Consigli per la vita spirituale

All’inizio di ogni tappa, le persone in genere si prefissano alcuni obiettivi da raggiungere nel corso del periodo. Per la vita spirituale, proponiamo anche una meta, e a questo scopo non c’è niente di meglio che prendere come modello tre consigli di tre grandi sante della Chiesa: Santa Teresa di Gesù, Santa Caterina da Siena e Santa Teresa di Lisieux, seguendo le indicazioni tratte dall’opera Doctoras de la Iglesia di padre Antonio Royo Marín.

Il primo consiglio viene da Santa Teresa d’Avila, che è riuscita a progredire spiritualmente in modo straordinario pur non avendo direttori spirituali soddisfacenti. All’epoca in cui visse si credeva che quando la persona cresceva spiritualmente dovesse mettere da parte la riflessione sull’umanità di Cristo, la sua Passione e quanto Egli ci ha amati; insomma, la meditazione concreta sul Vangelo. L’idea era che quanto più alto era il livello di vita mistica, maggiore doveva essere la contemplazione della Trinità.

Santa Teresa di Gesù, come grande Dottore, ha notato l’errore insito in questo tipo di pensiero. Per lei, in tutte le tappe del cammino spirituale è imprescindibile la meditazione sull’umanità di Cristo. Egli è la Via. Nella sua opera Cammino di Perfezione, insegna alle monache a utilizzare le immagini di Cristo crocifisso, piagato, e a partire dall’immagine a meditare sul grande amore che Dio ha per l’umanità.

Il primo punto, quindi, è guardare alla Passione di Cristo, guardare all’Amore incarnato, concreto, reale, storico con cui Dio ha amato gli uomini e su questo basare il proprio edificio spirituale, come insegna San Giovanni: “In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati” (1 Gv 4,10). La morte di Cristo sulla Croce è la realtà concreta dell’amore di Dio.

L’edificio spirituale di molte persone crolla perché dimenticano questo primo punto: Dio ha amato l’umanità e ciascuno per primo. E questo amore non è una teoria, ma una realtà che si è fatta carne nell’umanità di Cristo. Il primo passo è quindi fare il fermo proposito di avere la croce di Cristo davanti agli occhi in ogni momento. “Gesù, amore incarnato, piagato per me”, appropriandosi di questa certezza: “Io sono stato amato di amore infinito, senza difetto. Non sono più una vittima, non ho bisogno di mendicare l’amore altrui”.

Il secondo punto viene da Santa Teresina del Bambin Gesù. Si tratta di come rispondere all’amore di Dio. Di fronte ai grandi santi, alcuni reagiscono con scoraggiamento, perché queste grandi anime rendono irraggiungibile l’ideale della santità; altri fanno di questi santi dei modelli e cercano di imitarli, desiderando una santità uguale alla loro. La Piccola ha avuto la sua intuizione fondamentale percependo che esistono anime, grandi santi, grandi uomini e donne scelti da Dio, un’élite spirituale che la stragrande maggioranza dell’umanità non riuscirà mai ad imitare. A suo avviso, esiste però anche un’altra famiglia: quella delle Piccole Anime, nella quale ella si vedeva inclusa pur essendo una grande anima. Nella sua dottrina, la santa afferma che anche le piccole anime possono amare Dio: non nel modo eroico in cui lo fanno i grandi santi, ma in modo ordinario, comune. Tutti sono chiamati a trasformare ciascuno dei piccoli atti della vita in amore per Dio. Offrire tutto a Gesù, il bene e il male, la gioia e la tristezza, la soddisfazione o la frustrazione, tutto per amore di Gesù. Santa Teresina ha trasformato tutti i piccoli atti ordinari della sua vita in amore, e per questo è stata straordinaria nell’ordinarietà in cui ha vissuto l’amore per Gesù. Questo è il secondo punto: ricambiare colui che ha amato per primo. Questo insegnamento ha il grande vantaggio di portare la religione nella vita quotidiana, di modo che nessun abbia più bisogno di aspettare la data del martirio per compiere qualsiasi atto eroico di amore per Dio. Tutti possiamo amarlo da ora, subito. È per questo che Santa Teresina, pur avendo sofferto molto per la malattia del padre e per la propria, ha dimostrato di essere una donna dalla grande maturità spirituale pur avendo solo 24 anni. Il suo cammino spirituale è stato impressionante: da bambina coccolata, immatura e vittimista è stata trasformata da Dio in una grande santa. Ricambiare l’amore di Colui che ci ha amati per primo.

Il terzo punto viene da Santa Caterina da Siena, laica terziaria che non ha mai vissuto in un convento; era nubile ma non monaca nel senso tecnico della parola. Pur se analfabeta, scrisse molte lettere al papa, che si trovava ad Avignone, convincendolo a riprendere il suo posto nella Chiesa, e quindi in un certo senso ha cambiato il destino della Chiesa stessa. Con i suoi gesti, la santa ci insegna una cosa molto importante: la conversione dei peccatori deve essere cercata da tutti, il che ci rende tutti apostoli. In lei si comprende ciò che insegna San Tommaso d’Aquino, secondo il quale l’amore può avere vari oggetti. L’oggetto materiale dell’amore può essere Dio, la propria persona o perfino i miliardi di persone della Terra, i santi, gli angeli, ecc. Tutti possono essere amati. La carità, l’amore, ha tuttavia un solo oggetto formale: Dio. Amare Dio per Dio, amare il prossimo per amore di Dio, amare se stessi per amore di Dio. Egli è la modalità con la quale si deve amare. La vita di apostolato, il sacrificio, la predicazione, la richiesta di conversione per i peccatori deve avere quindi come punto centrale l’amore per Dio. Solo così avrà senso.

Avere sempre davanti agli occhi l’amore di Dio incarnato e la croce di Cristo, ricordandosi del fatto che Egli ci ha amati per primo, è dunque il primo obiettivo. Il secondo è rispondere a questo amore nei piccoli gesti e negli atti ordinari quotidiani, il terzo è essere missionari portando altri a Dio, spinti a dare maggior gloria a Dio, facendo come un atto d’amore nei suoi confronti, riportando i suoi figli a casa. Ecco i passi che si possono dedurre dalle lezioni dei tre grandi Dottori che ci offrono un progetto spirituale.

Accettare la propria debolezza

«Non lamentiamoci dei nostri timori né ci scoraggi vedere la debolezza della nostra natura e dei nostri sforzi. Piuttosto cerchiamo di rafforzarci nell’umiltà e di renderci ben conto di quanto siano limitate le nostre possibilità e del fatto che, senza l’aiuto di Dio, non siamo nulla. Bisogna confidare nella sua misericordia, diffidare completamente delle nostre forze ed essere convinti che tutta la nostra debolezza deriva dal far assegnamento su di esse. Non senza una profonda ragione nostro Signore ha voluto manifestare debolezza. È chiaro che non la sentiva, essendo egli la stessa forza; ma l’ha fatto per nostra consolazione, per mostrarci quanto sia opportuno passare dai desideri alle opere e indurci a considerare che, quando un’anima comincia a mortificarsi, tutto le riesce gravoso. Se si accinge a lasciare le proprie comodità, che pena! Se a trascurare l’onore, che tormento! Se deve sopportare una parola ostile, che cosa intollerabile! Insomma, è assalita da ogni parte da tristezze mortali. Ma, appena si deciderà a morire al mondo, si vedrà libera da queste pene; anzi, non nutrirà più alcun timore di lamentarsi, una volta conseguita la pace richiesta dalla sposa».

Santa Teresa d’Avila, Pensieri sull’amore di Dio 3,12.

Fiducia nella parola di Dio

Pietà di me, o Dio, perché un uomo mi perseguita,

un aggressore tutto il giorno mi opprime.

Tutto il giorno mi perseguitano i miei nemici,

numerosi sono quelli che dall’alto mi combattono.

Nell’ora della paura

io in te confido.

In Dio, di cui lodo la parola,

in Dio confido, non avrò timore:

che cosa potrà farmi un essere di carne?

Travisano tutto il giorno le mie parole,

ogni loro progetto su di me è per il male.

Congiurano, tendono insidie,

spiano i miei passi, per attentare alla mia vita.

Ripagali per tanta cattiveria!

Nella tua ira abbatti i popoli, o Dio.

I passi del mio vagare tu li hai contati,

nel tuo otre raccogli le mie lacrime:

non sono forse scritte nel tuo libro?

Allora si ritireranno i miei nemici,

nel giorno in cui ti avrò invocato;

questo io so: che Dio è per me.

In Dio, di cui lodo la parola,

nel Signore, di cui lodo la parola,

in Dio confido, non avrò timore:

che cosa potrà farmi un uomo?

Manterrò, o Dio, i voti che ti ho fatto

ti renderò azioni di grazie,

perché hai liberato la mia vita dalla morte,

i miei piedi dalla caduta,

per camminare davanti a Dio

nella luce dei viventi. (Salmo 55)

Commento
Il giusto che il salmo presenta si rivolge a Dio chiedendo ripetutamente pietà. Egli sente gravare su di sé la mano degli empi e gli pare che Dio lo abbia lasciato a se stesso. Egli è al limite delle forze, ma non cessa di confidare in Dio. Egli sa che Dio è fedele e le sue parole non mutano: “Lodo la parola”. L’attacco alla sua persona è astuto poiché per diffamarlo e rendere vana la sua testimonianza sulla parola di Dio travisano le sue parole. Essi coinvolgono la gente fino a creare contese sulla parola di Dio. Gli empi tendono insidie al giusto del salmo per accusarlo con le sue stesse parole, e osservano i suoi orari, i suoi percorsi, per giungere a prenderlo e ucciderlo. Per questo il giusto del salmo è costretto a nascondersi, a vagare di qua e di là. Tutto ciò rende profonda la sua fede in Dio; egli è convinto di Dio. Egli ha fatto dei voti e ora, a salvezza ottenuta, propone di assolverli in un ardente rendimento di grazie, e non in una semplice esecuzione formale. Egli riconosce che tutto è stato un cammino di purificazione: “Per camminare davanti a Dio nella luce dei viventi”. La “luce dei viventi” è la parola di Dio. Essa, nel suo vertice più alto, è Cristo stesso, parola suprema.

La ricchezza dell’altro offerta in dono

«Da quanto abbiamo detto risulta anche quale significato rivesta la conoscenza della personalità estranea ai fini della nostra “autoconoscenza”. Essa non solo c’insegna, come abbiamo in precedenza visto, a porci come oggetto di noi stessi, ma porta a sviluppo, in quanto empatia di “nature affini” ossia di persone  del nostro tipo, quel che in noi “sonnicchia” e perciò ci rende chiaro, in quanto empatia di strutture personali diversamente formate, quel che non siamo e quel che siamo in più o in meno rispetto agli altri. Con ciò è dato al tempo stesso, oltre all’autoconoscenza, un importante aiuto per l’autovalutazione. Il fatto di vivere un valore è fondante rispetto al proprio valore. In tal modo, con i nuovi valori acquisiti  per mezzo dell’empatia, lo sguardo si dischiude simultaneamente sui valori sconosciuti della propria persona. Mentre, empatizzando, c’imbattiamo in sfere di valore a noi precluse, ci rendiamo coscienti di un proprio difetto o disvalore».

 

Stein Edith, Il problema dell’empatia, pp. 227-228, Edizioni Studium, Roma, 1985.

Riconoscenza

«Ciò che attira maggiormente le grazie del Buon Dio è la riconoscenza, perché, se noi Lo ringraziamo per un beneficio, Egli è commosso e si affretta di darcene altri dieci e, se Lo ringraziamo ancora con la stessa effusione, che incalcolabile moltiplicazione di grazie! Ne ho fatto l’esperienza, provate e vedrete. La mia gratitudine è infinita per tutto ciò che mi concede e gliene do la prova in mille modi».

I legami tra il Carmelo e Lourdes

Nel dicembre 2001, durante la novena all’Immacolata presi la risoluzione di addentrarmi nell’evento Lourdes attraverso la lettura e la meditazione di una biografia di santa Bernadette Soubirous; me ne capitarono diverse tra le mani, ma scelsi quella scritta da René Laurentin, certa che questo celebre mariologo ed esperto conoscitore delle apparizioni di Lourdes mi avrebbe informata sui fatti senza devozionismi patetici, ma nella verità anche la più scarna, fedele alla documentazione pervenutaci e coerente con il vissuto della piccola pastorella dei Pirenei. Mi accorsi così come la marianità di Lourdes assomigliasse e fosse vicina a quella del Carmelo. Fu una scoperta per me: volli subito trascrivere i legami che mi balzarono sotto gli occhi. Ce ne saranno altri, certamente, a cui non ho fatto caso, e di ciò mi scuso con il lettore. Ma sono lieta di offrirgli queste preziose testimonianze che la storia e la tradizione raccontano, questi pochi appunti di ricerca e di preghiera, che lo porteranno spiritualmente e contemporaneamente al Monte Carmelo, dov’è la Signora del Luogo, e alla grotta di Massabielle, dov’è la bianca Signora… Mi è caro proporre questa piccola ricerca proprio nell’anno in cui ricorre il 150° anniversario delle apparizioni a Lourdes, fiduciosa che il Suo messaggio di speranza e di preghiera sia da molti accolto e vissuto.

“Bernadette fu favorita da un’ultima apparizione il 16 luglio, giorno della festa di Nostra Signora del Monte Carmelo. Bernadette aveva fatto la sua Prima Comunione; fino al mattino della festa di Nostra Signora del Monte Carmelo, per la terza o la quarta volta si era nutrita del pane degli angeli. Nella seconda parte della stessa giornata, trovandosi in preghiera nella chiesa parrocchiale, intese la voce dolce della Vergine Immacolata che, risuonandole in cuore, le diceva di andare alla Grotta. Subito Bernadette si alzò e corse dalla sua zia più giovane, Lucilla, per pregarla di accompagnarla a Massabielle. Appena che la fanciulla ebbe fissato lo sguardo sulla roccia al di là Gave, i raggi dell’estasi brillarono sulla sua figura e nei trasporti dell’anima rapita esclamò: ‘Sì, sì, eccola! Ci saluta e ci sorride al di sopra della palizzata!’. All’istante cominciò tra la Vergine e Bernadette quell’ammirabile scambio di effusioni di cui ho sovente parlato e che sembrava stabilire una corrente luminosa tra le due interlocutrici. Immersa nelle sue beatitudini, la piccola estatica sembrava sforzarsi per distaccarsi dalla terra e volare tra le braccia della sua divina Madre. Il sole tramontava all’orizzonte mentre le ombre della notte cominciavano a stendersi sulla conca di Massabielle. La Vergine gettò un ultimo e profondo sguardo di tenerezza sulla piccola privilegiata, poi disparve. Era finito! Bernadette non doveva più rivedere la Madre di Dio che negli splendori del Paradiso”.[1]

“Bernadette scende verso il Gave, ma qualcosa la ferma… si volta perplessa. Guarda alla nicchia e riparte verso la grotta, ma a sinistra e in piedi questa volta. Si avvia per l’erta che prosegue fino in fondo alla grotta, curva sotto la volta là dove questa si congiunge con il suolo. Guarda per terra con ripugnanza: c’è solo del limo rossastro, una melma satura d’acqua. Rivolge un’occhiata imbarazzata verso la cavità interna, come per dire: ‘che cosa mi mandate a cercare qui? Non c’è niente’. Allora, un’improvvisa decisione la fa piegare verso il suolo umido. Lo raschia con la mano destra, scava una piccola buca, un clot come si dice a Lourdes, da dove attinge un po’ di acqua fangosa. La porta alle labbra e la rigetta con disgusto volgendosi ancora una volta a interrogare con lo sguardo. Per la seconda volta si rimette a scavare, poi una terza, e ogni volta le ripugna bere. Al quarto tentativo, non è più fango, ma un po’ d’acqua torbida che raccoglie nel cavo della mano e inghiotte con fatica. Attinge ancora, ma questa volta per lavarsi la faccia. Alla fine, raccoglie delle foglie lobate di una pianta selvatica che cresce là e le mangia. Ha terminato. Si volta per scendere… Si spiega senza imbarazzo e senza agitazione, nella semplicità del suo dialetto zeppo di passati remoti:

– Aquerò mi disse di andare a bere e di lavarmi alla fontana. Non vedendone, andai a bere nel Gave. Ma lei mi fece segno col dito di andare sotto la roccia. Andai e vi trovai un po’ d’acqua come fango, così poca che potei con difficoltà prenderne col cavo della mano. Tre volte la gettai, talmente era sporca. La quarta volta potei.

– Perché ti ha chiesto questo?

– Non me lo ha detto.

– Ma che cosa t’ha detto?

Bernadette concentra la sua debole memoria e ritrova, una dopo l’altra, le parole di quella mattina:

– Andate a bere alla fontana e a lavarvi”.[2]

La tradizione ha individuato la fonte con la Fonte di Elia al Carmelo. Ivi si trovano le rovine di un monastero che risale al tempo delle Crociate: è il monastero costruito da san Brocardo. La Fonte, vicino alla quale si sono raggruppati gli eremiti, è detta da Giacomo di Vitry “Fons Eliae”; ed essi hanno scelto questo luogo più adatto per vivere il proprio proposito a imitazione e solitario Elia profeta.[3]

Carmelo significa anche “misericordia che sgorga come una fonte”. Questo è reso ancor più evidente dal fatto che in quel monte sgorga abbondante una fresca sorgente chiamata Fonte di Elia. Maria, figura del Monte Carmelo, ha effuso sul genere umano l’acqua della grazia e della salvezza. Questo stesso fatto Mardocheo osservò nei sogni della regina Ester che è figura di Maria (Est 10,6). Infatti la piccola sorgente che è diventata fiume e che si riversò in acque sovrabbondanti è Maria. Ma il giardino speciale di Maria, il Carmelo, è un giardino chiuso da un muro attraverso l’osservanza dell’obbedienza; è una sorgente d’acqua a causa di una strettissima castità; è una sorgente sigillata attraverso la rinuncia delle cose temporali. Questa fonte del Carmelo è Maria, dal cui grembo fluiscono acque vive, infatti Gesù sedeva sopra questa fonte (cf Gv 4,6); da questa fonte esce per tutti la misericordia. E queste acque che scorrono con impeto, rallegrano la città di Dio (salmo 45,5). Per questo dice il profeta Isaia: “Attingerete con gioia alle sorgenti del Salvatore” (12,3). Che questo fonte che è sul Carmelo rappresentasse Maria e che da essa uscisse la misericordia lo sapeva bene anche un altro profeta, Amos. Però, questa fonte non la trovò al suo tempo e si rammaricò che non ci fosse con queste parole: “Sono desolate le steppe dei pastori ed è inaridita la cima del Carmelo” (Am 1,12). Come l’acqua dalla sorgente del Monte Carmelo scende alle sue pendici, per la cui umidità si vedono germogliare fiori, così è stato giusto che i frati della Beata Maria del Monte Carmelo portassero l’acqua di questa sorgente alle pendici del monte, vale a dire che predicassero dovunque la misericordia divina a lode di Dio e della Vergine, come lei stessa sembra ordinare per mezzo del profeta Isaia: “Andando incontro agli assetati portate loro acqua” (Is 21, 14).[4]

“La voce si era fatta intendere in modo intimo e soave nel cuore di Bernadette. Oh! Per la fanciulla non era sconosciuta; era la messaggera fedele che sempre preannunciava la visita della Signora. Appena apparvero le prime luci del giorno, lasciò il suo lettuccio, si vestì diligentemente e senza far attenzione all’asma che si destava nel suo petto, prese con passo agile il cammino di Massabielle. Quale confusione per lei! La nicchia era già illuminata e la Signora l’aspettava. La veggente aggiunge: ‘Quando fui inginocchiata davanti alla Signora, presi il mio rosario. Mentre pregavo, il pensiero di chiederle il nome si presentò al mio spirito con una insistenza da farmi dimenticare tutti gli altri pensieri. Temevo di essere importuna, rinnovando una domanda rimasta sempre senza risposta, e tuttavia qualcosa mi spingeva a parlare. Infine per un moto che non potei contenere, le parole uscirono dalla mia bocca e pregai la Signora di volermi dire chi era. Come nelle volte precedenti, la Signora abbassò il capo, sorrise ma non rispose. Non so il perché, mi sentivo più coraggiosa e tornai a chiederle la grazia di farmi conoscere il suo nome. Rinnovò il sorriso e il grazioso inchino, ma continuò a tacere. Una terza volta, a mani giunte e riconoscendomi completamente indegna della grazia che domandavo rinnovai la mia preghiera. La Signora era in piedi, sopra il roseto. Alla terza richiesta prese un’aria grave e parve umiliarsi… giunse le mani e le portò verso la parte superiore del petto…, guardò il cielo…, poi staccando lentamente le mani e chinandosi verso di me, mi disse: io sono l’Immacolata Concezione’.”[5]

“I fatti che illuminano l’attenzione rivolta all’Immacolata Concezione sono:

– Nel 1342, il vescovo di Armagh, Riccardo Fitzralph, invitato a celebrare questa festa patronale dell’Ordine in Avignone, con la presenza del Papa, nella predica che fece, si riferì alla devozione dei carmelitani verso l’Immacolata Concezione. Questo suo discorso è di grande importanza storica, perché viene poi ricordato da molti autori e studiosi come riferimento a tale devozione.

– Quando la festa patronale dell’Ordine divenne la Commemorazione solenne di luglio, si continuò a celebrare liturgicamente la festa dell’Immacolata Concezione. Il capitolo generale del 1609 dichiarò anche che questa festa dovesse essere celebrata da tutti i religiosi dell’Ordine in modo splendido, solenne e precipuo.

– La devozione del Carmelo all’Immacolata Concezione, attraverso lo scorrere dei tempi, viene ad assumere due forme tra loro intimamente interagenti: la verginità di Maria e la sua immacolata concezione messe in relazione con la natura, l’abito e il titolo dell’Ordine; la purezza e la vita interiore.

– Dopo il Medioevo fino al secolo XVIII, il culto all’Immacolata Concezione, come anche la difesa di questo privilegio mariano, ebbe molto spazio nella vita dell’Ordine. Nella penisola iberica i carmelitani emettevano un impegno in difesa di questo privilegio mariano da diffondere nelle predicazione e nelle dispute scolastiche”.

Manuel de Sá ci ricorda un uso della provincia di Portogallo che illustra molto bene il proposito di quella provincia di difendere il privilegio dell’Immacolata Concezione: “Nella notte di questo giorno [solennità di Maria], radunati insieme i religiosi nel coro del presbiterio, si teneva una pratica spirituale sul presente atto o solenne rinnovazione dei voti, emessi già nella loro professione a Dio e alla sua Madre santissima, e, esposto il Santissimo Sacramento, il più anziano di dignità dava inizio all’atto della rinnovazione, seguito poi da quello degli altri in ordine di anzianità fino a che tutti lo avessero fatto. Concludevano questo rito promettendo di difendere l’Immacolata Concezione della Vergine Maria, Signora nostra”. Quest’uso divenne legge per tutta la provincia nel 1617. A Valenza i padri carmelitani della provincia di Aragona, riuniti in Capitolo provinciale del 1624, emisero il seguente giuramento: “Io fra’… prometto, giuro e mi impegno di difendere sempre, nelle scuole pubbliche, attraverso l’insegnamento orale e scritto, e in ogni predica pubblica e nelle conversazioni private che la Beata Vergine Maria, patrona della nostra sacra Religione [Ordine] è stata, per la sua immacolata concezione, sempre immune, esente e preservata per la forza divina da ogni colpa di peccato originale, con piena accettazione di quanto la Chiesa vorrà stabilire al riguardo”.[6]

“Il momento in cui la Vergine stava per lasciare la Grotta per non ricomparirvi più s’avvicinava. La dolce Madre stava forse per ricordarle la promessa già fatta, di renderla felice non già in questo mondo, ma nell’altro? Nulla di tutto questo disse o fece, ma con uno sforzo di sublime tenerezza che solo le mamme della terra comprenderanno, la Vergine Immacolata preferì tacere piuttosto che affliggere il cuore della sua piccola. Per tutto il tempo dell’apparizione restò sorridente e lasciò la piccola estatica nella pienezza della gioia. L’estasi dura nel crepuscolo meno d’un quarto d’ora e si conclude con un arrivederci, pronunciato senza parole, perciò tale da ridestare nel cuore della veggente una nostalgia gioiosa e un fascino ineffabile: così bella non l’aveva vista mai!”.[7]

Un elemento distintivo della spiritualità del Carmelo è il vitale e profondo influsso esercitato dalla presenza di Maria santissima, Madre di Dio e nostra. Perciò si dice che “Carmelus totus marianus”, cioè il Carmelo è un Ordine eminentemente mariano. Può allora sorprendere e meravigliare il fatto che non si nomina la Madonna nella Forma di Vita data da Alberto Patriarca di Gerusalemme al gruppo degli eremiti latini al Monte Carmelo, da cui ha avuto l’Ordine dei Carmelitani. [8]

Dai primordi dell’Ordine nessun dato relativo a Maria. Quello che potrebbe maggiormente stupire, è il caso di Alberto il legislatore.

C’è chi ha tentato di rilevare nella sua Vitae Formula “alcune tracce di devozione a Maria”. Altri, invece, risolutamente scrivono che “in tal documento non c’è il minimo accenno alla Madonna”. Non esplicito, quindi, né implicito. Una lacuna del genere potrebbe sembrare una sconcertante anomalia in merito a un Ordine religioso, divenuto poi notoriamente mariano.[9]

La pietà verso la Beata Vergine, anziché venir imposta da legali prescrizioni – non esclusa la loro Regola – fioriva negli spiriti sotto il calore della fede: nella loro anima naturalmente cristiana e inseparabilmente mariana. Verrebbe da pensare che Maria fosse così “presente” da non ritenere necessaria alcuna menzione nella Norma. Nello spazio di quei quindici giorni mi svelò anche tre segreti, che mi proibì assolutamente di rivelare ad alcuno; cosa che io ho fedelmente osservato fino ad oggi (lettera di s. Bernardette).

Essi non riguardano “né la Francia, né il mondo, né la Chiesa, né il Papa, né gli altri”; riguardano solo la persona di Bernardette.

– Questo segreto riguarda me sola – ha detto all’abbé Sacareau.

– Solo me – a padre de Lajudie.

Tre segreti e una preghiera sono stati confidati a Bernardette dalla Vergine, sulla riva del Gave, con questa raccomandazione:

Vi proibisco di dirlo a chiunque.

Ella ha osservato scrupolosamente l’ordine, custodendo per sé sola le confidenze ricevute. Agli importuni ha sempre risposto con frasi del genere:

– Voi siete troppo curioso, non saprete nulla.

– Ma sapete che cos’è un segreto?

– Mi è stato ordinato il silenzio.[10]

“O Sorella mia diletta, lei vorrebbe ascoltare i segreti che Gesù confida alla sua figliolina: questi segreti egli li confida anche a lei, lo so, perché è lei che mi ha insegnato a raccogliere gli insegnamenti divini. Tuttavia cercherò di balbettare qualche parola, benché senta che è impossibile alla parola umana ripetere cose il cuore umano può appena presentire… non creda che io nuoti nelle consolazioni, oh no! La mia consolazione è di non averne sulla terra. Senza mostrarsi, senza far udire la sua voce, Gesù mi istruisce nel segreto.

Sorella diletta, come siamo fortunate di capire gli intimi segreti del nostro Sposo! Ah, se lei volesse scriverne tutto ciò che sa, avremmo delle belle pagine da leggere; ma lo so, preferisce serbare in fondo al cuore ‘i segreti del re’, ma a me dice: ‘che è cosa onorifica manifestare le opere dell’Altissimo’. Penso che abbia ragione a mantenere il silenzio ed è unicamente per farle piacere che scrivo queste righe, perché sento la mia impotenza a ripetere con parole terrene i segreti del Cielo”.[11]

Ma dopo il mutuo dono della sposa e dell’Amato, bisogna parlare subito del loro letto, sul quale l’anima gode a suo agio le delizie dello Sposo. Perciò nella strofa che segue ella tratta del letto, che è divino, puro, casto, in cui ella giace pura, divina e casta. Tale letto non è altro che il suo Sposo, il Verbo Figlio di Dio, come si dirà, sul quale, per mezzo dell’unione di amore, ella riposa. Infatti a lei che ormai è unita e appoggiata a Lui come sposa, viene comunicato il petto e l’amore dell’Amato, cioè la sapienza e i segreti, le grazie, le virtù e i doni divini. Nell’alto stato del matrimonio spirituale, con grande facilità e frequenza lo Sposo, come fedele consorte, manifesta all’anima i suoi segreti meravigliosi e la mette a parte delle sue opere poiché l’Amore vero e perfetto non sa tenere celato niente alla persona amata. Specialmente le svela i dolci misteri della sua incarnazione e le vie della umana redenzione, che è fra le più sublimi opere di Dio e quindi più gustose per l’anima. “Lì mi dette il suo petto”. Dare il petto a un altro vuol dire offrirgli il proprio amore e la propria amicizia e, come un amico, metterlo a parte dei propri segreti. Perciò quando l’anima afferma che Dio le ha dato il suo petto, vuol dire che le ha comunicato il suo amore e i suoi segreti, cosa che Egli fa in questo stato.[12]

– Oh! Zia Basile, dobbiamo ritornare dal signor curato.

– Ancora! Ah, no!

– Ho dimenticato di dire per la cappella.

– Non contare più su di me! Eh! Tu ci fai ammalare!

Mentre in casa del parroco la discussione prosegue, Bernardette cerca invano chi l’accompagni. Non ne può più, quand’ecco arriva Dominiquette, in cerca di notizie:

– Che cosa ti ha detto Lei stamane?

– Di dire ai preti di far costruire qui una cappella.

– E tu non hai fatto la commissione al signor curato?

– I miei parenti non vogliono accompagnarmi, né mia madre, né mia zia. Se voleste voi… Dominiquette?

– Certo che lo voglio!

– Signor curato, Aqueró mi ha detto: andate a dire ai preti di far costruire qui una cappella. Una cappella… alla buona… anche se piccolina.

Fa pena, e il curato si impone la calma. Ma è glaciale:

– Una cappella? Non sarà come per la processione? Ne sei sicura?

– Sì, signor curato, ne sono sicura![13]

“Chi vuole andare dalla città di Acri in Egitto… può, se vuole, passare per il Monte Carmelo. Là si trova una cappella discretamente devota, eretta in onore della Beata Vergine Maria. Da quel monte e da quella cappella, come essi medesimi affermano, trassero origine e denominazione i frati carmelitani, detti frati della Beata Maria del Carmelo”[14]

Un’altra caratteristica non scritta, ma esistente nell’ordine delle cose, deve essere rilevata, in quanto incise dall’inizio nella vita dell’Ordine, destinato a passare alla storia come Ordine mariano: la costruzione, al centro delle casette dei monaci, dell’oratorio (piccola chiesa) dedicato alla Santissima Vergine, invocata poi col titolo del Monte Carmelo. Si trattò non di un fatto casuale, ma di una scelta meditata, significativa di quella devozione fiduciosa e confidente che già distingueva i frati.[15]

La cappella, dedicata a Maria e situata presso la fonte di Elia, fu costruita proprio in quel luogo nel quale Elia, in preghiera, aveva visto ascendere la “nuvoletta” sul Carmelo. Cioè la cappella fu costruita in ricordo della visione della nascita della Vergine Maria. In questa cappella i carmelitani ogni giorno affidano se stessi alla Vergine, pregano il Figlio e la Vergine, e si radunano per riflettere sulla Parola di Dio e per correggersi nella carità.[16]

Fin dall’inizio dell’estasi, ella riprende la marcia sulle ginocchia interrotta il giorno prima. A più riprese va e viene tra la nicchia interna e quella esterna. Mentre passa, Josephe Barrique la sente mormorare, come in un soffio, quasi un’eco, una parola ripetuta tre volte e che lei ha difficoltà a decifrare:

– Penitenço… penitenço… penitenço.

È un’eco di ciò che ella sente dall’alto.

– E perché quell’agitazione oggi?

– Ieri Aqueró mi aveva detto di baciare la terra in penitenza per i peccatori.

– Ma lo sai che tutti ti prendono per pazza a fare queste cose?

– Per i peccatori…

La cosa triste, quaggiù, è il peccato. Per porvi rimedio, per consolare Aqueró, Bernardette è pronta a tutto. Il resto poco importa. Ciò che conta per lei è Aqueró, l’amica misteriosa, e il messaggio di quel mattino. Il pensiero dei peccatori, ieri remoto, si è rivelato a lei e sarà per la vita nella tristezza di uno sguardo.[17]

Altro modo di esprimere la “conversione” o il “fare penitenza”, e seguire “nudo il Cristo nudo”, è il farsi “peregrini pro Christo”, il pellegrinaggio. Questa forma di vita può essere imposta come penitenza o essere assunta volontariamente e realizza il concetto cristiano di provvisorietà del temporale. Gli eremiti latini al Monte Carmelo, pertanto, sono cristiani che vivono in “santa penitenza”, con preghiera centralizzata nella Bibbia, a volte con l’Eucaristia e la mortificazione; che vivono la spiritualità del pellegrinaggio ai luoghi santi e conseguente ricerca del Regno del Signore. Vita condotta in “santa penitenza”, con preghiera e mortificazione, e centrata nella Scrittura e nell’Eucaristia, spiritualità del pellegrinaggio ai luoghi santi, milizia spirituale contro il demonio, lavoro manuale per il sostentamento quotidiano, anelito alla povertà evangelica, fraternità unita a predicazione itinerante sono, nella codificazione definitiva della Regola, le colonne dell’edificio che i carmelitani intendono costruire per concretizzare il proprio “ossequio” a Cristo, percorrendo l’itinerario di ogni uomo verso la Gerusalemme celeste, della cui pace, sperimentata nel cuore, si fanno diffusori tra i fratelli.[18]

– Signor curato, la Signora vuole sempre la cappella.

– Tu le hai chiesto il suo nome?

– Sì, ma non fa che sorridere.

– Si burla garbatamente di te!

Egli è perplesso. Gli viene l’idea di chiedere un segno.

– Ebbene! Se vuole la cappella, che dica il suo nome e che faccia fiorire il rosaio della grotta!

E soggiunge:

– Se dice il suo nome, e se fa fiorire il rosaio, le costruiremo una cappella, e non sarà piccolina, va’ là! Sarà molto grande!

– Di quale colore erano le rose poste sui piedi?

– Come la catena del rosario, gialle e brillanti come l’oro.

– Sapete il significato di quelle rose?

– No, signore.

Rosa del Carmelo, florida Maria, portaci nel tuo grembo e conduci noi al cielo, o Maria (antica antifona carmelitana). Salve, o fiore del Carmelo, salve o vite rigogliosa, lo splendore sei del cielo, Vergine Madre, unica rosa. Rit. Mamma dolce e tutta bella, guida i figli astro del mar; allontana ogni procella, col tuo santo scapolar (canto devozionale alla Madonna del Carmine). Dal colpevole ramo della prima madre Eva, rosa fiorente, è sbocciata Maria. Sorge come stella tra gli astri eterei, bellissima come la luna; fragrante al di là di ogni balsamo, unguento e profumo; purpurea come viola, rorida qual rosa, candida siccome giglio. Prole divina dell’eterno Padre, che la elesse per prendere carne santissima da carne virginea incorrotta.[19]

La prima attrazione di Bernardette fu contemplativa, attesta la madrina, Bernarde Castérot: “Subito dopo l’apparizione, ella aveva l’idea di essere suora, voleva essere carmelitana.

Basile Castérot, l’altra zia, conferma:

“Ho capito che Bernardette voleva farsi suora. Le ho anche sentito dire che non vedeva l’ora di andarsene in un convento, senza poter dire esattamente quando quell’idea le era venuta. Ma io credo che pensasse di entrare in un monastero più chiuso e in un Ordine più severo, e che sia stato il curato Peyramale che le consigliò, per la sua salute, di andare tra le suore di Nevers”.

A Marthe du Rais, Bernardette ha detto:

“che dopo la prima comunione pensava di abbracciare la vita religiosa e che la sollecitavano per il Carmelo”.

Il Carmelo… Molto presto, dalla primavera del 1858, ne aveva sentito parlare da Antoinette Tardhivail, la sua premurosa maestra. Il 21 settembre 1858, aveva incontrato un carmelitano famoso, il padre Herman; questo musicista ebreo convertito, considerato un santo, aveva suscitato un grande entusiasmo a Lourdes, cantando a voce spiegata il Magnificat e un altro salmo, e tenendo un’istruzione alla grotta interdetta.

Il Carmelo di Bagnères non era lontano, e deve esserci stata condotta poco dopo le apparizioni. Non si sa quando. Il silenzio, le inferriate, la trasmissione di oggetti attraverso la ruota, le persone vive che si indovinavano dietro il velo nero, furono per lei i segni di una vita misteriosa al riparo dalla curiosità del mondo. Il Carmelo rispondeva alla sua inclinazione per la vita nascosta, in contrapposizione alle sue prove quotidiane. Ma quella prima idea fu subito scartata.

“Le fecero capire che la sua salute non le permetteva di essere carmelitana”, rivela la madrina Bernarde.[20]

Si sa però che una malattia agli occhi lo obbligò [padre Agostino Maria, Herman Cohen], per comando dei medici, ad un riposo assoluto. Erano proprio quelli gli anni delle apparizioni della Madonna a Lourdes: padre Agostino aveva seguito le notizie delle varie apparizioni e tramite alcune persone da lui ben conosciute, era entrato in una certa amicizia con la stessa Bernardette Soubirous.

In questa occasione egli volle approfittare per recarsi di persona a Lourdes e domandare all’Immacolata la guarigione dei suoi occhi.

Padre Agostino volle ritornare ancora a Lourdes per celebrare una Messa di ringraziamento. Negli annali di Lourdes si legge infatti:

“Questa mattina l’agitazione si è manifestata di buon ora… ne vedo una sola causa: il molto reverendo padre Herman e il dottor Dozous sono partiti insieme dalla città, sono discesi alla grotta e là, in mezzo a un concorso di curiosi, che la presenza del carmelitano vi aveva attirato, padre Herman ha cantato il Magnificat e un altro salmo a gola spiegata e la sua voce risuonava lontano, sulla via che porta a Pau”. Proprio in questo stesso giorno, 21 settembre, padre Agostino parlò a lungo con Bernardette. Bernardette stessa, abituata agli interrogatori degli ecclesiasti, rispondeva brevemente e li sfuggiva con educazione; invece con il carmelitano l’incontro fu lungo e fraterno. Egli, grande peccatore nel passato, salvato dall’Eucaristia e pienamente figlio di Maria, si trovava in piena sintonia con la pastorella dei Pirenei. Dopo questo incontro Bernardette conservò a lungo il ricordo del carmelitano.[21]

La carovana comprende sette religiose coriste, una novizia, due sorelle converse, fra le quali suor Maria, mons. Bordachar, il padre Estrate e la fondatrice, Berta Dartigaux. Il 20 agosto 1875 viene dato l’addio al Carmelo di Pau. Grazie al giornale di viaggio del padre Estrate, potremo seguire le fasi dell’itinerario di questi fortunati pellegrini della Terra Promessa. Lourdes è la prima tappa. Di ritorno da Mangalore sr Maria di Gesù Crocifisso aveva promesso alla Vergine questa visita. Dopo la messa alla grotta, si deve sottrarre la piccola alla venerazione indiscreta della folla che si stringe intorno a lei: la fama della veggente e della stigmatizzata di Pau era andata ben lontano! Si pensa a Bernardette. Come nell’episodio seguente: una pellegrina si rivolge a sr Maria e, non conoscendola, le domanda: “Suora, mi può indicare dov’è la santa?” Con un grazioso sorriso l’interpellata indica, un po’ più in là, sr Giuseppina, che sgrana di continuo il suo rosario: “è quella”. La signora la raggiunge di corsa e si raccomanda alle sue preghiere. M. Henri Lasserre, illustre autore del volume Notre-Dame de Lourdes, riesce a parlare per cinque minuti con la piccola araba e questo breve colloquio lo lascia consolato e raggiante.[22]

Un altro legame tra Lourdes e la spiritualità carmelitana è dato dal fatto che “la signora Martin [Zelie, madre di S. Teresa di Gesù Bambino] era stata in relazione epistolare con Monsignor Peyramale, il venerato curato di Lourdes, che aveva ricevuto i messaggi e le confidenze della veggente [Bernardette Soubirous]. Volle andare a fargli visita. In sua assenza, fu ricevuta da una persona d’una modestia angelica, ala quale ella confidò le impressioni profonde provate su quella terra benedetta.

– Oh! Signora, le fu risposto, vi assicuro che ora non c’è più nulla. Chi ha visto, come me, Bernardetta in estasi, ne ha avuto un’impressione che dura tutta la vita. La domestica si terse una lacrima e si mise a raccontare come aveva visto, allora, la figlia dei Soubirous, in ginocchio sulla china scoscesa della roccia, col viso irradiato dallo splendore che emanava dalla bella Signora, mentre la fiamma del cero le lambiva le dita senza bruciarle”.[23]

Sr Maria Grazia Israele, O.Carm.

Note:

[1] J. B. Estrade, Le apparizioni di Lourdes, ed. San Paolo 2001.

[2] René Laurentin, Bernadette vi parla, Paoline, Roma 1979.

[3] Stefano Possanzini, O.Carm., La Regola dei carmelitani, Firenze 1979.

[4] J. Baconthorp, Laus Religionis Carmelitanae, in E. Boaga, O.Carm., Con Maria sulle vie di Dio, ed. Carmelitane, Roma, 2000.

[5] Le apparizioni di Lourdes…, o.c.
[6] Emanuele Boaga, O.Carm., La Signora del luogo, ed. Carmelitane, Roma 2001.

[7] Le apparizioni di Lourdes… o.c.

[8] E. Boaga, O.Carm., o.c..

[9] N. Geagea, OCD, Maria Madre e Decoro del Carmelo, Teresianum, Roma 1988.

[10] R. Laurentin, o.c..

[11] S. Teresa di G. B., Manoscritto B, in Opere Complete, LEV – ed. OCD, Roma 1997.

[12] S. Giovanni della Croce, Cantico spirituale B, in Opere, Postulazione Generale dei Carmelitani Scalzi, Roma 1967.

[13] R. Laurentin, cit.
[14] Testimonianze dei pellegrini sulla chiesa del Monte Carmelo, scritte intorno al 1220, in E. Boaga, cit.
[15] Autori vari, La dimensione mariana del Carmelo, Roma 1989.

[16] Telesforo Cioli, O.Carm, La Madonna del Carmine, Roma 1993.

[17] R. Laurentin, cit.
[18] E. Boaga, Come pietre vive, Roma 1993.

[19] S. de Beka O.Carm., prosa liturgica, tratto da La Signora del luogo.

[20] R. Laurentin, o.c.
[21] Carmelitane scalze di Concenedo, Della stirpe di Aronne – Herman Cohen, Mimep Docete, Milano 2000.

[22] A. Brunot, La piccola araba…, Città Nuova, Roma 1983.

[23] P. Stefano Giuseppe Piat, OFM, Storia di una famiglia, Ancora, Milano, 1963.

Teresa “Maestra”

La prima statua di santa Teresa che padre Marie-Bernard realizzò fu chiamata “statua di Teresa seduta”. Per capirla dobbiamo soffermarci sulla postura di Teresa e sul libro che tiene sulle ginocchia.

Per quanto riguarda la figura della Santa è fortemente influenzata da una fotografia di fine 1894 che la ritraeva, nel giardino dal Carmelo di Lisieux, seduta accanto alle sue tre sorelle e a madre Maria di Gongaza. Teresa ha le mani giunte, con le dita intrecciate, poggiate sulle gambe e lo sguardo rivolto un po’ a lato. Il volto di Teresa in questa fotografia fu utilizzato dalla sorella Celina, suor Genoveffa di santa Teresa (del Volto Santo), per realizzare nel 1901 il disegno conosciuto come “ritratto in ovale”.

La figura intera della Santa nella medesima fotografia fu utilizzata in alcuni santini dei primi decenni del ‘900, e probabilmente per questo fu conosciuta e ripresa da padre Marie-Bernard per la sua prima statua di Teresa che era alta solo 35 cm. Dal libro di Pierre Descouvemont (Le père Marie-Bernard, sculpteur de Thérèse, Beauchesne, Paris 2018) sappiamo che Egli vi lavorò lungo quasi tutto l’anno 1918 e terminò per l’inizio del 1919, per presentarla all’altra sorella di Teresa, suor Agnese di Gesù (Paolina), nella ricorrenza del suo onomastico il 21 gennaio. Egli scrisse in una lettera di aver più volte rivisto la testa e il volto della statua, perché voleva che fosse «il più possibile somigliante», anche se ammette di aver dovuto «sacrificare un po’ la verità in favore dell’espressione del viso». Successivamente scolpì della stessa statua diverse copie di diverse altezze fino ad una di grandezza naturale, la quale sarà collocata nel giardino del Carmelo nel 1928, quindi presso il luogo dove fu scattata la fotografia che l’aveva ispirata!

Ma lo “scultore di Teresa”, come si definì più tardi, aggiunge un elemento non presente nella fotografia, cioè un libro posto sulle ginocchia della Santa sotto le sue mani. L’aggiunta riqualifica l’immagine secondo diverse interpretazioni possibili anche negli anni successivi. Il libro può essere identificato infatti, di volta in volta, col libro dei vangeli (con l’intera Bibbia), oppure con Storia di un’anima (e gli altri scritti di Teresa), o con l’insegnamento riguardante la “piccola dottrina” della Santa. In realtà questi tre libri non sono che uno solo, l’unico Vangelo che si esprime in forme diverse nella vita e negli scritti di Teresa. Per questo una “ragazza” di 24 anni ha potuto essere proclamata “Dottore della Chiesa”: perché il Vangelo può essere vissuto e insegnato da tutti, ad ogni età, soprattutto dai piccoli a cui il Padre ha fatto dono della sapienza… la sapienza di Gesù, la sapienza del Vangelo.

Ci sono quindi diversi modi per leggere questa “statua di Teresa seduta con il libro”. Il primo è di vedervi Teresa “Discepola” del Vangelo, l’unico libro insieme all’Imitazione di Cristo dal quale, a suo stesso dire, traeva giovamento. Lo stesso sguardo rivolto a lato sembra suggerire l’atteggiamento della discepola che guarda il suo maestro divino Gesù mentre lo ascolta, e proprio per questo diviene essa stessa maestra, seduta nell’atto di insegnare. Infatti la seconda lettura della statua è di vedervi rappresentata Teresa “Maestra d’infanzia spirituale”. Con questo titolo, una copia di questa statua, opera dello sculture Luca Arrighini di Pietrasanta Ligure, fu collocata nell’atrio di ingresso laterale alla Basilica di Tombetta, prima delle scale che portano al Salone della piccola via, con indicata la ricorrenza: “Nel 50° anniversario del suo ingresso al Carmelo 1888-1938”.

La copia di Arrighini ha alcune modifiche rispetto al’originale: la testa di Teresa è rivolta meno di lato e lo sguardo è quasi diritto verso lo spettatore; è stato aggiunto il rosario alla cintura sul fianco sinistro di Teresa; ci sono in più delle rose ai piedi della Santa e negli intagli dello sgabello. Infine possiamo vedere in questa statua Teresa “Dottore della Chiesa”, titolo conferitole nel 1997, nel 1° centenario della morte, in ragione del fatto che i suoi “ricordi d’infanzia” sono pieni di “pensieri” su come Dio ha manifestato le sue grazie nella sua vita di bambina, giovane e carmelitana e l’ha ricolmata della “scienza divina dell’amore”. Già negli anni ’30 del XX secolo si pensò ad un Dottorato di Teresa, ma per diversi motivi non se ne fece nulla. Il papa Pio XI che l’aveva beatificata, canonizzata e anche proclamata Patrona universale delle missioni era titubante sul titolo di Dottore dato ad una donna e così giovane. L’obiezione avanzata da qualcuno, allora come nel 1997, era che ella aveva scritto solo tre quadernetti sulla propria vita e qualche poesia assai devota. Ma…

La grande questione irrisolta era relativa ai testi originali di tutti i suoi scritti, che all’epoca non erano ancora conosciuti. La prima pubblicazione in fac-simile dei “manoscritti autobiografici”, che furono all’origine di Storia di un’anima dal 1898, avverrà solo nel 1956! Il lavoro per stabilire l’Edizione critica di tutte le opere iniziò con il 1° centenario della nascita di Teresa intorno al 1973 e terminò nel 1992. Solo allora, conoscendo tutti gli scritti e nella loro versione originale, si poteva ri-pensare al Dottorato, e ciò infatti avvenne nel 1997. Col tempo si era capito che anche una donna poteva essere riconosciuta Dottore della Chiesa, e anche così giovane, come era già avvenuto nel 1970 per santa Teresa d’Avila e la più giovane Caterina da Siena.

Partendo dalla lettura del Vangelo che ha sulle ginocchia, col volto rivolto a Gesù suo maestro mentre lo ascolta, Teresa seduta è Maestra e Dottore che canta in eterno le misericordie del Signore nella sua vita per condurre altri lungo la sua “piccola via dell’infanzia spirituale”, che la Santa ha “messo per iscritto” e che continua ad insegnarci.

Padre Ermanno Barucco ocd