Etty: il fallimento del boia nazista

20140128-055651.jpg

don Marco Pozza
Di lei dissero che era intelligentissima ma con una personalità fortemente disturbata: qualche psichiatra lo direbbe anche di Angela da Foligno, di Giuliana di Norwich o di Teresa Neumann. Di lei – Etty Hillesum – ci è rimasto poco più che un Diario e alcune lettere. Quando Amsterdam diventa teatro di retate di Ebrei – avviati verso il campo di smistamento di Westerbork – Etty potrebbe fuggire ma non lo fa: sceglie di soffrire assieme al suo popolo mentre viene condotto al macello. In questi giorni di “memoria”, la pagina Facebook a lei dedicata supera i cinquemila seguaci: perchè seguire una ragazza ebrea quando a tutt’oggi qualche manigoldo s’intestardisce a negare persino la Shoah? Non certo, penso, per il gusto lugubre della carneficina, e nemmeno per quella vaga compassione pietistica che attornia le grandi pagine della storia umana. Penso ci sia un di più in quella ragazza che dentro la follia nazista della segregazione razziale ha incontrato Dio leggendo le poesie di Rilke e le pagine di Agostino. C’è tutto il segreto di una memoria che diventa storia, di un passato dissoluto – “padrona di una vita libera e sregolata” come dice di lei nella prima parte del Diario – che viene purificato nel presente della fatica in vista della costruzione di un futuro diverso da quello che la storia dell’uomo vorrebbe.
Colpisce forse quella sua interiorità così lucida e profonda, sin quasi imbarazzante: quando tutto sembra essere governato e deciso anzitempo dalla necessità, c’è ancora un margine di iniziativa a disposizione: quello della propria interiorità. Ed è forse quel calarsi dentro la propria storia, quel fare memoria di un passato burrascoso, quel cercare la pace del cuore che ha permesso a questa ragazza che oggi avrebbe cent’anni di differenziarsi da milioni di altri suoi connazionali per l’atteggiamento interiore col quale visse la disgrazia della follia: se è vero che siamo costretti a morire – narrerà un giorno mentre la morte s’avvicina – è altrettanto vero che è nelle nostre possibilità decidere come morire. La sua è una storia di periferia, una storia anonima, una storia che avrebbero voluto si spegnesse nelle ceneri del suo corpo bruciato: invece oggi è una storia che vive come non mai, una traiettoria che al mondo giovane raccomanda l’urgenza di non farsi mai rubare la speranza, di non lasciare che nessuno firmi la vita al posto loro. “Se tu vivi interiormente, forse non c’è neanche tanta differenza tra essere dentro ed essere fuori di un campo” – annota nel suo diario nella primavera del 1942.
Il Giorno della Memoria si celebra il 27 gennaio – giorno in cui liberarono nel 1945 il campo di concentramento di Auschwitz – di ogni anno come commemorazione per le vittime del nazismo, dell’Olocausto e di coloro che rischiando la vita hanno protetto i perseguitati. E’ il giorno della memoria: non di quella memoria che piace agli uomini e che sovente diventa amarcord, malinconia di ciò che non c’è più, mestizia dei tempi andati. La memoria non è solo del passato, la memoria è anche del presente e del futuro. E in quanto memoria del futuro – come tratteggia papa Francesco nella sua prima enciclica “Lumen Fidei” – è strettamente legata con la speranza. La speranza tenuta accesa da una ragazza appena trentenne, Etty Hillesum, che mentre partiva da Westerbork sul carro bestiame per andare con il suo popolo incontro ai macellai di Auschwitz, lanciò dal treno una cartolina. La raccolsero dal binario qualche giorno dopo. C’era scritto: “Abbiamo lasciato il campo cantando”. La vittoria del carnefice è completa quando l’odio che lo anima contagia la vittima. Con Etty i nazisti avevano clamorosamente fallito il bersaglio: nelle tenebre, una ragazza aveva tenuta accesa la speranza. Di una memoria da custodire in eterno.

(da Il Mattino di Padova, 26 gennaio 2014)

“La Chiesa è mia madre”

20140128-054448.jpg

Viaggio nella Chiesa – Antologia di testi – 2

a cura di P. Aldino CAZZAGO ocd

HENRI DE LUBAC: «LA CHIESA È MIA MADRE»

Come circoscriverla, questa Chiesa, come afferrarla? Più il mio sguardo cerca di concentrarsi, più cerco di allontanare le rappresentazioni erronee, più risplende ai miei occhi la sua verità profonda e meno so come definirla. Se chiedo a lei stessa la propria definizione, ecco che mi parla con una profusione di immagini, tratte dalla sua vecchia Bibbia; e ho la chiara sensazione che queste immagini non sono semplici illustrazioni pedagogiche, ma altrettante allusioni a una Realtà che resterà sempre indiscernibile, nel suo punto focale, alla mia intelligenza naturale.

Sì, anche dopo la sua risposta datami con un raddoppiato sforzo di chiarezza logica e precisa, come mai avevafatto, nella Costituzione Lumen gentium, se mi accingo a meditarvi sopra, sprofondo in un mistero la cui oscurità non sembra dissiparsi. Tuttavia il mio sguardo non mi ha ingannato. M’ha rivelato qualcosa, precedentemente ad ogni riflessione, e che ogni riflessione non fa che confermare. Questo qualcosa lo posso riassumere in una parola; la più semplice, la più infantile, la prima fra tutte le parole: la Chiesa è mia madre. Sì, la Chiesa, tutta la Chiesa, quella delle generazioni passate, che m’hanno trasmesso la vita, i suoi insegnamenti, i suoi esempi, le sue abitudini, il suo amore – e quella di oggi; tutta la Chiesa; non solamente la Chiesa ufficiale, o la Chiesa docente, o come diciamo la Chiesa gerarchica, quella che detiene le chiavi che le ha affidato il Signore, ma in senso più largo, più semplice, «la Chiesa vivente »: quella che lavora e prega, che agisce e contempla, che ricorda e cerca; la Chiesa che crede, spera, ama; che nelle mille situazioni dell’esistenza tesse fra i suoi membri legami visibili e invisibili; la Chiesa degli umili, vicini a Cristo: quella specie di armata segreta che viene reclutata da ogni pane, che perdura anche nelle epoche di decadenza, che si dedica, si sacrifica, senza idea di rivolta e nemmeno di riforma, che risale incessantemente la china della nostra greve natura, che testimonia così nel silenzio come il Vangelo sia sempre fecondo e il Regno sia già in mezzo a noi. Ancor più, senza distinzione, la Chiesa intera, quest’immensa folla di popolo cristiano, tanti membri del quale sono così poco coscienti del sacerdozio regale che essi possiedono e della comunità fraterna che formano tra di loro. In questa comunità però trovo il mio sostegno, la mia forza, la mia gioia. Questa Chiesa, è mia madre. È così che fin dall’inizio ho cominciato a conoscerla, sulle ginocchia della mia madre terrena, ed è così che ad ogni tappa del mio pellegrinaggio, attraverso gli avvenimenti e le situazioni la cui analisi sarebbe infinita, ho imparato a meglio conoscerla. La sua esperienza, mi dice, le permette di crescere, nel corso dei secoli, nella percezione della verità che le fu rivelata: la mia esperienza personale, la mia modesta esperienza, posso ben dirglielo, mi ha permesso pure di crescere nel corso dei miei brevi anni, nella percezione di ciò che essa è per me come per ciascuno dei suoi fedeli, nell’intelligenza della sua maternità. Questa parola «madre», la più infantile, la prima, è ancora quella che riassume meglio la conoscenza acquisita dall’adulto, – da colui che ha conosciuto un po’ quello che sono gli uomini, e ciò che vi è nell’uomo.

La Chiesa è mia madre, perché essa mi ha generato alla Vita. È mia madre, perché non cessa mai di mantenermi, e per poco che io collabori, di approfondire la mia conoscenza della Vita. E se, in me, la Vita è ancora fragile e tremante, l’ho contemplata fuori di me, nella forza e nella purezza della sua sorgente zampillante. L’ho vista, l’ho toccata in modo indubbio e posso certificarlo a tutti. Come la Chiesa è tutta nel sacramento, così essa è tutta intera in un santo. Perché, ecco la meraviglia: se i miei occhi non vi furono sempre sensibili, è perché non sapevo guardare. Non sapevo vedere la bellezza più rara, la più improbabile, la più sconcertante a prima vista perché la più inimmaginabile all’uomo; non la perfezione umana finita che avrei potuto sognare, non la saggezza compiuta, ma una singolare e soprannaturale bellezza, che mi apriva panorami sconosciuti e mi disorientava totalmente, pur rispondendo a non so quale richiamo fino allora segreto; questa bellezza, anche se il suo fulgore si fosse manifestato in un solo essere, testimonierebbe in favore della sua Sorgente: quella di un santo. La Chiesa intera è passata in un santo: è quello che i nostri antenati chiamavano il mistero dell’anima ecclesiastica, -due parole consunte, e di conseguenza oggi intraducibili, ma che esprimono una realtà che la storia della Chiesa ci dispensa in parecchi esemplari – e di cui la nostra generazione attuale non è priva.

Beati coloro che hanno imparato dalla loro madre, fin dall’infanzia a guardare la Chiesa come una madre! Beati, più beati coloroche l’esperienza, qualunque sia stata, avrà confermato in questo primosguardo! Beati coloro che un giorno furono conquistati, e che lo sono sempre più, dall’inconcepibile novità, dall’inimmaginabile ricchezza,dall’impensabile profondità della Vita comunicata da questa madre!

Questa inconcepibile novità, è quella di cui parlava un sant’Ireneo, quando diceva di Gesù Cristo: Omnemnovitatem attulit, semetipsumafferens. Questa ricchezza, è quella della salvezza promessa in Gesù Cristo, che, come san Paolo diceva, aveva ricevutola missione di annunciare a tutti gli uomini (Ef 2,7; cfr. 1,18).Questa profondità, è quella che ci rivela lo Spirito di Cristo,«lui che scruta le profondità di Dio» (1Cor. 2, 10). In una parola, la Chiesa è nostra madre, perché essa ci da il Cristo. Essa genera il Cristo in noi. Ci genera alla vita di Cristo. Essa ci dice, comePaolo ai suoi cari fedeli di Corinto: In ChristoJesu per Evangelium vosgenui (1Cor. 4,15). Nella sua funzione materna essa è quellasposa «gloriosa e senza macchia » che l’Uomo-Dio ha suscitato dalsuo Cuore trafitto per unirsela «nell’estasi della Croce» e renderlafeconda per sempre. (Ed ecco perché il suo mistero sarà sempre, come ricordava uno dei principali oratori del Concilio, legato al mistero della Croce).

Una volta che si sia visto questo, e intendo proprio «visto», non è più necessario esorcizzare le apparenze per contemplare e per amare la Chiesa come madre. Non è più necessario aver conservato la freschezza o l’ingenuità dei primi anni. La Chiesa, anche oggi, mi da Gesù. È detto tutto. Che cosa saprei di lui, quale legame sussisterebbe fra lui e me, senza la Chiesa? Anche coloro che non la riconoscono, se ancora ricevono Gesù, sanno che lo devono ad essa? «Chi ci separerà dalla carità di Cristo?» (Rm. 8, 55) «Chi ci separerà dall’amore di Dio che è in Gesù Cristo?» {Rom. 8,39). L’Apostolo Paolo sapeva bene che nessuna forza creata ci sarebbe riuscita. Vi è ancora tuttavia necessità di un legame vivente, nuova Scala di Giacobbe, per assicurare lungo i secoli il passaggio da lui a noi. Si è scritto: «Per milioni e milioni di credenti (presi tra i migliori degli uomini) il Cristo, da quando è apparso, non ha mai cessato, dopo ogni crisi della storia, di ri-emergere più presente, più urgente, più invadente che mai» e crediamo effettivamente con san Paolo che nessuna crisi della storia ci separerà mai da lui. Ma questa sicurezza ci viene precisamente dalla Chiesa. Gesù è vivente per noi. Ma la sua viva influenza, l’azione del suo Vangelo e la fede nella sua persona divina, non necessariamente la sua memoria e il suo nome, in quali sabbie si sarebbero smarrite, senza la continuità visibile della sua Chiesa?

(H. de Lubac, Meditazione sulla Chiesa, in AA.V., La teologia dopo il Vaticano II, Brescia 1967, pp. 327-330)

La grande sfida di Davos

20140127-150257.jpg

Lunedì 27 Gennaio 2014
Nuove generazioni di leader e nuove generazioni escluse: confronto o scontro su sviluppo e giustizia sociale?
Paolo Bustaffa

“Ciò che mi interessa in modo particolare è la maniera in cui l’economia cambia la vita delle nuove generazioni. Questa è la grande sfida di Davos”. È il commento di monsignor Diarmuid Martin, arcivescovo di Dublino, in margine dei lavori del 44° World Economic Forum che si è appena concluso nella località svizzera. “Alcuni di questi giovani – aggiunge l’arcivescovo irlandese presente all’incontro – saranno la forza trainante della nuova economia . Possiedono la conoscenza tecnologica necessaria . Nello stesso tempo altri giovani sono esclusi dal sistema”.
Parole che sono indubbiamente arrivate al Forum of Young Global Leaders che, rappresentato a Davos, raccoglie più di 900 giovani “eccellenze” nell’economia e nell’imprenditoria mondiali. Un organismo che dichiara di avere come primo obiettivo la ricerca di “soluzioni lungimiranti e innovative ai problemi che sono di fronte all’umanità”.
Mons. Martin rilancia il tema della responsabilità delle nuove generazioni protagoniste sulla scena economica mondiale nei confronti delle nuove generazioni escluse perfino dalle più elementari occasioni e opportunità di crescita e di sviluppo. Sapranno davvero questi giovani riuniti a Davos a prendere le distanze da un’economia che nel mondo ha tradito diritti e speranze di moltissimi loro coetanei?
Sapranno costruire un’economia alternativa, un’economia che non divida ulteriormente e più gravemente le nuove generazioni?
Mons. Martin è fiducioso ma anche preoccupato per il ruolo degli adulti. Così dice ai “grandi” che l’educazione da loro proposta ai giovani leader “non deve essere solamente la trasmissione di tecnologie e di informazioni ma deve permettere loro di porsi le questioni fondamentali che riguardano la vita. La posta in gioco è ridefinire il ruolo del business nel progresso sociale delle nazioni”.
La questione è molto seria e lo stesso Papa Francesco nel messaggio a Klaus Schwab, presidente del World Economic Forum, richiama la Evangelii gaudium per ribadire che “la vocazione di un imprenditore è un nobile lavoro, sempre che si lasci interrogare da un significato più ampio della vita”.
Parole importanti anche per un giovane che compie una scelta professionale forse un po’ troppo trascurata dall’opinione pubblica. Anche nella riflessione dei cattolici sul tema dell’impegno politico, la realtà dei giovani economisti e dei giovani imprenditori merita più attenzione considerato che nel nostro Paese, nonostante le grandi difficoltà, è presente e in alcuni settori è vivace.
Si potrà sempre dire che di fronte a previsioni economiche negative e a drammatiche situazioni di povertà, l’ attenzione alle nuove generazioni di leader è un po’ periferica.
Eppure anche essi fanno parte di quella “comunità imprenditoriale” che, afferma Papa Francesco, “può contare su molti uomini e donne di grande onestà e
integrità personale, il cui lavoro è ispirato e guidato da alti ideali di giustizia, generosità e preoccupazione per l’autentico sviluppo della famiglia umana”.
E di questa famiglia umana fanno parte anche moltissimi giovani senza lavoro, senza opportunità, senza prospettive. Confronto o scontro con la loro rabbia e con le loro rivendicazioni?
Di questo dramma non può non essere consapevole il Forum of Young Global Leaders i cui membri sono scelti dopo rigorose selezioni tra coloro che “hanno già dimostrato il loro impegno al servizio della società in generale”.
Non c’è forse qualcosa che pone in collegamento questo impegno con quelli richiamati dalla dottrina sociale della Chiesa?
La risposta esige prudenza e verifica ma non meno fiducia e speranza.

agensir

Mai soli davanti alla morte

20140127-060138.jpg

I vescovi francesi e il dibattito sull’eutanasia.

(Giovanni Zavatta) L’esperienza della morte è un momento della vita che deve restare, fino alla fine, inserito in un legame sociale, solidale, con altri esseri umani. Legiferare in materia deve salvaguardare tale obiettivo. È per questo che «dobbiamo abbandonare l’idea di una risposta tecnica da dare a un problema “da risolvere”. Una legge non eviterà — il contrario sarebbe drammatico per la condizione umana — il dibattito morale fra il personale curante, o la sofferenza dei familiari. Il confronto con la morte è, in ogni caso, una sofferenza, per il paziente ma anche per chi lo accompagna.
Dobbiamo quindi provare a guardare in faccia una dolorosa verità: quelle che siano le misure prese per accelerare la morte o per alleviare l’agonia, non possiamo sbarazzarci della sofferenza del morire, che non è solo costituito dal dolore fisico ma anche da questo lutto interiore e dal rapporto con l’altro che tutti noi dobbiamo vivere». Si sofferma in particolare sul «dovere di accompagnare», fino all’ultimo dei loro giorni, «i più vulnerabili», rappresentati in questo caso dai malati terminali, la riflessione che il Consiglio famiglia e società della Conferenza episcopale francese ha diffuso nei giorni scorsi come contributo al dibattito sull’eutanasia, al centro di un controverso disegno di legge che vorrebbe introdurre una forma di suicidio assistito per alleviare le sofferenze del malato. Il documento, intitolato Notre regard sur la fin de vie e firmato dal presidente del Consiglio famiglia e società, Jean-Luc Brunin, vescovo di Le Havre, si conclude con le parole usate dall’arcivescovo presidente della Conferenza episcopale, Georges Pontier, nel discorso di apertura dell’ultima assemblea plenaria, il 5 novembre 2013 a Lourdes. Parole che in qualche modo sintetizzano l’intera riflessione: «Prima di legiferare ancora, ci si chieda se ciò sarebbe per dare un segno più grande di rispetto per la persona umana, di solidarietà con essa, o piuttosto di un nuovo cedimento della nostra solidarietà familiare e sociale, a volte esigente ma sempre portatrice di frutti».
Da un punto di vista cristiano, la sofferenza della morte non può essere negata ma va affrontata con gli altri «nel quadro di un concetto dell’essere umano fondamentalmente in relazione e la cui dignità resta inalienabile. Tale visione dell’uomo è radicata, per i cristiani, nel cambiamento di prospettiva che la morte e la risurrezione di Cristo hanno apportato al senso stesso della morte umana». Attraverso essa può giungere un aiuto reale a coloro che soffrono e a una società che «ha difficoltà a considerare la fine della vita come un fatto concernente in primo luogo la solidarietà umana con tutti». Del resto lo stesso Rapport Sicard, elaborato dalla Missione presidenziale di riflessione sul fine vita istituita per decreto da François Hollande il 17 luglio 2012, nelle sue conclusioni sottolinea che «sarebbe illusorio pensare che il futuro dell’umanità si riassuma con l’affermazione senza limiti di una libertà individuale, dimenticando che la persona umana vive e immagina se stessa solo collegata ad altri e dipendente da altri. Un vero accompagnamento del fine vita ha senso soltanto nell’ambito di una società solidale che non si sostituisce all’individuo ma gli testimonia ascolto e rispetto al termine della sua esistenza».
Notre regard sur la fin de vie è stato pubblicato il 17 gennaio, il giorno dopo una dichiarazione (Fin de vie: pour un engagement de solidarité et de fraternité) diffusa dal Consiglio permanente, quasi a voler dedicare una più approfondita analisi a questioni complesse che interrogano i cattolici, in particolare quelli impegnati nel settore della sanità, oltre ai malati e loro familiari. I vescovi, pur non dichiarandolo esplicitamente, si mostrano contrari a una modifica della legge Leonetti del 22 aprile 2005, che in Francia regola la materia attraverso cinque principi generali: divieto assoluto di dare deliberatamente la morte; no all’accanimento terapeutico; rispetto del parere del paziente (in grado di esprimere la propria volontà) riguardo il carattere «non ragionevole» di determinate cure; obbligo per il medico di alleviare il dolore, rispettare la dignità del paziente e accompagnare i suoi familiari, e di dispensare in caso di necessità le cure palliative; protezione dei differenti attori attraverso la tracciabilità delle procedure seguite.
Nel 2012 una serie di sondaggi ha mostrato come un certo numero di francesi fosse favorevole alla possibilità di chiedere al medico “un aiuto a morire” in caso di stato terminale giudicato insopportabile. Da allora la questione dell’eutanasia è tornata prepotentemente alla ribalta, grazie anche a una martellante presentazione mediatica di alcuni tragici casi: «Ogni volta — scrive il Consiglio famiglia e società — la gravità della situazione e la sofferenza dell’individuo suscitano un’emozione collettiva, spesso scientemente orchestrata, che sembra non potersi tradurre che con una nuova richiesta di legalizzare l’eutanasia».
Da una parte i sostenitori della “buona morte” (con l’assistenza medica al suicidio), dall’altra i difensori delle cure palliative. Si scontrano due mondi, due maniere di intendere il rispetto della dignità umana. Il Consiglio episcopale separa la richiesta di eutanasia da parte della società (una società che «prova un sentimento di impotenza e di rivolta davanti al dolore» e che «non riesce più a porsi di fronte alla sofferenza») da quella proveniente dal paziente e dai suoi familiari. Nel secondo caso «esiste spesso un’interazione complessa fra il malato, la sua famiglia e il personale curante», caratterizzata da «sentimenti contraddittori».
In questo periodo doloroso del fine vita, anche i medici e gli infermieri si sentono spesso soli, «di fronte ai limiti dell’ipertecnicità del sostegno e alla forte pressione di una medicina che potrebbe tutto». E anch’essi «hanno bisogno di essere sostenuti nelle decisioni da prendere per accompagnare» il morente.
I vescovi citano Immanuel Kant e la sua Metafisica dei costumi quando ricordano la massima «Agisci in modo da trattare l’umanità, nella tua come nell’altrui persona, sempre come fine, mai come semplice mezzo», concludendo che reclamare l’assistenza al suicidio «coinvolgerebbe l’altro in una decisione che è per se stessi. La libertà altrui sarebbe così direttamente implicata in una solidarietà per la morte e non in una solidarietà per la cura». Onorare la dignità assoluta della persona umana significa, invece, dedicarvi attenzione, creare le condizioni affinché tale principio sia rispettato. Fino alla fine.

L’Osservatore Romano

*

Nota dei presuli belgi. Il divieto di uccidere è il fondamento della società

Nuovo appello dei vescovi belgi contro l’eutanasia. In una nota, i presuli sottolineano di sentirsi «fortemente interpellati» dalla proposta di legge in discussione alla Camera, relativa all’eutanasia sui minori. Un progetto che mira a estendere — sulla scia della strada intrapresa dai Paesi Bassi — il quadro legale per autorizzare l’eutanasia sui minori previo il parere di uno psicologo che attesti la capacità di discernimento del ragazzo.
Solo i minori che vivono sofferenze fisiche insopportabili e non curabili, in fase terminale, potranno ricorrere all’eutanasia, sotto la supervisione di un team di medici e con il consenso dei genitori. Ma perché «legiferare in una materia così delicata?», si domandano i presuli, che sollevano una serie di obiezioni. La prima riguarda «il divieto di uccidere, uno dei fondamenti della società». Infatti, «aprire la porta all’eutanasia sui minori significa correre il rischio di estenderla ai disabili, ai malati mentali, a coloro che sono stanchi di vivere». In pratica, significa «trasformare il senso della vita umana e accordare il valore di umanità solo a coloro che sono in grado di riconoscere la dignità della propria vita». Un’altra osservazione riguarda la pratica medica. «Ci si dimentica il ruolo della sedazione per calmare il dolore e l’importanza delle cure palliative», notano i vescovi, ricordando la necessità di una riflessione sulla morte, affinché non sia «un tabù», ma si possa raggiungere «con dignità, rispettando il valore della vita».

L’Osservatore Romano

A SANT’IGNAZIO GRANDE MUSICA CON E PER PABLO COLINO

20140126-161630.jpg

di GIUSEPPE RUSCONI – http://www.rossoporpora.org – 26 gennaio 2014

Sabato 25 gennaio Pablo Colino ha compiuto gli ottant’anni, un traguardo festeggiato in Sant’Ignazio con un concerto spirituale di grande intensità, protagonisti il Coro dell’Accademia filarmonica romana e l’orchestra ‘Gli amici dell’armonia’. Quattrocento i convenuti all’evento promosso da Albert H. Courtial: tra gli altri mons. Vittorio Lanzani, il maestro Massimo Palombella, Gianni Letta e l’ambasciatore di Spagna presso la Santa Sede.

L’improvviso e brusco calo di temperatura non ha frenato la sera di sabato 25 gennaio gli ammiratori (si potrebbe dire i tifosi, perdipiù di curva) del maestro Pablo Colino, che sono convenuti numerosi nella chiesa di Sant’Ignazio, dominante l’omonima piazza, gioiellino di moto settecentesco tra il Corso e il Pantheon. Si trattava di festeggiare un compleanno speciale per l’artista spagnolo, a Roma da più di mezzo secolo: i suoi ottant’anni. Colino è in effetti quattro volte ventenne, se si pensa alla sua persistente giovinezza di cuore, passione e fantasia, che ha confermato anche in Sant’Ignazio offrendo alla platea un concerto seguito con grande attenzione e partecipazione nelle sue varie parti, dai brani gregoriani e della grande polifonia cinquecentesca a quelli dei musicisti di area tedesca del Sette-Ottocento, dallo spazio dedicato all’opera italiana fino alla conclusione tutta spagnola.

Il saluto introduttivo di monsignor Vittorio Lanzani e di Albert H. Courtial

Incisiva l’introduzione di mons. Vittorio Lanzani, Vicario della Basilica di san Pietro, che ha portato anche i saluti dell’arciprete, cardinale Angelo Comastri. Pablo Colino, ha detto Lanzani, “è stato ed è un grande maestro di musica sacra”. Molto preparato professionalmente, vive dentro di sé il mistero della musica sacra, che sa trasmettere con grande perizia. Diventa in lui una vera e propria “missione sacerdotale” quella del cantare e far cantare a Dio. “Con la sua lunga permanenza nella Basilica di San Pietro, Pablo Colino le ha portato un grande decoro e l’ha resa quella che deve essere: specchio ed esempio per le chiese del mondo”. Anche Albert H. Courtial, presidente della Fondazione pro musica ed arte sacra, ha voluto ricordare i quarant’anni di amicizia e di collaborazione artistica con il festeggiato: “Abbiamo creato tante cose insieme e del resto la Fondazione non avrebbe dodici anni di vita se non ci fossi stato tu”.

I brani gregoriani e di polifonia cinquecentesca

E’ poi incominciato il concerto, che come sempre si è connotato di una specificità coliniana: la breve e utilissima introduzione di ogni brano da parte del maestro, così da poter gustare ancora meglio testi e melodie. Il primo brano ha evocato subito, diremmo doverosamente, la Basilica di San Pietro: Lucis Creator optime, inno dei vespri domenicali, eseguito alternando il gregoriano alle strofe armonizzate da Perosi. Sono seguiti tre mottetti della grande polifonia cinquecentesca. Il primo, tanto maestoso quanto delicato, è il Sicut cervus, composto da Pierluigi da Palestrina proprio per la Basilica di San Pietro e ha una durata pari a quella della processione dall’Altare della Cattedra al Fonte battesimale. Dello spagnolo Tomas Luis de Vitoria (che studiò anche con Palestrina) il secondo: la famosa Ave Maria. Il terzo è stato il Jubilate Deo del fiammingo Orlando di Lasso, che si conclude significativamente con un Ipse est Deus ripetuto in crescendo cinque volte.

Spazio alla musica di timbro teutonico

Nella seconda parte, quella di timbro teutonico, è entrata in azione l’orchestra ‘Amici dell’armonia’, cui ha dato manforte anche il rumeno Michai Ilie (già primo violino dell’orchestra sinfonica della Rai). All’organo la sempreverde Annapia Sciolari. Si è incominciato con Händel e il suo In den angenehmen Büschen (tra le piacevoli fronde), un inno appassionato al Paradiso terrestre, molto ben reso dalla voce di Daniela Tollis, dal flauto solista di Cristina Vinci e dal basso continuo di Guido Mascellini. Non poteva mancare un corale di J.S. Bach, il solenne Signore Dio in te confido (all’organo Alessio Pacchiarotti), seguito dal “brano più eseguito in San Pietro dai cori ospiti”, l’ Ave verum di Mozart (in cui “si riassume la storia della Salvezza con versi di san Tommaso d’Aquino). A concludere questa parte il grandioso Laudate pueri di Mendelssohn, armonizzato per coro ed orchestra da Pablo Colino: il compositore luterano si è qui forse ispirato ai salmi delle suore di Trinità dei Monti di cui è stato ospite.

L’opera è italiana

Anche in ambito operistico non mancano pagine di “altissima spiritualità”. Ed ecco allora l’amata La Vergine degli Angeli verdiana, “preghiera semplicissima e sentitissima”, con la bella voce di Giulia Cignoni. E l’Ave Maria di Mascagni, mottetto dedicato a Lorenzo Perosi, invocazione struggente in cui si sono molto apprezzati nel preludio il primo violino Mihai Ilie e poi il coro, trascinante nella sua interpretazione.

La Spagna della fede popolare

Parte conclusiva dedicata alla Spagna. Primo brano la Cantad a Maria, un’ Ave Maria elegante, solare e popolare composta da Julio Valdés, di cui fu allievo lo stesso Pablo nel Seminario basco di Vitoria. Nella chiesa a lui dedicata non poteva mancare un testo molto famoso di sant’Ignazio di Loyola, Alma de Cristo (Anima Christi), musicato dal gesuita Nemesio Otaňo, “il Perosi di Spagna”, connotato “da una semplicità degna di sant’Alfonso Maria de’ Liguori che cantava Tu scendi dalle stelle e Fermarono i cieli per le campagne napoletane”. Molto richiesta in Spagna per i matrimoni (“altrimenti si dice che non siano validi….”) una bella invocazione alla Madonna, la Plegaria de los tre amores (Amor a l’hombre, Amor de patria y Amor de Dios), di Fermin Maria Alvarez, con la voce ispirata del tenore Thomas Ehiem. Ultimo brano l’Ave Maria di Vicente Goicoechea (zio del già citato Julio Valdés), una delle 32 presenti (su 710 brani) nel repertorio di Pablo Colino.

I complimenti del maestro Palombella e di Gianni Letta

Applausi scroscianti e prolungati, il Tanti auguri a te, poi irrompe l’Hallelujah di Händel, Pablo Colino ringrazia e dà appuntamento conviviale a tutti per la tradizionale Sangria nei giardini dell’Accademia filarmonica romana per la festa di san Pietro e Paolo. Tra i commenti raccolti quello del maestro del coro della Cappella Sistina, don Massimo Palombella: “E’ stata una vera elevazione spirituale, molto raffinata”. Raggiante anche Gianni Letta, che conosce già da quando era direttore de “Il Tempo’ il maestro spagnolo “sanguigno e vulcanico, musicista di una simpatia unica” ed apprezza molto anche la sua professionalità, “già a partire dalle brevi spiegazioni che dà preventivamente su ogni brano eseguito”.

CHI E’ IL MAESTRO PABLO COLINO

Riproduciamo per finire la nostra biografia sintetica di Pablo Colino, allegata al programma del concerto in Sant’Ignazio

C’è un artista nel mondo vaticano che il 25 gennaio 2013 sarà ventenne per la quarta volta: oggi canonico prefetto della musica per la Basilica di San Pietro, è una vera e propria istituzione nell’ambito della musica sacra. Si tratta di monsignor Pablo Colino, spagnolo talentuoso, sanguigno e vulcanico, che a ottant’anni ancora galvanizza i cori dell’Accademia Filarmonica Romana (il 19 dicembre ha diretto il suo cinquantatreesimo concerto di Natale presso il teatro Olimpico) e che dal 1980 al 2006 è stato maestro della Cappella Giulia in San Pietro. Negli ultimi anni ha collaborato con i suoi cori al cd The priests (della Sony inglese, poco meno di due milioni di copie vendute), al cd Alma Mater (litanie e canti mariani, con la voce di Benedetto XVI che intona il Regina Coeli nel settimo quadro, della Universal-Geffen di Londra), al cd Choeurs du Vatican (canti natalizi e altri canti spirituali, uscito prima di Natale per la Sony francese).

La vita di Pablo Colino è sempre corsa sull’unico binario di musicista e sacerdote, due servizi che si sono fusi nella bellezza artistica, via per lui privilegiata per entrare in contatto con Dio. Nato a Pamplona il 25 gennaio del 1934, da bambino ascoltava le canzoncine materne e la musica paterna (il padre suonava nella Banda della Guardia Civil) e cantava nel coro parrocchiale. In Seminario, impressionato dalla bachiana “Passione secondo Matteo”, decise di intraprendere gli studi di musica sacra, oltre a quelli filosofici e teologici. Giunto a Roma nel 1957, subito dopo l’ordinazione sacerdotale a San Sebastian, e laureatosi in filosofia e teologia presso la Lateranense, ha conseguito il magistero in Composizione, Musica sacra e Direzione corale seguendo i corsi del Pontificio Istituto di Musica Sacra (tra i docenti anche Domenico Bartolucci). Specializzato in Didattica e Pedagogia musicale, dal 1962 ha tenuto (e ancora tiene) presso la Filarmonica Romana i corsi di Educazione musicale e di Esercitazioni di canto corale (oltre quindicimila gli allievi in oltre cinquant’anni di attività). Negli Anni Sessanta fu anche insegnante di musica per il cardinale Ottaviani: insegnava a una cinquantina di orfane di cui il prefetto del Sant’Uffizio si prendeva cura a Frascati (non raramente il suo autista era il segretario del cardinale, don Gilberto Agustoni, oggi anch’egli porporato). Cultore del canto gregoriano, di Palestrina e Bach, Mozart e Perosi, Pablo Colino nel corso della sua carriera è stato anche nel 1985 assistente di von Karajan in San Pietro nell’esecuzione della Kroenungsmesse eseguita dai Wiener Philarmoniker per papa Giovanni Paolo II nell’Anno della musica. Un altro concerto insolito fu quello dell’ottobre 1986, a cinquant’anni dall’inizio della Guerra civile spagnola: il coro di Pablo Colino eseguì presso l’accademia spagnola di San Pietro in Montorio dodici canti del periodo, sei franchisti e sei repubblicani, un unicum mai più ripetuto.

Numerosissimi i suoi concerti soprattutto in Italia, ma anche in Spagna, Svizzera, Ungheria, Romania, Stati Uniti, Russia, Germania e in altri Paesi. Vanno ricordati anche i Concerti di Natale trasmessi dalla Rai da Assisi, i mottetti del cardinale segretario di Stato del primo Novecento Rafael Merry del Val, i concerti con solisti come Montserrat Caballé e la figlia Montserrat Martì. Tra i libri didattici ha pubblicato “La voce del fanciullo cantore”, “Teoria della musica e pratica del canto corale”, il “Liber Vesperalis” e quello “ad Laudes matutinas” della Basilica di San Pietro.

Pablo Colino è solito dire che un canto natalizio ben eseguito, come ad esempio “Il est né le divin Enfant” vale più di mille omelie e considera riuscito un suo concerto quando non solo gli ascoltatori, ma gli stessi interpreti restano alla fine pervasi da quella commozione, derivata dalla bellezza del messaggio religioso trasmesso, che consente loro di avvicinarsi a Dio. La musica sacra è una forma alta di evangelizzazione e, se ben eseguita, riesce a convertire anche i cuori più distratti o induriti.

HOLLANDE- PAPA FRANCESCO: PERMANGONO LE DIVERGENZE

20140125-173237.jpg

di Giuseppe Rusconi

Molto atteso il primo incontro, avvenuto venerdì 24 gennaio, tra papa Francesco e François Hollande. Confermata la sostanziale sintonia in politica estera, confermate le forti divergenze in materia antropologica. Il Vaticano chiede rispetto per i cattolici e i loro luoghi di culto. Più lungo del consueto anche il colloquio con il segretario di Stato, il cardinale designato Pietro Parolin. Il Papa, che tra l’altro sta redigendo un testo sui rapporti con l’ambiente, è stato invitato in Francia.

Permangono forti divergenze, difficilmente ricomponibili, in materia di vita e famiglia. Si conferma una generale sintonia di vedute nell’ambito della politica estera. In sintesi è quanto emerge dall’incontro in Vaticano tra papa Francesco e il presidente francese Hollande. Le divergenze traspaiono anche nel comunicato vaticano e nella dichiarazione resa alla stampa da Hollande dopo l’incontro, presso il Centre Saint-Louis de France: in quest’ultima si pone l’accento in primo luogo e quasi solo sulle questioni internazionali, nel primo invece i temi di politica interna riguardanti i ‘valori non negoziabili’ sono in evidenza e si dice esplicitamente che sono stati “esaminati argomenti d’attualità come famiglia, bioetica, rispetto delle comunità religiose e tutela dei luoghi di culto”.

Per la prima volta Hollande ha posto piede in Vaticano, una visita cui il presidente francese annetteva grande importanza dati i duri e prolungati scontri in patria con la maggioranza dei cattolici (e, secondo anche l’ultimo sondaggio di “Le Parisien”, dei francesi) in materia di riconoscimento dei “matrimoni gay”. Del resto l’opposizione persiste massiccia – vedi anche le ricorrenti manifestazioni in tutto il Paese delle ‘Sentinelle in piedi’- sebbene la legge sia stata votata ad aprile (famoso il “Chassez les ennemis de la démocratie!” di Claude Bartolone, presidente dell’ Assemblée nationale ) e promulgata a maggio. La speranza di Hollande era che l’incontro con un Papa ritenuto “progressista” potesse giovargli sul piano della popolarità. Per questo la delegazione comprendeva– oltre al ministro dell’interno e dei culti Manuel Valls e ad altri politici – un religioso francese che era stato rapito in Camerun, la direttrice del quotidiano cattolico “La Croix”, un esponente della rivista “Témoignage chrétien” e il presidente della Caritas francese. Tuttavia le divergenze gravi in materia antropologica restano tutte e prevedibilmente la visita non porterà a un miglioramento delle relazioni tra l’Eliseo e il mondo cattolico.

L’incontro di Hollande con Francesco è durato 35 minuti (e con il Segretario di Stato Parolin 45 minuti). Assai più del consueto, a riprova del fatto che si è andati molto al di là delle questioni di politica estera, riguardanti soprattutto la pace in Medio Oriente e la tutela dei cristiani in Siria, in Iraq ed anche in un Libano che potrebbe esplodere (non a caso Hollande ha voluto citare il Paese dei Cedri tra quelli dei cristiani in pericolo). Sempre in politica estera si è discusso della situazione siriana (lì Hollande resta molto duro nei confronti di Assad e ha esortato il Vaticano a incontrare i ribelli della ‘coalizione nazionale’) e di quella in Stati come la Repubblicana Centrafricana. Si è parlato di Lampedusa e di migrazioni, oltre che di protezione dell’ambiente, di “grande importanza” per Hollande (il Papa, ha detto, sta lavorando a un testo per la prossima Conferenza mondiale sul clima).

L’incontro è però iniziato in un clima assai teso, con un Papa insolitamente serio, a causa dei problemi antropologici sul tappeto. E’ infatti molto difficile una sintonia tra chi, come Francesco, ha rilevato anche recentemente che “desta orrore il solo pensiero che vi siano bambini vittime dell’aborto” e chi, come il governo francese, definisce l’aborto “un diritto” (nuova legge sulle ‘pari opportunità’). Così per la questione dei “matrimoni gay” e per quella dell’ “utero in affitto”; nel comunicato vaticano si ricorda poi non a caso la necessità di rispettare le comunità religiose e i luoghi di culto, derise le prime e profanati i secondi con sempre maggiore intensità, come hanno voluto evidenziare mercoledì in una ‘supplica’ trasmessa al Papa e firmata fino ad oggi da oltre 120mila giovani cattolici francesi (vedi anche in questo sito tra gli ‘Ultimi articoli’). Nella sua dichiarazione post-incontro Hollande ha inneggiato alla laicité, che “garantisce il rispetto di tutte le religioni” e permette in particolare il dibattito con “la Chiesa cattolica grazie a un organismo di dialogo che si riunirà presto, in primavera, presente il primo ministro e aperto a ogni argomento”. Da notare anche l’invito che Hollande ha rivolto al Papa per una visita in Francia, che potrebbe essere “un momento importante del suo pontificato”: formale, sincero? Chissà.

Intanto nella notte tra il 23 e il 24 gennaio un ordigno rudimentale è esploso non lontano dalla chiesa di sant’Ivo dei Bretoni (che fa parte del patrimonio francese a Roma) e nella successiva mattinata c’è stato un falso allarme-bomba in piazza san Pietro: fin qui nessuna rivendicazione.

Fonte: rossoporpora

Il Papa: il comunicatore sia come il Buon Samaritano, il suo potere è la prossimità

20140123-160252.jpg

Il vero potere della comunicazione è la “prossimità”. E’ quanto sottolinea Papa Francesco nel suo Messaggio per la 48.ma Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali – che si celebra il prossimo primo giugno – e pubblicato oggi. Nel Messaggio incentrato sul tema “comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro”, il Papa paragona il comunicatore al Buon Samaritano che si fa prossimo agli altri. Ampio spazio viene dato nel documento all’ambiente digitale: anche qui, esorta il Papa, il cristiano è chiamato ad offrire la sua testimonianza e a raggiungere le “periferie esistenziali”. Il servizio di Alessandro Gisotti:

In un mondo che diventa “sempre più piccolo”, ma dove permangono divisioni ed esclusioni, i media “possono aiutare a farci sentire più prossimi gli uni gli altri”. Papa Francesco muove da qui per sviluppare la riflessione del suo primo Messaggio per le comunicazioni sociali. La cultura dell’incontro, osserva, “richiede che siamo disposti non soltanto a dare, ma anche a ricevere dagli altri”. In questo, prosegue, i media ed Internet in particolare possono aiutarci, offrendoci “maggiori possibilità di incontro e di solidarietà fra tutti”. Tuttavia, avverte il Papa, ci sono degli “aspetti problematici”, innanzitutto la “velocità dell’informazione” che “supera la nostra capacità di riflessione e giudizio”. “L’ambiente comunicativo – prosegue – può aiutarci a crescere o, al contrario, a disorientarci”. Del resto, “il desiderio di connessione digitale può finire per isolarci dal nostro prossimo”, senza dimenticare poi chi, “per diversi motivi, non ha accesso ai media sociali” e “rischia di essere escluso”.

Questi limiti reali, precisa il Papa, non giustificano però “un rifiuto dei media sociali; piuttosto ci ricordano che la comunicazione è, in definitiva, una conquista più umana che tecnologica”. E invita, anche nell’ambiente digitale, a “recuperare un certo senso di lentezza e di calma”. Abbiamo bisogno di “essere pazienti”, ribadisce il Papa, “se vogliamo capire chi è diverso da noi: la persona esprime pienamente se stessa non quando è semplicemente tollerata, ma quando sa di essere davvero accolta”. Ecco perché bisogna “apprezzare l’esperienza umana come si manifesta nelle varie culture e tradizioni”. E così “sapremo anche meglio apprezzare i grandi valori ispirati dal Cristianesimo”, come la visione dell’uomo, il matrimonio e la famiglia, la distinzione tra sfera religiosa e sfera politica.

“Come allora – si interroga Papa Francesco – la comunicazione può essere a servizio di un’autentica cultura dell’incontro?”. E per i cristiani, rimarca, “che cosa significa incontrare una persona secondo il Vangelo?” A queste domande, Papa Francesco risponde prendendo spunto dalla Parabola del Buon Samaritano e sottolineando la dimensione della “prossimità”. “Chi comunica, infatti, si fa prossimo. E il buon samaritano – soggiunge – non solo si fa prossimo, ma si fa carico di quell’uomo che vede mezzo morto sul ciglio della strada”. Gesù, sottolinea il messaggio, “inverte la prospettiva: non si tratta di riconoscere l’altro come un mio simile, ma della mia capacità di farmi simile all’altro”. “Mi piace – annota il Papa – definire questo potere della comunicazione come “prossimità”.

Continuando ad intrecciare la riflessione con la Parabola del Buon Samaritano, il Papa avverte dunque che quando “la comunicazione ha il prevalente scopo di indurre al consumo o alla manipolazione delle persone, ci troviamo di fronte a un’aggressione violenta come quella subita dall’uomo percosso dai briganti e abbandonato lungo la strada”. Oggi, è il suo monito, “noi corriamo il rischio che alcuni media ci condizionino al punto da farci ignorare il nostro prossimo reale”. Non basta “semplicemente essere connessi – aggiunge – occorre che la connessione sia accompagnata dall’incontro vero”, perché “non possiamo vivere da soli, rinchiusi in noi stessi”. E rileva che “non sono le strategie comunicative a garantire la bellezza, la bontà e la verità della comunicazione” e, ancora, “la rete digitale può essere un luogo ricco di umanità, non una rete di fili ma di persone umane”. Il Papa ribadisce che “la neutralità dei media è solo apparente: solo chi comunica mettendo in gioco se stesso può rappresentare un punto di riferimento”. “Il coinvolgimento personale – soggiunge – è la radice stessa dell’affidabilità di un comunicatore”. E “proprio per questo la testimonianza cristiana, grazie alla rete, può raggiungere le periferie esistenziali”.

Il Papa si sofferma sulle strade digitali, “affollate di umanità, spesso ferita: uomini e donne che cercano una salvezza o una speranza”. “Aprire le porte delle chiese – afferma – significa anche aprirle nell’ambiente digitale, sia perché la gente entri”, sia “perché il Vangelo possa varcare le soglie del tempio e uscire incontro a tutti”. Il Papa si chiede se oggi siamo capaci di “testimoniare una Chiesa che sia “casa di tutti”. La comunicazione, evidenzia, “concorre a dare forma alla vocazione missionaria di tutta la Chiesa” e ribadisce che “anche nel contesto della comunicazione serve una Chiesa che riesca a portare calore, ad accendere il cuore”. “La testimonianza cristiana non si fa con il bombardamento di messaggi religiosi – è l’avvertimento del Papa – ma con la volontà di donare se stessi agli altri”. Cita dunque l’episodio dei discepoli di Emmaus e spiega che “occorre sapersi inserire nel dialogo con gli uomini e le donne di oggi, per comprenderne le attese, i dubbi, le speranze, e offrire loro il Vangelo”. Il Messaggio mette quindi l’accento sulla dimensione del dialogo. “Dialogare – scrive il Papa – significa essere convinti che l’altro abbia qualcosa di buono da dire, fare spazio al suo punto di vista, alle sue proposte”. Dialogare, prosegue, “non significa rinunciare alle proprie idee e tradizioni, ma alla pretesa che siano uniche ed assolute”.

L’icona del Buon Samaritano, è l’augurio del Papa, “ci sia di guida”, “la nostra comunicazione sia olio profumato per il dolore e vino buono per l’allegria”. “La nostra luminosità – afferma ancora – non provenga da trucchi o effetti speciali, ma dal nostro farci prossimo di chi incontriamo” lungo il cammino. “Non abbiate timore di farvi cittadini dell’ambiente digitale – esorta ancora – è importante l’attenzione e la presenza della Chiesa nel mondo della comunicazione, per dialogare con l’uomo d’oggi e portarlo all’incontro con Cristo”. In questo contesto, conclude il Papa, “la rivoluzione dei mezzi di comunicazione e dell’informazione è una grande e appassionante sfida, che richiede energie fresche e un’immaginazione nuova per trasmettere agli altri la bellezza di Dio”.
Radio Vaticana