Eulero: un gigante della matematica e della scienza parla di Dio, angeli e demoni

Da Francesco Agnoli

 

Ho già avuto modo di raccontare un dato di fatto incontrovertibile, per quanto poco conosciuto: i migliori matematici, così come i migliori scienziati, sono, nella stragran parte dei casi, uomini religiosi. Più religiosi, se si potesse fare una statistica, dei letterati o dei poeti. Perché, adattando Alexis Carrel, tanta osservazione e un po’ di ragionamento, portano a Dio, mentre molto ragionamento e poca vita, poca esperienza, poca realtà conducono, spesso, all’ideologia e allo scetticismo. Ebbene, tra questi giganti di cui si legge che fosse un uomo di fede vi è lo svizzero Leonardo Eulero, il cui nome è sempre affiancato a quello dei più grandi matematici di sempre: Archimede, Newton e Gauss. Gli esperti dicono che è stato “il più prolifico matematico della storia”, mentreRonaldCalinger riassume così i suoi meriti: “Nel cuore della sua ricerca si trovano l’Analisi infinitesimale, o Calcolo differenziale, e la Meccanica razionale. Insieme alla meccanica celeste, le fece diventare la scienza par excellence del XVIII secolo. Fu il principale creatore dal Calcolo delle variazioni e delle equazioni differenziali, ed un precursore della Geometria differenziale delle superfici. In Meccanica, Euler, non Newton, formulò la maggior parte delle equazioni differenziali…permise di trasformare la meccanica e l’astronomia in moderne scienze esatte, basate sul calcolo infinitesimale” Inoltre “fondò la meccanica dei continui, promosse la balistica, la cartografia, la diottrica, la teoria dell’elasticità, l’idraulica, l’idrodinamica, la teoria della musica, la teoria dei numeri, l’ottica e la teoria delle navi…”.

Per quanto riguarda gli interessi di questa rubrica, Eulero era anche un conoscitore degli studi classici, greci e latini, e un assiduo lettore delle Sacre Scritture. La sua epoca è il Settecento, il secolo dei lumi, in cui la potenza della ragione umana viene sovente esaltata non come dono di Dio, ma come motivo di orgoglio e sfida dell’uomo al cielo. Ebbene Eulero, sia alla corte di Caterina di Russia sia presso Federico II, a Berlino, non si esime dallo schierarsi contro lo spirito del suo tempo. A costo di scontrarsi con Voltaire, Diderot, D’Alambert e altri enciclopedisti che si autoproclamano portatori e interpreti del verbo della scienza. E’ il traduttore inglese delle Lettere ad una principessa tedesca di Eulero, Henry Hunter, a notare, nella prefazione, che le opere di Rousseau e di Voltaire sono nelle mani di tutti, mentre i pensieri filosofici e religiosi di una vera autorità scientifica come Eulero sono ai più sconosciuti.

Come sconosciuto ed ancora oggi introvabile, se non in archivio, è il suo trattato tradotto e stampato in Italia, a Pavia, nel 1777, intitolato: Saggio di una difesa della divina Rivelazione. Ebbene, in questo saggio, breve ma denso, Eulero sostiene che “la perfezione dell’intelletto consiste nella cognizione della Verità, donde la concezione del Bene immediatamente deriva”: “i principali oggetti di tal cognizione sono Dio e le sue Opere, giacché tutte le altre verità a cui l’uomo mercé la sua riflessione può giungere si riducono per ultimo a Dio e alle Opere della sua Onnipotenza. Dio è la Verità, e il mondo è l’Opera delle sue infinita Onnipotenza e Sapienza”.

Poi Eulero accenna alla “Legge Naturale, per cui col lume della Natura i doveri delle nostre azioni si definiscono” e che “con tutta ragione viene nominata Legge Divina, perché Dio medesimo l’ha impressa, per così dire, nel cuore degli Uomini”. E’ la trasgressione di questa legge che porta all’infelicità: “Niente è dunque veramente capace di rendere veramente felice un uomo, fuorché primieramente una sufficiente cognizione di Dio, delle sue Opere, ma secondariamente una perfetta soggezione della propria Volontà alla Divina Volontà”; soggezione non facile, vista la corruzione insita nell’uomo a causa del peccato originale.

Nel trattato Eulero sostiene l’esistenza di spiriti intelligenti e razionali, gli Angeli e i Demoni; difende le Sacre Scritture come testi della cui “origine divina non possiamo dubitare”; argomenta a favore della possibilità dei miracoli, e in particolare della Resurrezione di Cristo. Quanto alla ragione umana essa è considerata limitata, e per questo bisognosa della Rivelazione: “Conviene inoltre riflettere che nelle Sacre Scritture quelle cose soltanto sono rivelate, le quali o non mai o molto difficilmente si sarebbero potute colla nuda ragione di scoprire…”. La conclusione di Eulero è dura: si scaglia contro la “fazione de’ libertini e dileggiatori della Rivelazione”, che con le loro argomentazioni fallaci cercano di sedurre il prossimo.

Questo saggio costò a Eulero critiche e una certa impopolarità presso alcuni potenti dell’epoca; ma i biografi concordano nel definirlo un uomo alieno dalla cortigianeria e dall’ambizione e segnato da una “totale mancanza di meschino orgoglio”. E’ in questa umiltà, invero, che si trova la radice della sua fede in Dio. Umiltà che mancava, negli stessi anni, a tante intelligenze scettiche, certamente inferiori alla sua; umiltà che distingue il sapiente, dall’intellettuale.

Il Foglio, 29 maggio 2014

Un Dio sofferente cambia la storia dei deboli e dei malati

Da Francesco Agnoli

Non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi, non splendore per poterci piacere. Disprezzato e reietto dagli uomini, uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia; era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima. Eppure egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; e noi lo giudicavamo castigato, percosso da Dio e umiliato. Egli è stato trafitto per le nostre colpe, schiacciato per le nostre iniquità” (Is 52,13; 53,12).

Una delle questioni intriganti che si pongono per lo storico che si occupi di medicina ed ospedali è questa: come mai l’antica Grecia, che ha generato grandi medici, non ha pensato all’istituzione ospedaliera?

Se osserviamo la fine del mondo antico e i primi secoli del Medioevo europeo, notiamo un fatto curioso: i monaci, da Cassiodoro ai benedettini, trascrivono e studiano i testi di Galeno e dei medici greci, il cui insegnamento e le cui intuizioni rischiavano altrimenti di scomparire dal ricordo degli uomini; nello stesso tempo danno vita a luoghi di ospitalità, di cura, di sostegno al loro prossimo che contengono in nuce l’ospedale futuro, ma di cui in verità non vi è pressoché traccia nel pensiero e nell’azione dei maestri greci.

Per capire perché questo sia accaduto, come mai la civiltà greca abbia posto le basi della medicina, ma solo la civiltà cristiana abbia dato vita all’ospedale (senza il quale la medicina stessa non sarebbe mai potuta decollare), occorre passare dal piano storico a quello teologico.

La medicina, infatti, nasce dall’intelligenza umana, dalla sua volontà di comprendere e di interrogare la realtà, dopo aver compiuto un atto di fede nei suoi confronti, dopo averla cioè dichiarata intelligibile. La medicina, insomma, nasce dal Logos, risponde al desiderio naturale di conoscere. I greci hanno potuto dare il loro notevole contributo, dunque, proprio perché erano filosoficamente predisposti: perché ritenevano, ben più di altri popoli, che la realtà fosse cosmos, e che la divinità fosse identificabile con il Logos, ovvero con la ragione. I greci erano essenzialmente dei contemplativi, e ponevano l’attività intellettiva ben al di sopra della virtù concretamente fattiva.

Come spiega molto bene Marco Fasol nel suo Eros greco e amore cristiano (Fede & Cultura, 2011), nella speculazione di Aristotele Dio è “pensiero che pensa se stesso”, cioè un Dio che contempla se stesso: “Il Dio aristotelico viene amato, ma non ama attivamente, perché dovrebbe piegarsi, chinarsi verso qualcosa di inferiore: è un Dio che pensa, ma non parla, non si rivela all’uomo, perché non ne ha bisogno. È contento della sua perfezione”.

Analogamente in Platone “non è concepibile nella divinità una discesa verso l’umano, anche perché questa implicherebbe in Dio una mancanza di qualcosa, e questo non è ammissibile nel mondo degli dèi. Dio è perfetto, completo in se stesso, e quindi non prova desiderio o eros per qualcosa o qualcuno di cui sia privo”.

Semplificando: se gli dèi popolari dell’Olimpo sono troppo umani, infidi, falsi, meschini come gli uomini, gli dèi dei filosofi sono troppo lontani e inaccessibili.

Nella filosofia greca l’oggetto di amore deve essere degno: Dio dunque è degno di amore, e magari lo sono in qualche modo gli eroi, i grandi uomini (“buoni e belli” nel contempo), ma non certo gli umili, i brutti, gli ignoranti…

Questo è ancora più chiaro nelle filosofie ellenistiche, che hanno come obiettivo l’atarassia, l’apatia, la mancanza cioè di passioni, di desideri, di moti dell’animo. Epicuro, per intenderci, ereditando l’intellettualismo socratico e aristotelico, crede negli déi, ma li considera totalmente disinteressati, estranei alle vicende umane e, nella loro autosufficienza, felici. Di conseguenza propone ai suoi seguaci la ricerca dell’aponia, cioè la soppressione del dolore fisico, e la ricerca dell’atarassia: la beatitudine umana starebbe in una perfetta autarchia, analoga a quella delle indisturbate divinità iperuraniche. Basterebbe questo – nota Fasol – “per scoraggiare qualsiasi ulteriore ricerca sul tema dell’amore in età ellenistica”.

Ben diversa, invece, appare la concezione biblica di Dio: già nell’Antico Testamento Egli non solo non è come quello di Aristotele, che “non ama perché si abbasserebbe verso esseri inferiori”, ma neppure come quello di Epicuro, e di tante altre religioni antiche, che si disinteressa dell’uomo.

Al contrario Dio ha scelto un popolo, lo ama, lo riprende, e con esso si “fidanza” e si “sposa”. Ancora più sconvolgente è la novità portata dal Vangelo dove “il primo comandamento” è “amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la mente e con tutta la forza. E il secondo è questo: amerai il tuo prossimo come te stesso…”. Fasol commenta che Gesù gerarchizza e “lega insieme” i due comandamenti, e “questo non era mai accaduto”.

Nel Vangelo di Giovanni, quindi, Dio appare come Logos (con una chiarezza ben maggiore rispetto alla intuizione ancora confusa del pensiero greco), ma anche come Amore: “Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore” (1Gv 4,7-8).

Ma non è ancora tutto: quel Dio contemplabile del mondo greco, che pensava a se stesso, autosufficiente e lontano, sceglie di farsi uomo, di prendere carne: di divenire, come dice Isaia, “sfigurato”, senza “né apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi”, “uomo dei dolori che ben conosce il patire”.

Ecco, contemplando questo Dio sofferente, la civiltà cristiana ha ripreso, salvato e portato avanti la scienza medica greca, e nello stesso tempo ha però saputo creare anche luoghi fisici nuovi, gli ospedali, dove tutti, ricchi e poveri, belli e brutti, potessero trovare rifugio e sostegno.

da La grande storia della carità

Sul potere del Battesimo: una bambina agonizzante è tornata in vita

fonte: www.aleteia.org

Era il 1957 e un focolaio di influenza aveva già mietuto centinaia di vittime in Cile. A Valdivia, la famiglia Eschmann Melero prese le precauzioni necessarie per evitare che le due bimbe piccole corressero dei rischi, ma María Soledad, che aveva appena 45 giorni, mise in allarme la mamma Alicia quando iniziò a rifiutare di mangiare.

A distanza di 57 anni, è la stessa María Soledad a raccontare alla rivista Portaluz quello che le ha riferito la sua famiglia di quei giorni in cui malattia, morte e grazia sacramentale hanno confluito per un evento straordinario che avrebbe segnato per sempre in lei e nella sua famiglia la certezza che Dio esiste e ci ama.
La diagnosi e la condanna

María Soledad afferma che poco dopo che aveva iniziato a rifiutare di nutrirsi si verificarono anche vomito, diarrea e forti pianti, segnali inequivocabili di problemi di salute. I genitori non esitarono a portarla all’Ospedale Regionale Base di Valdivia. I mezzi della struttura erano precari, come l’efficacia dei trattamenti farmacologici per risolvere i problemi che l’influenza provocava alla piccola. “Mi ricoverarono un paio di volte, e l’ultima il medico disse a mia madre: ‘Riporti sua figlia a casa perché non possiamo fare più nulla per lei’”.

Alicia salì dall’ospedale con la figlia tra le braccia. Custodita dall’abbraccio della sua mamma, la piccola aveva smesso di piangere, ma era pallida e come intorpidita. Con il passare della mattinata, María Soledad perdeva vitalità e coscienza. “Verso l’una di pomeriggio, mia madre dice che corse con me a una farmacia vicina con la speranza che lì potessero aiutarla. Io non reagivo, ero moribonda e neanche lì poterono fare nulla per aiutarmi”.

La speranza sembra crollare

Con il peso della diagnosi medica che aveva tolto ogni speranza per la piccola e vedendo che respirava appena, Alicia corse piangendo a casa dei genitori. “Sulla via passò davanti a un negozio di famiglia e avvertì i suoi fratelli, i miei zii, che ero grave, e proseguì portandomi in braccio. Poco dopo arrivarono mia nonna e mia sorella”.

La casa si riempì di vicini allertati dai lamenti delle donne vedendo che la piccola non reagiva. “In quel momento, mia madre dice che svenne. Cadde a terra, e in un attimo i vicini iniziarono a preparare un tavolo per vegliarmi e cambiarmi d’abito, dandomi per morta. Un paio di vicini sollevarono mia madre e la portarono in camera da letto, dove c’era un’immagine della Madonna di Lourdes. Mia mamma dice che chiedeva alla Vergine di intercedere presso Dio per me, perché lei non voleva che me ne andassi”.

Verso l’incontro con Dio

La casa era in preda alla confusione… Alicia, in piena crisi nervosa, gridava senza controllo, e i vicini decisero di portarla in ospedale. La piccola giaceva inerme sul tavolo del salone quando entrò nella stanza Sara, la sorella di Alicia, che aveva appena saputo cosa accadeva alla nipote e aveva solo una certezza fin dal primo istante in cui era stata informata dell’accaduto.

“Erano quasi le due del pomeriggio del 25 gennaio 1957 quando mia zia mi prese dal tavolo, corse alla parrocchia di Nostra Signora del Carmelo a Collico e bussò alla porta. Il sacerdote nordamericano Enrique Angerhaus aprì e sentì la richiesta: ‘Padre, per favore! Deve battezzare ora mia nipote perché non respira, sta agonizzando!’ Il mio corpo era totalmente gelato, non dava segni di vita. Il sacerdote allora si preparò e prese gli Olii Santi. La gente che era in casa era corsa dietro a mia zia e c’erano molte persone nella chiesa”, ha raccontato María Soledad,

La vita che fluisce nel Sacramento

Come se fosse un fatto avvenuto appena ieri, María Soledad spiega dettagliatamente che in quel momento non avevano pensato a padrino e madrina, per cui “mia zia chiese a un vicino e a un’altra signora che era lì che fossero i miei padrini”.

Quando il sacerdote unse la piccola con l’olio santo, quelli che erano più vicini furono testimoni di un fatto straordinario…

“Feci un respiro profondo, che si ripeté nel momento in cui nel fonte battesimale mi versavano sulla testa l’acqua benedetta. Il sacerdote, colpito come tutti i presenti, mi alzò e disse davanti ai presenti: ‘Il Signore ha avuto Misericordia di lei e l’ha riportata in vita’”.

“Quando ho ricevuto il Battesimo, il Signore mi ha fatta uscire dal sepolcro”, ricorda María Soledad. “Con le mie sorelle parliamo sempre di questo, e io dico che sono come Lazzaro, perché il Signore mi ha tolto dal sepolcro e sono tornata alla vita”.

Nel corso della sua vita, María Soledad Eschmann è rimasta salda nella fede e attiva nella Chiesa. Insieme al marito e ai due figli che Dio le ha affidato vive a Punta Arena, città australe del Cile, ed è membro fedele del Rinnovamento Carismatico. Lodare e ringraziare è un atto quotidiano del suo cuore grato.

“Nel Battesimo”, ha concluso, “il Signore si manifesta con una potenza d’amore che non riusciamo a comprendere”. Questa signora è senz’altro una testimone privilegiata di questa verità.

[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

Ursula King

Come è possibile vedere e incontrare la presenza viva e dinamica e l’energia di Dio attraverso le miriadi di cose che oggi conosciamo e incontriamo? Ecco la domanda che si poneva Teilhard. Per lui si poteva trovare Dio in ogni aspetto della vita, attraverso il calore, lo splendore, il potere, l’energia e la bellezza della vita…

Ai Liberi e Forti

di Giuliano Guzzo

E’ impossibile, paradossale, sembra quasi uno scherzo. Eppure sono trascorsi già 95 anni da quando, il 18 gennaio 1919, all’albergo Santa Chiara di Roma don Luigi Sturzo, lanciando il celebre “Appello ai Liberi e Forti”, istituì il Partito Popolare Italiano. Da non credere, alla luce della sorprendente attualità del programma di quel partito, che esordiva – manco a farlo apposta – con la difesa della famiglia: «Integrità della famiglia. Difesa di essa contro tutte le forme di dissoluzione e di corrompimento. Tutela della moralità pubblica, assistenza e protezione dell’infanzia, ricerca della paternità». Parole che, a dirle oggi, passi almeno come omofobo.

E’ come se don Sturzo e i suoi – agli albori del Ventennio, prima della Seconda Guerra Mondiale, della Costituzione e tutto il resto – avessero visto il futuro. Se poi dal programma del Partito Popolare Italiano si passa ad un’analisi del pensiero del sacerdote che ne fu tra i fondatori, questa attualità diventa ancora più impressionante: don Sturzo era quello che da un lato difendeva «il rispetto della famiglia, la santità del focolare domestico, la continenza dei costumi» [1], e dall’altro – nel medesimo periodo in cui il III Congresso internazionale comunista, nel 1922, riteneva la cosa poco interessante [2] – auspicava il suffragio femminile arrivando a criticare apertamente quanti pensavano che questo potesse «danneggiare la compagine della famiglia» [3].

Ancora. Don Sturzo era quello – dicevamo – che assegnava assoluta priorità alla famiglia fondata sul matrimonio dal momento che la riteneva un imprescindibile architrave capace di rigenerarsi e orientarsi naturalmente, senza che lo Stato sia tenuto a fare altro se non a riconoscerne l’esistenza: «La famiglia è essa stessa che esige e crea le sue leggi» [4]. Non solo: seppe persino prevedere, con svariati decenni di anticipo, a quali conseguente destabilizzanti per l’intera società avrebbe condotto la crisi della stabilità familiare: «Il moto degenerativo della società va ampliandosi man mano che la famiglia diventa instabile […] che i coniugi possono facilmente dissolversi» [5].

Come se non bastasse, Sturzo – con l’acume tipico del pensatore e la precisione del sociologo – seppe anche correlare le derive edonistiche dell’istituto familiare con la diffusione di fenomeni quali l’aborto e la diffusione della contraccezione: «Il rifiuto di portare i pesi familiari e sociali crea sistemi inumani, quali l’esposizione dei neonati, l’uccisione dei bambini, l’aborto e il controllo delle nascite» [6]. Ma come fu possibile tanta profezia, tanta capacità di immaginare il futuro e le sue criticità? Cosa portava in quel lontano 1919 i “Liberi e Forti” ad impegnarsi per l’«integrità della famiglia» e per la «difesa di essa contro tutte le forme di dissoluzione e di corrompimento»?

Principalmente fu una precisa prospettiva antropologica. E cioè quella che pone al centro l’essere umano in quanto persona e riferimento primario di tutto, «termine dei beni e dei vantaggi che crea le leggi che regolano il potere» [7]. Si può difendere la famiglia e pensare la politica in modo giusto, quindi, solo nella misura in cui – per dirla ancora con Sturzo – si comprende che la personalità dell’uomo «in quanto razionale» è da ritenersi «non solo soggetto di diritto ma sorgente del diritto: non è la società o lo stato come alcuni pensano, la sorgente del diritto» [8]. C’è buona politica, dunque, quando c’è sana antropologia. E c’è sana antropologia solo nella misura in cui si comprende che, per essere davvero Liberi e Forti, occorre ricordarsi dei Bisognosi e dei Deboli.

In questo senso la vera attualità del richiamo ai “Liberi e Forti” sta nella sua capacità di immaginare la politica non tanto come luogo dove si scende o piattaforma dove si sale, bensì come occasione di servizio e di tutela di quei valori “non negoziabili” che Sturzo – pur non chiamandoli così – aveva evidentemente a cuore, valori che fondano l’agire del politico e che consentono una visione ordinata delle priorità governative, dello stato sociale, dell’economia, dei diritti civili. Tutto sta nell’avere il coraggio di sentirsi davvero Liberi e Forti e di non indietreggiare di fronte alle difficoltà, alle critiche, alle derisioni. Perché ogni cedimento del fronte dei Liberi e Forti non segna un progresso, bensì un regresso; non una crescita, ma un pericoloso ridimensionamento dei valori e, in definitiva, della stessa politica.

(fonte: giulianoguzzo.wordpress.com)

Note: [1] Sturzo L. Il Partito Popolare Italiano, I, Zanichelli, Bologna 1956, p. 352; [2] Cfr. Il marxismo e la donna,Edizioni Il Formichiere, Milano 1977, p. 172; [3] Sturzo L. Attorno al suffragio delle donne, «Corriere d’Italia»,14.X.1917; [4] Sturzo L. La vera vita. Sociologia del soprannaturale, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, p 55; [5] Ibidem, p. 61; [6] Ibidem p. 153; [7] Sturzo L. Coscienza e politica (1953), Zanichelli, Bologna 1972, p. 346; [8] Sturzo L. La società: sua e leggi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2005, p. 203

Vescovi supplenti

Sono un attento lettore delle paginate storiche di Paolo Mieli sul Corriere. In esse trovo il pregio della chiarezza e di una certa originalità e libertà. Martedì Mieli si è dedicato alla figura di Attila, prendendo in esame molti testi, in particolare Attila e gli Unni di Edina Bozoki. La Bozoki cerca di fare due operazioni, piuttosto forzate, dimostrando che il revisionismo storico può divenire, talora, molto pericoloso. Cerca infatti di proporre una visione di Attila e degli Unni diversa da quella che abbiamo studiato tutti, facendone un sovrano non particolarmente crudele né barbaro. Con buona pace di tutte le testimonianze tradizionali, compresa quella dello storico pagano Ammiano Marcellino (il quale, vissuto prima di Attila, descrive però la rozzezza e la barbarie degli Unni di cui Attila sarà re).

Inoltre, la Bozoki cerca di ridurre a pia invenzione il ruolo di Leone I Magno nell’impedire, dopo i saccheggi e la distruzione di innumerevoli città come Aquileia, anche quello di Roma, nel 452. Scrive Mieli: “Come che sia l’imperatore Valentiniano III ebbe paura di lui (Attila), abbandonò Ravenna e si rifugiò a Roma, mettendosi sotto al protezione di Papa Leone I. Quel Leone I che ‘in un incontro provvidenziale’ con Attila nei pressi di Mantova (nel 452) avrebbe convinto il sovrano barbaro a desistere dall’intenzione di invadere la città eterna. Il racconto di questo ‘miracolo’ è di Paolo Diacono ed è stato fatto nel IX secolo, cioè 400 anni dopo il presunto accaduto. Un lasso di tempo che induce a qualche dubbio circa la veridicità della ricostruzione storica”.

Fermiamoci un attimo: non è vero che Paolo Diacono sia stato il primo a parlare dell’accaduto. Abbiamo almeno la testimonianza coeva di Prospero d’Aquitania, morto nel 463 (“Egli intraprese questa missione… Attila ricevette la legazione con grande dignità e si rallegrò tanto della presenza del sommo pontefice che decise di rinunciare alla guerra e di ritirarsi al di là del Danubio, dopo aver promesso la pace“) e quella del vescovo Idazio. Abbiamo poi, nel VI secolo, il resoconto di Jordanes, storico di origine gotica, che, citando anche altri storici precedenti, come Prisco, descrive l’incontro tra Attila e il papa, avvenuto “nel campo veneto detto Ambuleio, dove il fiume Mincio è attraversato da molti viaggiatori” (Jordan Getica XLI-XLII, 222-223 ed Th. Mommsen). Più avanti anche Paolo Diacono racconterà l’episodio nella sua Historia Romana, localizzando l’incontro “nel luogo dove il Mincio entra ne Po”. Paolo Diacono, però, non è affatto del IX secolo, come vuole la Bozoki: scrive, infatti, verso il 770 d.C.(se ne deduce che Bozoki confonda Paolo Diacono con lo storico, del IX secolo, Giovanni Diacono!).

Prosegue Mieli, continuando nella recensione: “strana storia, soprattutto se si pensa che due anni dopo la morte di Attila, nel 455, Roma fu invasa dai Vandali di Genserico a dispetto dell’intercessione di quello stesso papa, Leone Magno”. Nulla di “strano”, al contrario: proprio perché aveva avuto un qualche successo con Attila, Leone ci provò anche con Genserico. E anche stavolta, in parte, riuscì. Racconta Elena Cavalcanti nell’ Enciclopedia dei Papi (Treccani, 2000): “la città era in stato di totale confusione e di rivolta. Mancava qualsiasi potere in grado di imporsi. Genserico, il condottiero dei Vandali, giudicò il momento favorevole per tentare l’avanzata… La flotta vandalica comparve quasi di sorpresa ad Ostia (Porto) il 3 maggio 455; le truppe avanzarono fino a Roma… La città rimase priva di ogni difesa. Leone, circondato dal clero, uscì alla “Porta Portuensis” per trattare con l’invasore, che però non riuscì a fermare del tutto: il saccheggio non fu evitato; Leone ottenne però che Roma non sarebbe stata incendiata e che gli abitanti sarebbero stati risparmiati. Dal saccheggio inoltre vennero risparmiate le tre basiliche di S. Pietro, S. Paolo e S. Giovanni in Laterano; in esse cercò scampo la popolazione durante quattordici terribili giorni”.

Mieli continua ribadendo, sulla scorta degli storici da lui citati, che esisterebbero “storie ricostruite attorno al X secolo (poco sopra era il IX), 400 anni dopo la morte di Attila”, e le definisce “storie edificanti a gloria della Chiesa”, atte a tramandare “il mito dei ‘vescovi resistenti’”. Tra i miti da archiviare anche l’ azione di papa Gregorio Magno che nel 593 fermò il barbaro longobardo Agilulfo. Anche qui, troppa fretta e revisionismo eccessivo: sia perché Paolo Diacono, nell’Historia Langobardorum, come Giovanni Diacono, in Vita S. Gregorii Magni, attestano che l’assedio a Roma fu tolto da Agilulfo (dietro pagamento di un tributo), grazie alla tregua proposta dal papa (con ripercussioni documentate sul rapporto tra papa e imperatore d’Oriente); sia perché il ruolo di supplenza di molti vescovi nel medioevo, per quanto inevitabilmente la storia si sia talora mescolata con la leggenda, è dimostrabile in mille circostanze; sia, infine, perché esso si è ripetuto in epoca recente, quando, per stare in Italia, fu anche per intervento dei vescovi di Genova e Trieste che i nuovi barbari in ritirata, i nazisti, risparmiarono inutili carneficine alle rispettive città. Il Foglio, 23/1/2013

Mentre vanno sul camion verso il cimitero, li udiamo gridare “Viva Cristo Re!”

E’ disponibile il DVD del film “Un Dios prohibido” (sottotitoli anche in italiano) che narra la gloriosa vicenda dei 51 martiri clarettiani di Barbastro, Spagna. Informazioni: QUI. Di seguito una breve sintesi dei fatti e il trailer del film.

I Martiri Clarettiani di Barbastro 

I 51 nomi di giovani clarettiani assassinati a Barbastro, in Spagna, durante il tragico evento della guerra civile del 1936, sono una parte degli 273 missionari che in quell’occasione diedero la vita.

I Fatti

Il 20 luglio del 1936, durante la guerra civile spagnola, circa sessanta uomini della milizia irruppero, armati, nel seminario clarettiano di Barbastro. Catturarono e incarcerarono tutta la comunità missionaria e senza giudizio la condannarono a morte per il solo motivo che i suoi membri erano religiosi. Fu proposta loro la libertà in cambio della rinuncia alla fede. Tutti preferirono rimanere fedeli anche se sapevano che questa scelta sarebbe costata la vita. Furono rinchiusi in un locale e per molti giorni sopportarono pazientemente, a volte fino alla gioia, ingiurie, maltrattamenti, privazioni, il caldo e la sete, tentazioni e proposte. Furono un corpo solo e questo li sorresse. Insieme vissero come dono l’offerta del martirio. Insieme si prepararono alla morte pregando incessantemente; ricevettero con fervore la comunione e la riconciliazione. Trascorsero i giorni incoraggiandosi mutuamente nella fiducia verso Dio. Perdonarono, come Gesù, i carnefici e pregarono per loro. Baciarono le corde inzuppate del sangue di coloro che li avevano preceduti nel martirio. Andarono alla morte cantando. I 51 Clarettiani furono uccisi in cinque gruppi nei giorni 2, 12, 13, 15, 18 del mese di agosto.

La Testimonianza

Poche ore prima dell’esecuzione Faustino Perez, uno dei 51 martiri, scrive una testimonianza preziosa che è giunta fino a noi e che raccoglie il clima di quel martirio:

«Amata Congregazione: l’altro ieri, giorno 11, sono morti con la generosità con la quale muoiono i martiri sei dei nostri fratelli; oggi, giorno 13, hanno ottenuto la palma della vittoria 20 fratelli e domani, 14, attendiamo di meritare i restanti 21. Gloria a Dio! E con quale nobiltà ed eroicità si stanno comportando i tuoi figli, amata Congregazione! Trascorriamo il giorno incoraggiandoci per il martirio e pregando per i nostri nemici e per il nostro amato Istituto; quando giunge il momento di scegliere le vittime vi è in tutti una santa serenità e l’ansia di sentire il proprio nome, farsi avanti e mettersi nelle file degli eletti. Attendiamo questo momento con generosa impazienza, e quando è giunto abbiamo visto alcuni baciare le corde con cui erano legati, altri rivolgere parole di perdono alla folla armata.

Mentre vanno sul camion verso il cimitero, li udiamo gridare “Viva Cristo Re!” Risponde la plebaglia rabbiosa “Muoia! A morte!” Ma nulla li intimidisce. Sono tuoi figli, amata Congregazione, questi che in mezzo a pistole e fucili osano gridare sereni mentre vanno al cimitero “Viva Cristo Re”. Domani andremo i rimanenti e abbiamo preso l’impegno, anche se esplodessero gli spari, di acclamare al Cuore della nostra Madre, a Cristo Re, alla Chiesa Cattolica e a te, madre comune di tutti noi.

I miei compagni mi chiedono che sia io ad iniziare gli evviva! ed essi risponderanno. Io griderò con tutta la forza dei miei polmoni e nelle nostre grida entusiaste tu, amata Congregazione, cerca di intuire l’amore che abbiamo per te, poichè portiamo il tuo ricordo fino a queste regioni di dolore e di morte.

Moriamo tutti contenti senza che nessuno provi scoraggiamento e pentimento; moriamo pregando tutti Dio perchè il sangue che uscirà dalle nostre ferite non sia un sangue vendicatore, ma un sangue che entrando rosso e vivo nelle tue vene, provochi il tuo sviluppo e la tua espansione in tutto il mondo.

Addio, amata Congregazione! I tuoi figli, Martiri di Barbastro, ti salutano dal carcere e ti offrono le loro sofferenze e angosce come olocausto espiatorio per le nostre deficienze e come testimonianza del nostro amore fedele, generoso e perpetuo. I Martiri di domani 14 agosto, ricordano che muoiono alla vigilia dell’Assunzione; che regalo è questo! Moriamo perché portiamo la sottana e moriremo proprio lo stesso giorno che l’abbiamo vestita. I Martiri di Barbastro e, a nome di tutti, il più indegno di tutti,  Faustino Pérez.»

Trailer Un Dios Prohibido: http://youtu.be/F79xq_w3wgg

(fonte:http://www.sansergio.net/emer/Clarettiani.htm )

Elenco dei Martiri

P. MUNARRIZ FELIPE, 61 anni, sacerdote

AMOROS JOSE’, 23 anni, studente seminarista

BADIA JOSE’, 23 anni, studente seminarista

BAIXERAS JUAN, 2 22 anni, studente seminarista

BANDRES JAVIER, 23 anni, studente seminarista

BLASCO JOSE’, 24 anni, studente seminarista

BRENGARET JOSE’, 23 anni, studente seminarista

BRIEGA RAFAEL, 23 anni, studente seminarista

BUIL MANUEL, 21 anni, fratello coadiutore

CALVO ANTOLIN, 23 anni, studente seminarista

P. CALVO SEBASTIAN, 33 anni, sacerdote

CAPDEVILA TOMAS, 22 anni, studente seminarista

CASADEVALL ESTEBAN, 23 anni, studente seminarista

CASTAN FRANCISCO, 25 anni, fratello coadiutore

CLARIS WENCESLAO, 29 anni, diacono

CODINA EUSEBIO, 21 anni, studente seminarista

CODINACHS JUAN, 22 anni, studente seminarista

P. CUNILL PEDRO, 33 anni, sacerdote

CHIRIVAS GREGORIO, 56 anni, fratello coadiutore

DALMAU ANTONIO, 23 anni, studente seminarista

P. DIAZ JUAN, 56 anni, sacerdote

ECHARRI JUAN, 23 anni, studente seminarista

ESCALE LUIS, 23 anni, studente seminarista

FALGARONA JAIME, 24 anni, studente seminarista

FIGUERO JOSE’, 25 anni, studente seminarista

GARCIA PEDRO, 25 anni, studente seminarista

ILLA RAMON, 22 anni, studente seminarista

LLADO LUIS, 24 anni, studente seminarista

LLORENTE HILARIO, 25 anni, studente seminarista

MARTINEZ MANUEL, 23 anni, fratello coadlutore

P. MASFERRER LUIS, 24 anni, sacerdote

MASIP MIGUEL, 23 anni, studente seminarista

MIQUEL ALFONSO, 22 anni, fratello coadiutore

NOVICH RAMON, 23 anni, studente seminarista

ORMO JOSE’, 22 anni, studente seminarista

ORTEGA SECUNDINO, 24 anni, sacerdote

PAVON JOSE’, 27 anni, sacerdote

PEREZ FAUSTINO, 25 anni, studente seminarista

PEREZ LEONCIO, 60 anni, sacerdote

PIGEM SALVADOR, 23 anni, studente seminarista

RIERA SEBASTIAN, 22 anni, studente seminarista

RIPOLL EDUARDO, 24 anni, studente seminarista

ROS JOSE’, 21 anni, studente seminarista

ROURA FRANCISCO, 23 anni, studente seminarista

RUIZ TEODORO, 23 anni, studente seminarista

SANCHEZ JUAN, 23 anni, studente seminarista

SIERM NICASIO, 45 anni, sacerdote

SORRIBES ALFONSO, 23 anni, studente seminarista

TORRAS MANUEL, 21 anni, studente seminarista

VIDAURRETA ATANASIO, 25 anni, studente seminarista

VIELA JESUS, 22 anni, studente seminarista

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