseguenze di carattere culturale e storico che rendono Teresa una contemporanea anche a distanza di quattro secoli. Penso che sia il momento di guardarla in faccia, vedere chi è Teresa del Gesù, attraverso quattro immagini che si trovano nella mostra.

La prima è l’immagine originale di Teresa del Gesù dipinta da un italiano, Giovanni della Miseria, che era buon pittore, ma certo non un genio. Quest’immagine è stata dipinta a Siviglia durante il momento di permanenza della Santa in quella città andalusa; Teresa ha posato per diverse ore e, alla fine, ha detto questa bellissima frase, emblema del realismo teresiano: «Dio ti perdoni fra Giovanni perché dopo tutto mi hai fatto brutta e cisposa». Ma questo è il volto di Teresa, umanissimo, che ci fa capire la sua bellezza e il suo fascino anche attraverso quei tre nei che portava attorno alla bocca che la rendevano, dicono, anche un po’ più simpatica.

Una seconda immagine, bellissima, è quella che Bernini ha scolpito nel marmo bianco di Carrara per la chiesa di Santa Maria della Vittoria, che, come aveva detto padre Juan Bosco, è l’immagine del Barocco. È l’immagine che rappresenta Santa Teresa nell’estasi, con quell’angioletto che cerca di colpire il cuore di Teresa con un occhio di malizia. È prevalsa questa raffigurazione che, forse, ha deformato l’immagine di Teresa. Il Barocco voleva soprattutto sottolineare l’aspetto più alto del misticismo e l’elemento proprio di Teresa: la trasverberazione. Eppure anche quest’immagine è realista, perché ci fa capire, e questo è il racconto di Teresa, che quando Dio colpisce, colpisce tutto il nostro essere e che una santa che è colpita nel suo corpo, purificata ed infiammata nel corpo attraverso il cuore, ti parla del realismo dell’incontro con un Dio che è fuoco e che prendendo il cuore di Teresa lo dilata, lo infiamma, lo rende più universale. Quest’episodio è narrato da Santa Teresa del Gesù nel capitolo 29 dell’autobiografia, perché è proprio Cristo che fa nascere nel cuore di Teresa un amore grande, che sfocia nel servizio alla Chiesa. Quest’immagine del Barocco è come la Pentecoste di Teresa: è il fuoco dello Spirito Santo che penetra nel cuore per renderla sposa Chiesa, una che serve Cristo in questo mondo. È un segno di risurrezione e un’anticipazione di quello che sarà il nostro corpo tutto infiammato dallo Spirito Santo.

L’altra immagine è quella che si trova nella basilica di San Pietro, scolpita da Filippo Valle verso al fine del Settecento. Santa Teresa è raffigurata come maestra spirituale, come riformatrice del Carmelo, Dottore della Chiesa.

Teresa, dopo l’esperienza, trascrive, racconta, ci propone, attraverso i suoi libri, tutto il suo patire, il suo amare, quello che ha vissuto e ha sperimentato. Questo è il realismo del raccontare, del dire le cose vissute. Non è una leggenda, un romanzo, ma è la storia di Dio nella sua vita, trascritta nella pagine bellissime dei suoi libri, capolavori della mistica: Il libro della vita, Il cammino di perfezione, Il castello interiore e Le fondazioni. Teresa scrive, come dice lei stessa, per ingolosire («escribo para engolosinar»), perché chi legge abbia il desiderio di vivere quello che lei ha vissuto. Dio è voglioso di donarsi e, senza misura, si dà a noi. Teresa scrive anche per rendere tutti “amigos fuertes de Dios”, amici forti di Dio; per questo scrive di Dio, della Trinità, dell’anima. Ma scrive anche dei viaggi, delle lettere, scrive tutto, perché lei sa che Dio non soltanto abita nel fondo del cuore, ma è presente dappertutto, come dice nel libro delle Fondazioni: «Se siete in cucina pensate che tra le pentole sta Dio e ci aiuta all’interno e all’esterno» («Si estàis en la cocina entre los pucheros anda el Señor, ayudàndoos en lo interior y en lo exterior»). Questo è realismo, questa è l’esperienza di un trascrivere la vita; per questo chi entra in contatto con gli scritti di Santa Teresa di Gesù coglie l’immediatezza, il dialogo, ha l’impressione che questo è stato scritto per lui, si rivolge a lui in un triplice momento: Dio è presente e parla; Teresa ragiona con se stessa; Teresa dialoga con il lettore che è sempre un futuro amico di Teresa di Gesù, perché chi entra nel suo cerchio è una persona candidata ad entrare nel cerchio degli amici di Dio. Penso che chiunque si avvicina a Teresa con il realismo di questo contatto, di questa immediatezza è un candidato a questa comunione con Dio, a diventare un amico forte di Dio, perché in questi tempi difficili, «tiempos recios» diceva Teresa, c’è bisogno che ci aiutiamo gli uni e gli altri per essere fedeli al Signore. Edith Stein, quando ha finito di leggere il libro della vita di Santa Teresa, ha detto: «Qui c’è la verità». Non pensate ad una verità filosofica: Edith Stein è una fenomenologa, apprezza il fatto, l’eccellenza della vita, la bellezza di quello che è descritto; non dice che questa è la verità aristotelica della filosofia, ma è l’eccellenza della vita che io cerco, se è piena di Dio e di una realizzazione umana. Edith Stein ci aiuta a capire perché il libro della vita è il libro della verità: è la verità di Dio che dona la vita.

C’è un’altra immagine che, come ha detto Don Bosco, riconcilia il tempo presente con la Teresa del XVI secolo: Teresa Andariega, camminante, fondatrice. Questa bellissima immagine, scolpita da Cruz Solìs, rappresenta Teresa che cammina con la bisaccia nella mano: è il suo cammino delle fondazioni. Anche questo è realismo; Teresa non è rimasta buttata per terra dall’estasi, ma lo Spirito Santo l’ha messa in cammino, l’ ha fatta diventare una sposa “andariega”, una sposa che viaggia per Dio, per fondare Carmeli in tutto il mondo. I suoi libri raccontano i viaggi di Teresa, tra cui quello a Medina del Campo; arriva in questa città attorno al giorno dell’Assunta, quando arrivavano i tori per la corrida e molte persone. Teresa, temendo che il SS Sacramento fosse profanato, rimase in veglia tutta la notte davanti al Santissimo.

Fece un altro lungo viaggio fino a Siviglia; fece fondazioni a Palenzia dove, disse Teresa, la gente era buona come quella della chiesa primitiva. I libri raccontano anche della fondazione di Burgos; Teresa vi arrivò dopo lunghi viaggi; inizialmente l’arcivescovo le promise di fare la fondazione, ma poi non si decise a darle il permesso. Teresa e le sue figlie furono alloggiate al piano superiore dell’ospedale dove si dedicarono alla preghiera e alla cura dei malati. Anche questo è un dettaglio molto importante che ci fa capire il realismo di Teresa che coglie il momento presente, l’eternità nell’istante, sa che tutto passa, ma sa che Dio basta e in ogni momento la Sua presenza fa della vita un’eternità. Queste quattro figure di Teresa ci aiutano a capire la bellezza di questo incontro, di una vita che chiede un’eternità.

Il segreto di questa realismo di Teresa, che la rende così divina e così umana, è l’incontro con Cristo. Teresa ha incontrato il Cristo del Vangelo, il Cristo che, risuscitando, è umano e divino insieme, e quando ci fa compagnia ci fa sentire l’umanità e la divinità; questo è il Cristo che ha reso Teresa profondamente umana. Probabilmente per molto tempo ha avuto una grande crisi esistenziale: si vergognava di essere donna perché l’ambiente in cui viveva era anti-femminista; le donne non valevano a nulla, non potevano neanche fare meditazione, ma limitarsi a recitare il Padre Nostro e l’Ave Maria. Non poteva essere tranquilla con la sua umanità se l’essere sensibile, se l’essere amica poteva essere subito tacciato come un’imperfezione. Ma quando Teresa ha incontrato il Cristo del Vangelo e l’ha sentito profondamente umano, sensibile e amico, lei ha avuto come un’esplosione di libertà: il Cristo del Vangelo non era come quello descritto dai teologi, ma era come lei lo sentiva.

Ed ecco perché abbiamo in Teresa anche una specie di esegesi del vangelo in un modo che io chiamerei femminile. Si aggrappa profondamente a certi episodi, ama la Maddalena, la Samaritana, la Cananea, Marta e Maria; parla del Cristo come colui che viene a stare con noi come stava con gli amici a Betania; ha una particolare sensibilità, per esempio, quando vede il Cristo solo, come nell’Orto degli Ulivi. Meditando sulla Domenica delle Palme, Teresa pensa che nessuno di quelli che lo avevano tanto acclamato l’aveva invitato a pranzo; per questo Lui era dovuto ritornare a Betania. Teresa invitava ogni Domenica delle Palme Cristo sposo nel suo cuore, per fare la Comunione; nei monasteri carmelitani ogni Domenica delle Palme c’è un posto per il Cristo ospite e se qualcuno viene a bussare alle porte delconvento, lui è l’ospite al quale le Carmelitane danno il cibo. È il senso di un incontro.

Teresa ha cercato appassionatamente il Cristo del Vangelo ed ha ritrovato la sua umanità; non ha avuto vergogna di dire che noi non siamo angeli e abbiamo bisogno di un Cristo umano; Lui è venuto a redimere le nostre debolezze, si è fatto umano come lo siamo noi. La risposta di Cristo a questa ricerca è stata una fortissima esperienza mistica. Bisogna leggere i capitoli 26, 27, 28, 29 de Il libro della vita, poi Il castello interiore per vedere come Gesù ha iniziato come una rivelazione progressiva di se stesso, in varie tappe. 1) Nel capitolo 26 Teresa ricorda che c’è stata una grande repressione culturale, che noi oggi non tollereremmo: la “Santa” Inquisizione, che ha svuotato la sua biblioteca ricca di libri di spiritualità, di orazione, scritto in volgare. Allora Teresa si è lamentata con il Signore e Lui le ha detto: «Non affliggerti perché io ti darò un libro vivente»; lei ha capito che il Signore voleva essere questo libro: «benedetto quel libro che lascia così bene impresso quello che si deve leggere e praticare da non dimenticarsene più». Era come un preludio. In seguito il Signore si è mostrato soavemente quasi volendo rispettare un’economia della salvezza: prima «la percezione della Sua presenza vera, autentica; non di un fantasma, ma di Cristo, il Figlio della Vergine Maria che mi stava accanto, testimone invisibile di quanto facevo»; poi «le Sue bellissime mani, poi il Suo volto, poi tutto se stesso». 2) Cristo si è rivelato come Luce, è apparso a Teresa nella luce “taborica”, nello splendore della risurrezione: «Il Signore mi si faceva vedere da Risorto. (…) Però qualche volta, volendomi incoraggiare nelle mie tribolazioni, mi mostrava le Sue piaghe, talvolta in croce, talvolta nell’orto, talora sotto il peso della croce, raramente con la corona di spine, sempre in conformità dei miei bisogni e di quelli di altre persone. Ma sempre con la carne glorificata». Il Cristo reale della gloria è quello di Teresa di Gesù, che ha avuto con lei gesti simili a quelli che i Vangeli raccontano; quando, per esempio, le ha spezzato il pane e le ha detto: «Mangia figlia e passa poi come questa vita»; o quando le ha preso la mano e l’ha messa nel Suo costato. Sono gli episodi descritti da Luca (i discepoli di Emmaus) e Giovanni (l’incredulità di Tommaso); è bello che i Santi abbiamo una percezione reale di questi episodi, perché in tal modo diventano anche testimoni della verità del Vangelo. 3) Se il Cristo risorto è il centro di Teresa e Teresa dice «divino e umano insieme è sempre il Suo accompagnarci» e «Gesù compagno nostro nel SS Sacramento», c’è una cristologia così esatta che genuinamente salva il divino e l’umano, come nel Concilio di Calcedonia; questo è essenziale per Teresa perché senza l’umanità di Cristo nulla del nostro umano è salvato, ma senza la divinità di Cristo nulla della nostra umanità è fermentato, lievitato. Cristo è Dio che si fa uomo perché l’uomo diventi Dio. Teresa ama appassionatamente l’umanità di Cristo e sa anche che tutto il cammino dell’orazione è una trasformazione e un’iniziazione per farci della Sua condizione e della Sua natura. Il cammino dell’orazione è un cammino di divina amicizia dove il Dio, che si è fatto come noi, attraverso le sette tappe del cammino di perfezione descritto ne Il Castello interiore, ci rende partecipi della Sua natura divina. Noi vediamo in Teresa un modello di umanità, perché lei è innamorata dell’autentico senso dell’umano e le sue virtù preferite sono la verità, l’essere autenticamente umili, e l’umiltà è camminare nella verità.

È un processo di santità e di umanizzazione, dove l’umano è quello del Cristo Gesù nella sua Santa umanità. Ecco il realismo, la bellezza, quella storicità, il cristianesimo incarnato nella storia di cui parla tante volte Giovanni Paolo II. Il realismo di Teresa che è colpita, per esempio, da quanto gli raccontano degli Indios; il suo amore per i poveri: Teresa dice quello che i Padri della Chiesa hanno detto: Dio tiene conto anche dei tempi in cui i soldi sono nelle banche e non sono dati ai poveri, perché Dio non ci ha reso padroni dei soldi, ma soltanto amministratori. Teresa compie una rivoluzione sociale difendendo appassionatamente la donna disprezzata ricordando che Gesù ha trovato più amore e più fede nelle donne che non negli uomini. Era un grido appassionato di Teresa di Gesù che non poteva sopportare frasi come quelle di Melchior Cano, un famoso teologo che rideva dei suoi confratelli che scrivevano, diceva lui, libri di preghiera per donnette, mogli di falegnami, dimenticando che Maria era moglie di un falegname. Altri affermavano: «Bisogna apporre un coltello di fuoco con un cherubino fiammeggiante nel Paradiso affinché le donne, con insaziabile appetito, non prendano in mano la Sacra Scrittura». Teresa ha scandalizzato tutti iniziando a scrivere un commento al Cantico dei Cantici. Ecco la libertà, l’umanesimo, il senso appassionato di una libertà che le viene da quel divino e umano insieme di Cristo e dalla Sua compagnia.

Ecco, queste mie parole, appassionate come lo era Teresa, sono le parole di un figlio, perché credo profondamente nel messaggio di Teresa di Gesù, che Teresa non sia stata capita dal Barocco e che noi abbiamo la fortuna nel Ventunesimo secolo, con il ritorno dell’Umanesimo, con il Concilio Vaticano II, con questa stima per l’umanità della persona, di sentirci molto più in sintonia con lei di quanto non siano stati gli uomini dei secoli passati.

Finisco con due osservazioni molto semplici.

1.Tante volte si è sentita citare una frase attribuita a Teresa di Gesù: «o patire o morire». Teresa non ha scritto così, ma «o morire o patire»: è il desiderio di morire per vedere Dio; poi questo desiderio si trasforma in una concentrazione di energie, ma anche di nuove possibilità per servire il Signore; quindi, non più il desiderio di morire, ma piuttosto di vivere, di dare la propria vita per il Regno di Cristo, per cooperare con Cristo; o morire per vedere Dio, o patire donando la vita per servire la Chiesa. Qualche volta Teresa voleva veramente morire per andare a vedere Dio; un giorno il Signore le dice: «Pensa figlia mia che dopo che è finita la vita non mi potrai servire come mi servi adesso. E allora mangia per Me e dormi per Me, e tutto quello che fai fallo per Me, come se non vivessi tu, ma Io in te». Questo è ciò che diceva San Paolo. Mi pare che sia bella una vita come la nostra, dove il mangiare, il patire, il ricrearsi, è lasciare che Cristo viva in noi. E allora tutta la vita chiede l’eternità, ma certamente anche la nostra vita è già un pezzo di eternità.

2.A questo serve la preghiera, per questo Dio dona la grazia del matrimonio spirituale, perché nascano sempre opere, che sono il sacramento della preghiera; nella preghiera possiamo fare dei propositi, esprimere dei desideri, ma è nella vita quotidiana che la preghiera diventa opera, azione, comunione, amore per i fratelli. È bello che una santa mistica come Teresa di Gesù sia un’appassionata apologeta di quello che noi possiamo chiamare la mistica del servizio, perché certamente l’uomo può avere la sua estasi in Dio, ma l’estasi di Dio è l’umanità e la creazione, e quando la persona è unita a Dio, la sua estasi, il suo amore, è servire e amare. Santa Teresa diceva: «Non mettete soltanto la vostra cura nel meditare e nel contemplare perché se non seguono le opere rimarrete delle nane». Ci può essere un nanismo spirituale, un nanismo cristiano, se al meditare, al pregare non segue il servire, se non si sviluppa armonicamente quel divino ed umano che è in noi, che è amore di Dio e del prossimo, nella concretezza di tutti i problemi umani, nella storicità di ogni giorno. Tutta la vita chiede l’eternità, ma chi vive con Dio è già Suo contemporaneo ed è già partecipe dell’eternità.

Moderatore:

Vi ringraziamo perché una grande esperienza cristiana ed umana ci è stata di nuovo suscitata e siamo stati di nuovo messi a contatto con la vita eterna della parola di Dio quando diventa carne e si fa storia: questo è ciò che è stato rievocato a noi oggi nella figura storica e concreta di Teresa di Gesù.

 

19.08.2001

Teresa De Jesús: Il realismo di un incontro

L’amico che tradisce

Porgi l’orecchio, Dio, alla mia preghiera,

non nasconderti di fronte alla mia supplica.

Dammi ascolto e rispondimi;

mi agito ansioso e sono sconvolto

dalle grida del nemico, dall’oppressione del malvagio.

Mi rovesciano addosso cattiveria

e con ira mi aggrediscono.

Dentro di me si stringe il mio cuore,

piombano su di me terrori di morte.

Mi invadono timore e tremore

e mi ricopre lo sgomento.

Dico: “Chi mi darà ali come di colomba

per volare e trovare riposo?

Ecco, errando, fuggirei lontano,

abiterei nel deserto.

In fretta raggiungerei un riparo

dalla furia del vento, dalla bufera”.

Disperdili, Signore, confondi le loro lingue.

Ho visto nella città violenza e discordia:

giorno e notte fanno la ronda sulle sue mura;

in mezzo ad essa cattiveria e dolore,

in mezzo ad essa insidia,

e non cessano nelle sue piazze sopruso e inganno.

Se mi avesse insultato un nemico,

l’avrei sopportato;

se fosse insorto contro di me un avversario,

da lui mi sarei nascosto.

Ma tu, mio compagno,

mio intimo amico,

legato a me da dolce confidenza!

Camminavamo concordi verso la casa di Dio.

Li sorprenda improvvisa la morte,

scendano vivi negli inferi,

perché il male è nelle loro case e nel loro cuore.

Io invoco Dio

e il Signore mi salva.

Di sera, al mattino, a mezzogiorno

vivo nell’ansia e sospiro,

ma egli ascolta la mia voce;

in pace riscatta la mia vita

da quelli che mi combattono:

sono tanti i miei avversari.

Dio ascolterà e li umilierà,

egli che domina da sempre;

essi non cambiano e non temono Dio.

Ognuno ha steso la mano contro i suoi amici,

violando i suoi patti.

Più untuosa del burro è la sua bocca,

ma nel cuore ha la guerra;

più fluide dell’olio le sue parole,

ma sono pugnali sguainati.

Affida al Signore il tuo peso

ed egli ti sosterrà,

mai permetterà che il giusto vacilli.

Tu, o Dio, li sprofonderai nella fossa profonda,

questi uomini sanguinari e fraudolenti:

essi non giungeranno alla metà dei loro giorni.

Ma io, Signore, in te confido. (Salmo 54)

Commento
La situazione che il salmo presenta quella di un giusto perseguitato dentro la sua città. Egli rimane fedele a Dio pur avendo attorno a sé la violenza e il sopruso. Il potere regale di Gerusalemme è profondamente deformato e la grande maggioranza degli abitanti della città si è adeguata alla situazione di corruzione imperante, cosicché anche gli amici spesso tradiscono l’amico. Fuori della città ci sono i venti di guerra portati da Nabucodonosor (605-5629) mentre la città è diventata, in nome della compattezza difensiva, una prigione da cui nessuno può scappare: “Giorno e notte fanno la ronda sulle sue mura”. Per fuggire bisognerebbe avere le ali: “Chi mi darà ali come di colomba per volare e trovare riposo?”. Il giusto del salmo cerca di portare attorno a sé il ravvedimento, ma contro di lui si alza il grido d’insulto del nemico, il cumulo di calunnie dell’empio, e l’attentato alla sua vita. Ma il giusto perseguitato e senza quasi scampo invoca l’assistenza di Dio: “riscatta la mia vita da quelli che mi combattono”. I malvagi non riescono ad eliminarlo perché Dio agisce contro di loro: “Dio ascolterà e li umilierà”.

Il salmista descrive un empio in azione: “Più untuosa del burro è la sua bocca, ma nel cuore ha la guerra; più fluide dell’olio le sue parole, ma sono pugnali sguainati”. L’empio ha un parlare sicuro, suadente, senza intoppi che rivelino disagio. E’ annientato nel male, non ha i tratti emotivi di chi è preso ancora dall’urlo della sua coscienza e così le sue parole escono fluide, morbide, ma nello stesso tempo sono taglienti come spade. Di fronte a questo altro non si può fare che rifugiarsi nel Signore: “Affida al Signore il tuo peso ed egli ti sosterrà, mai permetterà che il giusto vacilli”. Il giusto non dubita: gli empi non vinceranno contro Dio. Egli sa che prima di lui è combattuto Dio in lui. Tutta la forza del giusto del salmo viene espressa nelle sue ultime parole: “Ma io, Signore, in te confido”.