La debolezza di Dio è più forte della fortezza degli uomini

La croce ha esercitato la sua forza di attrazione su tutta la terra e lo ha fatto servendosi non di mezzi umanamente imponenti, ma dell’apporto di uomini poco dotati. Il discorso della croce non è fatto di parole vuote, ma di Dio, della vera religione, dell’ideale evangelico nella sua genuinità, del giudizio futuro. Fu questa dottrina che cambiò gli illetterati in dotti.

Dai mezzi usati da Dio si vede come la stoltezza di Dio sia più saggia della sapienza degli uomini, e come la sua debolezza sia più forte della fortezza umana. In che senso più forte? Nel senso che la croce, nonostante gli uomini, si è affermata su tutto l’universo e ha attirato a sé tutti gli uomini. Molti hanno tentato di sopprimere il nome del Crocifisso, ma hanno ottenuto l’effetto contrario. Questo nome rifiorì sempre di più e si sviluppò con progresso crescente. I nemici invece sono periti e caduti in rovina. Erano vivi che facevano guerra a un morto, e ciononostante non l’hanno potuto vincere. Perciò quando un pagano dice a un cristiano che è fuori della vita, dice una stoltezza. Quando mi dice che sono stolto per la mia fede, mi rende persuaso che sono mille volte più saggio di lui che si ritiene sapiente. E quando mi pensa debole non si accorge che il debole è lui. I filosofi, i re e, per così dire, tutto il mondo, che si perde in mille faccende, non possono nemmeno immaginare ciò che dei pubblicani e dei pescatori poterono fare con la grazia di Dio. Pensando a questo fatto, Paolo esclamava: «Ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini» (1 Cor 1, 25). Questa frase è chiaramente divina. Infatti come poteva venire in mente a dodici poveri uomini, e per di più ignoranti, che avevano passato la loro vita sui laghi e sui fiumi, di intraprendere una simile opera? Essi forse mai erano entrati in una città o in una piazza. E allora come potevano pensare di affrontare tutta la terra? Che fossero paurosi e pusillanimi l’afferma chiaramente chi scrisse la loro vita senza dissimulare nulla e senza nascondere i loro difetti, ciò che costituisce la miglior garanzia di veridicità di quanto asserisce.

Costui, dunque, racconta che quando Cristo fu arrestato dopo tanti miracoli compiuti, tutti gli apostoli fuggirono e il loro capo lo rinnegò. Come si spiega allora che tutti costoro, quando il Cristo era ancora in vita, non avevano saputo resistere a pochi Giudei, mentre poi, giacendo lui morto e sepolto e, secondo gli increduli, non risorto, e quindi non in grado di parlare, avrebbero ricevuto da lui tanto coraggio da schierarsi vittoriosamente contro il mondo intero? Non avrebbero piuttosto dovuto dire: E adesso? Non ha potuto salvare se stesso, come potrà difendere noi? Non è stato capace di proteggere se stesso, come potrà tenderci la mano da morto? In vita non è riuscito a conquistare una sola nazione, e noi, col solo suo nome, dovremmo conquistare il mondo? Non sarebbe da folli non solo mettersi in simile impresa, ma perfino solo pensarla?

È evidente perciò che, se non lo avessero visto risuscitato e non avessero avuto una prova inconfutabile della sua potenza, non si sarebbero esposti a tanto rischio.

Dalle «Omelie sulla prima lettera ai Corinzi» di san Giovanni Crisostomo, vescovo (Om. 4, 3. 4; PG 61, 34-36).

Tornerò!

Il Vangelo di San Giovanni, al capitolo 20, ci parla di un sudario che era stato posto sul Volto di Gesù quando venne sepolto il pomeriggio del Venerdì Santo. Dopo la Resurrezione, quando il sepolcro venne trovato vuoto, quel sudario non era a terra da una parte, come le bende che avevano avvolto il Corpo di Gesù. Il Vangelo riserva un intero versetto per raccontarci che il sudario era stato piegato accuratamente.

Perché Gesù ha piegato il sudario che copriva il suo capo nel sepolcro dopo essere risuscitato?

“Nel giorno dopo il sabato, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di buon mattino, quand’era ancora buio, e vide che la pietra era stata ribaltata dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava [San Giovanni evangelista], e disse loro: ‘Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!’ Uscì allora Simon Pietro insieme all’altro discepolo, e si recarono al sepolcro. Correvano insieme tutti e due, ma l’altro discepolo corse più veloce di Pietro e giunse per primo al sepolcro. Chinatosi, vide le bende per terra, ma non entrò. Giunse intanto anche Simon Pietro che lo seguiva ed entrò nel sepolcro e vide le bende per terra, e il sudario, che gli era stato posto sul capo, non per terra con le bende, ma piegato in un luogo a parte”.

È importante? Decisamente.

È significativo? Sì.

Perché?

Per poter comprendere il significato del sudario piegato dobbiamo conoscere un po’ la tradizione ebraica dell’epoca.

Il sudario piegato ha a che vedere con una dinamica quotidiana tra padrone e servo – dinamica che ogni bambino ebreo conosceva bene. Il servo, quando preparava la tavola perché il padrone mangiasse, cercava di essere sicuro di farlo esattamente nel modo desiderato dal suo signore.

Dopo che era stata preparata la tavola, il servo rimaneva ad aspettare fuori dal campo visivo del padrone fino a che questi non aveva terminato di mangiare. Il padrone quindi si alzava, si puliva le dita, la bocca e la barba, appallottolava il tovagliolo e lo lasciava sulla tavola. Il tovagliolo appallottolato voleva dire “Ho finito”.

Se il padrone si fosse alzato e avesse lasciato il tovagliolo piegato al lato del piatto, il servo non avrebbe osato toccare la tavola, perché lasciare il telo piegato avrebbe significato: “Tornerò!”.

Il pianto della Madonna

Il pianto della Madonna

Donna del paradiso,
lo tuo figliolo è priso,
Jesu Cristo beato.

Accurre, donna, e vide
che la gente l’allide !
credo che ‘llo s’occide,
tanto l’on flagellato.

Madonna

Como esser porrìa
che non fece mai follia,

Cristo, la speme mia,
om’ l’avesse pigliato ?

Nunzio

Madonna, egli è traduto,
Juda sì l’ha venduto
trenta denar n’ha ‘vuto,
fatto n’ha gran mercato.

Madonna

Succurri, Magdalena,
gionta m’è adosso piena !
Cristo figlio se mena,
como m’è annunziato.

Nunzio

Succurri, Donna, aiuta !
ch’al tuo figlio se sputa
e la gente lo muta,
hanlo dato a Pilato.

Madonna

O Pilato, non fare
lo figlio mio tormentare,
ch’io te posso mostrare
como a torto è accusato.

Popolo

Crucifige, crucifige !
Omo che se fa rege,

secondo nostra lege,
contradice al senato.

Madonna

Priego che m’entendàti,
nel mio dolor pensàti;
forsa mò ve mutati

de quel ch’avete pensato.

Nunzio

Tragon fuor li ladroni
che sian suoi compagnoni.

Popolo

De spine se coroni !
ché rege s’è chiamato.

Madonna

O figlio, figlio, figlio !
figlio, amoroso giglio,
figlio, chi dà consiglio
al cor mio angustiato ?

Figlio, occhi giocondi,

figlio, co’ non respondi ?
figlio, perché t’ascondi
dal petto o’ se’ lattato ?

Nunzio

Madonna, ecco la cruce,
che la gente l’aduce,

ove la vera luce
dèi essere levato.

Madonna

O croce, que farai ?
el figlio mio torrai ?
e che ce aponerai

ché non ha en sé peccato ?

Nunzio

Succurri, piena de doglia,
ché ‘l tuo figliol se spoglia;
e la gente par che voglia
che sia en croce chiavato.

Madonna

Se glie tollete ‘l vestire,
lassàtelme vedire
come ‘l crudel ferire
tutto l’ha ‘nsanguinato.

Nunzio

Donna, la man gli è presa

e nella croce è stesa,
con un bollon gli è fesa,
tanto ci l’on ficcato !

L’altra mano se prende,
nella croce se stende,

e lo dolor s’accende,
che più è multiplicato.

Donna, li piè se prenno
e chiavèllanse al lenno,
onne iontura aprenno

tutto l’han desnodato.

Madonna

Ed io comencio el corrotto.
Figliolo, mio deporto,
figlio, chi me t’ha morto,
figlio mio delicato ?

Meglio averìen fatto
che ‘l cor m’avesser tratto,
che, nella croce tratto,
starce descilïato.

Cristo

Mamma, o’ sei venuta ?

mortal me dài feruta,
ché ‘l tuo pianger me stuta,
ché ‘l veggio sì afferrato.

Madonna

Figlio, che m’agio anvito,
figlio, patre e marito,

figlio, chi t’ha ferito ?
figlio, chi t’ha spogliato ?

Cristo

Mamma, perché te lagni ?
voglio che tu remagni,
che serve i miei compagni

ch’al mondo agio acquistato.

Madonna

Figlio, questo non dire,
voglio teco morire,
non me voglio partire,
fin che mò m’esce il fiato.

Ch’una agiam sepultura,
figlio de mamma scura,
trovarse en affrantura
mate e figlio affogato.

Cristo

Mamma col core affetto,

entro a le man te metto
de Joanne, mio eletto;
sia il tuo figlio appellato.

Cristo

Joanne, esta mia mate
tollela en caritate
aggine pietate
ca lo core ha forato.

Madonna

Figlio, l’alma t’è uscita,
figlio de la smarrita,
figlio de la sparita,

figlio attossicato !

Figlio bianco e vermiglio,
figlio senza simiglio
figlio a chi m’appiglio ?
figlio, pur m’hai lassato.

Figlio bianco e biondo,
figlio, volto iocondo,
figlio, perché t’ha el mondo,
figlio, così sprezato ?

Figlio, dolce e piacente,

figlio de la dolente,
figlio, hatte la gente
malamente treattato !

O Joanne, figlio novello,
morto è lo tuo fratello,

sentito aggio ‘l coltello
che fo profetizzato.

Che morto ha figlio e mate
de dura morte afferrate,
trovarse abracciate
mate e figlio a un cruciato.

Jacopone da Todi

La lauda mette in evidenza gli ultimi, drammatici momenti della vita di Cristo e si caratterizza per il fatto che l’attenzione, anziché sulla sofferenza di Gesù, è focalizzata su quella della Madonna. Attingendo ai Vangeli, ad alcuni testi latini che avevano già messo in primo piano la sofferenza della Vergine1, a rappresentazioni sacre diffuse nel XII secolo in Italia settentrionale2 e centrale3, Jacopone mette in scena una sorta di Passione della Vergine. L’impostazione teatrale di questo testo — con tutta evidenza differente da quelli fin qui antologizzati — si inserisce nella tradizione della lauda perugina, che si orientava, piuttosto che verso l’ascetismo o il misticismo, nella direzione di una divulgazione del Vangelo e di una umanizzazione dei temi religiosi. La lauda perugina era affidata alla recitazione di alcuni solisti e di un coro, e costituisce un passo importante verso quello spettacolo che nel Quattrocento avrebbe preso il nome di “sacra rappresentazione”. Le caratteristiche tematiche della lauda perugina contribuiscono a spiegare uno dei dati più significativi di questa lauda: il fatto cioè che la passione della Vergine risulti, in gran parte, una passione profondamente umana; che Maria appaia, più che come «donna de Paradiso», anzitutto come una madre disperata; che si mostri spesso ignara delle implicazioni teologiche della sofferenza del figlio4.

L’incomunicabilità tra Maria ed i vari interlocutori (vv. 4-83).
Le prime venti strofe che seguono alla ripresa (e cioè i vv. 4-83) hanno funzione prettamente diegetica. La narrazione è affidata in gran parte al Nunzio, che esorta Maria a correre ai piedi della croce e interviene successivamente (vv. 64-75) a descrivere i particolari della crocifissione in maniera fortemente realistica.
A fronte di questo racconto stanno le invocazioni della Madonna, che — inutilmente — cerca di chiamare in causa vari interlocutori. Dapprima viene invocato l’aiuto della Maddalena (vv. 16-19), che però tace; all’invocazione rivolta a Pilato (vv. 24-27) risponde implicitamente, in modo ostile, la folla, il cui Crucifige sancisce la scelta in favore di Barabba. Nessun effetto ottiene neanche l’invocazione al Popolo (vv. 32-35). Allora Maria invoca ripetutamente il figlio, con significativi riferimenti alla fisicità del legame (v. 47, vv. 60-63). Infine, in mancanza di una risposta, Maria chiama come sua interlocutrice la croce, ribadendo la propria umanissima ma inascoltata protesta sull’innocenza di Gesù (v. 55). Si è detto prima che la Passione di Cristo diviene qui Passione della Vergine; ma si potrebbe osservare che, prima ancora che alla Passione, il personaggio di Maria rimanda al dogma della Incarnazione: la Madonna è madre e in nome di questo legame invoca su di sé tutte le sofferenze del figlio (significativo in tal senso il lamento dei vv. 76-83).
La crocifissione viene descritta in tre strofe (vv. 64-75), collocate esattamente al centro del componimento: la lauda potrebbe pertanto essere suddivisa in un primo blocco di quindici strofe (che contengono il dialogo, o meglio il mancato dialogo tra Maria e gli altri personaggi) e in altre quindici strofe che contengono il lamento funebre (che comincia con i già citati vv. 76-83 e riprende da v. 112 alla fine) inframmezzato dall’unico vero dialogo del componimento: quello tra la madre e il figlio.5

Il dialogo tra la Madre ed il Figlio (vv. 84-111).
A tale dialogo sono dedicate sette strofe. Si tratta, anche stavolta, di un dialogo segnato da una forte incomunicabilità. La voce di Cristo che scende dall’alto della croce appartiene a una dimensione soprannaturale, molto diversa da quella di Maria. Dapprima egli rimprovera affettuosamente la madre per essersi recata in quel luogo; poi le ricorda il suo dovere di rimanere a fianco degli apostoli; infine, di fronte al disperato «voglio teco morire» del v. 97, la affida all’apostolo Giovanni. Non è certo casuale che Cristo pronunci esattamente tre battute, come non era casuale il fatto che il racconto della crocifissione fosse anch’esso contenuto in tre strofe (vv. 64-75): si tratta di riferimenti impliciti alla Trinità e quindi alla natura divina di Gesù. Maria invece rimane umanissima perfino quando chiama in causa il mistero della Trinità: la triplice invocazione del v. 89 («figlio, pat’e mmarito»), trasferisce infatti lo Spirito Santo in una dimensione quotidiana e familiare (tanto che il verso può tranquillamente interpretarsi come l’affermazione che, per una madre, il proprio figlio è tutto).
Il piano soprannaturale su cui si muove Cristo e quello umano di Maria si intersecano tuttavia nell’uso di una parola, il vocativo «mamma», ripetuto per tre volte da Cristo; una parola che rimanda etimologicamente, come si è notato nel commento, a quella stessa fisicità dell’allattamento già richiamata da Maria al v. 47.

Il sepolcro e la Sacra Sindone

Il sepolcro

Anche la sua sepoltura ha qualcosa di mirabile. Infatti, sebbene fosse stato unto da Giuseppe e posto nel sepolcro, con un’azione davvero nuova, egli stesso, sebbene morto, dischiudeva il sepolcro dei morti. Il suo corpo giaceva nella tomba, ma egli, libero tra i morti, distrutta le legge della morte, donava il perdono a coloro che stavano nell’inferno. Dunque la sua carne era nel sepolcro, ma la sua potenza operava dal cielo. Si mostrava a tutti attraverso la realtà del suo corpo perché la carne non era il Verbo, ma era la carne del Verbo.

Ambrogio – Il mistero dell’Incarnazione, 40

Cristo, luce del mondo dei ciechi, purificazione dalla lebbra, udito per i sordi, riposo agli affaticati, piede degli zoppi, lingua dei muti, redentore del mondo e vera salvezza del popolo schiavo, benché immortale sopportò l’angustia della comune sepoltura e rimane eterno colui che un sepolcro rinchiuse. Era immortale: morì ed ora vive; egli che prima era Dio è uomo; ora come Dio dall’umanità sale al cielo accolto nella sacra dimora; come eterno Signore è, era e verrà.

Paolino da Nola – Carme III, 217-225

Se tu vedi colui che ti guida a operare miracoli e ricevere la gloria, guarda, gioisci, rendi grazie a Dio di aver trovato un tale maestro, ma non ti scandalizzare di vederlo disonorato dagli uomini, vederlo schiaffeggiato e trascinato a terra: con l’ardore di un nuovo Pietro afferra la tua spada, stendi la mano, taglia non soltanto il lobo dell’orecchio, ma la mano e la lingua di colui che osa parlare contro tuo padre. E allo stesso modo se, come Pietro, tu capisci i suoi rimproveri, in ogni caso riceverai ancora di più per il tuo grande amore e la tua fede. E ugualmente se, da uomo quale sei, nel tuo spavento tu dirai: “Non conosco questo uomo”, piangi non meno, piangi amaramente su di lui, ma non farti sommergere dalla disperazione. Io confido che Lui, il Primo, ti ricondurrà a sé. Se tu lo vedi messo in croce come un criminale, sofferente dalla parte dei criminali, se lo puoi, muori con Lui: altrimenti non ti unire al malvagio e al traditore, non condividere con loro il sangue innocente, ma dopo aver abbandonato un momento il tuo pastore, come uno stolto e un pusillanime, conserva la fede in Lui. Se Lui è liberato dai suoi lacci, ritorna presso di Lui e, come un martire, veneralo di più: ma se Lui soccombe ai tormenti, prendi il tuo coraggio, reclama il suo corpo e rendigli i più grandi onori. Stringilo a te, ricoprilo di profumi e seppelliscilo sontuosamente: di fatto, anche se non è il terzo giorno, nientemeno l’ultimo giorno resusciterà. Credilo, Lui si avvicina a Dio in tutta libertà, anche se tu hai deposto il suo corpo dentro la tomba: invoca senza esitare la sua intercessione, Lui ti soccorrerà quaggiù, ti guarderà da tutte le avversità, ti accoglierà all’uscire dal tuo corpo e ti preparerà una dimora eterna.

Simeone Nuovo Teologo – Catechesi, XX, 130-160

Gesù viene deposto in un sepolcro nuovo e in un lenzuolo intatto e non sta tra i morti più di quattro giorni. Per questo egli era “libero tra i morti”; e si desta nel (giorno) numero tre, il numero libero e santo. In esso egli santifica anche noi con il lavacro dell’acqua, dicendo che noi dovevamo essere battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.

Origene – Commento al Vangelo di Giovanni, Frammenti LXXIX

Il telo

La semplicità della sepoltura del Signore condanna le pretese dei ricchi, che non possono portare con sé le loro ricchezze fin nelle loro tombe. Ecco quello che noi possiamo comprendere in senso spirituale: il corpo del Signore non deve essere avvolto nell’oro, nelle perle o nella seta, ma in un lino puro. Inoltre c’è un altro possibile significato. Colui che avvolge Gesù in un lenzuolo bianco è colui che l’ha ricevuto con un cuore puro.

San Girolamo – Su S. Matteo 27,59, (441-459)

E il giusto avvolge il corpo di Cristo in un lenzuolo, l’innocente lo unge con il profumo; troviamo che queste precisazioni non sono superflue, poiché la giustizia veste la Chiesa e l’innocenza somministra la grazia. Perciò rivesti anche tu della sua gloria il corpo del Signore, in modo da essere anche tu giusto, e sebbene lo giudichi morto, coprilo con la pienezza della sua divinità. Ungilo di mirra e di aloe, affinché tu sia il buon profumo di Cristo. Giuseppe, l’uomo giusto, adoperò un eccellente lenzuolo: probabilmente era quello che Pietro vide calare verso di sé dal cielo, pieno di ogni genere di quadrupede e di fiere per rappresentare i pagani (At 10,11). Pertanto la Chiesa viene con Lui seppellita in quell’unguento mistico, autentico, perché in essa ha riunito insieme le diversità dei popoli comunicando loro la sua fede.

Ambrogio – Esposizione del Vangelo secondo Luca X, 137

Giuseppe, dopo aver chiesto a Pilato di consegnargli il corpo, lo avvolge in un lenzuolo, lo depone in una tomba nuova scavata nella roccia e fa rotolare una grande pietra all’ingresso del sepolcro. Benché tutto ciò sia nell’ordine dei fatti e fosse necessario seppellire colui che sarebbe risuscitato dai morti, tuttavia le azioni sono state annotate una per una, perché non sono senza una qualche importanza. Giuseppe è figura degli apostoli: perciò è chiamato discepolo del Signore, anche se non era nel numero dei dodici apostoli. Egli avvolse il corpo in un candido lenzuolo. In questa stessa tovaglia noi vediamo ogni sorta di animali discendere dal cielo davanti a Pietro (At 10,11). Per cui non è esagerato ritenere che la Chiesa è sepolta con Cristo nel nome di questa tovaglia, poiché in essa, come nella confessione della Chiesa, sono riunite le diverse specie di esseri viventi puri e impuri. Così il corpo del Signore è come deposto mediante l’insegnamento degli apostoli in un luogo di riposo, vuoto e nuovo, di una roccia tagliata: il Cristo è quindi deposto, come mediante un’opera di insegnamento, nel cuore scavato della durezza pagana, cioè rozzo, nuovo e inaccessibile in precedenza all’entrata del timore di Dio.

Ilario di Poitiers – Commentario a Matteo, XXXIII, 8

Noi dobbiamo quindi impararlo: tutto ciò che il Cristo ha subito, Lui l’ha sopportato per noi e per la nostra salvezza, realmente e non in apparenza; e noi allora diventiamo partecipi delle sue sofferenze. Di qui la giustissima dichiarazione di Paolo (Rom 6,5): “Se noi siamo divenuti una stessa pianta con il Cristo, tramite la somiglianza con la Sua morte, noi lo saremo anche per la somiglianza con la Sua Resurrezione.” Allo stesso modo è efficace l’espressione “una stessa pianta”. Poiché di fatto qui è stata piantata una vigna, e anche noi, con la partecipazione al battesimo della sua morte, siamo divenuti “una stessa pianta con Lui.” Applica il tuo spirito con molta attenzione alle parole dell’apostolo. Egli non dice: “Noi siamo divenuti una stessa pianta tramite la morte”, ma “tramite la somiglianza con la morte”. In realtà, infatti, una morte vera ha toccato il Cristo, la Sua anima è stata separata dal Suo corpo e reale fu anche la sua sepoltura, poiché il suo santo corpo fu avvolto in un lenzuolo puro, e tutto in lui è giunto a verità. Per noi questa è la somiglianza con la morte e con le sofferenze; ma quando si tratta della salvezza non è una somiglianza ma la realtà.

Chi è sorpreso ad assaggiare dall’albero originario,

colto dal terribile mistero della Croce,

sarà condannato per l’eternità;

chi è spinto a ribellarsi e a disobbedire agli ordini del Signore,

sarà distrutto dall’inclinazione della testa dell’Infinito;

chi perseguita e ferisce a morte,

sarà trapassato dall’arma della lancia terribile,

affondata nel costato del creatore d’Adamo;

chi è avvolto da dolori e da sofferenze terribili,

sarà stretto nella stoffa del sudario

di Colui che governa l’universo;

chi con astuzia sente il bisogno di guardare l’abisso della morte,

sarà ucciso dentro la roccia della morte;

chi si rallegra davanti alle mie cadute troppo umane,

di nuovo, che egli si curvi e si ripieghi

alla vista del Dio immortale che, resuscitando nella gloria,

ha rinnovato con sé tutti coloro che sono morti.

Gregorio di Narek – Il libro delle preghiere 66,IV

 

Dal sito ufficiale “Santa Sindone”

L’ultima cena

L’ultima cena

«Tutto tace ormai sotto questo cielo
è l’ora per me di lasciarvi
ora si compirà la volontà del Padre sulla vita mia
che il cuore mio spezzerà per amore.
Solo ancora un po’
e non mi vedrete,
ma ritornerò, non temete.
Voi mai soli no
lo Spirito Consolatore vi darà
la Verità
Lui sarà vostra forza.
Sono nel Padre e voi in Me
rimanete in Me
come dei tralci alla vite che la linfa dà
e non vi lascerò mai soli.

Se il mondo vi odierà
sarò sostegno per il Regno che il Padre dà
ed è già dentro voi.

Questo pane è
il Mio Corpo offerto
Io lo dono a voi miei fratelli,
questo è il calice che fa nuova l’alleanza tra voi e il Padre Dio
è il Sangue mio
questo è mia memoria.
Sarò per sempre con voi nelle avversità
sarà l’amore del Padre che vi guiderà
e non vi lascerò mai soli.

Se il mondo vi odierà
sarò sostegno per il Regno che il Padre dà
ed è già dentro voi.

Io vi ho scelti per vivere d’amore e verità
questo è il Mio comandamento
amore e libertà
e da questo sapranno che siete voi miei fratelli
amore più grande al mondo non c’è».

Comunità Gesù Risorto

La corona di spine di Gesù Cristo e i suoi grandi miracoli

La reliquia più famosa di questa corona è ospitata nella cattedrale di Notre Dame a Parigi. È un cerchio di rami uniti con fili d’oro. Le spine sono attaccate a questo cerchio intrecciato, che misura 21 centimetri di diametro. Le spine furono rimosse nel corso dei secoli dagli imperatori bizantini e dai re di Francia. Ce ne sono settanta, tutti dello stesso tipo, che sono stati confermati come spine originali. Il primo venerdì di ogni mese, la corona di spine viene portata alla venerazione dei fedeli. E anche ogni venerdì di quaresima, oltre al Venerdì Santo. Mentre è impossibile sapere se è la corona reale di spine, è stato venerata come tale per molte centinaia di anni. Le spine della corona sono state distribuite in tutto il mondo. E sono stati protagonisti di molti miracoli, alcuni dei quali ci riferiamo. Nel 1831 il festival della Corona di Spine fu effettuato in alcune diocesi a Roma, fissandolo per il venerdì dopo il Mercoledì delle Ceneri. La Cattedrale di Notre Dame continua a celebrare in quella data , ma cadde in disuso nella Chiesa. Ha la sua Messa e il suo ufficio divino , che sono stati collocati nelle appendici del Breviario e del Messale.

La simbologia delle spine che sono state poste sulla testa di Gesù Cristo dopo la flagellazione è multipla. In primo luogo, le spine intrecciate come una corona significano una derisione umana e terrena della condizione di Re dei re di Gesù Cristo. È come accettare il suo regno, ma dargli una corona ridicola , grottesca e beffarda. Ciò che coincide con l’immagine del servo sofferente di Isaia 53. La seconda simbologia è legata alla volontà di Gesù di sopportare disprezzo, dolore e vergogna. Perché la corona di spine non ha solo il significato di un epilogo per chi l’ha portata, ma ha anche prodotto un forte dolore quando ferisce i nervi della testa. Il terzo simbolismo si riferisce alla creazione descritta in Genesi e al peccato di Adamo ed Eva. Prima del peccato originale, la Terra aveva collaborato con l’uomo permettendo a se stesso di essere coltivato facilmente. L’uomo vide le piante crescere senza problemi nel Giardino dell’Eden. Il lavoro sulla terra è stato fatto con gioia e senza battute d’arresto, al punto che non ha richiesto molto sforzo. Ma dopo il peccato originale, la natura cominciò a produrre spine ed erbacce mescolate con i frutti. Ciò che ha richiesto il lavoro, il sudore e le lacrime dell’uomo per produrre cibo (Genesi 2). Perciò le spine portate a una corona simboleggiano la maledizione del peccato sulla testa di Gesù. E c’è un quarto simbolismo scoperto di recente, che si riferisce all’utilità della pianta con cui è stata fatta la corona di spine, per avanzare sulla desertificazione del deserto in Israele. Ci sono diverse piante che sono menzionate come candidate per essere state usate per la corona di spine, ma la più citata è la Siziphus Spina Christi. Il Centro di ricerca agricola Volcani di Israele ritiene che questa pianta sia il pioniere nella lotta contro la desertificazione. Poiché resiste all’aumento della temperatura e dell’aridità, può estrarre l’acqua di profondità sotterranee e conserva la capacità di realizzare la fotosintesi nonostante le temperature e le radiazioni. E fornisce anche sostentamento per api e insetti in aree minacciate da calore mortale. Il più antico Ziziphus si trova ad Ayn Husb, in Palestina, e ha circa 2000 anni.

La Beata Anna Caterina Emmerich, Germania e mistica suora XIX secolo le cui visioni ispirate Passione di Mel Gibson, La Passione , descrive la corona di spine come segue: «L’incoronazione delle spine avvenne nel cortile interno del corpo di guardia. C’erano cinquanta persone miserabili, servi, carcerieri, scagnozzi e schiavi, e altri dello stesso genere. La folla rimase intorno all’edificio. Ma presto furono allontanati da lì dai mille soldati romani. Presero di nuovo i vestiti di Gesù e misero un vecchio cappotto rosso di un soldato, che non arrivò alle sue ginocchia. Il mantello era in un angolo della stanza e con esso i criminali erano coperti dopo la fustigazione. Il Signore era seduto al centro della piazza, sul tronco di una colonna ricoperta di pezzi di vetro e pietre. Il tormento di quella incoronazione non può essere descritto. Intorno alla testa di Gesù fu posta una corona fatta con tre ramoscelli di spine ben intrecciati. La maggior parte delle punte si intrecciava intenzionalmente verso l’interno. Quando la corona fu in seguito legata alla testa santa, i carnefici la strinsero brutalmente, così che le spine dello spessore di un dito furono sepolte nella fronte e nella nuca. Poi hanno messo un bastone in mano. Hanno fatto tutto questo con una gravità risibile, si sono messi in ginocchio davanti a Lui e hanno inscenato l’incoronazione come se volessero davvero incoronare un re. Non contenti, tolsero dalla sua mano quella canna, che doveva apparire come uno scettro di comando e lo colpirono così violentemente nella corona di spine che gli occhi del Salvatore si inondarono di sangue. I suoi carnefici, inginocchiati davanti a lui, lo prendevano in giro, gli sputavano in faccia e lo schiaffeggiavano gridando: “Ave, Re dei Giudei!”. Il suo corpo era tutto un dolore, così tanto che camminava curvo e storto. Non potevo ripetere tutti gli oltraggi che questi uomini immaginavano. Gesù fu così maltrattato per mezz’ora in mezzo alle risate, alle grida e agli applausi dei soldati formati attorno al Pretorio. Il Salvatore soffrì un’orribile sete, la sua lingua fu ritirata, il sangue sacro, che scorreva dalla sua testa, rinfrescò la sua bocca calda e semiaperta. Il povero Gesù venne sulle scale davanti a Pilato, elevando anche in questo uomo crudele un senso di compassione. Il popolo e i perfidi sacerdoti lo hanno costantemente deriso…».

Quando Nostro Signore muore, viene sepolto in una nuova tomba. Ma con tutti quelli che erano stati gli strumenti della Passione, croce, corona di spine, lancia, ecc., In un pozzo che era stato preparato. E poi riempire di sporco, perché tutto ciò che aveva preso contatto con una persona morta. . È l’attuale cappella di Santa Elena nella Basilica del Santo Sepolcro. Quando questa donna, Sant’Elena, che aveva allora 72 anni, Imperatrice Madre di Costantino, decide di fare un pellegrinaggio in Terra Santa, parlerà con gli anziani. E chiede loro dove, secondo la tradizione orale trasmessa da generazioni, sono gli strumenti della Passione. E sottolineano il luogo con precisione, perché lo sapevano perfettamente. E potrebbero essere certi che un paio di anni dopo Cristo, l’imperatore Adriano Aelio (che ha reso il Castel Sant’Angelo a Roma) era stato messo sul sito del Calvario una statua in onore di Venere e sul Sepolcro (l’Anastasis) avevano fatto posto una statua di Giove per contrastare il culto cristiano. Questo è ciò che ci ha permesso di identificare con precisione il luogo della Passione, del Santo Sepolcro e del luogo in cui furono sepolti gli strumenti della Passione. Allora Santa Elena trova ciò che già sappiamo: la croce, la corona di spine, i chiodi, ecc. . Immediatamente questi strumenti iniziarono ad essere oggetto di devozione. . Gli antichi raccontano come le persone avrebbero compiuto un pellegrinaggio e fatto un santo viaggio per pregare davanti alle diverse reliquie della Passione. Prima furono trasferiti a Costantinopoli e poi in Europa. E ci sono testimonianze interessanti. Ad esempio, il vescovo Paulino da Nola (354-431) ha contato nel suo diario di viaggio (409): “Alle spine con cui fu incoronato il nostro Redentore , fu pagato un omaggio, accanto alla Santa Croce e alla colonna della flagellazione”. Scrive anche in una lettera al magistrato Macario: “Sì, veneriamo giustamente le reliquie del Salvatore, la colonna a cui era legato, le spine con cui fu incoronato…”. Anche San Vicente de Lerins, morto nel 445 , ha detto che la corona di spine era parte della “regalia sacro”. Cioè, delle più grandi reliquie di passione, venerate da pellegrini, santi, penitenti e fedeli venuti dall’Europa verso la Terra Santa. E questo santo riferisce che in effetti la corona di spine aveva la forma di un pileo, cioè di un elmo militare romano, “che toccava e copriva la sua testa da tutti i lati”. Casiodoro dice anche di aver visto lì, a Gerusalemme, la corona di spine. Gregorio de Tours lo venerò nel 593 e nella sua Storia dei Franchi afferma di essere rimasto colpito dal colore verde brillante e dalla freschezza della reliquia. E scrive altrove che la corona miracolosamente rafforzata con il passare del tempo. Dopo il tempo, San Luis Rey de Francia acquistò la Santa Corona dall’imperatore di Costantinopoli. Che è preso trionfalmente dai veneziani a Venezia. E da lì alla città di Villeneuve , dove era atteso dal re, da sua madre, Bianca di Castiglia, e tutto l’entourage reale da prendere a Parigi. Era il 10 agosto 1239. Gli inventari sono stati fatti in Italia e più di 160 spine appaiono in posti diversi. Certamente il numero di spine con cui incoronarono Nostro Signore fu molto grande. Ma nell’inventario compaiono spine che sono state tagliate in due e tre parti. E altri che sono considerati reliquie per essere stati messi in contatto con gli originali.

In molti luoghi, i miracoli sono attribuiti alle sacre spine di Nostro Signore. Come liberarsi da parassiti e parassiti, difendersi dalle tempeste o dai nemici, ecc. Ma ci sono altri fenomeni miracolosi delle sante spine della corona di Cristo che possono essere raggruppati in tre categorie: 1. La riviviscenza; 2. La florescenza; e, 3. L’inverdimento.

1. reviviscenza: è quando la spina dorsale ha una goccia di sangue, e quel sangue che è secco rivive in certe circostanze e diventa rosso.

Di questo tipo, 24 casi sono conteggiati e autenticati in Italia.

2. Fioritura: è quando fioriscono.

3. Inverdimento: è quando diventano flessibili e freschi, come se provenissero da una pianta vivente.

In totale, della corona di spine di Nostro Signore, solo in Italia, ci sono 41 in cui si verificano questi fenomeni. Quando si verificano? Il più comune è che accade il venerdì santo che coincide con il 25 marzo. Per una relazione molto stretta tra il mistero dell’Annunciazione e quello della Passione di Nostro Signore. Anche gli altri venerdì santo avvengono, a volte per un po ‘di tempo o talvolta anche per mesi. Questa è una testimonianza di uno di questi casi, a Bergamo. Il dott. Paolo Bianchi ha visto la reliquia e la descrive come “un punto rosso sangue, vivo e umido, che tendeva ad espandersi visibilmente verso l’alto, visibile ad un occhio pulito ea un metro di distanza. Alcuni aloni bianchi e luminosi sono stati anche visti crescere e svilupparsi intorno alla colonna vertebrale. Con grande gioia e stupore il vice-pastore della chiesa avverte i fedeli che erano lì a pregare, era la sera di Pasqua, che c’era un fenomeno miracoloso nella sacra reliquia. Un letto di colore di sangue vivo copriva l’intera lunghezza della spina dorsale, aveva la forma di una fiamma invertita, ed era lungo 10 mm per 2 di larghezza”. Un altro da Perugia: “ciò che è supremamente meraviglioso e terribile, ogni anno, il Venerdì Santo, nell’ora della passione, è che la spina diventa verde, il Sangue rinasce. E da uno all’altro appaiono piccoli fiori d’oro, bianchi, blu e verdi, con alcuni bagliori che appaiono e scompaiono, come se il prezioso Sangue bollisse. E come se la spina non si fosse asciugata migliaia di anni fa, ma come se fosse stata tagliata lo stesso giorno da un biancospino vivo e lussureggiante”. E c’è un’altra storia di una delle spine che si trova ad Andria, a Bari, ha avuto uno dei fenomeni più evidenziati e confermati dagli scribi. Per citarne uno, nel pomeriggio del 1° novembre 1837 la spina si fece rossore di sangue vivo, e più prodigioso fu il fatto che il fenomeno durò circa un mese. Ma la storia proveniva da prima. La prima storia dell’evento prodigioso , delle macchie di sangue coagulate sulla colonna vertebrale, risale al 1633. I testimoni affermano che: “la spina sacra è evidentemente arrossata con sangue fresco e con frequenti variazioni di essa”. Nel diciassettesimo e diciottesimo secolo i miracoli avvenivano nel 1644, 1701, 1712, 1785 e 1796, e sono stati accompagnati da una documentazione sempre più ricca e individualizzata. Una menzione speciale deve essere fatta di ciò che accadde nel marzo del 1701, quando il miracolo del miracolo avvenne nella cattedrale di Andria. Mentre il vescovo Andrea Ariani dall’altare maggiore mostrava alla gente la spina in cui il prodigio era stato eseguito poco prima, una donna posseduta, con urla e ululati, spaventando i fedeli, corse verso la sacra spina. Il vescovo, lasciandolo vicino, ordinò che quel terribile possesso finisse. E per lo stupore di molti, la povera creatura cadde a terra come un corpo morto, libero dal malvagio. Nel 1842 si prevedeva che il 25 marzo, come era già tradizione, la spina sacra sanguinasse di nuovo. Il vescovo Giuseppe Cosenza, giunto di notte, stava per sostituire la reliquia al suo posto, scoraggiato dal miracolo che non aveva avuto luogo. Quando si avvicinò alla cappella notò che da alcune chiazze di sangue germogliavano piccoli fiori bianchi e argento , come se fossero piccole spine, una manifestazione che durò fino al giorno successivo. Il vescovo, in segno di gratitudine, organizzò una solenne processione, che ebbe luogo nella festa dell’Ascensione, prendendo la sacra spina per le vie della città. Nel XIX i miracoli furono ripetuti nel 1847, 1853 e 1864.

Ringraziare è la sola cosa che possa fare

Pubblichiamo la lettera di un animatore di Bergamo, Francesco D’Anna, che è stato la prima settimana alla vacanza delle medie a Siena dal 26 giugno al 1 luglio.

«Ringraziare è la sola cosa che possa fare. Per una settimana intensa, piena di meraviglia, durante la quale la bellezza mi ha abbracciato più volte. Attraverso gli sguardi bisognosi di attenzione di molti bambini, attraverso quelli pieni di voglia di mettersi in gioco di animatori più giovani di me e miei coetanei, attraverso gli occhi di amici veri, che hanno saputo correggermi quando ho sbagliato e complimentarsi con me quando ho agito al meglio, aiutandomi così a crescere.

“Grazie!” è una parola semplicissima, che mi accompagna sempre, perché nella semplicità della vita riscopro l’essenza infinita della felicità.

Quindi: “Grazie!”, a tutti voi che mi avete accompagnato in questa settimana, in quel di Borgo Roma, a Verona.

Con affetto e gratitudine,

Francesco